La rabbia giovane (Badlands, 1973)

imagesCABPFKHDCinque film in circa quarant’anni di carriera e ognuno di questi, quando non propriamente un capolavoro, certamente un’opera pregna di contenuti, volta ad arricchire, ed innovare, il comune linguaggio cinematografico facendo leva su riferimenti filosofici ed esistenziali, sulla forza visuale delle immagini e sul loro fluire naturale a scandire ogni momento delle vicende di volta in volta narrate.

Il risultato, spesso sottolineato dal distacco degli elementi naturali dai fatti umani, che ne rappresentano il semplice scenario, è rappresentato da poemi visivi di rara bellezza, ulteriormente avvalorati da una voce off narrante, generalmente quella del protagonista, quasi la lettura di un diario o comunque di appunti presi casualmente per tenere a mente determinati e determinanti accadimenti della propria vita.

Credo che questa premessa, al di là della classica biografia, possa essere sufficiente ad introdurre la figura di Terrence Malick, regista e sceneggiatore, persona estremamente schiva e riservata, nell’accingermi ad analizzare il suo film d’esordio dietro la macchina da presa, La rabbia giovane, Badlands il titolo originale, da lui stesso prodotto, dopo il cortometraggio del ’69, Lanton Mills .

Sud Dakota, 1959. La sedicenne Holly (Sissy Spacek) racconta il suo incontro con il venticinquenne Kit (Martin Sheen), dapprima netturbino e poi aiutante in una fattoria, e di come si sia data alla fuga con lui, dopo che questi le ha ucciso il padre, il quale si opponeva alla loro relazione, con l’ intenzione di raggiungere il Canada, lasciandosi alle spalle una serie di furti ed omicidi…

Badlands si delinea come una ballata dolente volta a rappresentare l’America sul finire degli anni ‘50, visualizzandone, con stile asciutto, la crisi dei valori, in particolare nell’ambito rurale, lontano dai grandi centri: gli esponenti della nuova generazione cercano inediti parametri di riferimento, confusamente, anche al di fuori della realtà, infatti Kit è un emulo di James Dean, “ribelle senza un motivo” si erge contraddittoriamente contro il sistema che lo rifiuta, accettandone la struttura portante, la sua lotta non consiste nel modificare alcunché del mondo in cui vive, ma piuttosto nel trovare un posto al suo interno o, più semplicemente, lasciarvi una traccia del proprio passaggio.

Holly invece, un misto di candore ed ingenuità, accetta l’unione con Kit come possibilità di un’ esistenza diversa, ma da vivere al momento, puntando decisamente verso l’indipendenza, demandando però, inconsciamente o meno, al compagno la decisione estrema, l’omicidio da parte di questi del padre, delineato come un rito necessario d’iniziazione verso l’età adulta, ma sempre un distacco forzato o comunque anticipato, per quanto vissuto con freddezza e straniante naturalità.

Malick, sia nella qualità di regista che come sceneggiatore, si sofferma sulla psicologia dei due giovani, amorfi e inconcludenti anche nel gestire i propri sentimenti, e smitizza la portata eroica dei loro gesti, mentre a noi spettatori è demandata la comprensione della loro abulica ribellione, passibile anche della mancanza di qualsivoglia ragione, al di là dell’intuibile crisi spirituale e morale a farsi densa nebbia nell’avvolgere quanto li circonda.

Estremamente efficace, poi, la scelta di evitare compiacimenti relativamente alla violenza (non vediamo Kit sparare alla vittima, ma questa ormai colpita a morte, sanguinante), preferendo sottolinearne, filosoficamente, la vacuità o, meglio, l’indifferenza del gesto messo in atto dal protagonista: una sospensione ed un distacco degli eventi, che si stagliano sullo scorrere delle immagini relative ai vari paesaggi, silenti o sottolineate dalla colonna sonora, dando ulteriore rilevanza all’ impassibilità della natura, sul cui sfondo però tutto avviene, assumendo storica rilevanza, inevitabilmente ed indissolubilmente.

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