Hunger Games: Il canto della rivolta-Parte II

1La scelta puramente commerciale, avallata sulla scia di precedenti produzioni similari (da Harry Potter a The Hobbit, passando per Twilight), volta a suddividere in due episodi il capitolo conclusivo della saga di Hunger Games, avviata cinematograficamente nel 2012 (con Gary Ross dietro la macchina da presa, poi sostituito da Francis Lawrence) e le cui basi poggiano sul trittico letterario opera di Suzanne Collins (edizioni Mondadori), ha ricevuto a suo tempo abbastanza strali da più parti, scrivente compreso, per cui ritengo che la discussione al riguardo possa essere archiviata o tutt’al più oggetto di una breve disamina su come il cinema, ancor prima d’inseguire una serialità di stampo televisivo, sia memore soprattutto dei suoi albori, ovvero i serial in stile cliffhanger propri della Hollywood del tempo che fu. E così, se la prima parte de Il canto della rivolta offriva la netta sensazione di un episodio di transizione, al pari delle realizzazioni precedenti considerando le varie sorprese disseminate in crescendo all’interno di finali bruscamente portati al termine, dal chiaro rimando “alla prossima puntata”, per la sua continuazione e conclusione ci si attendeva qualcosa di “esplosivo”; il tutto nella considerazione di come l’epopea di Hunger Games sia riuscita ad offrire da un punto di vista strettamente cinematografico, almeno a mio parere, toni più solidi e concreti rispetto ad altre opere rivolte al pubblico adolescenziale.

Jennifer Lawrence

Jennifer Lawrence

Sempre con il citato Lawrence alla regia e il duo Peter Craig – Danny Strong in qualità di sceneggiatori (coadiuvati dalla Collins), la seconda parte de Il canto della rivolta sfrutta a dovere la diluizione scaturente dalla suddetta suddivisione in due parti con una certa sagacia nella realizzazione complessiva. Viene infatti allestita una messa in scena del tutto classica nella sua rappresentazione, lontana da fragori o ritmi vorticosi, in virtù della quale si succedono sequenze d’azione accuratamente soppesate all’interno dell’arco narrativo (una su tutte l’inseguimento e conseguente assalto all’interno delle fogne di Capitol City da parte di immonde creature, Ibridi, ai danni del gruppo di combattenti intento ad entrare in città) ed altre più ponderate, con opportuno risalto dei dialoghi. Quest’ultimi si rendono idonei ad evidenziare quella che ritengo sia il tema portante dell’intera saga, offrire opportuna dimensione cinematografica e coerenza narrativa alla metafora propria del trittico letterario d’origine, forse semplicistica ma accettabile nell’ottica di un target adolescenziale, ovvero tratteggiare, all’interno di una società distopica, un futuro che guarda al passato per ammonire riguardo il nostro presente.

Julianne Moore

Julianne Moore

Una volta trasferita la guerra dall’arena al campo di battaglia reale, il conflitto trova sempre la sua amara sostanza in un’opera di teatralizzazione studiata a tavolino, da accrescere proporzionalmente con tutta una serie di accurate messe in scena, coreografate al millimetro e trasmesse via etere per suscitare incitamento o sconforto a seconda delle parti in causa. Al di sopra di tale circo mediatico si erge la figura dell’eroina suo malgrado Katniss, interpretata da Jennifer Lawrence con bravura e rara correlazione al personaggio, considerando come ne abbia assecondato sin dal primo capitolo il sofferto percorso formativo.
Da ragazza combattente in nome della famiglia e degli amici si è trasformata in Mockingjay (Ghiandaia Imitatrice), pronta a battersi per la causa rivoluzionaria, così da riportare giustizia e libertà nella nazione di Panem, annientando definitivamente il regime tirannico di Capitol City, impersonato dal presidente Snow (Donald Sutherland, al solito mellifluo e ambiguamente accomodante, alternando fiero cipiglio e compiaciuto sogghigno).
La voce narrante di Katniss propria della pagina scritta, è validamente sostituita dalla valenza registica intenta ad offrire rilevanza al dissidio proprio di una personalità in continua mutazione.

Josh Hutcherson

Josh Hutcherson

Ecco dunque intensi primi piani idonei a catturarne ogni sguardo, evidenziandone lo strazio nel constatare la tragica realtà al di fuori del Distretto 13, vero e proprio bunker sotterraneo, al cui interno è orchestrato il machiavellico gioco di scacchi ad opera della presidente Alma Coin (Julianne Moore) insieme al suo consigliere Plutarch (Philip Seymour Hoffman).
La Mockingjay conferisce voce e sostanza ad un eroismo che prende le distanze dal suo stesso mito e si alimenta d’istanze individuali oltre che collettive, conducendola a fare la mossa giusta al momento giusto, quando al culmine del proprio percorso di autodeterminazione, cui non sono estranei sentimenti di vendetta, farà fuori in un sol colpo ogni ulteriore gioco di potere.
Molto bello il confronto fra la fanciulla e Peeta (Josh Hutcherson), ormai messo in salvo ma reduce dal lavaggio del cervello ed incapace di distinguere fra vero e falso, una condizione che comunque li accumuna nel sentiero da percorrere per affermare la propria personalità. Egualmente appare efficace il dialogo fra l’ex fornaio e il buon soldato Gale (Liam Hemsworth), capace di porsi sentimentalmente da parte, sublimando la rinuncia all’amore in nome dell’ amore, chiedo venia per l’involontario gioco di parole.

Donald Sutherland

Donald Sutherland

Il ripetitivo schema da videogame proprio degli ormai annullati giochi nell’arena viene ravvivato con la trovata di una serie di trappole esplosive disseminate lungo le vie della capitale, metropoli ormai lontana da sfarzo e scintillii, dominata dalla visione di palazzi disabitati e semidistrutti.
La lugubre immagine di decadenza appare enfatizzata dalla fotografia di Jo Willems, che asseconda efficacemente i toni grigiastri delle scenografie realizzate da Philip Messina. Contribuisce poi a sottolineare il dramma in crescendo, offrendo la sensazione d’insinuante pericolo, il motivo sonoro di James Newton Howard, in particolare nelle sequenze d’azione.
La godibilità complessiva del film viene solo in parte compromessa dall’alternanza a volte un po’ brusca di momenti statici, appena ravvivati, come già scritto, dall’intensa interpretazione della Lawrence ed altri più concitati, che sembrano arrivare quasi all’improvviso. Il finale è comunque sorprendente, densamente tragico e man mano volgente verso una “normale” conclusione: Katniss, oramai unica artefice del proprio destino, sarà intenta nel portare a compimento una particolare missione, ovvero, “ricordare e di nuovo ricordare ogni cosa buona messa in atto dalle persone”, impresa, credo ne converrete con me amici lettori, probabilmente più ardua di qualsivoglia “gioco” nell’arena.

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