Quasi amici

44Mah … Ormai sono passati già tre giorni dalla visione di Quasi amici, e più dubbi che entusiasmi si fanno strada nello spingermi a scriverne un articolo di commento: sarà quella lieve aura cinica di cui è ancora permeata la mia candida animuccia di marzapane, saranno stati i peana incensanti provenienti d’Oltralpe e riecheggianti anche in Italia, ma la mia sensazione, ormai tramutata in certezza, è che i registi e sceneggiatori Eric Toledano e Olivier Kache, pur basandosi su una storia vera (riportata dal “vero” Philippe Pozzo di Borgo ne Il diavolo custode, edizioni Ponte delle Grazie), abbiano messo in atto la classica ed altrettanto furba “operazione a tavolino”.

Nulla da eccepire su un impianto di scrittura e direzione che non ho problemi a definire esemplare, dalla circolarità della composizione complessiva, con inizio e fine coincidenti, al flashback morbidamente e funzionalmente inserito come struttura portante, o sulle più che valide prove attoriali di Francois Cluzet nei panni di Philippe, facoltoso tetraplegico, causa incidente di parapendio, e di Omar Sy, Driss, ragazzone di colore proveniente dalla periferia parigina, fedina penale non propriamente limpida, che si troverà a fargli da badante.

Il tutto, però, mi è sembrato esprimere soprattutto l’idealizzazione dell’auspicabile congiungimento tra due diversità, non solo dal punto di vista culturale, l’ancien regime aristocratico che si fa forza di ingenti mezzi e di privilegi consolidati, e il “nuovo popolo” rappresentato dagli immigrati che cercano di affermare con fatica la propria identità in un mondo a loro spesso ostile, con indifferenza e diffidenza, in odore di reciprocità, a farla da padrone: una sorta di velo funzionale a coprire una realtà ben più complessa e dalle diverse tonalità, tra sfumature e chiaroscuri ancora irrisolti, mentre, soffermandomi soprattutto sulle problematiche proprie di chi vive al margine, gli autori sembra se la vogliano cavare con un generico riferimento ai “gigli del campo” d’evangelica memoria.

Certo, non vi è alcun pietismo d’accatto o l’ostentazione di una carità pelosa, si punta sulla “normalità” di un rapporto che porterà a reciproci cambiamenti nell’affrontare la vita, mischiando naturalezza ed affettazione, estemporaneità del dialogo ed uso vacuamente strategico e oltremodo studiato delle parole, con la benedizione offerta dall’alto gradimento, ancor prima che dai forti incassi; in definitiva, la rappresentazione di “un come dovremmo o vorremmo essere” consolatorio ed auto assolutorio, lungi dal tentare, senza generalizzazione alcuna, ad adoperarsi perché nel mondo reale un sorriso sincero ed un linguaggio chiaramente diretto possano veramente fare la differenza nell’affrontare qualsivoglia disabilità.

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