Indiscreto (Indiscreet, 1958)

indiscreetAdattamento cinematografico della pièce teatrale The Kind Sir ad opera del suo stesso autore, Norman Krasna, che ne scrisse la sceneggiatura, e diretto da Stanley Donen, Indiscreet è un film leggiadro e piacevolmente etereo, idoneo ad avvolgerti nelle spire di un concreto romanticismo, mai stucchevole o melenso.
Difficile non restare ammaliati dalla grazia registica espressa dalla messa in scena, volta ad assecondare la raffinatezza propria dell’ambientazione londinese (la quale risalta grazie alla splendida sinergia fra la scenografia di Don Ashton e la fotografia, in technicolor, di Frederick A. Young), e ad offrire opportuno risalto ai dialoghi estremamente brillanti, rendendo l’andamento narrativo del tutto simile all’esecuzione di una fluida partitura musicale. Altrettanto encomiabile, ma tutto il cast rivela un particolare stato di grazia, la resa recitativa offerta dalla coppia Ingrid Bergman- Cary Grant, che già aveva fatto scintille in Notorious (Alfred Hitchcock, 1944): la prima, ormai rientrata dal “viaggio in Italia” e perdonata per la sua fuga (l’Oscar conseguito come miglior attrice protagonista con Anastasia, Anatole Litvak, 1956), offre un’interpretazione ironica ed autoironica, a tratti ammantata di una certa malinconia, il secondo appare, anche più del solito, fascinoso e suadente, un gentile signore dall’animo cavalleresco.

Ingrid Bergman

Ingrid Bergman

Il sipario si apre sul palcoscenico di un lussuoso appartamento londinese, l’attrice Anna Kalman (I.Bergman) è rientrata anzitempo da una vacanza a Maiorca, come spiega alla sorella Margaret (Phillys Calvert), che le manifesta preoccupazione per la sua ritrosia sentimentale, rimproverandole di essere fin troppo esigente, perché “si sa che vi è un limite a quanto gli uomini possano essere di compagnia”.
Le propone dunque di recarsi ad un banchetto insieme a lei e suo marito Alfred (Cecil Parker), diplomatico, sviandola così da una cena solitaria a base di latte e formaggini. Tutte le scuse manifestate da Anna svaniscono all’improvviso una volta palesatosi tale Philip Adams (C. Grant), americano, economista, relatore al citato banchetto, affascinante, disinvolto, elegante ed affabile, oltre che discreto nei modi. Un tipo così, suggerisce Margaret ad Alfred, deve per forza nascondere qualche segreto, “l’ha scampata troppo a lungo”…
Infatti Philip, attratto da Anna, avvertendone la reciprocità, prima d’intraprendere il corteggiamento, le rivela, fine gentiluomo, di essere sposato e di non poter al momento ottenere il divorzio. Sarà proprio la donna, ormai del tutto conquistata dal comportamento rispettoso nei suoi riguardi, a prendere l’iniziativa, con un invito al balletto, che si trasformerà in una lunga cena ed una passeggiata notturna, prima di giungere al suo appartamento.

Bergman, Cecil Parker, Phillys Calvert

Bergman, Cecil Parker, Phillys Calvert

Certamente fatti l’uno per l’altra, la loro relazione sembra non conoscere ostacoli, lui di stanza alla sede Nato di Parigi si reca nei weekend da lei, che intanto ha ripreso con successo la sua attività di attrice, interprete di una nuova commedia.
Ma quando Philip annuncerà il suo trasferimento a New York …
Rivisitazione nostalgica, in forma di raffinato omaggio, della sophisticated comedy hollywoodiana degli anni ’30, attualizzata, con più di una sottile allusione, ai mutamenti di costume ormai in atto nella società del tempo, per quanto delineati nei toni della discrezione e di una certa moralità, Indiscreet si rivela a tutt’oggi un gioiello di scrittura e regia, riprendendo quanto scritto ad inizio articolo. La prima si sostanzia in dialoghi dalla consistenza certo teatrale, ma resi agili e “leggeri” sia dalle interpretazioni attoriali, sia dalla finezza espressa dalla seconda nel valorizzarne presenza e resa scenica “giocando” con loro, ora avvicinandosi ai volti, ora lasciando invece che siano gli interpreti ad accostarsi alla macchina da presa, così da restare avvolti, ugualmente a noi spettatori, dalla scintillante eleganza profusa a piene mani, propria di ogni ambiente visualizzato.

Cary Grant e Bergman

Cary Grant e Bergman

Sviluppando il mio suggerimento relativo all’andamento narrativo simile ad una partitura musicale, ecco che l’inizio del film può apparire come una sorta di ouverture, con la presentazione dei caratteri principali, i quali entrano in scena gradualmente, rivelando le rispettive personalità e caratteristiche comportamentali, per poi manifestare un crescendo di sensazioni appena suggerite, rese evidenti e vivide, in particolare, proprio dall’incedere in crescendo del motivo sonoro (Richard Bennet, Ken Jones).
Basti pensare alla sequenza relativa agli sguardi di Philip ed Anna in ascensore, o a quella, splendida, della passeggiata notturna per le vie di Londra (con fugace primo bacio, a lungo trattenuto, al riparo delle mura di un ponte), mentre i parametri della censura ancora presente al tempo (il Codice Hays sarà abbandonato e sostituito da altri dettami nel’67) vengono aggirati dalla particolare eleganza narrativa, ulteriormente evidenziata da un suggestivo uso dello split screen: Anna e Philip sono a letto nelle rispettive stanze, si raccontano al telefono l’andamento della giornata, e la separazione “imposta” dallo schermo diviso in due è superata dagli sguardi che sembrano incrociarsi e dalle mani che si sfiorano.

5Se è superba l’orchestrazione di ogni singolo attore (oltre ai citati Calvert e Parker, da ricordare David Kossof e Megs Jenkins, nei panni rispettivamente, dell’autista e della cameriera di Anna), non si può che restare estasiati, ancora una volta, dal fare sornione, intrigante, sagacemente mellifluo, proprio di Grant, un po’ uomo di mondo, un po’ faccia da schiaffi, fascino e classe da vendere, con una recitazione del tutto naturale anche nelle sequenze più stravaganti (come l’adoperarsi con zelo in una reel eight nel corso di una cena ufficiale). E che dire della Bergman? Indescrivibile l’empatia che riesce a trasmettere attraverso il personaggio di Anna, uno sguardo, un sorriso, una leggera smorfia di disappunto, il pianto, riescono a conferire un sapore reale ad ogni inquadratura. La sua poliedricità appare in particolare nel finale, quando viene fuori la determinata caparbietà della donna, intenta a riaffermare la propria dignità dopo l’ennesima ferita, anche con ironia (“Come osa fare l’amore con me se non è neanche sposato?”), e che sa come vendicarsi con fare sottile, pregustando ogni particolare del piano orchestrato ai danni dell’indomito scapolone, in particolare una volta insinuato in lui il tarlo della gelosia.

6Certo, l’happy end, senza timore di svelare alcunché, è scontato, ma si resta sulle spine fino all’ultimo, fra lacrime e battute sarcastiche (come quella che pronuncia Philip poco prima della conclusione, “Non piangere Anna, ti troverai bene da sposata, te lo garantisco io …”), offrendoci così il sapido sapore e la leggera consistenza della commedia d’altri tempi.
Si respira, inoltre, quell’aria pura e sincera propria di un amore sempre possibile anche quando si è avanti (relativamente) negli anni, dove l’espressione “per sempre”, a volte abusata, può conferire congruo significato ad un legame duraturo fra due persone capaci di arrendersi consapevolmente alla vita e lasciarsi andare l’uno nei confronti dell’altra, facendo affidamento anche sulle reciproche diversità. Forse uno degli ultimi esempi di cinema genuinamente romantico, un piccolo grande film da vedere e rivedere, palpitando e sospirando, perché no, nel rammentare un amore passato, godere di quello che si sta vivendo o alimentare la speranza per quanti ancora attendono una passione veramente degna di essere vissuta e condivisa fino in fondo. Ah! L’amour, toujours l’amour…

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