Alfredo Bini, ospite inatteso

A Milano, presso Spazio Oberdan, Fondazione Cineteca Italiana nei giorni martedì 29 marzo (ore 21.15), mercoledì 30 marzo (ore 19.15) e sabato 2 aprile (ore 17.30) proporrà in anteprima per il capoluogo lombardo il documentario di Simone Isola Alfredo Bini, ospite inatteso, presentato alla 72ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e recente vincitore del Nastro d’Argento come Miglior Documentario sul Cinema.
Alla proiezione di martedì 29 marzo il regista Simone Isola sarà presente in sala. Di seguito, la mia analisi del film.

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alfredo-bini-3763C’era una volta in Italia un cinema capace di elargire spazio a registi esordienti, magari ancora acerbi nella resa visiva del loro stile ma capaci di far intuire attraverso la propria opera la volontà di comunicare una personale visione, artistica e relativa al sociale.
Lo stesso può scriversi riguardo opere di autori già affermati ma dalla portata certo innovatrice, anche a livello contenutistico, volta a scuotere una realtà in continua mutazione dopo la tragicità del secondo conflitto, intuendone i cambiamenti in atto e visualizzandoli sul grande schermo.
E il pubblico, attratto o comunque incuriosito dalle inedite modalità narrative, consapevole tanto della qualità quanto della novità, ne decretava spesso il successo.
Il merito di questo felice connubio fra autorialità e freddo calcolo commerciale è da attribuire alla lungimiranza di produttori consapevoli che “l’arte di fare cinema è l’arte di trovare i soldi per fare il cinema” (Bernardo Bertolucci) ma soprattutto determinati nel mettere in campo una loro intima percezione, libera da qualsivoglia preconcetto, idonea ad accogliere anche le idee di quanti erano ben distanti dal proprio modo di vedere e considerare tanto la quotidianità quanto l’espressione artistica da rendere cinematograficamente.

21450Tra queste figure emblematica e particolarmente rappresentativa è certo quella del vulcanico Alfredo Bini (1926-2010), personalità e coraggio da vendere, fin dal primo film prodotto, con la sua Arco Film, Il bell’Antonio di Mauro Bolognini, 1960, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Vitaliano Brancati, una vera e propria sfida per la bigotta Italia del tempo, tutta vizi privati e pubbliche virtù, che una censura burocratica e dal sapore preventivo pretendeva non venisse mai realizzato (lo “scandalo” di un siciliano impotente). Un personaggio che emerge con delicata ma prorompente vitalità nel documentario Alfredo Bini, ospite inatteso sceneggiato e diretto da Simone Isola, il quale alterna, con il gusto della memoria ritrovata e un pizzico di mistero, materiali d’archivio e riprese dal vero, interviste a vari personaggi del mondo del cinema e dell’informazione (fra gli altri Claudia Cardinale, Gianni Bisiach, Bernardo Bertolucci, Gianni Montaldo, Ugo Gregoretti), cui va ad aggiungersi la voce narrante di Valerio Mastandrea, che legge le memorie autobiografiche di Bini.

Giuseppe Simonelli e Simone Isola

Giuseppe Simonelli e Simone Isola

A dominare però, oltre ai filmati che ripropongono interviste rilasciate dal produttore, è il toccante ricordo che emerge dalle parole di Giuseppe Simonelli, il quale nel 2001 si ritrovò fra i clienti del suo motel un signore anziano, il quale chiedeva ospitalità per due, tre giorni al massimo, vista l’impossibilità di entrare nella propria dimora.
Quell’uomo era Alfredo Bini e i pochi giorni divennero dieci anni: Simonelli una volta dato in gestione il motel gli offrì ospitalità in una dependance all’interno della propria dimora, per un rapporto che dai toni amicali degli inizi divenne più propriamente filiale. Fulcro portante della narrazione un altro particolare legame, quello con Pier Paolo Pasolini, di cui Bini fu artefice del suo debutto cinematografico, nel 1960, con Accattone, dopo che Federico Fellini ne rifiutò la produzione. Un sodalizio quello con l’inquieto intellettuale che durò fino al 1966 (Edipo re), affrontando insieme varie denunce e querele (l’episodio La ricotta di Ro.Go.Pa.G., 1963) dal retrogusto oscurantista, verso le quali Bini non risparmiò la sua ironia acre e pungente.

Alfredo Bini e Pier Paolo Pasolini

Alfredo Bini e Pier Paolo Pasolini

Ma proprio dopo l’interruzione del suddetto rapporto collaborativo, probabilmente dovuto all’intuizione di un mutamento nella poetica cinematografica pasoliniana (“iniziavo ad avvertire odore di morte”, dichiara in un’intervista), ma anche al presagire un cambio di rotta nei gusti del pubblico, senza dimenticare le problematiche familiari, lo sguardo di Bini sul mondo del cinema appare velato da una certa disillusione, sembrava non credere più a quel profondo lavoro di sperimentazione e ricerca che aveva puntualmente contraddistinto la sua attività (come l’esordio di Ugo Gregoretti, I nuovi angeli, 1962) ed inizia a produrre una serie di film a sfondo “esotico- erotico” la cui trasgressione rientrava nella programmatica pruderie di provincia e nulla più.
Da qui in poi, pur con qualche sporadico raggio di sole a levar via le nubi (Lancelot du Lac, Robert Bresson, 1974), tutta una serie di difficoltà economiche, mai ostentate e comunque sempre affrontate con un piglio ironico ed autoironico, lo allontanarono definitivamente da quel mondo cui aveva dato tanto, sempre mettendoci la faccia e rischiando in prima persona, facendo affidamento esclusivamente sul proprio intuito.

Simonelli e Isola

Simonelli e Isola

Un documentario fondamentale, girato con esemplare linearità evitando toni agiografici, idoneo a far emergere sia l’importanza del ricordo, della memoria, ciò che è stato il nostro cinema, sia di cosa potrebbe ancora essere, magari mettendo in atto tanto una “sana” sperimentazione, ponendo un’attenzione al reale con uno sguardo finalmente inedito e non standardizzato, quanto diversificando l’offerta, puntando finalmente su più generi, abbandonando rigidi schemi rappresentativi.
Un rinnovo atto a sfruttare intelligenza e spirito d’adattamento nel mettere in scena opere capaci di offrire un respiro più ampio, valide anche al di là dei nostri confini, andando infine incontro alle diverse esigenze fruitive di un pubblico eterogeneo, stimolandolo e non semplicemente assecondandolo.
Gli spettatori, intendendo al riguardo quanti frequentano abitualmente la sala cinematografica, sono attenti alla qualità delle proposte più di quanto calcoli commerciali e numeri di conto possano far credere: questa è la grande “lezione” lasciataci da Bini e che nel documentario di Simone Isola, grazie al descritto melange di interviste, repertorio e fuori scena, suggestivo ed empatico, emerge in tutta la sua lucidità e lungimiranza.

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