Archivi del mese: maggio 2012

Festival CinemAmbiente 2012

festival-cinemambiente-2012-L-Hk4TUWPrende il via oggi a Torino la XV edizione del Festival CinemAmbiente, diretto da Gaetano Capizzi e organizzato dal Museo Nazionale del Cinema del capoluogo piemontese, per concludersi martedì 5 giugno, data in cui si festeggierà il WED- World Environment Day-, la Giornata Mondiale dell’Ambiente promossa da UNEP (United Nations Environment Programme), di cui la kermesse è partner ufficiale: per l’occasione sarà proiettato, anteprima italiana, e contemporaneamente nelle sale aderenti al circuito The Space di trentaquattro città, il film La vita negli oceani, di Jacques Perrin e Jacques Cluzaud (Il popolo migratore). Previsto poi l’intervento di Neri Marcorè, doppiatore della versione italiana e tra i componenti della giuria della sezione Concorso Internazionale Documentari, insieme, tra gli altri, a Yann Arthus-Bertrand, fotografo paesaggista e regista del quale verrà presentato, sempre in anteprima e tra gli eventi speciali, il suo nuovo documentario, La Soif du monde.

L’inaugurazione sarà invece affidata, ore 21:00, presso il Cinema Massimo, a Chasing Ice di Jeff Orlowsky, inserito all’interno del Concorso Internazionale Documentari e già vincitore dell’ Excellence in Cinematography Award al Sundance Film Festival 2012.
Oltre cento i film in programma, suddivisi tra sezioni competitive nazionali ed internazionali (Concorso Internazionale Documentari, Concorso Documentari Italiani, Concorso Internazionale Mediometraggi), la sezione Panorama ed infine la sezione Ecokids, dedicata al pubblico più giovane, inaugurata quest’anno dall’anteprima di Lorax – il guardiano della foresta, 3d, di Chris Renaud e Kyle Baldain. Saranno presentati inoltre i lavori realizzati all’interno di Territorio Maneggiare con Cura, un progetto per la produzione e la diffusione di tre audiovisivi sul tema del consumo del suolo realizzato nel quadro di Azione ProvincEgiovani, iniziativa promossa dall’UPI e finanziata dal Dipartimento della Gioventù della Presidenza del Consiglio dei Ministri e gestita dall’Unione delle Province d’Italia.

Quest’anno CinemAmbiente ha scelto di dare una definizione più concreta allo spazio dedicato al dibattito, in modo che le tematiche affrontate dal Festival (la crisi economica, il concetto di progresso, gli stili di vita, il modello sociale ed economico vigente) possano essere approfondite attraverso l’incontro con persone che si sono concentrate negli anni sullo studio di questi argomenti, per cui il consueto appuntamento relativo alle presentazioni di saggi e testi, si trasformerà in Ecoletture, un’ occasione di apprendimento, scambio e confronto parlando di scienze ambientali e green economy, di bicicletta ed orti urbani.

Numerosi anche gli eventi collaterali, come, tra gli altri, Barche “parlanti”, progetto nato da un’idea visionaria della regista Laura Fusco, un viaggio spettacolare lungo il Po, in cui piccole imbarcazioni si trasformano in veri e propri palcoscenici dove gli attori si esibiranno per un pubblico ristretto, recitando brani della mitologia antica incentrati sul tema dell’acqua, o le due mostre d’arte contemporanea, On Air – Radio Upcycle, dal 31 maggio al 7 giugno presso la Pow Gallery di Torino, riflessione sul concetto di recupero di materiali di scarto per creare opere d’arte e On Air – Radio Raee, il 9 giugno presso il Polo Trattamento Rifiuti di Gaia a Valterza (Asti), una serie di interventi tra pittura, scultura e videoarte su una tettoia di rifiuti elettronici.

Ulteriori informazioni riguardo programma, eventi collaterali e film in concorso: http://www.cinemambiente.it

Claudio Sottocornola: domani in rete la terza parte del progetto Working Class, “Anni ’60”

Claudio Sottocornola

Claudio Sottocornola

Domani, giovedì 31 maggio, sul sito http://www.claudiosottocornola-claude.com, sarà disponibile in video la terza parte del progetto web Working Class, ideato dal “’filosofo del pop” Claudio Sottocornola: dopo il grande interesse suscitato, arriva anche su su Youtube il percorso attraverso le canzoni nella Storia recente italiana che, a partire dall’ultimo giorno di ogni mese, da marzo (ultimo appuntamento il 31 luglio), propone un nuovo live, mix delle sue famose lezioni-concerto sul territorio.

Anni ‘60 segue a Teen-agers di ieri e di oggi e Decenni, già in rete, e rappresenta l’occasione per entrare nel vivo del repertorio più amato da Sottocornola, che non ha mai nascosto di considerare quel mitico decennio, anagraficamente associato per lui agli anni dell’infanzia, un periodo aureo e irripetibile della Storia del secondo Novecento, quando “si affacciavano alla ribalta… personaggi come Bob Dylan e Allen Ginsberg, Andy Warhol e Lou Reed, dove cinema, letteratura, rock e arte varia si fondevano nell’elaborazione di un modello culturale che sarebbe diventato planetario”. Anche se la musica che arrivava in Italia risultava edulcorata rispetto ai contenuti più caustici e corrosivi del rock anglosassone, dallo jé-jé al beat, dal flower power alla contestazione studentesca, il nostro Paese riuscì comunque ad elaborare in quegli anni una colonna sonora pop-rock e d’autore che sarà poi esportata in tutto il mondo.

claudio-sottocornola-domani-in-rete-la-terza--L-Qz4RG1Se nella prima parte si va dalla associazione di Volare con Stand by me (l’una apre e l’altra chiude il percorso), all’insistenza sul repertorio delle grandi dive di quegli anni (troviamo Cuore e Fortissimo della Pavone, insieme ad un medley con La partita di pallone e Il ballo del mattone; di Mina Se telefonando ma anche E se domani, di Patty Pravo Se perdo te), fino all’analisi della grande canzone d’autore (Sapore di sale di Paoli, La musica è finita di Bindi, Geordie di Fabrizio de André), nella seconda invece prevale l’attenzione alle nuove istanze critiche e alla fine del decennio, con brani quali Che colpa abbiamo noi dei Rokes o la beatlesiana e struggente Let it be, quasi epitaffio dell’intera decade.

Ci si sofferma così sull’inestricabile intreccio fra canzone e società, storia e costume, quotidiano ed epocale, tracciando ritratti dei grandi personaggi della canzone riletti come icone di un’intera generazione: pagine d’ intensa emozione, tutte giocate sulla stretta attualità in cui il filosofo-performer rilegge, ricolloca e reinterpreta i suoi brani prediletti, con piglio malinconico e risentito quanto basta per fa passare il messaggio che quelli erano davvero, per lui ma forse anche per noi, giorni migliori.

Il primo uomo

213Premio della Critica Internazionale all’ultima edizione del Toronto Film Festival e, mistero italico, escluso dal novero dei film in concorso alla 68ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, Il primo uomo, scritto e diretto da Gianni Amelio, è, a parere di chi scrive, un film particolarmente bello ed intenso: inizialmente può lasciare un po’ sconcertati, considerandone la essenzialità e il rigore formale, pur nella suggestione visiva offerta dalle immagini, ma nel corso della narrazione riesce a coinvolgere ed emozionare, attirando gli spettatori ed invitandoli ad accostarsi alla visione con animo sgombro e puro, allineando il proprio sguardo a quello primigenio di un bambino, “il germoglio dell’uomo che diventerà”, in procinto d’iniziare la sua avventura nel mondo.

Sulla base dell’omonimo romanzo, rimasto incompiuto, di Albert Camus, pubblicato postumo nel 1994 per volontà della figlia Catherine, viene narrato il ritorno in Algeria, sua terra natale, dello scrittore Jacques Cormery (J. Gamblin), dalla Francia, nel 1957, dopo aver visitato la tomba del padre, morto combattendo nella Grande Guerra.Il paese è sconvolto dal conflitto civile contro i Francesi e Jacques, invitato a tenere un discorso all’università, esprime il suo essere favorevole alla rivoluzione per liberarsi dal giogo colonialista, ma non alle modalità terroristiche d’attuazione, fermo fautore di una possibile coesistenza di più etnie nell’ambito dello stesso territorio. Il rivedere luoghi e persone della sua infanzia, l’incontro con la madre (Catherine Sola, da giovane l’interpreta Maya Sansa), lo riporteranno indietro nel tempo, per una conciliazione, nel ricordo fondante di ciò che si è stati e di come si è divenuti quel che si è, tanto con se stesso che con la propria terra.

Ciò che mi ha favorevolmente suggestionato è il rispetto di Amelio per il tema portante dell’opera di Camus, l’autobiografia, riuscendo contemporaneamente, riscrivendone i dialoghi, a creare un efficace parallelismo, intriso di poesia, con il proprio vissuto, l’ infanzia senza padre, rinvenendo validi punti di riferimento nella figura materna e in quella della nonna, donne forti e decise ma in maniera diversa, senza dimenticare il ruolo del maestro, quindi dell’istruzione, determinante per l’emancipazione e la formazione dell’uomo del domani, nel rispetto e nella valorizzazione delle sue inclinazioni naturali, essenzialmente in quanto essere umano, al di là di un credo politico o religioso e di qualsivoglia stigmatizzazione culturale: solo così gli eventi legati al singolo e quelli propri della Storia possono trovare un punto d’incontro e tendere ad una universalizzazione non eterea.

Da un punto di vista squisitamente cinematografico, la storia si dipana sullo schermo con estrema scioltezza, le varie vicende si susseguono per via di un efficace intarsio d’immagini, come già ho avuto modo d’evidenziare ad inizio articolo, dando ulteriore spessore alle più che valide interpretazioni attoriali, essendo sufficienti poche inquadrature e minimi movimenti di macchina a conferire dinamicità là dove occorre, cioè a rappresentare (e suscitare) emozioni e sentimenti, sottolineando ora la relatività dei ricordi (la visione sfuocata delle lapidi nella scena iniziale) ora la loro importanza (l’abbraccio con la madre, l’incontro con il maestro e il compagno di scuola Hamoud), attraverso un’elegiaca morbidezza nei passaggi temporali tra le diverse epoche.

A risaltare è la coincidenza dello sguardo tra il Jacques bambino (Nino Jouglet) e quello adulto, disincanto e purezza ancestrale, estremamente attuale nella visualizzazione dell’uomo che tutti dovremmo essere nel percepire la differenza con i nostri simili come valore fondante di un valido senso d’eguaglianza, espressione di un’altrettanto valida individualità nell’accettarsi tutti uguali in quanto diversi, da rendere concreta nell’ambito di una collettività democraticamente autodeterminatasi nel rispetto delle regole comuni: un sogno da “primo uomo”, appunto, colui che sarà capace di rinascere attingendo dal proprio passato per vivere meglio il presente.

65mo Festival di Cannes: Palma d’Oro a Michael Haneke, Grand Prix per Matteo Garrone

Michael Haneke

Michael Haneke

All’insegna del bis l’edizione numero 65 del Festival di Cannes: il regista austriaco Michael Haneke con Amour ottiene la Palma d’Oro, 3 anni dopo la vittoria con Il nastro bianco, mentre Matteo Garrone il Grand Prix per Reality, 4 anni dopo averlo vinto con Gomorra. A Ken Loach (The Angels’ Share) il Premio della Giuria, mentre quello per la Migliore Regia al messicano Carlos Reygadas, Post Tenebras Lux.
Di seguito l’elenco dei premi assegnati questa sera.

Palma d’Oro per il miglior film: Michael Haneke, Amour; Grand Prix: Matteo Garrone, Reality; Prix Du Jury: Ken Loach, The Angels’ Share; Miglior attrice: ex aequo, Cristina Flutur e Cosmina Stratan, Dupa Dealuri( Beyond The Hills), Cristian Mungiu; Miglior attore: Mads Mikkelsen, Jagten (The Hunt), Thomas Vinterberg; Miglior regia: Carlos Reygadas, Post tenebras lux; Miglior sceneggiatura: Cristian Mungiu, Dupa Dealuri (Beyond The Hills); Palme d’Or- Short Film: L.Rezan Yesilbas, Sessiz-Be Deng (Silent); Camera d’or per la migliore opera prima: Beasts of the Southern Wild, Benh Zeitlin, in gara a Un Certain Regard.

Cannes 2012: Michel Franco vince “Un Certain Regard”

Michel Franco

Michel Franco

In attesa di venire a conoscenza, in serata, del verdetto che esprimerà la Giuria presieduta da Nanni Moretti, al Festival di Cannes sono stati assegnati ieri i premi relativi alla sezione Un Certain Regard: vittoria per Despues de Lucia , regista il messicano Michel Franco, Premio Speciale della Giuria (presidente Tim Roth) a Le Grand Soir di Benoit Delepine e Gustave Kervern, Menzione Speciale alla regista bosniaca Aida Begic (Djeca) e un ex aequo riguardo la miglior interpretazione femminile, le attrici francesi Suzanne Clement (Laurence Anyways, Xavier Dolan) e Emilie Dequenne (A perdre la raison, Joachim Lafosse).

Ottimismo ad oltranza

Joe E. Brown e Jack Lemmon

Joe E. Brown e Jack Lemmon

Ho telefonato a mammà, ha pianto dalla felicità… Mi darà il suo vestito da sposa, è di merletto bianco”.
“Ma non posso sposarmi con l’abito di tua madre… Io e lei… Non siamo fatti allo stesso modo… ”
Qualche colpo di forbice…
“Ah no! Te lo scordi!”
“Osgood, voglio essere leale con te. Non possiamo sposarci affatto”.
Perché no?
“Beh… In primo luogo non sono una bionda naturale…”
Non mi importa”.
“E fumo, fumo come un turco”.
Non mi interessa”.
“Ho un passato burrascoso, per più di tre anni ho vissuto con un sassofonista”.
Ti perdono”.
“Non potrò mai avere bambini!”
Ne adotteremo un po’”.
“Ma non capisci proprio niente Osgood (si leva la parrucca), sono un uomo!”
Beh, nessuno è perfetto!
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(Dialogo tra Osgood Fielding III, “Boccuccia di rosa”, Joe E. Brown, e Jerry/Daphne, Jack Lemmon, nella scena finale di A qualcuno piace caldo, Some Like It Hot, Billy Wilder, 1959)

La scomparsa di Patò (2010)

43Presentato come Evento Speciale, fuori concorso, al Festival Internazionale del Film di Roma nel 2010 (V edizione), ma distribuito due anni più tardi per problemi legati ai diritti, La scomparsa di Patò rappresenta la prima trasposizione cinematografica di un’ opera di Andrea Camilleri, l’omonimo romanzo pubblicato nel 2000 (Mondadori), che trae il suo spunto narrativo da un episodio narrato da Leonardo Sciascia in A ciascuno il suo (Einaudi, 1966) e meriterebbe, a parer mio, un “recupero alla visione”, almeno tra le pareti domestiche, considerando modalità realizzative ed interpretazioni offerte dagli attori.

La vicenda ha inizio a Vigata, Sicilia, nel 1890, il giorno di Venerdì Santo:come ogni anno, va in scena sulla piazza del paese Il Mortorio, rappresentazione della Passione di Gesù Cristo, cui partecipano come attori gli abitanti del paese.
Tra questi, ad interpretare il ruolo di Giuda l’integerrimo ragioniere Antonio Patò (Neri Marcorè), tutto lavoro, famiglia e chiesa, cui è affidato il coup de theatre della messinscena, quando il traditore si suicida e la sua anima precipita negli inferi, ovvero nel sottopalco, tramite apposita botola, solo che dopo tale caduta l’uomo sembra scomparso nel nulla. Iniziano le indagini, ad opera del delegato di Pubblica Sicurezza, Ernesto Bellavia (Maurizio Casagrande), “persona del Nord” (Napoli) e del maresciallo dei Reali Carabinieri Paolo Giummaro (Nino Frassica), i quali prima si ostacolano a vicenda, poi avviano una collaborazione, in particolare una volta che i rispettivi superiori hanno ricevuto pressioni da Roma (lo zio senatore di Patò), stringendo infine alleanza nel ricostruire ed “adattare” la verità …

La pellicola può vantare tra le frecce al suo arco in primo luogo una sceneggiatura piuttosto solida, cui ha collaborato lo stesso Camilleri, opera di Maurizio Nichetti e di Rocco Mortelliti, il regista del film, la cui esperienza nell’ ambito teatrale, operistico in particolare, ha permesso poi, tanto una ricostruzione accurata, quanto una valorizzazione di ogni singolo interprete, dalle semplici comparse, rese funzionali alla narrazione nel far risaltare ogni sfumatura caratteriale, anche da un semplice gesto o modo di parlare, passando per validi caratteristi quali Flavio Bucci e sottolineando le “apparizioni” di Marcorè, per arrivare ai due protagonisti, Frassica e Casagrande: liberi dalla facile macchietta, offrono una bella caratterizzazione dei rispettivi personaggi, volta alla classica interazione, nello scambio delle battute e nel rispetto dei tempi comici, a rendersi l’uno complementare dell’altro.

Rimarcando il coraggio (almeno nell’ambito delle nostre produzioni) di cavalcare un genere, il giallo, per di più in costume, usando toni da commedia, giocando sul filo dell’ironia e della satira sociale, rispetto all’opera d’origine si è però scelto di evitare quell’ardita rappresentazione del fitto carteggio tra i vari organi istituzionali propria della pagina scritta, alternato ad articoli di giornali e alla proposizione delle opinioni più disparate, preferendo, nell’evidenziare la fitta nebbia propria del linguaggio burocratese, che fa tutt’uno con il clima omertoso o comunque con la volontà d’insabbiare anche l’evidente, una costruzione piuttosto semplice, inframmezzata dall’apertura e chiusura di veri e propri siparietti.

All’interno di quest’ultimi, man mano che si procede agli interrogatori, vengono visualizzati i vari personaggi, ognuno riferente un piccolo particolare utile alla soluzione del caso, e gli “interventi dall’alto” per gli accomodamenti più opportuni atti a rinfrescare onore e rispettabilità dell’integerrimo ragioniere, sul quale la popolazione ha già espresso il suo parere con scritte sui muri o filastrocche palesate per bocca dei bambini intenti nei loro giochi (Giuda murì, Patò spirì.Spirì Patò.Cu l’ammazzò? Quantu patì. E po’, pirchì Patò spirò?).

Durante il percorso la narrazione mostra spesso il fiato corto, da un punto di vista strettamente cinematografico, ritrovando però un certo slancio al riguardo nel finale, quando la verità verrà scoperta, ma non propriamente rivelata, riuscendo, inoltre, a conferire un senso di profonda amarezza nel dare risalto a tutta la protervia del potere volta a far accettare un determinato avvenimento così come si vuole che lo sia, divenendo parte integrante del quotidiano, con evidenti riferimenti all’attualità, oltre i confini dell’isola: più che ansie ed insicurezze, viene alimentata la tragica certezza sia del gattopardiano “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, sia del tristemente lungimirante “Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri…”, espresso dal Don Gaspare Uzenda de I Viceré (1894) di Federico De Roberto.