Fiore di cactus (Cactus Flower, 1969)

CactusFlowerScende la notte sulla città di New York, la porta di uno stabile si apre e viene fuori una giovane donna in déshabillé, uno scricciolo dai capelli biondi e dagli occhi azzurri generosamente spalancati, come se il mondo le offrisse continuamente un’occasione di valido stupore. Si affretta ad imbucare una lettera e rientra svelta nel suo modesto appartamento, dove tutta una serie di meticolosi preparativi non fa presagire nulla di buono: chiude accuratamente le finestre, apre i fornelli del gas, si stende sul letto come per dormire…
Ma un ragazzo che abita a fianco, nell’uscire di casa avverte il pungente odore sul pianerottolo e si lancia al salvataggio.
La respirazione artificiale sembra aver apportato salutari benefici ad ambedue, si può passare quindi alla fase delle presentazioni.
Lui è Igor Sullivan (Rick Lenz), scrittore spiantato, lei Toni Simmons (Goldie Hawn), commessa in un negozio di dischi; il tentativo dell’insano gesto era dovuto alla delusione per il mancato appuntamento col suo fidanzato, il maturo dentista Julian Winston (Walter Matthau), proprio nel giorno del loro anniversario.

Goldie Hawn

Goldie Hawn

La lettera imbucata poco prima era indirizzata a lui, ma ora che il suicidio non è andato in porto occorrerà bloccarla. Troppo tardi, ormai, anche se la lettura della missiva sembra aver avuto un certo effetto su Julian, che si precipita a casa di Toni, dichiarandole di essere pronto a sposarla, una volta ottenuto il divorzio dalla moglie. I problemi, però, sono appena iniziati: Toni, nella sua apparente svagatezza, è una ragazza piuttosto sensibile e ci tiene a conoscere tanto la consorte quanto i tre pargoli che hanno allietato la vita matrimoniale di Julian, così da sincerarsi sulla fine del rapporto e sulle conseguenze che possa aver apportato la nuova unione in famiglia.
Peccato che il vecchio marpione le abbia mentito al riguardo, si era inventato tutto per salvaguardare il suo status di scapolo: lungi dal narrarle la verità, occorrerà provvedere nel trovare al più presto una “moglie per finta”.
La soluzione è sotto gli occhi: l’inappuntabile infermiera Stephanie (Ingrid Bergman), da anni al fianco di Julian, provvedendo amorevolmente alla sua sussistenza lavorativa e non solo, sembrerebbe adatta allo scopo …

Ingrid Bergman e Walther Matthau

Ingrid Bergman e Walter Matthau

Sorretto da una brillante sceneggiatura, caratterizzata da dialoghi ironici, pungenti e, qua e là, anche sessualmente allusivi, ma con eleganza, opera di I. A. L. Diamond, il quale ha adattato l’omonima piece di Abe Burrows (a sua volta ispirata ad un soggetto dei francesi Pierre Barillet e Jean-Pierre Grédy), Cactus Flower si presenta come una valida commedia, certo “leggera” ma dalla sapida consistenza. E’idonea, infatti, a suscitare il sorriso insieme a qualche spunto riflessivo, non certo inedito, sul mutamento dei costumi, sociali e culturali, in atto nella società del tempo e sul ruolo del caso, dell’eventualità ricercata o fortuita, nel ricondurre il sentimento amoroso all’interno di un alveo sentimentale consono alla declinazione propria di ciascun individuo, superando paure ed incertezze. La città di New York si rende opportuno sfondo al riguardo, oltre a mitigare, con le scene girate in esterno, l’impatto teatrale assecondato dal regista Gene Sacks, maestro in tal generi di trasposizioni (Barefoot in the Park, 1967; The Odd Couple, 1968, entrambi adattamenti delle omonime opere teatrali di Neil Simon), attento in particolar modo, con suggestiva semplicità e funzionale eleganza, tanto alla resa scenica complessiva quanto, in particolare, a far sì che gli attori possano esprimersi al meglio delle loro potenzialità espressive.

Hawn e Matthau

Hawn e Matthau

Sono proprio le interpretazioni attoriali nel loro complesso a conferire una certa personalità alla pellicola, che può ricordare nella “battaglia dei sessi” e nel gioco degli equivoci l’impostazione propria della classica screwball comedy. Ecco quindi validi caratteristi come Jack Weston o Vito Scotti nei panni di eccentrici pazienti, rispettivamente un laido attorucolo ed un impenitente Ganimede, a sostenere abilmente i passi di danza messi in atto da Matthau, e, soprattutto, dall’esordiente Goldie Hawn (premiata con l’Oscar come Miglior Attrice non Protagonista). Il primo, al solito imperturbabile faccia da schiaffi, è capace di “riempire” lo schermo od offrire consistenza ad una sequenza, ad un dialogo, con un semplice sguardo o una smorfia sul viso, la seconda risulta perfettamente a suo agio, naturale e spontanea, nelle vesti di una leggiadra cook che alterna follia e svagatezza da manuale dello stereotipo ad un acume suggerito dal senso comune e dal buon cuore come opportune, rivoluzionarie, “armi” di sopravvivenza. La vera sorpresa del film è comunque, a mio avviso, la Bergman nel ruolo della rigida infermiera svedese, soffuso anche di una certa autoironia, visto che, almeno da quanto può apprendersi dal gossip del tempo, proprio in tale veste appariva a molti produttori hollywoodiani all’epoca della sua “presentazione in società”, una volta giunta in America chiamata da David O. Selznick.

Bergman e la

Bergman e la “maledetta pianta spinosa”

Più che le burrasche amorose cui vanno incontro Julian e Tony, nella composta sarabanda di fraintendimenti e scambi di partner, è l’evoluzione di Stephanie, reduce da trascorsi sentimentali non propriamente idilliaci, il tema portante dell’intero arco narrativo, il suo graduale ma improvviso sbocciare, sollecitato da improvvise attenzioni, al pari di quella “maledetta pianta spinosa” che tiene sulla sua scrivania ed accudisce con solerzia, così come fa con il suo distratto “capo”. E’ una meraviglia vederla trasformarsi, ad ulteriore testimonianza di una straordinaria duttilità, da “iceberg” o “Band Aid” in formato gigante, a detta dei maschilisti pazienti, in donna sensuale e raffinata, capace di scatenarsi insieme ad Igor in un improvvisato shake figurato di sua invenzione, prontamente denominato Il dentista. Indimenticabile poi il battibecco finale con Julian, tipicamente da matrimonio di lungo corso, al di là del mancato suggello. Cactus Flower non sarà propriamente un film da storia del cinema, né ritengo possa essere oggetto di particolari disamine critiche, ma idoneo a restare nel cuore di molti spettatori certamente sì, per la sua capacità di trasmettere, con naturale immediatezza, “affetti speciali” sempre graditi e dei quali credo possa avvertirsi la mancanza, in particolare nella proposizione propria del “cinema d’altri tempi”.

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