Archivi del mese: aprile 2012

The Avengers -3D-

33Scritto e diretto da Joss Whedon, più noto come sceneggiatore, soprattutto televisivo (la serie Buffy), qui alla sua seconda regia (l’esordio nel 2004, Serenity), The Avengers è un film che si sostanzia, nel bene e nel male, come un classico esempio di comic movie. Suoi cardini principali sono il distacco dal realismo propriamente detto e la spettacolarità, quest’ultima mai fine a se stessa, che vanno di pari passo con bilanciate dosi d’ironia e grezzo tratteggio psicologico dei vari personaggi, senza alcuna intenzione di allontanarsi dal puro e semplice intrattenimento.

La poliedricità pop di Whedon, anche fumettista, infatti, visualizza lo script, nella sua composizione essenziale, almeno questa è stata la mia impressione, proprio come un albo a fumetti, traendo linfa vitale tanto dall’ omonima serie della Marvel (il primo numero risale al ’63, opera di Stan Lee, Jack Kirby e Dick Ayers) che dagli indizi disseminati da quest’ultima nel corso degli anni nelle pellicole dedicate ai suoi supereroi, tante tessere destinate alla composizione, non certo definitiva, d’ un agognato mosaico.

Ecco quindi un prologo abbastanza lento nel raccogliere i suddetti elementi, con il malvagio Loki (Tom Hiddleston), fratellastro di Thor (Chris Hemsworth ) che si impossessa del tessaract e dichiara guerra al genere umano, a suo dire meritevole solo di essere comandato (corsi e ricorsi storici …), portando il capo dello Shield, Nick Fury (Samuel L. Jackson ) alla decisione estrema di costituire un gruppo di super disadattati (parole sue, più o meno) a protezione del pianeta: Steve Rogers/Capitan America (Chris Evans), Tony Stark / Iron Man (Robert Downey Jr. ), il citato divino Thor e lo scienziato Bruce Banner (Mark Ruffalo) in “dolce attesa” di divenire verde dall’ira (Hulk). In forza al gruppo anche gli agenti Natasha Romanoff / Vedova Nera (Scarlett Johansson ) e Clint Barton/ Occhio di Falco (Jeremy Renner), quest’ultimo inizialmente soggiogato dal nemico…

Si prosegue con una parte centrale statica e sin troppo farraginosa, giocata com’è sull’introduzione progressiva dei magnifici, nella difficoltà di trovare un accordo concreto per una lotta comune, con gran spolvero dei loro tormenti interiori e scaramucce da prime stelle nel rinfacciarseli, per poi arrivare all’atto finale, una mezz’ora conclusiva densa d’azione ed effetti speciali nel centro di New York.

Qui finalmente il buon Whedon dimostra di essere anche un valido regista, con qualche asso nella manica, vedi l’estrema mobilità della macchina da presa che gira intorno al gruppo superomistico, ora d’ accordo nel menare le mani per la salvezza del mondo, riuscendo anche a dare un minimo di significato ad un 3d sinora trattenuto nella primigenia funzionalità effettistica da drive- in, ovvero, senza troppi sofismi, dal sentore di presa per i fondelli.

Fil rouge tra le varie vicende e i rapporti con il resto dell’allegra brigata sembra essere l’umorismo sornione di Stark/Iron Man, ben reso, tra un gigionismo e l’altro, da Downey Jr., moderno dandy erede del miglior De La Vega, che fa da efficace contraltare alla pomposità retorica di Capitan America (colpa della divisa …) o alla magniloquenza inutilmente shakespeariana di Thor, visto che il contrasto con Oki (ben reso nell’interpretazione di Hiddleston come villain da operetta) si trasforma qui in un piagnisteo su chi sia stato il cocco di papà Odino.

Da non sottovalutare la corporalità validamente strizzata in tutina nera della Johansson, il cui duetto con Renner, per quanto efficace tra detto e non detto riguardo trascorsi sentimentali e lavorativi, avrebbe meritato un maggiore approfondimento; molto bella invece la rappresentazione dimessamente dolente espressa da Ruffalo, umanità esibita e mostruosità trattenuta, con il colosso ben reso in motion capture.

Che dire in conclusione? Di un albo a fumetti si possono apprezzare tante cose, insieme o prese singolarmente, dal senso dell’avventura all’eroismo sofferto in odor di sacrificio, passando per la visionarietà barocca e la vacua ampollosità dei dialoghi, poi lo si ripone e, convinti o meno, si attende l’uscita del prossimo numero … E’ il merchandising bellezza, e non puoi farci nulla, anche perché, morale lapalissiana di tutta l’operazione, “l ‘unione (Marvel più Disney distributrice ) fa la forza”.

Dell’amore e delle uova

Diane Keaton e Woody Allen

Diane Keaton e Woody Allen

“Frattanto si era fatto tardi e tutt’e due dovevamo andare per i fatti nostri. Ma era stato molto bello, rivedere ancora Annie, dico bene? Mi resi conto di quanto era in gamba, stupenda e, sì, era un piacere… solo averla conosciuta… e allora io ripensai a cosa fosse l’amore. L’amore credo sia come una vecchia barzelletta, sapete, quella dove uno va da uno psichiatra e dice: Dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina.
E il dottore gli dice: Perché non lo interna? E quello risponde: E poi a me le uova chi me le fa? Beh, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo /donna: e cioè che sono assolutamente irrazionali, pazzi, e assurdi!
Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova”.

(Alvy Singer/Woody Allen, Io e Annie, 1977)

Pirati! Briganti da strapazzo -3D-

22Pirati!Briganti da strapazzo, ultima realizzazione della factory inglese Aardman Animations (Wallace & Gromit e la maledizione del coniglio mannaro, Oscar miglior film d’animazione nel 2006), sceneggiato da Gideon Defoe sulla base di un suo racconto, diretto da Peter Lord, con la co-regia di Jeff Newitt, è un valido esempio di come una tecnica di ripresa “antica”, la stop motion, possa validamente integrarsi con quelle più moderne o comunque ormai d’uso frequente e comune, quando non abusato.

Il film convince, in primo luogo, a livello tecnico, con un’incredibile mobilità ed espressività dei pupazzi in plastilina e latex unite ad una certosina, estremamente veritiera, ricostruzione di ogni ambiente, dalle piratesche Blood Islands alla Londra vittoriana del 1837, con dovizia di particolari anche negli interni e a bordo di ogni singola imbarcazione: computer grafica e 3d vengono utilizzati funzionalmente per dare inedita profondità e veridicità al cielo e alla superficie del mare, altrimenti impossibili da ottenere.

In secondo luogo, poi, avvince il plot narrativo, che vede protagonista Capitan Pirata e la sua scalcagnata ciurma a solcare i mari con un altrettanto malmesso veliero, per cercare d’eguagliare e superare nelle imprese e nei cospicui bottini quanto messo in atto dalla concorrenza, in vista dell’assegnazione del premio di “Pirata del’anno”: arrembaggio dopo arrembaggio, dagli esiti sempre più sconfortanti, l’assalto definitivo sarà quello alla nave di Charles Darwin, il quale constatato come Polly, l’amato pappagallo di bordo, sia in realtà l’ultimo esemplare di dodo, farà sì che il Capitano si rechi a Londra nelle inediti vesti di scienziato, imbattendosi nell’acerrima nemica dei pirati, la regina Vittoria…

Più che alla recente saga de I pirati dei Caraibi, Defoe e Lord si rifanno soprattutto ai classici film pirateschi della Hollywood del tempo che fu (vedi le carte di navigazione, qui animate, ad indicare la rotta seguita), cavalcando allegramente qualche anacronismo citazionista (Jane Austen a passeggio sottobraccio con il lynchiano Elephant Man, il Re Pirata addobbato alla Elvis), all’insegna di un tono scanzonato, beffardo, divertente e irriverente, con più di uno sberleffo al potere costituito e a certa boria esibizionista della scienza:basterebbe al riguardo soffermarsi su come viene raffigurata la regina Vittoria, con tanto di clamorose “sorprese sotto l’abito” o un Darwin timido e verginello, che esterna la sua attività d’esploratore soprattutto nei confronti del gentil sesso.

Comunque più di un personaggio offre gustose caratterizzazioni, con il piacere di giocarci su, magari facendo pensare a qualche rivelazione che non vi sarà (la donna travestita da bucaniere), o giocando con una comicità da cinema muto (lo scimmiotto maggiordomo di Darwin che si esprime con bigliettini consoni alle varie situazioni):a farla da padrone sono intelligenza ed humour squisitamente britannico, uniti a punte grottesche e surreali, con più di un riferimento, e qui devo giocoforza unirmi a quanto già scritto da altri, al gruppo comico dei Monty Python.

Se tale accostamento è intuibile dagli adulti, per i più piccini, tra varie scene divertenti (dalla sera del prosciutto alla devastazione della casa di Darwin con una vasca da bagno), è comunque avvertibile, inserito con una certa grazia, senza forzatura alcuna, opportunamente centellinato sino al finale, il messaggio volto ad evidenziare come il premio, il riconoscimento più grande che si possa ottenere nella vita, è l’amicizia affettuosa e sincera offerta dai propri compagni di viaggio, con qualche accenno, inoltre, a tematiche ambientaliste ed animaliste.

In sostanza un valido prodotto d’intrattenimento per tutti, bambini e adulti non accompagnati da minori, che forse richiede un minimo d’adattamento rispetto ad altre realizzazioni più furbescamente impostate ed ammiccanti, ma un’ora e mezzo di sana allegria e sincero stupore è garantita. Hurrah!
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Nella versione originale la voce di Capitan Pirata è di Hugh Grant, quella della regina Vittoria di Imelda Staunton, sostituiti in Italia da Christian De Sica e Luciana Littizzetto (con buoni risultati nel primo caso, qualche vago cedimento verso il romanesco a parte, discreti nel secondo, con una certa insistenza verso i toni striduli).

Cannes 2012: “i compagni” di Nanni Moretti

Diane Kruger

Diane Kruger

Dopo la classica serie d’indiscrezioni e rivelazioni a metà, sono stati annunciati i nomi dei giurati che comporranno la Giuria del 65mo Festival di Cannes, Presidente Nanni Moretti, decidendo relativamente all’assegnazione della Palma d’Oro e degli altri premi previsti per i film in concorso: gli attori Ewan MCGregor, Diane Kruger, Emmanuelle Devos e Hiam Abbass, i registi Alexander Payne, Andrea Arnold, Raoul Peck ed infine lo stilista francese Jean Paul Gaultier.

Festival di Cannes 2012: Quinzaine des Réalisateurs

Michel Gondry

Michel Gondry

E’ stato presentato ieri, martedì 24 aprile, a Parigi, il cartellone relativo alla Quinzaine des Réalisateurs, sezione parallela del 65mo Festival di Cannes: 21 i titoli previsti, tra i quali, purtroppo, nessun italiano. Film d’apertura sarà The We and the I di Michel Gondry. Di seguito, l’elenco delle pellicole in programma.

3, Pablo Stoll Ward (Uruguay, Germana, Argentina); Adieu Berthe, Bruno Podalydès (Francia); Alyah, Elie Wajeman (Francia); Camille redouble, Noémie Lvovsky (Francia); Dae gi eui wang, Yeun Sang-Ho (Corea del Sud); Dangerous Liaisons, Hur Jin-Ho (Cina); El Taaib, Merzak Allouache (Algeria); Ernest et Célestine , Stéphane Aubier, Vincent Patar, Benjamin Renner (Francia, Belgio, Lussemburgo); Fogo, Yulene Olaizola (Messico, Canada); Gangs of Wasseypur, Anurag Kashyap (India); Infancia clandestina, Benjamin Ávila (Argentina, Spagna, Brasile); La noche de enfrente, Raoul Ruiz (Francia, Cile); La Sirga, William Vega (Colombia, Francia, Messico); No, Pablo Larraín (Cile, USA); Opération Libertad, Nicolas Wadimoff (Svizzera, Francia); Rengaine, Rachid Djaidani (Francia); Room 237; Rodney Ascher (USA); Sightseers, Ben Wheatley (Regno Unito); Sueño y silencio , Jaime Rosales (Spagna); The We and the I di Michel Gondry (USA); Yek Khanévadéh-e Mohtaram, Massoud Bakhshi (Iran).

“Decenni”: il nuovo tassello di Claudio Sottocornola al progetto “Working Class”

decenni-il-nuovo-tassello-di-claudio-sottocor-L-lf6xyTSi intitola Decenni la seconda parte del nuovo progetto web di Claudio Sottocornola (foto), il “filosofo del pop”:lunedì 30 aprile, sul nuovo sito http://www.claudiosottocornola-claude.com, sarà disponibile in video una lezione-concerto volta a proporre una singolare ricostruzione della Storia della canzone italiana con flashback relativi alla sua origine nel ‘900, con particolare attenzione agli anni ’50 e ’70, ma riferimenti anche al contemporaneo, con canzoni indimenticabili come Meraviglioso, Il gigante e la bambina e Strada facendo.

Sottocornola ha inaugurato Working Class sabato 31 marzo, con una scansione mensile che durerà fino a martedì 31 luglio, rendendo disponibili in rete cinque percorsi scelti fra le famose lezioni-concerto tenute sul territorio fra Scuole, Terza Università, Centri Culturali e svariati luoghi del quotidiano. Il progetto è nato con lo spirito di “laboratorio” che sfrutta le potenzialità della rete, confermando un itinerario di animazione culturale del territorio girato in presa diretta, “on the road”, da amici e spettatori che hanno assistito alle performance artistico-musicali, ma anche storico-filosofiche di Sottocornola.

La prima tranche di video prevede cinque live antologici che spaziano fra canzoni e dissertazione storica: dopo il primo video dedicato all’analisi della condizione giovanile, Decenni si sofferma sulla canzone, il suo potere, il suo simbolismo, la capacità di fotografare e orientare i cambiamenti di costume, linguaggio e gusti. Battisti, Modugno, Cocciante, Renga, gruppi vecchi e nuovi come Orme e Vibrazioni, con una chiave di lettura sempre sorprendente ed eccentrica.

Il repertorio dell’interprete-filosofo è vasto e riletto con una voce dalle timbriche personalissime, a volte dissonanti e antinaturalistiche, altre più struggenti e intimistiche, ma sempre capaci di toccare le corde delle emozioni, con una partecipazione emotiva e viscerale, che cerca di scavare a fondo nell’esprimibile, e in genere corrisponde a una forte, intensa interiorizzazione del brano.

L’iniziativa è supportata da Synpress 44, Terza Università, Scuole in Rete, CDpM, Associazione Italiana Insegnanti di Geografia (Sezione Bergamo), la rivista della scuola Ecole e Moltimedia Fattoria Digitale.

I prossimi appuntamenti di Working Class si concentreranno su lezioni-concerto aventi come tema gli anni ’60, i cantautori, la figura femminile nella canzone:giovedì 31 maggio, Anni ’60; sabato 30 giugno, Cantautori; martedì 31 luglio, Immagine della donna e canzone.

Informazioni:Claudio Sottocornola, http://www.claudiosottocornola-claude.com http://www.cld-claudeproductions.com
Ufficio stampa Synpress44:http://www.synpress44.com

Biancaneve

12Pur consapevole di come già di per sé le fiabe, legate alla tradizione orale, propria del folclore popolare, siano estremamente mutabili nella loro esposizione (gli stessi fratelli Grimm scrissero due versioni di Biancaneve, una nel 1812 e l’altra, definitiva, nel 1819), non riesco ad individuare cosa abbia mai apportato di veramente nuovo la riproposizione di Biancaneve ad opera del regista indiano Tarsem Singh, su sceneggiatura di Melissa Wallack e Jason Keller, rispetto a quanto già conosciamo, e, soprattutto quale possa essere la sua valenza estetica, legata certo alla visualità, ma non alla visionarietà, la quale viene espressa con modalità imitative legate a stilemi acquisiti ma mai fatti veramente propri.

La storia è raccontata nell’ottica della Regina (Julia Roberts), sorta d’ibrido connubio tra la Regina di Cuori (Alice nel paese delle meraviglie) e Maria Antonietta, materializzando e focalizzando da subito il tema dell’ astio e dell’ invidia per la fiorente bellezza della figliastra Biancaneve (Lily Collins) come movente di ogni sua mossa, non disgiunto dalla brama di potere, circondandosi di ogni agio possibile a danno della popolazione, sempre più gravata dalle tasse: non si possono fare a meno di ravvisare contatti con la realtà attuale, tanto nella gestione del regno, che nell’idea dell’eterna giovinezza da ottenere ad ogni costo, sia faustianamente, sia con quel che passa il convento in attesa di botulino e trattamenti estetici vari (dagli escrementi dei pappagalli alle punture d’insetto per gonfiare le labbra…), giusto per andare sul sicuro.

Su tale racconto s’innesta in parallelo il percorso formativo di “Neve” al compimento del diciottesimo compleanno, la quale, scampata alla morte ordita dalla matrigna, una volta scoperte le brutture del mondo, novella Siddartha, anziché ritirarsi in auspicabile meditazione, prenderà le armi in pugno, un po’ Robin Hood, restituendo il maltolto alla popolazione grazie all’aiuto degli allegri compagni della foresta, sette nani dal formato estensibile (relativamente alle gambe, grazie a trampoli retrattili…) banditi giocoforza, freaks reietti dalla società, e un po’ Alice burtoniana, vedi la lotta finale con una sorta di Ciciarampa, che poi tale non si rivelerà (sorpresona…).

Da non dimenticare poi, ulteriore oggetto di contesa tra le due donne, il principe Alcott (Armie Hammer), funzionalmente bietolone, che inebetito come un fedele cucciolo in seguito ad un incantesimo della Regina, sarà ridestato dal classico bacio del vero amore elargitogli da Neve che, per quanto neofita al riguardo, non se la caverà poi tanto male, visto che lo impalmerà in odor di vissero felici e contenti, anche se l’indomita matrigna, proprio il giorno delle nozze, offrirà una mela avvelenata come dono alla fanciulla, con quest’ultima pronta a restituirgliene un boccone…

Mettendo da parte l’interpretazione della Roberts, magari anche autoironica, ma che fatica ad esternare malvagità, invidia e arrapamento al di là di quanto preveda il manuale del bravo attore, e quella di una Collins cui è stato riferito di giocare alla Hepburn (Audrey) nel dare a Neve un tono tra lo stupito e il malizioso, ma della quale restano impresse solo le sopracciglia in stile viadotto autostradale, ciò che mi ha dato maggiormente fastidio è la sfrontatezza del regista nell’avallare l’ inconsistenza dello script, abbracciando più stili ma senza riuscire a farne veramente proprio nessuno, ribadendo quanto scritto ad inizio articolo.

Non si va oltre, a mio avviso, dal mettere in campo la parodia citazionista e “distruttiva” in salsa Shrek (ancora…), perdendo di vista il senso fantastico e tragico della fiaba, ora cercando il Burton perduto, ora annacquando il tono densamente lisergico proprio di un Gilliam, mescolando impunemente Hollywood d’antan e Bollywood, il cui stile, trattenuto a stento nei costumi (Eiko Ishioka) e nelle scenografie (Tom Foden), esplode nel finale garrulo e ballerino. Comunque mi sa che un boccone di quella mela devo averlo assaggiato anch’ io e, veleno a parte, ancora non mi va né su né giù: rimedierò con la visione della versione Disney del ’37, che può ancora contare su una forte valenza, stilistica e drammatica, quindi dito su play e … Some Day My Prince Will Come