Mad Max:Fury Road

(Deadenfollies)

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Presentato, fuori concorso, al 68mo Festival di Cannes, Mad Max: Fury Road rappresenta tanto un reboot quanto una continuazione della saga avviata da George Miller nel 1979 (Mad Max), proseguita nel 1981 (Mad Max 2: The Road Warrior) ed infine conclusa quattro anni dopo (Mad Max Beyond Thunderdome).
Una tetralogia che ha apportato una particolare e suggestiva pregnanza cinematografica al genere post apocalittico, nella visualizzazione di un futuro distopico al cui interno l’umanità sopravvive organizzata in una “società di recupero”, oltre a conferire definitiva notorietà a Mel Gibson, carismatico protagonista di tutte e tre le pellicole. Sinceramente nutrivo non pochi dubbi riguardo la descritta riproposizione, mitigati però dalla circostanza che a gestire il tutto fosse lo stesso Miller, ancora una volta regista e sceneggiatore (in tale ultimo caso insieme a Brendan McCarthy e Nick Lathouris). La suddetta titubanza è poi del tutto scomparsa nel corso della visione del film, restando piacevolmente sorpreso dall’evidente volontà dell’autore di offrire spazio ad una coerente narrazione visiva, genuinamente folle e ludica, frutto di una fervida immaginazione che trova sfogo in un particolare e coinvolgente mix di opera rock, fumetto e videogame, dai toni parossistici e grotteschi.

2Non vengono comunque tralasciati dettagli di racconto certo interessanti, per quanto appena accennati o comunque intuibili, in particolare riguardo il tratteggio psicologico dei personaggi principali. Rilevante inoltre, che la figura classica dell’eroe, la sua essenza, sia declinata, almeno riporto la mia personale sensazione, attraverso più figure, per un’impostazione cinematografica complessiva frenetica ed adrenalinica quanto si vuole nell’assecondare una roboante spettacolarità, ma particolarmente “composta”, distante anni luce, fortunatamente, dai blockbuster più recenti. Illuminante al proposito il ricorso ai campi lunghi, nei brevi momenti di pausa dallo sfrenato cinetismo, o le nitide sequenze d’azione/inseguimento, il cui realismo si concretizza anche nel comprendere o percepire esattamente quanto sta accadendo. Max (Tom Hardy), ex poliziotto, fra i sopravvissuti alla fine del mondo, così come lo conosciamo, avvenuta ormai 45 anni fa dai fatti in narrazione, viene rapito dai War Boys, componenti di una delle tribù che ora popolano la Terra Desolata, un vasto mare di sabbia, e trasformato in una “sacca di sangue” a disposizione del popolo guerriero, considerata la purezza del suo liquido organico.

Tom Hardy (Movieplayer)

Tom Hardy (Movieplayer)

Si trova dunque prigioniero nella Cittadella, agglomerato umano e centro di produzione/raccolta riguardo tutto ciò che possa contribuire alla continuazione della specie, l’acqua, il latte materno, colture idroponiche. Tramite la concessione periodica della prima il tiranno Immortan Joe (Hugh Keays- Byrne) controlla a suo piacimento le masse imploranti, così come incita alla lotta i suoi accoliti promettendogli il raggiungimento del Valhalla una volta onusti di gloria, possibilmente sacrificale, in battaglia. Altre città esistenti sono Gas Town e Bullett Farm, dove è concentrata, come da denominazione, la produzione di combustile ed armi. Verso Gas Town sembrerebbe diretta l’imperatrice Furiosa (Charlize Theron), alla guida di una particolare autocisterna, ma in realtà il suo obiettivo è sottrarre alla schiavitù riproduttiva di Immortan Joe le sue cinque mogli e raggiungere le Terre Verdi. Ha inizio un lungo inseguimento da parte della tribù guerriera, con Max a far da riserva ematica all’esaltato Nux (Nicholas Hoult), smanioso di mettersi in luce agli occhi del sovrano…

Charlize Theron

Charlize Theron (Movieplayer)

Forte di una lucida visionarietà, Miller mette abilmente in scena un serrato road movie dal sentore metaforico, dove il viaggio lungo la Fury Road si sostanzia anche nell’affrontare i propri fantasmi, vedi gli angosciosi ricordi che tormentano Max, il dolore rappreso evidente negli sguardi di Furiosa e delle cinque donne o la “follia ragionata” di Nux. Il luogo dal quale si fugge, circolarmente, può così rappresentare anche quello da cui impostare un nuovo inizio, nella condivisione di una nuova speranza.
Nel fluire dell’iter narrativo vengono a sostanziarsi delle vere e proprie coreografie filmate (splendida la sequenza dell’assalto perpetrato dai guerrieri usando delle pertiche, stile pirati all’arrembaggio), dove giocano un ruolo ben definito e sinergico fotografia (John Seale), scenografie (Colin Gibson), montaggio (Margareth Sixel) e il ritmo di musiche heavy metal (Junkie XL), queste ultime particolarmente trascinanti, quasi lisergiche, a costituire vera e propria linfa vitale dell’intero racconto (vedi il rocker chitarrista piantato sul tetto di un veicolo o il ritmo marziale dei tamburi).

Nicholas Hoult

Nicholas Hoult (Movieplayer)

Tale caratterizzazione appare particolarmente rilevante considerando come i dialoghi siano ridotti all’osso, infatti le sfumature caratteriali sono percepibili da brevi frasi ma soprattutto da un particolare ed attento gioco di sguardi e gesti, come quello cui danno vita la bravissima Theron/Furiosa e un Hardy/Max capace di non far rimpiangere, pur volgendo verso un’autonoma interpretazione, il Gibson originario. Un po’ Shane (il protagonista, interpretato da Alan Ladd, dell’omonimo western di George Stevens, da noi noto come Il cavaliere della valle solitaria) un po’ moderno cavaliere, Max è colui che, intento nella propria essenziale missione di sopravvivenza, coltivando una probabile vendetta verso coloro che hanno reso la sua vita tormentata, si ritrova coinvolto in una serie di eventi a lui fondamentalmente estranei. Non esita però a porsi al servizio di chi, come il suo contraltare femminile, Furiosa, ne ha un’altra da porre a termine, altruisticamente e nella ricercata consapevolezza di una complicità femminile da perpetrare a tutti i costi, valida apportatrice di una efficace diversità esistenziale.

Hugh Keays- Byrne (Movieplayer)

Hugh Keays- Byrne (Movieplayer)

Un eroe è anche Nux, perché la sua esaltazione guerriera, anche grazie al sentimento, matura gradualmente verso una personale dimensione umana, distante dalla maschera freak originaria, che gli permetterà di raggiungere l’agognato Valhalla con modalità certo più spontanee di quelle imposte dal suo capo. Mad Max: Fury Road si sostanzia in definitiva come un film ad alta resa epica ed emozionale, idoneo a riportare nel genere post apocalittico una felice combinazione di follia e ragione, bellezza e casualità.
Un esempio di gigantismo cinematografico non fine a se stesso, capace di andare al di là della caleidoscopica baraonda di effetti speciali pronto uso dal sin troppo confuso e generalizzato impiego, che trova la sua ragion d’essere in una essenzializzata spettacolarità, funzionale, riprendendo quanto scritto ad inizio articolo, sia alla narrazione in sé, divertita e divertente, che all’effettivo coinvolgimento del pubblico, nell’intento, riuscito a mio avviso, di condividerne la concreta fantasmagoria, visiva ed emozionale, restituendoci l’essenza del cinema d’intrattenimento più puro e genuino.

Ascolta il podcast su Giovannicertomà.it

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