Archivi del mese: settembre 2012

Darsi all’ippica

darsi-allippica-L-WxtZhT“(…) Mi dica, lei cosa fa quando non lavora?
“Gioco alle corse, vado in giro …”
Niente donne ?
“Di solito qualche interesse ce l’ho sempre”.
Che potrebbe includere anche me?
“Lei mi piace, gliel’ho detto”.
Sono lieta che sia così. Ma non me l’ha dimostrato molto…
“Neanche lei”.
Devo dire che anch’io sono un’appassionata di cavalli. Ma voglio prima vederli un po’ al lavoro, vedere se vincono di forza o d’astuzia, capire cos’è che li fa vincere, la loro natura…
“Ha capito la mia?”
Credo”.
“Coraggio”.
Con lei bisogna allentare le briglie, le piace essere in testa… Prendere il comando… Se rientra nel gruppo, riprende nel finale…
“Neanche lei ama le briglie”
darsi-allippica-L-_V4HuoFinora nessuno me le ha messe. Qualche idea?
“Prima dovrei vederla al lavoro sul terreno. Certo, lei ha classe, ma non so se resiste alla distanza”.
Molto dipende da chi è in sella. Devo dire che lei ha l’aria di saperci fare. Finora si è comportato ottimamente”.
“C’è una cosa che non capisco”.
Qual è la mia natura?
“Ah, ah …”
Gliene darò un’idea. Con me non serve lo zuccherino…
(…)
Estratto da un dialogo tra Vivian Sternwood (Lauren Bacall) e il detective privato Philip Marlowe (Humphrey Bogart), nel film Il grande sonno, The Big Sleep, ’46, regia di Howard Hawks, dall’omonimo romanzo, ’39, di Raymond Chandler.

Un ricordo di Herbert Lom

Herbert Lom

Herbert Lom

Il nome di Herbert Lom, all’anagrafe Herbert Karel Angelo Kuchacevič ze Schluderpacheru, probabilmente non dirà nulla a molti, a meno che non citi il suo ruolo più famoso, quell’ispettore capo Dreyfus, che ha interpretato a partire da Uno sparo nel buio, (A Shot in the Dark, ’64, Blake Edwards) contraltare, “martirizzato” in puro stile slapstick, della goffaggine del detective Closeau- Peter Sellers: dal taglio del dito con la ghigliottina per i sigari, passando per il tic che si presenterà da qui in poi puntuale ogni volta che verrà semplicemente nominato il maldestro sottoposto, senza dimenticare il ricovero in apposita struttura, sino al piano da mad doctor per eliminare il poliziotto (La pantera rosa sfida l’ispettore Closeau, The Pink Panther Strikes Again, ’76, sempre per la regia di Edwards)… Indimenticabile anche il “grido di battaglia”: “Dammi dieci uomini come Closeau e io ti distruggo il mondo”.

Herbert Lom e Peter Sellers

Herbert Lom e Peter Sellers

L’attore ceco (Praga, 1917) è morto a Londra lo scorso giovedì, 27 settembre: nel corso della sua carriera ha recitato circa in cento pellicole, e in ognuna ha lasciato il segno per la sua interpretazione, sempre calzante nel ruolo affidatogli e contraddistinta da un certo elegante aplomb. Debutta nel film ceco Zena pod křížem, ’37, Vladimir Slavínský, progredendo man mano da semplice attore di supporto a ruoli di non protagonista o interprete principale, in particolare una volta trasferitosi in Inghilterra, nel ’39, iniziando ad apparire in molti film inglesi; interpretò due volte il ruolo di Napoleone Bonaparte (Il nemico di Napoleone, Carol Reed, ’42 e Guerra e pace, ’56, King Vidor), lo si è visto in grandi produzioni cone Spartacus, Stanley Kubrick, ’60, o El Cid, ’61, Anthony Mann, e lo si ricorda con piacere affiancare (era il sig. Harvey) Sellers e Alec Guinnes in quel condensato di humour tipicamente british che è La signora omicidi(The Ladykillers, ‘55, Alexander Mackendrick).

Nel video, una scena tratta da La pantera rosa sfida l’ispettore Closeau.

“Cesare deve morire” candidato agli Oscar 2013

cesare-deve-morire-candidato-agli-oscar-2013-L-skC2m0L’apposita commissione selezionatrice (Angelo Barbagallo, Nicola Borrelli, Francesco Bruni, Martha Capello, Valerio De Paolis, Piera Detassis, Nicola Giuliano, Fulvio Lucisano e Paolo Mereghetti) istituita, su incarico dell’Academy Award, presso l’Anica ha espresso il suo verdetto: Cesare deve morire, regia di Paolo e Vittorio Taviani, sarà la pellicola rappresentante il nostro paese alla selezione del Premio Oscar per il miglior film in lingua straniera; l’Academy renderà note le nomination il 10 gennaio 2013, mentre il 24 febbraio avrà luogo la serata di premiazione.

I fratelli Taviani

I fratelli Taviani

Personalmente, pur non avendo potuto ancora visionare la pellicola (attendo il dvd), causa i soliti problemi distributivi della mia zona (anche, se a onor del vero, mi pare che a livello nazionale le cose non siano andate meglio), la ritengo un’ottima scelta, perché Cesare deve morire, già premiato con L’Orso d’Oro a Berlino e vincitore di cinque David di Donatello ( attualmente è in concorso al New York Film Festival) rappresenta il ritorno ad un cinema italiano non solo di qualità (al riguardo, tra i film in corsa per la selezione vi erano ottime proposte), ma che sa recuperare e fare concretamente propria la voglia di sperimentare, di mettersi in gioco, pur nella scia della tradizione di una cinematografia d’impegno civile.

Gli “avversari” in campo si preannunciano agguerriti, in attesa che, domani, si pronunci la Spagna: Quasi amici, Olivier Nakache, Eric Toledano (Francia); Sangue do meu Sangue, João Canijo (Portogallo); Amour, Michael Haneke (Austria); Pieta, Kim Ki-duk (Sud-Corea); Fill the Void, Rama Burshtein (Israele); A perdre la raison, Joachim Lafosse (Belgio); Children of Sarajevo, Aida Begic (Bosnia-Herzegovina); A Royal Affair, Nikolaj Arcel (Danimarca); Barbara, Christian Petzold (Germania); Kon-Tiki, Espen Sandberg e Joachim Rønning (Norvegia); 80 Million, Waldemar Krzystek (Polonia); Beyond the Hills, Cristian Mungiu, (Romania); The Hypnotist, Lasse Hallström (Svezia); Sister, Ursula Meier (Svizzera).

Per ricordare gli ultimi successi italiani al riguardo, dobbiamo tornare indietro nel tempo, ad un passato relativamente recente per le nomination (2006, La bestia nel cuore, di Cristina Comencini) e un po’ più distante riguardo l’agognata statuetta: correva l’anno 1999, La vita è bella, di Roberto Benigni… Usque tandem…?

Ribelle – The Brave (3D)

wdfgC’era una volta, nel lontano Medioevo, una giovane principessa di nome Merida: chioma rossa e riccia, spirito coraggioso, viveva in un villaggio delle brumose Highlands scozzesi ed era la primogenita di Re Fergus e della Regina Elinor, la quale faceva di tutto per impartire alla figlia le regole del “buon regnare”.
Ma la fanciulla, insofferente, preferiva all’etichetta di corte le cavalcate in groppa al fido destriero Angus, arrampicarsi su ripide pareti di roccia e il tiro con l’arco, arma donatale dal padre. In seguito all’invito rivolto da Elinor ai signori dei regni vicini, perché i loro primogeniti venissero presentati alla principessa, in odor di matrimonio, ecco in arrivo lo strappo definitivo con la famiglia, alla quale si erano aggiunti nel tempo tre gemelli birbantelli, infatti Merida non solo osava sovvertire le regole del cerimoniale, ma ricorreva all’incantesimo di una strega per mutare il proprio destino …

 Re Fergus e la Regina Elinor

Re Fergus e la Regina Elinor

Diretto da Mark Andrews, succeduto durante le riprese a Brenda Chapman, coadiuvato da Steve Purcell (i tre sono anche autori della sceneggiatura, insieme a Irene Mecchi), Ribelle- The Brave rappresenta un efficace sincretismo tra le tradizionali tematiche “made in Disney” e la mirabilia tecnica, ulteriormente consolidata, non disgiunta da un felice taglio narrativo, della Pixar, la quale raggiunge al suo tredicesimo lungometraggio un livello d’estrema veridicità: la morbida, flessuosa, mobilità dei capelli della protagonista, gli splendidi scenari, spesso funzionali ad una correlazione ambiente-personaggi, la cura doviziosa di ogni particolare (i vestiti, il muschio sugli alberi, la luce filtrata nella foresta) ed un 3d sostanzialmente neutro, nel senso che né aggiunge né toglie nulla alla suddetta bellezza delle immagini, molto vicine a quelle di una pellicola non d’animazione.

ribelle-the-brave-3d-L-q9FAy5Molte le sequenze particolarmente riuscite, le galoppate nella campagna scozzese, la scalata di una scogliera nei pressi di una cascata, la scoperta di una casetta dove vive una vecchina dal doppio lavoro, intagliatrice e strega (con tanto di corvo perfido consigliere, un po’ come il Ratface, da noi Gennarino, della fattucchiera Amelia, Magica De Spell), altre possono apparire invece scontate (come l’apparizione dei fuochi fatui), con richiami evidenti oltre che alle realizzazioni Disney d’antan (vedi il sottofondo di amene canzoncine, affidate a Noemi nella versione italiana:mi aggiungo al coro di molti, perché non lasciare l’originale, Julie Fowlis, sottotitolato?), alla visione poetica, ed estetica, propria di Hayao Miyazaki. Ciò di cui si avverte la mancanza, rispetto alle precedenti pellicole Pixar, è un’interiorizzazione appena più adulta, un tocco elegiaco ( a chi scrive si gonfia il cuore solo a sentire nominare capolavori come Wall- E e Up) che permetta un agevole ingresso nel mondo delle fiabe anche agli adulti volontari alla visione.

I tre gemelli pestiferi: Harry, Hubert, Hamish

I tre gemelli pestiferi: Harry, Hubert, Hamish

La struttura è quella tipica di un racconto di formazione, il tema della crescita, con il passaggio dall’adolescenza verso l’età adulta, il conflitto nato dal desiderio di far sì che quanto gli altri vedono in noi, a partire dai familiari, coincida il più possibile con quanto si riesca a vedere di se stessi, ma la sceneggiatura spesso glissa, preferisce miscelare verismo e vivace ironia (le tre birbe matricolate, emule, tra scherzi, dispetti ed ingegno tuttofare dei primissimi Qui, Quo, Qua, la caratterizzazione dei pretendenti, tanto nell’idioma che nell’aspetto fisico), riuscendo a dar vita ad un felice intreccio storia-fantasy, attingendo dal folklore delle leggende scozzesi.

ribelle-the-brave-3d-L-5N36yAComunque non viene mai perso di vista il tono protofemminista nel delineare le figure di madre e figlia, il tema del loro confronto e necessaria metamorfosi (anche fisica nel primo caso) per potersi rendere conto di essere in fondo l’una parte dell’altra, con il coraggio a farsi comune denominatore: cambiare il proprio destino coincide spesso nel semplice lasciar fluire gli eventi e adattarli al proprio modus vivendi, alle inevitabili responsabilità insite nel far parte di una famiglia e nel necessario ruolo all’interno della società. Una volta uscito dalla sala ciò che ti porti dentro è la primaria sensazione di aver assistito all’ennesimo prodigio tecnico, ma qualcosa nel cuore rimane, quanto basta a fare proprie, seppure per un attimo, le parole di Merida: “Si dice che il nostro destino sia legato alla terra, di cui siamo parte, così come lei è parte di noi. Si dice anche che il destino sia cucito come un tessuto, e che la vita di ognuno di noi sia intrecciata a quella di molti altri. Tutti cercano il proprio destino, o tentano di cambiarlo. Alcuni non hanno fortuna, mentre altri vengono aiutati a trovarlo”. Che ci volete fare, credo ancora alle fiabe …
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ribelle-the-brave-3d-L-a2iHaAUn breve commento al cortometraggio La luna, 2011, scritto e diretto da Enrico Casarosa, candidato al Premio Oscar 2012 nella categoria “Migliore Corto D’Animazione”, molto bello nella sua apparente semplicità e perfettamente in linea con le tematiche del film Ribelle cui è abbinato: poetico ed emozionalmente introspettivo, pur nella breve durata, narra l’iniziazione di un bambino ad un particolare lavoro da parte del padre e del nonno, delineando efficacemente il tema della crescita, con la possibilità di trovare la propria strada nella vita, pur nella continuità della tradizione, mediando tra il proprio modo di vedere le cose e quello altrui.

Epizephiry 2012: i componenti della Giuria Tecnica (Cortometraggi/Mediometraggi)

epizephiry-2012-i-componenti-della-giuria-tec-L-iQFJjkEcco i componenti della Giuria Tecnica di Epizephiry International Film Festival (VI Edizione, dal 15 al 17 novembre), relativamente alla sezione Cortometraggi e Mediometraggi, coordinata da Renato Mollica, Direttore Artistico, e da Patrizia La Fonte (autrice ed attrice, cinematografica, teatrale e televisiva), Vice Direttore: Stefano Saverioni (documentarista, direttore della fotografia, operatore ed editor), Renato Scatà (creatore e Direttore Artistico del Floridia Film Fest, critico cinematografico), Gianluca Sia (attore e regista), Alessandro Denti (Docente Dams Roma3). La giuria si riunirà a Roma nel mese di ottobre.

Nazarín (1958)

 Luis Buñuel

Luis Buñuel

Cineasta estremamente lucido nel suo vivido sarcasmo antiborghese, Luis Buñuel (1900-1983) rientra nel novero di quei pochi autori che nel corso della loro carriera sono riusciti ad evolversi, a mutare il loro stile, mantenendo intatta l’ispirazione originaria, nel caso specifico proporre una personale visione della realtà, cercando una condivisione attraverso la proposizione cinematografica, nella ferma capacità di cogliere, in ogni minima sfaccettatura, tutte le contraddizioni proprie dell’uomo moderno.

Dai furori eversivi, nella forma e nel contenuto, delle prime opere, in piena adesione al movimento surrealista, i mediometraggi Un chien Andalou, ’29, e L’age d’or, ’30, scritti insieme a Salvador Dalì, sino all’ultimo film realizzato, Quell’oscuro oggetto del desiderio, ’77, considerando nel novero anche alcune pellicole “alimentari”, volte cioè a tener conto delle esigenze di mercato, il cinema di Buñuel si delinea come quello proprio di uno spirito libero, per dirla con le sue stesse parole, “un’arma magnifica e pericolosa (…). Lo strumento migliore per esprimere il mondo dei sogni, delle emozioni e dell’istinto”.

nazarin-1958-L-LWiaPBNazarín, Gran Prix International al Festival di Cannes del ’59, tratto da un romanzo di Benito Pérez Galdós, per la sceneggiatura di Julio Alejandro e dello stesso Buñuel ( e la collaborazione ai dialoghi di Emilio Corballido), splendidamente fotografato in bianco e nero da Miguel Figueroa, costituisce uno dei primi momenti di riflessione del regista spagnolo su determinati temi che verranno ulteriormente approfonditi nelle opere seguenti: cosa determini l’agire terreno dell’uomo e quanto possa influire al riguardo il credo religioso, visualizzato nelle sue derive assolutiste, utopiche e superstiziose, che spesso ne rappresentano l’adattamento alle varie necessità e circostanze incontrate ed affrontate dall’umanità nel suo cammino.

 Francisco Rabal

Francisco Rabal

Ambientato nel Messico d’inizio Novecento, sotto la dittatura di Porfiro Diaz, il film ha come protagonista Padre Nazario (Francisco Rabal), un prete cattolico “insolito”: applica alla lettera il dettato evangelico, vive “povero tra i poveri”, definisce la proprietà come appartenenza delle cose a chi ne ha bisogno e più che pretendere e chiedere preferisce sopportare. Costretto a dismettere l’abito talare dopo aver accolto nella sua abitazione la prostituta Andara (Rita Macedo), accusata di omicidio, che lo seguirà nelle sue peregrinazioni insieme alla giovane Beatríz (Marga Lopez), abbandonata dall’uomo di cui è innamorata, Nazario vedrà la sua fede vacillare: l’offrirsi incondizionato al mondo sarà infatti avvolto nelle spire sempre più avvolgenti di un’estrema commistione tra Bene e Male, nel fraintendimento fra la misericordia richiesta e il sacrificio non preteso da un Gesù reso divino, ma sempre uomo tra gli uomini.

nazarin-1958-L-te0KODA metà strada tra una moderna parabola e l’apologo morale, la pellicola delinea la figura di Nazario essenzialmente come un alter Christus, nei modi esternati e in tutte le vicende in cui si trova coinvolto: il rifugio presso il prete che vive “rispettando la dignità del sacerdozio” (le tentazioni nel deserto), le incomprensioni tanto con i lavoratori (si lavora per la paga, non per un pezzo di pane) che con la classe istituzionale, civile e cattolica ( i farisei “sepolcri imbiancati”), il dialogo tra Andara e Beatríz su chi sia la prediletta (come le evangeliche Marta e Maria), l’arresto in un orto (Getsmani), il confronto con i due ladroni, senza promessa del Regno dei Cieli a quello “buono”, bensì offerta da parte di quest’ultimo della terrena realtà (“A che serve la vostra vita? Io sono dalla parte cattiva, voi dalla buona, ma non serviamo a niente nessuno dei due”), il momentaneo vacillare (“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”) di fronte ad un gesto spontaneamente solidaristico (l’offerta di un frutto) da parte di una contadina, mentre s’incammina verso la condanna definitiva, solo, Cireneo di se stesso.

nazarin-1958-L-WMhjCeA distanza di anni, Nazarín mantiene ancora forte ed estremamente attuale l’idea di quanto possa essere utopico attuare la violenza “eversiva” del messaggio evangelico, considerato tanto letteralmente, quanto in una visione dottrinale ed istituzionale: l’uomo è spinto essenzialmente dal bisogno e, per quanto possa elevarsi verso il cielo, più che raggiungerlo anela e pretende che sia quest’ultimo a scendere sulla terra, confondendo spesso la ritualità con la superstizione, pur di appagare la propria voglia di vita, nel senso più materiale del termine, arrivando a confondere l’estasi propriamente detta con languori ben più corporali (la moribonda che alla riconciliazione con Dio preferisce poter riabbracciare il suo uomo; l’isterismo compulsivo di Beatríz, in particolare quando, incalzata dalla madre, comprende di amare Nazario come uomo e non la sua spiritualità).

nazarin-1958-L-48JHheCome si evince dal finale del film, almeno questa è la mia personale interpretazione, la fede, per divenire autenticamente unitiva, dovrebbe superare il livello meramente confessionale, facendosi espressione di una profondità solidale tra esseri umani, sostituendola alla carità elargita come canonico “dovere”, in nome di un Dio condiviso e condivisibile da tutti, pur nella diversità di ogni credo, per una nuova vita relazionale.

La libertà di una visione

Rutger Hauer

Rutger Hauer

“Bella esperienza vivere nel terrore, vero? In questo consiste essere uno schiavo!
Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione… E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser… E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia… È tempo di morire…”

Le ultime parole del replicante Roy Batty (Rutger Hauer), rivolte al poliziotto Rick Deckard (Harrison Ford) nel finale del film Blade Runner, regia di Ridley Scott, dal romanzo di Philip K. Dick Do Androids Dream Of Electric Sheep?, 1968, pubblicato in Italia di volta in volta con tre differenti titoli ( Il cacciatore di androidi, Blade Runner, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?).