Latin Lover/Se Dio vuole: la leggiadra consistenza della commedia italiana

Cristina Comencini

Cristina Comencini

L’italica produzione di commedie s’illumina ogni tanto, se non propriamente d’immenso, citando impunemente il poeta (Giuseppe Ungaretti, Mattina), di una luce leggiadra e consistente, la quale fa sì che determinate realizzazioni riescano ad intrattenere il pubblico col sorriso e l’intelligenza, in virtù di sceneggiature originali dai dialoghi brillanti, assecondate da una regia fluida e attenta alla messa in scena, tanto nell’insieme quanto riguardo le singole interpretazioni attoriali.

Edoardo Falcone

Edoardo Falcone

Una benvenuta diversificazione dal consueto standard seriale prefabbricato, intento a sfruttare “fenomeni” cresciuti sul web o in televisione e trasferiti sul grande schermo senza mediazione cinematografica alcuna, oppure esotici lavori altrui, adattati, senza neanche tanto sforzo inventivo, alla nostra realtà, magari con impudichi ammiccamenti a passate operazioni similari baciate, inizialmente, dal successo. All’interno delle commedie distribuite in questi ultimi mesi, che ho potuto visionare, nello sparuto gruppo di quelle veramente riuscite (di primo acchito mi vengono in mente Il nome del figlio, diretto da Francesca Archibugi e Noi e la Giulia, di Edoardo Leo), sempre a parere di chi scrive, è possibile certo aggiungere l’ultima fatica di Cristina Comencini, Latin Lover, e il debutto registico dello sceneggiatore Edoardo Falcone, Se Dio vuole.

(Movieplayer)

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La prima è sia un commosso omaggio al cinema italiano “del tempo che fu”, sia un’arguta, felice, rappresentazione di un microcosmo femminile, universo a sé stante idoneo a fare la differenza nell’inneggiare alla concreta affrancazione dalla dipendenza, consapevole o meno, da ogni trito stereotipo maschilista.
Il secondo riesce invece, con sapida levità di tocco, a visualizzare una riflessione, semplice ma non banale, sul senso del sacro nella vita di ogni giorno, la cui trascendenza è dovuta non a vacue liturgie o statici predicozzi moraleggianti, ma all’opportuna condivisione di un comune sentire, pur nella diversità delle strade intraprese, dove la pratica cristiana è resa dalla dottrina del buon senso e dalla concreta adesione di ogni azione umana alla scrittura evangelica.
Iniziando con Latin Lover, la vicenda prende piede in un paese della Puglia che ha dato i natali al grande attore Saverio Crispo (Francesco Scianna), “un talento naturale, un genio”, come lo definisce il critico Picci (Toni Bertorelli), autore della sua biografia. Qui tutto è pronto per celebrare il decimo anniversario dalla scomparsa di colui che è stato l’emblema non solo di una stagione d’oro del cinema italiano ma anche dell’amante latino, una donna (e relativa prole) per ogni corrente cinematografica abbracciata in corso di carriera.

Virna Lisi e Marisa Paredes

Virna Lisi e Marisa Paredes

E così negli anni si è venuta a costituire una famiglia intercontinentale, come viene definita dalla prima moglie Rita (Virna Lisi), che è stata accanto al marito nel corso dell’ultimo periodo della vita, i cui componenti vediamo man mano arrivare in paese: la seconda consorte, periodo spagnolo degli spaghetti western, Ramona (Marisa Paredes); sua figlia Segunda (Candela Peña), col marito e i due bambini; la primogenita Susanna (Angela Finocchiaro), il cui compagno Walter (Neri Marcorè) è stato montatore dei film del padre; Stephanie (Valeria Bruni Tedeschi), la “parentesi francese”, anche lei con fanciullo al seguito, nato da una delle sue relazioni; Solveig (Pihla Viitala), gli anni del cinema svedese, mentre è attesa Shelley (Nadeah Miranda), la figlia americana, “quella del dna”. E chissà non vi sia spazio per qualcun’altra…
Fra l’aleggiare pesante di ricordi e sensazioni, battibecchi muliebri e filiali, scambi reciproci d’accuse e malcelate gelosie, sarà l’arrivo di un uomo, Pedro (Lluis Homar), controfigura di Saverio in tante scene d’azione, a sparigliare non poco le carte in tavola e a fornire inedite consapevolezze…
Diretto dalla Comencini assecondando la bella sceneggiatura (opera sua e di Giulia Calenda) con piglio agile e brioso, nell’intento, riuscito, di smorzare l’impatto teatrale, il film si avvantaggia anche di movimenti di macchina piuttosto ariosi, ora volti ai primi piani ora ai campi lunghi, nel primo caso idonei a valorizzare le singole prestazioni attoriali, quest’ultime veramente notevoli nel combinare ironia e dramma.

Marisa Paredes, Angela Finocchiaro, Candela  Peña (Movieplayer)

Marisa Paredes, Angela Finocchiaro, Candela Peña (Movieplayer)

Superlativa, senza timore d’esagerare, l’interpretazione di Virna Lisi (la naturalezza recitativa emerge in una scena dove gestisce le conseguenze di qualche bicchiere di troppo, assecondando il fluire della memoria), la quale contribuisce non poco a rendere Latin Lover una pellicola estremamente vivida, vitale, la cui narrazione segue un percorso del tutto spontaneo, reale, nell’accumulare sensazioni, situazioni e i tanti nodi che vengono al pettine. Egualmente può dirsi per l’iter che porta al loro districarsi, demitizzando o, meglio, riportando nel giusto alveo storico e sociale, riprendendo quanto scritto ad inizio articolo, un certo cinema nostrano particolarmente intuitivo nell’individuare ed adattarsi a determinati mutamenti del costume, geniale a volte nello sfruttamento artigianale di una forte creatività. Stessa sorte per un ideale maschile cristallizzato all’interno dell’ immaginario, collettivo ma non solo, come qualcosa di risolutivo, quasi un’accettazione di riflesso della propria femminilità, del proprio essere donna, il quale evolve verso uno status affrancato da qualsivoglia condizionamento o limite, per una concreta accettazione e consapevolezza reciproca. Interessante, infine, che alla vita di ogni giorno corrispondano identici ruoli sulla scena (le donne registe e protagoniste, gli uomini in disparte a far da narratori e montatori nel raccordare le varie scene quando non da alter ego dell’attore principale).

(Movieplayer)

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Se Dio vuole nella sua struttura generale occhieggia non poco alla tradizione della commedia all’italiana propriamente detta, vedi la funzionale sinergia fra regia e sceneggiatura (anche quest’ultima è opera di Edoardo Falcone, insieme a Marco Martani) nell’assecondare l’entrata in scena dei personaggi principali, componenti di una famiglia borghese della “Roma bene” ed evidenziarne le contrapposizioni caratteriali, causa di contrasto fra di loro, insieme o presi singolarmente in varie situazioni (egregio al riguardo, nell’intercalare parallelo delle vicende, il montaggio di Luciana Pandolfelli): il padre Tommaso (Marco Giallini), stimato ed irreprensibile cardiochirurgo, gelido e moralmente zelante, il cui spegnersi anzitempo di qualsiasi slancio emotivo o passionale ha finito con il coinvolgere anche la moglie Carla (Laura Morante), un tempo “guerrigliera” sessantottina ed ora casalinga “senza un motivo” con propensione a qualche cicchetto di troppo. Vi è poi la primogenita Bianca (Ilaria Spada), svagata e nullafacente, sposata con Gianni (Edoardo Pesce), agente immobiliare, a costituire, riprendendo le parole del genitore, una perfetta coppia amebica ed infine il figlio Andrea (Enrico Oetiker), che, iscritto alla Facoltà di Medicina, sembrerebbe voler seguire le orme paterne. Ma proprio quest’ultimo sembra destare qualche preoccupazione, non ha una fidanzata, ogni sera esce col solito amico… E così quando annuncia ai genitori di voler parlare a tutta la famiglia riunita, la rivelazione sulla sua condizione di omosessuale aleggia nell’aria…

Laura Morante e Ilaria Spada (Movieplayer)

Laura Morante e Ilaria Spada (Movieplayer)

E che sarà mai per chi, liberal convinto, ha sempre ritenuto che qualsiasi diversità debba essere accolta, accettata e compresa? Ma la rivelazione di Andrea ha per oggetto tutt’altro, ovvero l’intenzione di abbracciare il sacerdozio, convinto dagli spontanei ed accoglienti insegnamenti di Don Pietro (Alessandro Gassman).
Per Tommaso, ateo e con l’idea di una Chiesa Cattolica oscurantista ad oltranza, è un duro colpo: non persuaso dal modo di fare del sacerdote, a suo dire sin troppo aperto e alla mano, si darà da fare per metterne in luce qualche eventuale altarino nascosto, giusto per restare in tema… Commedia garbata, girata con particolare grazia nell’assecondare il ritmo delle varie gag, mai corrive o pretestuose, anzi funzionali, così come i dialoghi ironici e a tratti sarcastici, a delineare ogni sfumatura psicologica dei protagonisti, ben resi da ogni singolo componente dell’affiatato cast. Al riguardo più che Giallini, piacevole conferma, o una Morante particolarmente duttile, ma che offre un’interpretazione non poi così lontana da già assunti ruoli simili, a rimanerti impressa è l’umanità espressa da Gassman, affrancato, finalmente, dal solito ruolo in odor di cialtroneria. Perfetti anche nel ruolo ed inclini a sostenere un fluire narrativo basato, come scritto, sul tema contrapposizione-avvicinamento, la coppia Ilaria Spada/Edoardo Pesce. Man mano che ci si avvicina al finale il passo si fa forse un po’ indeciso o comunque sbrigativo (la “conversione” di Tommaso, nomen omen, la presa di coscienza della propria condizione da parte di madre e figli e conseguente mutamento), ma lascia ben percepibile quello che ritengo sia l’assunto essenziale del film.

Alessandro Gassman e Marco Giallini (Movieplayer)

Alessandro Gassman e Marco Giallini (Movieplayer)

Appare evidente, infatti, l’intento di visualizzare una fede il cui senso sia rinvenibile nell’interiorizzazione di una personale spiritualità e conseguente libertà nell’affidarsi al divino o, meglio, all’immanenza del sacro nell’esistenza quotidiana, pur fra i tanti dubbi o incertezze che ne accompagnano, da sempre, la sua esternazione, cui contribuisce non poco un credo indottrinato, atto ad insinuarsi nell’animo umano con i suoi modelli di comportamento e la conseguente idea del peccato, il quale in fondo non è altro, per dirla con Pasolini (La religione del mio tempo), che “reato di lesa certezza quotidiana”. Falcone non prende una posizione sulla necessità d’assoluto che potrebbe essere desiderata o appartenere a ciascuno di noi, bensì si limita a suggerire e descrivere situazioni e caratteri, valorizzando la recitazione e lasciando agli spettatori la scelta di dove collocare la suddetta esigenza, propensa a permeare l’esistenza di un significato scevro da condizionamenti, meditato e attuato in totale autonomia. In conclusione, Latin Lover e Se Dio vuole rappresentano, rispettivamente, una piacevole conferma ed una bella sorpresa, capaci ambedue di fare la differenza all’interno del ridanciano commedificio italico. Due commedie nel senso più proprio e “puro” del termine, al cui interno acume ed eleganza di proposizione vanno di pari passo con un parametro spesso trascurato, ma di vitale importanza, ovvero il rispetto per il pubblico, il quale, più attento di quanto si creda, non può fare a meno di apprezzare e ricambiare. Un mutuo scambio che è, o dovrebbe essere, la base di ogni valida espressione artistica.

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3 risposte a “Latin Lover/Se Dio vuole: la leggiadra consistenza della commedia italiana

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