The Danish Girl

1Presentato, in Concorso, alla 72ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (dove ha conseguito il premio Queer Lion) ed insignito alla recente notte degli Oscar con il riconoscimento di Alicia Vikander come Miglior Attrice Non Protagonista, The Danish Girl, diretto da Tom Hooper e sceneggiato da Lucinda Coxon adattando l’omonimo romanzo di David Ebershoff, è un film che trae la sua forza, narrativa e visiva, da un’estrema e composta classicità idonea a mettere in scena con grazia, tatto e sensibilità la storia, vera, del pittore danese Einar Wegener (interpretato con camaleontica efficacia da Eddie Redmayne), il suo viaggio verso la riappropriazione, esteriore e mentale, della propria identità più intima e naturale, mortificata, fino ad essere annientata, da costrizioni ed incomprensioni nell’ambito familiare e sociale.
Ma la prorompente e primigenia natura femminile avrà modo di destarsi dal suo sonno innaturale ed imporsi definitivamente, anche ricorrendo, primo caso nella storia, ad un rischioso intervento chirurgico, necessario per affermare con vivida forza la vera essenza di sé, Lili Elbe. Al suo fianco in questo particolare cammino avrà accanto l’innamoratissima moglie Gerda (Vikander), anch’essa pittrice, pur se inizialmente di minore fama, che sarà l’artefice della fuoriuscita di Lili dallo spesso bozzolo della conformità omologante, dove l’arroganza del giudizio umano dimentica, spesso e volentieri, come l’eguaglianza di tutti poggi sulla diversità propria di ogni essere umano.

Eddie Redmayne

Eddie Redmayne

Dal casuale contatto di Einar con degli indumenti femminili, dovendo posare per la consorte in sostituzione di una loro amica, Lili comincerà a chiedere spazio e libertà espressiva, confrontandosi spesso proprio con Gerda, come in un gioco di specchi volto a ricercare la propria identità definitiva (tema ricorrente nel film è infatti l’immagine, espressa su un dipinto o riflessa specularmente, così come ne Il discorso del re, sempre diretto da Hooper, lo era la parola e quanto ad essa collegato, i microfoni nello specifico). Come già avvenuto per altre sue precedenti realizzazioni, Hooper lavora in stretta sinergia con la sceneggiatura ed ogni elemento tecnico del film, come la fotografia di Danny Cohen, densamente pittorica e capace di assecondare un efficace simbolismo nel passare dalle tonalità fredde, distanti, quasi “ferme” della Copenaghen del 1926 dove la vicenda ha inizio, a quelle invece più calde ed avvolgenti presenti quando la narrazione si sposta a Parigi, dove Gerda e Lili, quest’ultima ora divenuta inedita musa ispiratrice della prima, si trasferiranno in cerca di maggiore libertà ed una mentalità più aperta ai cambiamenti. Il suo stile registico è del tutto morbido, mai invasivo, attento ai particolari ed alla loro valorizzazione, in interno come in esterno (il fiordo soggetto frequente dei dipinti di Einar, a rappresentare dapprima l’immobilismo presente all’interno del proprio animo e nel finale una ritrovata libertà), così come riguardo i singoli attori, cui sono rivolti suggestivi ed intensi primi piani.

3Emerge dunque, riprendendo quanto scritto ad inizio articolo, la bravura di Redmayne nel rendere con una certa misura ogni turbamento conseguente alla (ri)scoperta dell’identità perduta (le contratture del volto a celare un sorriso cui non è estranea una certa malizia, quello sguardo confuso ed incerto pur se appagato), con una femminilità che si impone con gradualità ed eleganza (il trucco, l’acconciatura dei capelli che va a sostituire la parrucca), tanto da rendere la definitiva affermazione di Lili con impagabile naturalezza, pur nella evidente sofferenza nel cercare di abbattere ogni muro che va a frapporsi fra la percezione di sé e quella proiettata all’esterno, sottoposta al giudizio altrui, pronto a vedere “guasti” fisici o mentali da “curare” con veemenza. La dolcezza e la complice comprensione espresse da Gerda (una Vikander estremamente vera e vitale, palpitante di passione non solo fisica) faranno da opportuno filtro, in forza di una immedesimazione e della forza espressa da un amore che trova la sua sublimazione in una compassione mai patetica o accondiscendente, bensì intesa a dare inedita forma al sentimento che legherà le due donne per sempre.

Alicia Vikander  e Redmayne

Alicia Vikander e Redmayne

The Danish Girl è un film che, almeno a mio avviso, grazie in primo luogo ad un perspicace di lavoro di scrittura, basato più sul smussare e levigare l’impianto mélo di base che sulla ridondanza “scandalistica” della storia in sé, intende offrire la manifestazione di una normalità al cui interno l’unica diversità da esibire è quella che appartiene a ciascuno di noi, ovvero la possibilità di fare la differenza nel corso del proprio viaggio terreno scegliendo liberamente il proprio appagamento esistenziale. Ne consegue una certa pacatezza nella rappresentazione, una linearità registica volta al classicismo più puro senza particolari picchi nell’accentuare una drammaticità il cui scaturire viene invece affidato alla nostra sensibilità più intima e profonda.
E’ il bello del “cinema di una volta”, ovvero riuscire ad emozionare e coinvolgere con il semplice effetto speciale di una valida messa in scena, oggi come ieri esempio di grande maestria cinematografica ed espressione di una concreta capacità fascinatrice.

Ascolta il podcast su Giovanni Certomà.it

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