Archivi del mese: marzo 2012

La kryptonite nella borsa

imagesCA5HG106Presentato, in concorso, alla VI edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, La kryptonite nella borsa rappresenta l’esordio da regista dello scrittore e sceneggiatore Ivan Cotroneo, il quale, coautrici dello script Monica Rametta e Ludovica Rampoldi, ha trasposto sul grande schermo il suo omonimo romanzo del 2007, edito da Bompiani.

Ambientato nella Napoli del ’73, colorata, vivace, sospesa tra passività ed attivismo verso le tante trasformazioni in atto, nuove idee e atavici condizionamenti, la pellicola punta più sulla concretezza del ricordo che sull’effetto nostalgia propriamente detto: si tratta, lo sottolinea la voce narrante, di una storia d’amore, volta a cogliere il senso della vita ad altezza di bambino, simbolo di quel fanciullo che siamo stati e vorremmo ancora essere nel vivere ogni nuovo giorno come fosse il primo vissuto sulla terra, capaci d’aprirci al mondo e coglierne ogni portata di novità, metabolizzandola e rendendola in forma d’ idea autonoma, per affrontare al meglio il cammino.

[Peppino (Luigi Catani), è un ragazzino di 9 anni, bruttarello e complessato, anche per via degli occhialoni imposti da una forte miopia, con molte difficoltà ad integrarsi nel complesso sociale tradizionalmente costituito dalla triade famiglia- chiesa- scuola, in particolare da quando la madre Rosaria (Valeria Golino) è caduta nel vortice di una forte depressione, in seguito alla scoperta del tradimento ad opera del marito Antonio (Luca Zingaretti), che, non senza qualche imbarazzo e difficoltà, si troverà ad occuparsi del figlio.

Sballottato tra amici e parenti, coinvolto in particolare dagli zii fricchettoni Titina (Cristiana Capotondi) e Salvatore (Libero De Rienzo) nelle loro esperienze psichedeliche e lisergiche, Peppino troverà conforto nella figura del cugino Gennaro (Vincenzo Nemolato), fattezze e modi da Superman, proiezione, sia da vivo che da morto, di tutti i suoi disagi esistenziali: grazie a lui capirà come una concreta felicità possa essere espressa non tanto nell’andare contro il sistema, regole o convenzioni morali, ma nella libertà d’accettarsi così come si è, consapevoli della propria diversità in chiave d’ unicità su cui fare leva, tra autodeterminazione e presa di coscienza.

Tecnicamente il film risulta, soprattutto da un punto di vista narrativo, scomposto in singoli quadri, come se si volesse visualizzare sullo schermo qualche pagina a caso del libro da cui è tratto, alternandosi tra toni surreali ed intimistici, senza abbracciare propriamente una caratteristica stilistica ben precisa: l’affiatamento dell’intero cast, con tutti gli attori estremamente naturali nella loro interpretazione, evidenzia però tanto una notevole “morbidezza” di ripresa, che una certa attenzione per ogni singolo carattere, ben reso nella vitalità del suo percorso esistenziale. La cura per ogni dettaglio, la capacità di mantenersi nei limiti del buon gusto, senza mai sconfinare nella volgarità gratuita, fanno presto dimenticare imperfezioni ed incertezze, le quali, forse, non permetteranno una classificazione ed un’analisi complessiva ben precise, ma lasciano certo posto ad una felice nota di speranza all’interno dell’ormai asfittico catalogo delle commedie nostrane.

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Succede, a volte…

M’hai detto: “Ti amo”.
Ti dissi: “Aspetta”.
Stavo per dirti: “Eccomi”.
Tu m’hai detto: “Vattene”.

(Didascalia iniziale del film Jules e Jim, Francois Truffaut, 1962 )

Quartaumentata: “Sirene e naviganti”

sireneNuova importante uscita discografica per i Quartaumentata con la pubblicazione del singolo Sirene e Naviganti, domani, giovedì 29 marzo, omonimo titolo dell’album che verrà edito in seguito, un progetto di undici brani che vanta la collaborazione di artisti famosi del calibro di Spagna, Saule, Margarida Guerreiro (nota cantante di Fado portoghese).

Lavoro di forte impronta mediterranea, che comunica la propria versatilità attraverso un percorso musicale da cui affiora ciò che di più autentico possa essere espresso, in un gioco di colori, atmosfere, sonorità sperimentali e con una proiezione verso il blues afro-americano di cui rivela influenze e contaminazioni, Sirene e Naviganti è un percorso di ricerca, in equilibrio tra passato e futuro, memoria e mutamento, realizzato con la collaborazione di musicisti di grandissimo livello, come Dado Moroni, Michele Ascolese ed Eric Daniel, che si racconta “navigando”, attraverso un cammino simbolico, un’analogia tra il viaggio di Ulisse e il viaggiare contemporaneo.

Il noto gruppo calabrese si prepara ad affrontare un anno denso di impegni artistici anche a livello internazionale, tra cui la partecipazione al musical Mediterranean Voices, di produzione americana, di cui hanno collaborato anche alla realizzazione della colonna sonora, e che li vedrà in scena insieme alla compagnia newyorkese, nella prossima stagione autunnale, al teatro LA MaMa di New York nella serata della prima e nelle successive repliche: l’ispirazione al riguardo giunge dai racconti di Verga, collocando i personaggi in un paesino in riva al Mediterraneo.

La produzione dei concerti live sarà curata, a partire dal mese di aprile, dalla Momenti Sonori ( Milano) di Pasquale Lacquaniti e Francesco Monteleone;tra i prossimi progetti anche una importante collaborazione cinematografica nel film Aspromonte, di produzione italiana, in uscita a breve e con la partecipazione dell’attore Franco Neri. Un brano del disco è stato selezionato come colonna sonora del film e, inoltre, la band si esibirà in una scena, girata a Gerace (RC), riproponendo lo stesso pezzo.

Working Class: in rete il nuovo progetto di Claudio Sottocornola

working-class-in-rete-il-nuovo-progetto-di-cl-L-DxNyCEA partire da sabato 31 marzo, con una scansione mensile che durerà fino a martedì 31 luglio, Claudio Sottocornola (foto) inaugurerà il nuovo progetto web Working Class, rendendo disponibili in rete cinque percorsi scelti fra le famose lezioni-concerto tenute sul territorio fra Scuole, Terza Università, Centri Culturali e svariati luoghi del quotidiano: un “laboratorio” che sfrutta le potenzialità della rete, ribadisce l’eclettismo creativo dell’artefice e certifica un itinerario di animazione culturale del territorio girato in presa diretta, “on the road”, da amici e spettatori che hanno assistito alle performance artistico-musicali, ma anche storico-filosofiche di Sottocornola.

La prima tranche prevede cinque live antologici che spaziano fra canzoni e dissertazione storica dall’analisi della condizione giovanile (il primo) all’evoluzione dell’immagine femminile (l’ultimo), passando per i cantautori, gli anni ’60, l’evoluzione sociale e del costume nei decenni del Secondo Novecento. A differenza di altri “filosofi del pop”, Sottocornola accetta di contaminarsi con i generi e gli ambiti espressivi come la musica leggera, diventandone egli stesso maschera e icona, come testimoniano i live che ora regala al web.
Non senza una punta di ironia, il filosofo-performer ha voluto intitolare l’intero progetto di archiviazione dei suoi incontri con il pubblico Working Class, a rappresentare la condizione di chi – come lui – si muove sul territorio fra musica, didattica, divulgazione ed espressione globale, a contatto con il pubblico vero e vario che affolla i luoghi del quotidiano. La polemica – anche se velata – contro la dimensione pseudo-istituzionale, e in realtà consumistico-commerciale del fare musica e cultura oggi prevalenti, è evidente tanto che, con moto di orgoglio etico-identitario, il cantante-filosofo dichiara appassionatamente l’utilizzo di tecnologie essenziali come inerenti a un approccio estetico-performativo più “popular”, e perciò autentico e coraggioso, sottolineando il maggior impegno richiesto, per esempio, nell’utilizzo di basi standard, quasi “fogli bianchi su cui scrivere con la propria voce”, senza mimetismi o complicità estetizzanti.

Da Mina a Ben E. King, da Battiato alla Pavone, da Battisti a Vasco, il repertorio dell’interprete-filosofo è vasto e riletto con una voce dalle timbriche personalissime, a volte dissonanti e antinaturalistiche, altre più struggenti e intimistiche, ma sempre capaci di toccare le corde delle emozioni. Sottocornola si appropria di canzoni-simbolo del repertorio italiano (e qualche volta anglosassone) fornendone una nuova interpretazione, non alla maniera un po’ intellettualistica degli interpreti decostruttivi ma con una partecipazione emotiva e viscerale, che cerca di scavare a fondo nell’esprimibile, e in genere corrisponde a una forte, intensa interiorizzazione del brano.

L’iniziativa è supportata da Synpress 44, Terza Università, Scuole in Rete, CDpM, Associazione Italiana Insegnanti di Geografia (Sezione Bergamo), la rivista della scuola Ecole e Moltimedia Fattoria Digitale. Working Class è l’occasione per rilanciare l’architettura del nuovo sito http://www.claudiosottocornola-claude.com, che propone sintesi e miscellanee delle varie ricerche fra musica, filosofia, immagini e poesia di Claudio Sottocornola.

ll programma: sabato 31 marzo: Teen-agers di ieri e di oggi; lunedì 30 aprile: Decenni; giovedì 31 maggio: Anni ’60; sabato 30 giugno: Cantautori; martedì 31 luglio: Immagine della donna e canzone. Informazioni: Claudio Sottocornola:http://www.claudiosottocornola-claude.com; http://www.cld-claudeproductions.com . Ufficio stampa Synpress44:http://www.synpress44.com

Quasi amici

44Mah … Ormai sono passati già tre giorni dalla visione di Quasi amici, e più dubbi che entusiasmi si fanno strada nello spingermi a scriverne un articolo di commento: sarà quella lieve aura cinica di cui è ancora permeata la mia candida animuccia di marzapane, saranno stati i peana incensanti provenienti d’Oltralpe e riecheggianti anche in Italia, ma la mia sensazione, ormai tramutata in certezza, è che i registi e sceneggiatori Eric Toledano e Olivier Kache, pur basandosi su una storia vera (riportata dal “vero” Philippe Pozzo di Borgo ne Il diavolo custode, edizioni Ponte delle Grazie), abbiano messo in atto la classica ed altrettanto furba “operazione a tavolino”.

Nulla da eccepire su un impianto di scrittura e direzione che non ho problemi a definire esemplare, dalla circolarità della composizione complessiva, con inizio e fine coincidenti, al flashback morbidamente e funzionalmente inserito come struttura portante, o sulle più che valide prove attoriali di Francois Cluzet nei panni di Philippe, facoltoso tetraplegico, causa incidente di parapendio, e di Omar Sy, Driss, ragazzone di colore proveniente dalla periferia parigina, fedina penale non propriamente limpida, che si troverà a fargli da badante.

Il tutto, però, mi è sembrato esprimere soprattutto l’idealizzazione dell’auspicabile congiungimento tra due diversità, non solo dal punto di vista culturale, l’ancien regime aristocratico che si fa forza di ingenti mezzi e di privilegi consolidati, e il “nuovo popolo” rappresentato dagli immigrati che cercano di affermare con fatica la propria identità in un mondo a loro spesso ostile, con indifferenza e diffidenza, in odore di reciprocità, a farla da padrone: una sorta di velo funzionale a coprire una realtà ben più complessa e dalle diverse tonalità, tra sfumature e chiaroscuri ancora irrisolti, mentre, soffermandomi soprattutto sulle problematiche proprie di chi vive al margine, gli autori sembra se la vogliano cavare con un generico riferimento ai “gigli del campo” d’evangelica memoria.

Certo, non vi è alcun pietismo d’accatto o l’ostentazione di una carità pelosa, si punta sulla “normalità” di un rapporto che porterà a reciproci cambiamenti nell’affrontare la vita, mischiando naturalezza ed affettazione, estemporaneità del dialogo ed uso vacuamente strategico e oltremodo studiato delle parole, con la benedizione offerta dall’alto gradimento, ancor prima che dai forti incassi; in definitiva, la rappresentazione di “un come dovremmo o vorremmo essere” consolatorio ed auto assolutorio, lungi dal tentare, senza generalizzazione alcuna, ad adoperarsi perché nel mondo reale un sorriso sincero ed un linguaggio chiaramente diretto possano veramente fare la differenza nell’affrontare qualsivoglia disabilità.

Paradiso amaro

22Premio Oscar 2012 per la miglior sceneggiatura non originale, The Descendants (dall’omonimo romanzo di Kaui Hart Hemmings), Paradiso amaro in Italia, è un film che mi ha piacevolmente sorpreso per la qualità della scrittura, molto scorrevole, senza particolari intoppi o incongruenze, opera dello stesso regista Alexander Payne (insieme a Nat Faxon e Jim Rash), il cui stile mi è apparso sobrio e lineare, gradevolmente sottotono: il ricorso a volte anche insistito, per quanto sempre estremamente funzionale, ai primi piani dimostra la sua attenzione a far sì che possa risaltare l’interpretazione di ogni singolo attore, del protagonista Clooney in particolare, dando rilevanza al loro essere persone ancor prima che personaggi.

Matt King (George Clooney), benestante avvocato discendente di un’antica famiglia hawaiana e proprietario insieme ai numerosi cugini di uno degli ultimi anfratti incontaminati delle paradisiache isole, come classicamente vengono descritte, si trova di fronte ad un punto cruciale della propria esistenza: in seguito ad un incidente nautico sua moglie versa ormai in coma irreversibile, per cui dovrà cercare d’instaurare quel rapporto che non vi è mai stato con le due figlie, la piccola Scottie (Amara Miller) e l’ inquieta adolescente Alex (Shailene Woodley), affrontando inoltre la notizia del tradimento della consorte e prendere una decisione se vendere o meno i sopra citati terreni ad una società immobiliare, come impone il “cartello” dell’antitrust …

In un’impostazione generale “vecchio stile”, debitrice nella sua trasposizione e visualizzazione sullo schermo tanto nei confronti di alcune nostre commedie degli anni ‘60-’70 che a quelle americane proprie del periodo della New Hollywood, Paradiso amaro è in realtà un vero e proprio film drammatico, appena stemperato dai toni della commedia grazie agli accurati e brillanti dialoghi e a mirate dosi d’umorismo:ottima la prova di Clooney (sono ormai lontane le pose da “piacione” o gli ammiccamenti gigioneschi), in parallelo con quella della Woodley, la figlia complice di King, determinante nell’avallarne la figura d’eroe quotidiano che si trova a lottare con quanto la vita improvvisamente ti para davanti, facendoti rendere conto di come ciò che sinora si è attuato corrisponda ad una convenzione sociale e non al proprio intimo essere.

Molto acuta poi la scelta di non ricorrere al flashback nel ripercorrere i tratti salienti relativi alla vita della moglie di King, che appare viva solo qualche secondo prima dell’incidente e poi ripresa sul letto d’ospedale a far da costante proiezione per tutti coloro che hanno avuto a che fare con lei, i genitori, lo stesso marito, le figlie, l’amante, facendo emergere ricordi, rancori ed infine il perdono, nella primaria accezione di riconciliazione con se stessi, con il proprio io perduto.

Dei sopra citati richiami filmici fa anche parte la forte connessione tra ambiente e personaggi: il “paradiso hawaiano” viene dapprima rappresentato nel suo squallido modernismo e poi nella sua primigenia bellezza quando tutta la vicenda troverà definitiva soluzione, con la speranza di voler affidare un mondo (forse) migliore a quanti verranno dopo di noi, evidenziata da una ricercata sincronia tra la visione di una natura ancora incontaminata e la scena finale, rafforzata dal piano sequenza, padre e figlie insieme sul divano a mangiare gelato e guardare la tv, una “normalità” non insistita, pura ed essenziale, che è poi la vera forza, stilistica e contenutistica, del film.

Tonino Guerra, l’eclettismo di un poeta

Tonino Guerra

Tonino Guerra

E’ morto questa mattina nel suo paese natale, Santarcangelo di Romagna, Tonino Guerra, poeta prestato al cinema, cui ha regalato soggetti intrisi di rara elegia e coinvolgenti suggestioni, oltre che artista completo, considerando la sua dedizione, per quanto spesso in via alternativa, alla pittura, alla scultura e all’ideazione artistica in genere. Qualche giorno fa (il 16 marzo) era ricorso il suo 92mo compleanno, mentre nel 2010, aveva ottenuto il David di Donatello alla carriera, il quarto dopo i tre conseguiti per la miglior sceneggiatura ((Kaos, Paolo e Vittorio Taviani, ’84, Tre fratelli, Francesco Rosi, ’81, E la nave va, ’83, Federico Fellini), mentre con il regista greco Theo Angelopoulos aveva ottenuto la a Palma d’oro a Cannes nel 1989, per L’eternità e un giorno; fondamentale poi il suo contributo relativamente alla vittoria di Amarcord, Federico Fellini, Oscar come Miglior Film Straniero nel ’74. Con il regista riminese collaborò inoltre per il già citato E la nave va, ’83, e Ginger e Fred.

Appena ventenne, Guerra visse la triste esperienza della deportazione in Germania, nel lager di Troisdorf, dove iniziò a comporre i primi versi in dialetto romagnolo, poesie che troveranno forma definitiva nella raccolta I scarabocc, pubblicata a sue spese nel ’46, con la prefazione di Carlo Bo; maestro elementare, esordisce come narratore nel ’52 con il romanzo breve La storia di Fortunato (Einaudi), anche se sarà la trasferta a Roma a rivelarsi fondamentale per la sua carriera, dove avrà modo di frequentare il pittore Lorenzo Vespignani e conoscere registi come Elio Petri e Giuseppe De Santis, il cui Uomini e lupi, ’57, risulta tra le sue prime sceneggiature, considerando che già nel ’53 aveva avviato una collaborazione con Aglauco Casadio per realizzare un film con Marcello Mastroianni, Un ettaro di cielo, distribuito a partire dal ’56.

Altro momento saliente della sua vita, l’incontro con Michelangelo Antonioni, sul finire degli anni ’50, avviando un forte sodalizio che, a partire da L’avventura, ’59, durerà sino al 2004 (Il filo pericoloso delle cose, episodio del film Eros), escludendo dal novero Professione reporter: eclettismo ed intuito artistico hanno fatto sì che Guerra apportasse il suo indubbio talento creativo alle opere dai contenuti più vari, assecondando, approfondendo e visualizzando, ogni volta con diversa efficacia ed intensità, le idee di registi come Francesco Rosi (Cadaveri eccellenti, ’75) o Andrej Tarkovskij (Nostalghia, ’83), giusto per evidenziare gli estremi della genialità propria di un grande uomo prima che di un grande poeta e scrittore, senza soffermarsi troppo a lungo sul solito freddo elenco delle opere realizzate, col rischio di sminuirne la figura e la sua portata inventiva.