Mia madre

1Cos’è il dolore? Al di là della definizione rinvenibile in qualsiasi dizionario, la sua percezione, fisica e morale, può certo rivestirsi di varie connotazioni a seconda delle caratteristiche proprie di ciascun individuo. In Margherita (M. Buy), affermata regista, si palesa come un profondo senso d’inadeguatezza, la cui morsa attanaglia lentamente, ma sempre con maggiore forza, corpo ed anima. Nebbia che avvolge il cuore e copre lo sguardo, lascia la parvenza di un semplice sentore esistenziale volto a tutto ciò che la circonda, cose e persone, tanto nell’ambito familiare e degli affetti in genere, quanto in quello lavorativo.
Presa nelle spire di un’ansia costrittiva per non riuscire più a trasmettere nelle sue opere il senso del reale, pur affrontando nel film che sta girando pressanti problematiche quali la disoccupazione e la cessione delle fabbriche in mani straniere, tutto gli sembra finto, lontano da una concreta sensibilità propria di un vero impegno civile da esprimere con forza sullo schermo.
Né riesce a porvi rimedio ricorrendo ad accademici suggerimenti (“stai accanto al personaggio”) rivolti agli attori, in primo luogo all’estrosa star americana Barry Huggins (John Turturro), o a violente esternazioni verso la troupe, anche in forma di autocritica (“il regista è uno str***zo, cui permettete di fare tutto”).

Margherita Buy

Margherita Buy (Movieplayer)

Al di fuori dal set le cose non vanno poi molto meglio. Margherita vorrebbe vivere situazioni diverse, più fluide e compiute, da quelle ora in corso, come il recente allontanamento dall’attuale compagno. E’ separata dal marito, col quale ha messo al mondo una figlia, fonte di continui dissidi, tanto che quest’ultima trova più comprensione e complicità nella nonna materna, Ada (Giulia Lazzarini), insegnante di liceo in pensione, ora ricoverata in ospedale per le complicazioni conseguenti ad una caduta. Un momento particolare e delicato per Margherita, che sembra voler scacciare da sé l’idea di un ormai prossimo distacco dalla figura genitoriale, solido punto di riferimento e fonte di tanti ricordi.
Le è accanto il fratello Giovanni (Nanni Moretti), ingegnere, il quale sembra aver trovato nell’affettuoso accudimento rivolto alla genitrice un senso da conferire alla propria esistenza, tanto da essersi messo in aspettativa.
In realtà non ha alcuna intenzione di riprendere il lavoro: ecco un’altra manifestazione del dolore, un profondo e pregnante malessere morale che rende insignificante ogni tuo gesto nel mondo se non riesci a compenetrarti, condividendole, nelle problematiche altrui, a partire da quelle di quanti ti sono vicino.

Giulia Lazzarini e Buy

Giulia Lazzarini e Buy (Movieplayer)

Dolore è anche il disturbo cognitivo da cui è afflitto il citato attore americano, che gli rende ancora più evidente la dicotomia, propria del suo mestiere, fra finzione e realtà.
Si rincorrono i ricordi nella mente di Margherita, affiorano sempre più pulsanti ed insistenti sensazioni negative, proiezioni ansiose, fino al sopraggiungere dell’ultimo ciak, coincidente con l’arrivo di un paventato momento il quale si rivelerà però catartico per una nuova fiducia da riporre nel domani, affidando al ricordo sia l’oggi che il passato e i loro pesanti strascichi …
Scritto (insieme a Francesco Piccolo e Valia Santella) e diretto da Nanni Moretti, anche interprete, Mia madre rappresenta un’ulteriore evoluzione del suo stile registico, già evidente nel precedente Habemus Papam, 2011. La direzione infatti è molto più “morbida”, agile, intenta ad assecondare una messa in scena volutamente dimessa, ulteriormente soppesata dalla fotografia di Arnaldo Catinari e cadenzata nell’incedere narrativo dalle musiche di Olafur Arnalds, oltre che a valorizzare le intense prove recitative degli attori (Buy e Lazzarini in testa, estremamente naturali, spontanee, mai forzate, ma anche le bizzarrie di Turturro meritano un plauso). Particolarmente evidente l’abilità nel miscelare il fluire non solo di commozioni diverse, ma anche l’alternanza fra presente e passato, i ricordi di Margherita e le visioni dovute alla sua ansia anticipatoria, nell’equa suddivisione, senza contrasto alcuno, tra suggestioni oniriche e tangibilità del quotidiano. La narrazione è incline ad un costante divenire, immediatamente e naturalmente percepibile nel suo scorrere.

Nanni Moretti

Nanni Moretti (Movieplayer)

Moretti con fare ironico e distaccato, ma allo stesso tempo mesto e dolente, mette definitivamente in discussione se stesso attraverso una triplice visualizzazione della propria persona, elaborando tanto il distacco dalla madre, quanto da una dimensione, artistica e personale, che non sente più sua o comunque idonea a mutare in nome di un inedito sguardo, anche cinematografico, sulla realtà: il regista che è ora, rappresentato dall’alter ego Margherita, volto a mettersi in discussione, a farsi meno rigido (“Rompi un tuo schema, uno su duecento …” il suggerimento in sogno espresso da Giovanni), intransigente e corrosivo, alimentato al riguardo dai propri dubbi e dalle sue insicurezze emotive; l’uomo che è stato, profondamente legato al proprio lavoro tanto da ergerlo ad “altra dimensione”, parallela ma confluente a fatica con relazioni ed affetti familiari, vissute ambedue quasi per interposta persona (le manifestazioni d’affetto rivolte alla madre dagli ex studenti); l’uomo che avrebbe voluto essere (Giovanni), capace invece di staccarsi dall’ambito lavorativo per dedicarsi incondizionatamente a chi gli sta vicino, forse anche per rimediare ad incomprensioni passate.

John Turturro

John Turturro (Movieplayer)

Vi è spazio anche per l’attore delle origini, quel Michele Apicella che gridava a voce alta le inconcludenze della generazione d’appartenenza, nascondendo il proprio scollamento da una realtà che non gli andava a genio dietro vezzi ed idiosincrasie, visualizzato dal genio istrionico di Turturro.
Tre “diversità” che verso il finale troveranno non solo un emblematico ensemble, ma si riveleranno idonee, contemporaneamente, ad offrire una inedita percezione del mondo e del ruolo che si è chiamati a svolgere su tale proscenio, personale ma valida a divenire universale.
Il mutamento avrà quindi luogo attraverso la cognizione, partecipe e partecipata, di una sofferenza, o di un disagio, dal sentore comune, in evoluzione verso un’altrettanta simbiotica fiducia nei confronti dell’avvenire, per quanto ammantata di una consapevole malinconia, nell’accettazione, mai passiva, del proprio modo d’essere. Non resta altro, allora, all’essere umano alle prese con i costanti mutamenti, positivi e negativi, del mondo odierno, che affidarsi, laicamente, alla propria interiorità, nella consapevolezza che vi possano essere tante verità quanti siano i bisogni espressi nel cercare di conferire un pur minimo significato alle proprie ambasce, cui è inevitabile incorrere nell’altalenante procedere del cammino terreno.

Ascolta il podcast su Giovannicertomà.it

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roseA mia madre, che mi ha donato la sensibilità idonea a coltivare la gentilezza e a perpetrarla fra le tante difficoltà proprie di un mondo che fa di tutto per nasconderla.

Antonio

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3 risposte a “Mia madre

  1. L’ha ribloggato su Sirmar74e ha commentato:
    Un film che va’ visto per l’argomento che tratta. Chi di noi non è toccato dal dolore per la sofferenza e/o morte di un proprio congiunto. Certamente non vi si trova la speranza o il coraggio che viene dalla fede. Infatti è un film pienamente laico ma visto l’argomento e il tema inusuale e coraggioso, visto il periodo che stiamo passando, il film va sostenuto

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    • Buongiorno Maria e benvenuta in questo spazio web. Condivido il tuo pensiero e credo che del film di Moretti ne sentiremo ancora parlare per molto tempo, vedremo come verrà fuori da Cannes, dove è stato accolto con entusiasmo ed obiettività critica. Grazie della visita e del commento, un saluto.

      Antonio

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