La scomparsa di Patò (2010)

43Presentato come Evento Speciale, fuori concorso, al Festival Internazionale del Film di Roma nel 2010 (V edizione), ma distribuito due anni più tardi per problemi legati ai diritti, La scomparsa di Patò rappresenta la prima trasposizione cinematografica di un’ opera di Andrea Camilleri, l’omonimo romanzo pubblicato nel 2000 (Mondadori), che trae il suo spunto narrativo da un episodio narrato da Leonardo Sciascia in A ciascuno il suo (Einaudi, 1966) e meriterebbe, a parer mio, un “recupero alla visione”, almeno tra le pareti domestiche, considerando modalità realizzative ed interpretazioni offerte dagli attori.

La vicenda ha inizio a Vigata, Sicilia, nel 1890, il giorno di Venerdì Santo:come ogni anno, va in scena sulla piazza del paese Il Mortorio, rappresentazione della Passione di Gesù Cristo, cui partecipano come attori gli abitanti del paese.
Tra questi, ad interpretare il ruolo di Giuda l’integerrimo ragioniere Antonio Patò (Neri Marcorè), tutto lavoro, famiglia e chiesa, cui è affidato il coup de theatre della messinscena, quando il traditore si suicida e la sua anima precipita negli inferi, ovvero nel sottopalco, tramite apposita botola, solo che dopo tale caduta l’uomo sembra scomparso nel nulla. Iniziano le indagini, ad opera del delegato di Pubblica Sicurezza, Ernesto Bellavia (Maurizio Casagrande), “persona del Nord” (Napoli) e del maresciallo dei Reali Carabinieri Paolo Giummaro (Nino Frassica), i quali prima si ostacolano a vicenda, poi avviano una collaborazione, in particolare una volta che i rispettivi superiori hanno ricevuto pressioni da Roma (lo zio senatore di Patò), stringendo infine alleanza nel ricostruire ed “adattare” la verità …

La pellicola può vantare tra le frecce al suo arco in primo luogo una sceneggiatura piuttosto solida, cui ha collaborato lo stesso Camilleri, opera di Maurizio Nichetti e di Rocco Mortelliti, il regista del film, la cui esperienza nell’ ambito teatrale, operistico in particolare, ha permesso poi, tanto una ricostruzione accurata, quanto una valorizzazione di ogni singolo interprete, dalle semplici comparse, rese funzionali alla narrazione nel far risaltare ogni sfumatura caratteriale, anche da un semplice gesto o modo di parlare, passando per validi caratteristi quali Flavio Bucci e sottolineando le “apparizioni” di Marcorè, per arrivare ai due protagonisti, Frassica e Casagrande: liberi dalla facile macchietta, offrono una bella caratterizzazione dei rispettivi personaggi, volta alla classica interazione, nello scambio delle battute e nel rispetto dei tempi comici, a rendersi l’uno complementare dell’altro.

Rimarcando il coraggio (almeno nell’ambito delle nostre produzioni) di cavalcare un genere, il giallo, per di più in costume, usando toni da commedia, giocando sul filo dell’ironia e della satira sociale, rispetto all’opera d’origine si è però scelto di evitare quell’ardita rappresentazione del fitto carteggio tra i vari organi istituzionali propria della pagina scritta, alternato ad articoli di giornali e alla proposizione delle opinioni più disparate, preferendo, nell’evidenziare la fitta nebbia propria del linguaggio burocratese, che fa tutt’uno con il clima omertoso o comunque con la volontà d’insabbiare anche l’evidente, una costruzione piuttosto semplice, inframmezzata dall’apertura e chiusura di veri e propri siparietti.

All’interno di quest’ultimi, man mano che si procede agli interrogatori, vengono visualizzati i vari personaggi, ognuno riferente un piccolo particolare utile alla soluzione del caso, e gli “interventi dall’alto” per gli accomodamenti più opportuni atti a rinfrescare onore e rispettabilità dell’integerrimo ragioniere, sul quale la popolazione ha già espresso il suo parere con scritte sui muri o filastrocche palesate per bocca dei bambini intenti nei loro giochi (Giuda murì, Patò spirì.Spirì Patò.Cu l’ammazzò? Quantu patì. E po’, pirchì Patò spirò?).

Durante il percorso la narrazione mostra spesso il fiato corto, da un punto di vista strettamente cinematografico, ritrovando però un certo slancio al riguardo nel finale, quando la verità verrà scoperta, ma non propriamente rivelata, riuscendo, inoltre, a conferire un senso di profonda amarezza nel dare risalto a tutta la protervia del potere volta a far accettare un determinato avvenimento così come si vuole che lo sia, divenendo parte integrante del quotidiano, con evidenti riferimenti all’attualità, oltre i confini dell’isola: più che ansie ed insicurezze, viene alimentata la tragica certezza sia del gattopardiano “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, sia del tristemente lungimirante “Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…”, espresso dal Don Gaspare Uzenda de I Viceré (1894) di Federico De Roberto.

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