Into the Woods

1Adattamento cinematografico dell’omonimo musical (il debutto avvenne all’Old Globe Theatre di San Diego, nel 1986), ad opera dello stesso autore del libretto (James Lapine, mentre Stephen Sondheim ha composto le musiche e scritto i testi delle canzoni) e per la regia di Rob Marshall, non nuovo ad operazioni similari, a volte riuscite (Chicago, 2002), altre meno (Nine, 2009), Into the Woods vede smorzarsi sul grande schermo, almeno a mio avviso, l’impatto innovatore proprio della realizzazione originaria. Ciò accade vuoi perché, in primo luogo, il pubblico si è ormai abituato nel corso degli ultimi anni ai remake in salsa revisionista delle più note fiabe/favole e può avvertirsi al riguardo già qualche segnale di riflusso (vedi il recente successo di Cenerentola, diretto da Kenneth Branagh), vuoi, in seconda analisi, per gli aggiustamenti leziosi imposti qua e là dall’egida produttiva (Disney). Ma a dare man forte alla suddetta sensazione è la distanza registica da qualsivoglia slancio empatico, preferendo piuttosto una certa pedanteria virtuosistica nella messa in scena, lontana dalla visionarietà propriamente detta, la cui resa effettiva resta affidata alle singole interpretazioni attoriali e ad un felice impianto visivo (le scenografie, Dennis Gassner, i costumi, Colleen Atwood, e la fotografia, Dion Beebe).

Meryl Streep (Movieplayer)

Meryl Streep (Movieplayer)

Sviluppato in forma di opera lirica filmata, per quanto le varie canzoni siano state eseguite in studio e non in presa diretta, con i dialoghi in funzione di breve raccordo, Into the Woods inizialmente affascina per un avvio certo riuscito: sulle note di I Wish veniamo a conoscenza dei desideri espressi da diversi personaggi, il cui avverarsi li renderà protagonisti di tutta una serie di avventure, dapprima in solitaria e poi insieme.
Aprono le danze il Fornaio (James Corden) e sua Moglie (Emily Blunt), il cui anelito di avere un figlio è impedito dal maleficio scagliato dalla Strega (Meryl Streep) la quale tempo addietro è stata derubata, dal padre dell’uomo, fra l’altro, di alcuni fagioli magici. La fattucchiera veniva poi punita per la disattenzione da sua madre, con l’imposizione di un orribile aspetto.
Per spezzare gli incantesimi, i due dovranno procurarle, nel tempo massimo di tre giorni, una serie di oggetti: una mucca bianca come il latte (il giovane Jack, Daniel Huttlestone, sta conducendo al mercato una simile per venderla), un mantello rosso come il sangue (lo indossa Cappuccetto Rosso, Lilla Crawford, in procinto di far visita alla nonna), capelli biondi come il grano (la lunga capigliatura di Rapunzel, Mackenzie Mauzy, rinchiusa in una torre) ed infine una scarpetta pura come l’oro (l’indosserà Cenerentola, Anna Kendrick, al ballo di corte)…

Emily Blunt (Movieplayer)

Emily Blunt (Movieplayer)

Si prosegue con un certo brio, il regista nell’assecondare l’intreccio suggerito dalla sceneggiatura trasmette un sano divertimento e focalizza l’attenzione sulle vicende dei vari personaggi che hanno visto realizzarsi quanto anelato, delineando una modernità espositiva d’impronta realistica nell’avallare l’assunto di base, ovvero che le fiabe possano ancora avere un valido apporto educativo. Importante al riguardo il tema, di chiara derivazione psicoanalitica, del bosco come “selva oscura”: l’ingresso è uguale per tutti, ci si può smarrire nei suoi meandri, per poi ritrovare la via, e qui entra in gioco la diversità individuale. Un percorso necessario per comprendere quale sentiero si voglia veramente percorrere, senza escludere la possibilità di un ritorno sui propri passi o, nel dubbio, di attendere un comportamento altrui, di quanti eventualmente potrebbero esserci vicini. Emblematiche al riguardo le figure di Cappuccetto Rosso (la brava Crawford, bimbetta garrula e dotata di un robusto appetito, per quanto a volte ecceda in smorfie e moine canterine, alle prese con il Lupo/Johnny Deep, ormai gigione per tutte le stagioni, una caratterizzazione in odor di pedofilia, neanche tanto recondita) e Cinderella (interpretata magnificamente dalla Kendrick, indecisa sulla eventualità di una relazione col Principe/Chris Pine, tanto da far sì che sia il belloccio bellimbusto, educato ad essere charmant ma non sincero, a cercarla).

Anna Kendrick (Movieplayer)

Anna Kendrick (Movieplayer)

I vari numeri musicali sembrano funzionare, riporto la mia impressione, più come singole scene che in una visione d’insieme e non tutti appaiono memorabili.
Da menzionare certamente la sublime performance della Streep, “la strega della porta accanto”, che alterna con maestria ironia e toni dolenti; Agony, esternazione clamorosamente pacchiana delle pene d’amore della coppia di principi, sì, sono due, fratelli, il citato Pine per Cenerentola e Billy Magnussen a far da trastullo a Rapunzel.
L’andamento “allegro ma non troppo”, fra toni dark ed horror (sottintesi, mai svelati apertamente, vedi il trangugiare del Lupo riguardo Nonna e Cappuccetto, o il taglio di alluce e tallone da parte della Matrigna di Cenerentola, mutuato dai fratelli Grimm, riservato alle sue figliole perché possano indossare la famosa scarpetta), qualche virtuosismo (la sequenza di Cenerentola, ancora lei, bloccata, non solo materialmente, sulla scalinata del palazzo reale), psicanalisi a buon mercato e un prolisso “cazzeggiar mi è dolce in questo mare” (chiedo venia, tanto a Leopardi quanto a voi, amici lettori) prosegue fino al giungere del classico “e vissero felici e contenti”. Qui tutto si blocca improvvisamente in quanto il buon Marshall appare propenso a perdersi definitivamente nei rivoli di un rigore “fideistico” ai temi portanti del musical d’origine, mischiati tutti insieme precipitevolissimevolmente.

Mackenzie Mauzy (Movieplayer)

Mackenzie Mauzy (Movieplayer)

Il parossistico susseguirsi delle conseguenze nefaste di quanto desiderato, senza alcuna, opportuna, riflessione su ciò che si vuole, e sul perché si preghi per la sua realizzazione, e sulle possibili ripercussioni verso il prossimo, la comunità, i propri figli e delle quali si sarà responsabili (No One is Alone, canzone simboleggiante come ogni azione umana possa essere collegata alla vita degli altri), non riesce a raggiungere un’interazione concretamente corale, vacilla e frana a passi da gigante (letteralmente); magia, affabulazione, trasporto onirico, pur nel suddetto impianto realistico, divengono un informe pappone sbrodolato sullo schermo con apatica meccanicità e scarsa coerenza visiva (la pur valida fotografia, che ora privilegia un’omologante tonalità bluastra). Smarrita “la diritta via”, Marshall vaga alternando il non prendersi troppo sul serio alla manualistica aderenza ad uno schema simil autoriale che vorrebbe unire fiaba, leggenda e realtà, intento ora a tentare la strada della parodia citazionista, ora a volgere lo sguardo alla ricerca del Burton perduto, o, ancora, a percorrere, tornando spesso indietro, i sentieri lisergici propri di Gilliam. Dimentica però, d’altronde pochi sono in grado di farlo, quanto possa essere importante prendere per mano gli spettatori e condurli gradualmente all’interno di una tua visione da condividere, così da circuirli, cinematograficamente parlando, riguardo ciò che hai inteso visualizzare, altrimenti tutto finirà col sostanziarsi nel classico compitino da portare a termine e nulla di più, perdendo in sincerità e genuinità di trasposizione.

untitled (2)Attento alle cose che dici, i figli ascoltano. Attento alle cose che fai, i figli vedono. E imparano. Attento a ciò che desideri, i desideri sono figli. Attento alla strada che prendono, i desideri si avverano ma a caro prezzo… (Finale di Into The Woods, Children Will Listen)

Oscar Wilde

Oscar Wilde

Quando gli dei vogliono punirci, esaudiscono le nostre preghiere (Oscar Wilde).

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