Milano, Spazio Oberdan, in anteprima “Dustur” e “Fiore del deserto”

spazio_oberdan1Fondazione Cineteca Italiana presenta due preziose ed intriganti anteprime, piuttosto attuali riguardo le tematiche affrontate all’interno delle rispettive narrazioni.
Luogo deputato alle proiezioni Spazio Oberdan, Milano, mentre i film sono Dustur (13-17 aprile), documentario di Marco Santarelli permeato di forte impegno civile e Fiore del deserto (14-27 aprile) di Sherry Horman, che ha come soggetto l’omonimo libro di Waris Dirie, nata poverissima nel deserto somalo prima di divenire famosa top model ed ambasciatrice all’ONU per i diritti delle donne, la cui figura prende forma in un racconto che coniuga felicemente dramma sociale e commedia.
Questo il calendario delle proiezioni: Dusturmercoledì 13 aprile ore 21.15 / venerdì 15 aprile ore 19.30 / sabato 16 aprile ore 15 / domenica 17 aprile ore 19.15. Fiore del deserto (Desert Flower) – giovedì 14 aprile ore 21 / venerdì 15 aprile ore 17 / sabato 16 aprile ore 21.15 / domenica 17 aprile ore 14.45 / lunedì 18 aprile ore 21.15 / martedì 19 aprile ore 17 / mercoledì 20 aprile ore 19 / giovedì 21 aprile ore 17 / venerdì 22 aprile ore 21.15 / sabato 23 aprile ore 18.45 / domenica 24 aprile ore 18.45 / lunedì 25 aprile ore 21 / martedì 26 aprile ore 18.45 / mercoledì 27 aprile ore 18.45. Di seguito, le mie recensioni dei due film.

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Fiore del deserto

artwork-desert-flowerPresentato nel 2009 alla VI Edizione delle Giornate degli autori, rassegna autonoma della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, scritto e diretto da Sherry Hormann, Fiore del deserto ha come soggetto l’omonimo libro autobiografico di Waris Dirie, oggi famosa fotomodella ed ambasciatrice delle Nazioni Unite per la lotta contro le mutilazioni genitali femminili.
Horman dirige il film con un’evidente sensibilità, idonea a permeare la narrazione di una profonda e toccante umanità.
In virtù di quanto descritto, la regista riesce ad imprimere all’iter narrativo un fluido procedere all’interno dei binari alternati del dramma e della commedia, movimentando la messa in scena con una serie di flashback che vanno ad inserirsi naturalmente all’interno del racconto, corrispondendo a dei ricordi di Waris (Liya Kebede), così da farci conoscere gradualmente la sua storia, dall’infanzia nella nativa Somalia, fra i 12 figli di una famiglia nomade dedita alla pastorizia, alla fuga, tredicenne, verso Mogadiscio, per non sposare un anziano mercante dietro volere del padre. Giungerà poi a Londra, con l’aiuto della nonna, che l’indirizzerà nella dimora di una zia, sposata con l’ambasciatore somalo, dove lavorerà come domestica.

Liya Kebede

Liya Kebede

Dopo che l’ambasciata verrà chiusa in seguito ad alcune sommosse in Somalia, Waris rimarrà sola e riuscirà a scampare ad una vita di stenti dopo aver conosciuto Marylin (Sally Hawkins), commessa con ambizioni da ballerina, che, dopo una serie di diffidenze, diverrà la sua migliore amica. Grazie a lei Waris sarà invogliata a trovare lavoro, inserviente in un fast food, ed inizierà ad approfondire la sua conoscenza verso il mondo occidentale, affrancandosi man mano dagli antichi retaggi.
Una volta notata dal famoso fotografo Terry Donaldson (Timothy Spall), superata l’iniziale resistenza inizierà a posare per lui, dando inizio ad una folgorante carriera, anche se le difficoltà non mancheranno.
Soprattutto resterà indimenticabile nella donna il ricordo di quella giornata che le ha cambiato profondamente la vita, quando, all’età di tre anni, venne condotta dalla madre da una donna “esperta” perché questa provvedesse all’orrido rituale dell’infibulazione, doloroso, umiliante, sconvolgente per corpo ed anima, violando con un “marchio” imperituro la sua femminilità …

Kebede e Sally Hawkins

Kebede e Sally Hawkins

Sorretto dalla notevole prova attoriale di Liya Kebede, anche lei fotomodella, capace di portare in scena tanto una soave solarità quanto un dolore a stento trattenuto, in perfetta simbiosi con la descritta linea seguita da regia e sceneggiatura nell’alternare leggerezza, ironia e senso del dramma, Fiore del deserto si palesa alla visione come un film particolarmente toccante e realistico, empaticamente avvincente nel rendere sullo schermo il travagliato peregrinare di Waris (fiore del deserto in lingua somala) alla ricerca di un proprio posto nel mondo, la scoperta e definitiva affermazione di sé, fra emancipazione ed autodeterminazione, fiera e consapevole della propria femminilità. Il descritto alternarsi delle sequenze relative al presente londinese e al passato somalo ne incrementa la suddetta portata empatica, con i dolorosi trascorsi che si fanno vivi anche materialmente, come nella bella sequenza in cui Waris dialoga con un infermiere somalo in un ospedale di Londra, il quale le rammenta la “santità” dell’orribile pratica subita da bambina, la tangibilità della sua “onestà” in quanto “donna cucita”, anziché rinfrancarla prospettandole la possibilità delineata dal medico di porre rimedio alla mutilazione.

fiore del desertoMa la sequenza più riuscita, almeno ad avviso di chi scrive, finalmente prosciugata da un insistente incedere musicale che finora ha sottolineato le scene più drammatiche, è quella relativa al giorno dell’infibulazione: non vengono risparmiati i particolari più crudi, ma la sensibilità registica, con la macchina da presa che in un primo momento si avvicina alla bambina e poi si allontana pudicamente, mette in campo un delicato alternarsi di particolari evidenti ed altri intuibili. Molto bella anche la conclusione del film, il primo piano di Waris a riprendere il suo sguardo fiero, finalmente rivolto verso l’alto, una volta esternata la sua denuncia presso la sede dell’ONU, con la ferma presa di posizione nel lottare perché quanto accaduto a lei e ad altre bambine (alcune morte dissanguate come la sorellina) non debba accadere mai più, evitando che mai possano subire eguale umiliazione ed identica sofferenza; un film da vedere, vibrante di denuncia sociale e voglia di vivere, tristezza e allegria, capace di rendere sullo schermo l’essenza propria di una vita vissuta fino in fondo.

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Dustur

manifesto-dustur-60x91-ridPresentato al 33mo Torino Film Festival, dove ha conseguito i premi AVANTI (Agenzia Valorizzazione Autori Nuovi Tutti Italiani) e Gli occhiali di Gandhi (rivolto a premiare la cinematografia non violenta), recente vincitore al 26mo Festival del cinema africano, d’ Asia e America Latina come Miglior Film all’interno della sezione Concorso Extr’a/ Il Razzismo è una brutta storia, Dustur (“costituzione” in arabo) è un documentario pregno di impegno civile e volto ad un sano confronto, diretto da Marco Santarelli sfruttando un funzionale senso della misura nel rendere a noi spettatori quanto indagato attraverso la macchina da presa. Viene visualizzata una sorta di tavola rotonda all’interno del carcere Dozza di Bologna, una lezione rientrante nel corso scolastico organizzato da insegnanti e volontari avente ad oggetto la Costituzione italiana a cui prendono parte un gruppo di detenuti, per la maggior parte nordafricani, chiamati a confrontarsi con quanto scritto sulla nostra Carta e l’affermazione recente dei basilari diritti umani espresse dalle Costituzioni nate dopo la “Primavera araba”, come risposta ad una richiesta di libertà espressa a gran voce dalla volontà popolare.

dustur-al-tff-il-nuovo-documentario-di-marco-santarelli-244674-1280x720Lo scopo è di dar vita, prendendo appunto spunto dai relativi testi e senza dimenticare i richiami ai precetti religiosi della Shar’ia, ad una costituzione in grado di andare incontro a diverse esigenze, fissando presupposti universalmente validi cui dare concreta attuazione.
Il dialogo diviene presto intenso e serrato, particolarmente animato quando entrano in gioco determinati principi relativi alle singole libertà individuali (come quando un detenuto esprime parere positivo alla possibilità che un cristiano abbracci la fede mussulmana, ma non all’ipotesi contraria) e soprattutto una volta fatto notare lo stridente contrasto tra la costituzione formale, i precetti impartiti sulla carta, gli impegni assunti dallo Stato, e quella sostanziale, ossia la sua concreta applicazione nel corso di una corrente quotidianità. Santarelli insiste particolarmente sui primissimi piani, ponendo così in evidenza le prese di posizione dei singoli, le possibilità di addivenire ad un confronto diretto con diverse opinioni, cercando un fruttuoso contemperamento che possa conciliare le differenti istanze e che sembra trovare propria nell’accettazione di ogni diversità la via per una concreta e, lo si auspica, definitiva eguaglianza di trattamento.

Samad

Samad

Il parallelo fra la legge scritta e la sua attuazione pratica trova poi una figura di riferimento nella persona di Samad, giovane magrebino ex corriere del traffico di droga, già detenuto alla Dozza ed ora libero in attesa del documento di fine pena, che vediamo impegnato negli studi di Giurisprudenza e nel lavoro come metalmeccanico, reinserito dunque nella società e spesso ospite in conferenza a tema quale testimone di un possibile recupero della propria condizione umana, sociale e lavorativa, oltre che all’interno dello stesso corso organizzato in carcere. Samad rappresenta un punto cardine del documentario, in quanto manifestazione di una libertà espressa non solo in senso fisico, ma soprattutto etico. La consapevolezza di essersi bevuto parte della vita e di poter comunque continuare a fare soldi con una certa facilità perpetrando azioni criminali lascia definitivamente posto ad un’inedita presa di coscienza, il poter vivere lavorando dignitosamente e fare in modo che i propri desideri possano trovare attuazione, nella piena realizzazione di sé e della propria dimensione.

Padre Ignazio

Padre Ignazio

A Samad si collega in parallelo la figura del volontario religioso Ignazio, tra gli organizzatori del corso, facente parte della Piccola Famiglia dell’Annunziata, congregazione religiosa fondata da Giuseppe Dossetti, ex partigiano e fra i nostri padri costituenti. E’ lui infatti a riportare la Costituzione all’interno di un binario morale, di cui la scena finale, presso il cimitero di Casaglia, si fa simbolo.
Le parole dominanti all’interno della “costituzione ideale” saranno istruzione e dignità, i termini più consoni ad un vivere propriamente civile, che possa consentire il conferimento del proprio apporto alla resa pratica di quei principi scritti nella consapevolezza del sangue versato perché potesse nascere un mondo migliore, consapevoli di essere tutti sotto lo stesso cielo, finalmente liberi dal nostro individualismo materiale ed ideologico ed inclini ad una reale evoluzione.

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