Archivi del mese: febbraio 2012

Walter Chiari – Fino all’ultima risata

2341Ho sempre considerato Walter Chiari come una delle figure più complesse e meno comprese nell’ambito dello spettacolo italiano, probabilmente prigioniero del suo stesso straordinario eclettismo, volto a delineare, unendo tradizione e modernità, un’inedita, almeno nel nostro paese, figura di entertainer, ancora prima che d’attore propriamente detto, anche nella spesso abusata aggettivazione “comico”. Capace di sfruttare tanto una mimica non legata a precise caratteristiche fisiche, che un’esuberante interazione con il pubblico per dar vita a diversi personaggi, anche con il semplice racconto di una barzelletta, era lontano anni luce dalla classica “macchietta” e pur predominando man mano toni più malinconici, credo sia riuscito a mantenere sino all’ultimo quell’aria da ragazzo mai propriamente cresciuto, forse anche ammantata da un certo spirito goliardico.

Ricordo con piacere molti suoi sketch televisivi, alcuni ho avuto modo di rivederli o di vederli per la prima volta “da grande” (la riproposizione dei fratelli De Rege o Il Sarchiapone, entrambi con Carlo Campanini) in programmi come Storia di un altro italiano, sette puntate di Tatti Sanguineti, e man mano, appassionandomi al personaggio, ho cercato i vari film a cui ha preso parte negli anni, rimanendo colpito in particolare dalla sua interpretazione ne Il giovedì, Dino Risi, ’63, come da quella offerta in Bellissima di Visconti, ‘51 o ne La rimpatriata, ’63, Damiano Damiani, limitandomi a qualche titolo tra i tanti, per ragioni di brevità e giusto per evidenziare il già citato eclettismo, specie in presenza di valide scritture.

Alla luce di queste mie considerazioni, ho atteso con una certa curiosità, mista a prevenzione, lo ammetto, la messa in onda (Rai Uno, domenica 26 e lunedì 27 febbraio) della miniserie Walter Chiari- Fino all’ultima risata, regia e sceneggiatura (quest’ultima insieme a Luca Rossi) di Enzo Monteleone e con Alessio Boni protagonista principale (tra gli altri interpreti Bianca Guaccero, Caterina Misasi, Anna Drijver, Dajana Roncione), sperando, pur nell’ambito di un prodotto televisivo, che venisse fatta risaltare sia la complessa personalità dell’artista sia, particolare a mio avviso non secondario, il clima proprio dei vari anni in cui il nostro si trovò a calcare le scene, i mutamenti di costume, le trasformazioni in atto nella società, anche in considerazione delle note vicende legate alla droga che ne comportarono la detenzione in carcere nel ’70.

Purtroppo dopo la visione la delusione è stata cocente: non solo niente di quanto avevo sperato si è palesato sullo schermo, ma tutto si è risolto nella pur ottima interpretazione di Boni, allo stesso tempo pregio e limite della fiction, con il voler rendere alla perfezione, dalla parlata alla gestualità, in ogni minima espressione, la figura di Chiari, insistendo soprattutto sulla consueta parabola di uomo “normale”, o “comune” che dir si voglia, sopraffatto dall’improvviso successo e conseguente incapacità o spavalda incoscienza nel gestirlo.
Ecco, quindi, la solita sfilata dei vizi che affliggono gli uomini di spettacolo (cocaina, gioco d’azzardo, catalogo ragionato di belle donne) e qualche vano tentativo di redenzione (il matrimonio con Alida Chelli, la nascita del figlio Simone), con il solo risultato di banalizzarne la contraddizione uomo-artista, al’insegna del classico “se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”, citando, forse a sproposito, De Andrè.

Anche nella considerazione di un prodotto tv improntato alla godibilità complessiva e alla conseguente consolazione auto assolutoria degli alti indici d’ascolto, il ricordo, la sua elaborazione, è certo qualcosa di molto complesso, che va ben al di là della pedissequa imitazione di una smorfia o di un tic o di una regia e di una sceneggiatura improntate alla mera funzionalità della messa in scena: dal cosiddetto servizio pubblico, espressione quanto mai abusata, ne convengo, è lecito pretendere di più.

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Happy Birthday Cannes

1234eessDopo aver omaggiato nella scorsa edizione Faye Dunaway, ora il Festival di Cannes sceglie come testimone della sua 65ma edizione (16-27 maggio) Marilyn Monroe, iconizzata nel manifesto ufficiale della kermesse, in una foto di Otto L.Bettman, unendo idealmente il compleanno della manifestazione e l’anniversario dei 50 anni dalla scomparsa dell’attrice.

Oscar 2012: trionfo annunciato per “The Artist”

Jean Dujardin e Berenice Bejo

Jean Dujardin e Berenice Bejo

Tutto secondo le previsioni riguardo l’84ma edizione degli Oscar: testa a testa tra The Artist e Hugo Cabret, cinque statuette ciascuno, ma se al primo vanno quelle per miglior film, migliore regia (Michel Azanavicius), migliore attore (Jean Dujardin), costumi e colonna sonora, il secondo finisce per prevalere relativamente all’aspetto più squisitamente tecnico, fotografia, effetti speciali, sonoro, montaggio sonoro e scenografia, quest’ultima opera di Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo, unica consolazione per i nostri colori, visto che Enrico Casarosa è stato battuto da The fantastic Flying books of Mr. Morris Lessmore, William Joyce e Brandon Oldenburg, nella sezione dedicata ai cortometraggi animati, dove aveva ottenuto la nomination con La Luna.

Personalmente come miglior attore protagonista avevo volto più di un pensiero a Gary Oldman per la sua intensa interpretazione ne La talpa, film da me preso in considerazione anche per la miglior sceneggiatura non originale (Bridget o’Connor e Peter Sraughman), ma il relativo premio è andato a Paradiso Amaro di Alexander Payne, mentre per la miglior sceneggiatura originale vince Woody Allen con Midnight in Paris.

L’Oscar per la miglior attrice protagonista è andato a Meryl Streep, per la sua interpretazione di Margaret Thatcher in The Iron Lady, quello per il miglior attore non protagonista a Christopher Plummer (Beginners), mentre migliore attrice non protagonista è risultata Octavia Spencer (The Help).
Miglior film straniero, l’iraniano Una Separazione, Asghar Farhadi.

MIGLIOR FILM: The Artist; MIGLIOR REGIA:Michel Hazanavicius – The Artist; MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA:Jean Dujardin – The Artist;
MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA:Meryl Streep – The Iron Lady; MIGLIOR ATTORE NON PROTAGONISTA:Christopher Plummer – Beginners; MIGLIOR ATTRICE NON PROTAGONISTA:Octavia Spencer – The Help; MIGLIOR FILM STRANIERO: Una separazione (Iran), Asghar Farhadi; MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE:Rango; MIGLIOR SCENEGGIATURA ORIGINALE:Woody Allen – Midnight In Paris; SCENEGGIATURA NON ORIGINALE: Alexander Payne, Nat Faxon, Jim Rash – Paradiso amaro; MIGLIOR COLONNA SONORA:Ludovic Bource – The Artist ; MIGLIOR CANZONE:Bret McKenzie (Man or Muppet) – I Muppet ; MIGLIOR FOTOGRAFIA: Robert Richardson – Hugo Cabret ; MIGLIOR MONTAGGIO: Angus Wall, Kirk Baxter – Millennium – Uomini che odiano le donne; MIGLIOR SCENOGRAFIA:Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo – Hugo Cabret ; MIGLIORI COSTUMI:Mark Bridges – The Artist ; MIGLIOR TRUCCO:Mark Coulier – The Iron Lady; MIGLIOR SONORO:Philip Stockton e Eugene Gearty – Hugo Cabret; MIGLIOR MISSAGGIO DEL SUONO:Tom Fleishman e John Midgley, Hugo Cabret; MIGLIORI EFFETTI SPECIALI:Rob Legato, Joss Williams, Ben Grossmann e Alex Henning – Hugo Cabret ; MIGLIOR DOCUMENTARIO:Undefeated, TJ Martin, Dan Lindsay e Richard Middlemas; MIGLIOR CORTO ANIMATO:The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore , William Joyce, Brandon Oldenburg.

Hugo Cabret

2123Ancora poche ore e potremo sapere quale pellicola premierà il verdetto espresso dall’Academy, Hugo Cabret di Martin Scorsese, forte di undici nomination, o The Artist, Michel Azanavicius, a seguire con dieci, due film aventi in comune l’idea di base, un omaggio al cinema delle origini, per quanto espresso con diverse modalità, tanto di realizzazione che di contenuto.

Infatti, se il regista francese omaggia l’Hollywood del tempo che fu, i primi divi, il bianco e nero, l’assenza di sonoro, Scorsese sfrutta con abile disinvoltura la tecnica del 3D, rendendola funzionale alla narrazione e mai invasiva, anzi oserei dire intimista, per attualizzare l’idea di cinema come magia, risalendo ai suoi albori, e “fabbrica dei sogni”, quest’ultimi alimentati da quella purezza dello sguardo propria di chi sia capace di farsi trasportare, attraverso il fascio di luce e con la sola forza dell’immaginazione, dallo schermo verso mondi fantastici o, semplicemente, intimamente desiderati.

Tratto dalla graphic novel La straordinaria invenzione di Hugo Cabret, Brian Selznick (edito in Italia da Mondadori), adattata per il grande schermo da John Logan, il film presenta un impatto, anche, se non soprattutto, visivo, meno aggressivo e “violento” rispetto ai classici capolavori di Scorsese, con una certa morbidezza di ripresa a fare da inedita modalità espressiva, pur non rinunciando ad alcuni tocchi estremamente personali: la bellissima carrellata introduttiva, che ci porta all’interno della stazione ferroviaria di Gare Montparnasse, nella Parigi del 1931, splendidamente realizzata da Dante Ferretti, o la capacità di dar vita a delle piccole storie di varia umanità a corollario della vicenda principale, come quella tra il burbero ispettore ferroviario (Sacha Baron Cohen) e la fioraia, che conferiscono un ulteriore tocco poetico, dal retrogusto chapliniano.

Ciò che ho avvertito ed apprezzato in particolare, specialmente in confronto ai precedenti Shutter Island e The Departed, è la partecipazione in prima persona dell’autore, il suo “sentire il film” e conferirgli estrema personalizzazione nell’uso di un linguaggio metacinematografico: il punto d’osservazione di Scorsese è, infatti, tutt’uno con quello disincantato di Hugo (Asa Butterfield), l’orfano che vive in un nascondiglio segreto all’interno della stazione, dove svolge il compito di caricare e regolare puntualmente i vari orologi, cercando di dar vita ad un automa recuperato dal padre orologiaio poco prima di morire, convinto possa essere latore di un suo messaggio, e che lo porterà, coadiuvato dall’amica Isabelle (Chloe Moretz) a fare la conoscenza del grande regista George Melies (Ben Kingsley, profondamente intenso nella sua interpretazione).

Siamo quindi di fronte ad un viaggio nel mondo della Settima Arte, nella cornice, a detta dello stesso regista, di un film per famiglie, dall’impronta favolistica:il cinema che nasce come rappresentazione della realtà e “moda passeggera” (i fratelli Lumiere) per trasmutarsi poi in visualizzazione del sogno (Melies), travalicato dal tragico incombere degli eventi e conseguente perduta capacità immaginifica degli spettatori, purificato infine e riportato alla sua originaria essenza da quanti sanno guardare al passato, in ogni sua espressione artistica, focalizzandone i diversi intuiti creativi, ma ben calati nel presente.
Il tutto mi è parso concentrato essenzialmente in due scene, Scorsese nei panni di un fotografo che immortala Melies e l’inquadratura finale sull’automa e il suo messaggio, volta a conferire concretezza all’utopia del cinema come macchina del tempo, nonostante l’inesorabile fluire di quest’ultimo, capace con il suo afflato incantato di riunire più generazioni.

Le idi di marzo

28x40 sac_Layout 1Film d’apertura, in concorso, alla 68ma Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, candidato all’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale (il soggetto è la piece teatrale Farragut North, Beau Willimon), Le idi di marzo è, a parere di chi scrive, una pellicola esemplare, tanto a livello di scrittura che di regia, volte ad esaltare la coralità espressa nella recitazione dall’intero cast: entrambe sono opera (riguardo la prima insieme al citato Willimon e Grant Heslov) del “divo” George Clooney, qui alla sua prova più convincente come regista, anche considerando il pur ottimo Good Night, and Good Luck.

Ciò che mi ha colpito in particolare è la modalità di ripresa estremamente classica e raffinata (la mente va a Tutti gli uomini del Presidente, Alan J. Pakula, ’76), molto attenta a valorizzare ogni singolo personaggio e l’interpretazione offerta dagli attori, così da rendere gli spettatori attivamente partecipi alla delineazione in crescendo della trama sullo schermo, incentrata sulla progressiva “diseducazione sentimentale” del trentenne Stephen Myers (Ryan Gosling), addetto stampa nell’ambito della campagna elettorale del candidato democratico Mike Morris (Clooney) per le elezioni presidenziali americane, che, tra subdole manovre sottobanco, orchestrati complotti, complice anche la stampa, e gli immancabili intrighi a sfondo sessuale, il tutto alla consolante ombra riparatrice della Costituzione, sacrificherà la propria verginità idealista sugli altari del successo e del potere.

Più che il classico “teatrino della politica”, con “vizi privati e pubbliche virtù” a far da funzionale, amara e dolente, coreografia, ciò che risalta, senza alcuna enfasi retorica o narrativa, tra dialoghi taglienti e toni da tragedia shakespeariana, è la duplicità, la doppiezza della natura umana e i patti mefistofelici che si è disposti a firmare in sostituzione di ogni ideale o valore, ordendo una congiura in primo luogo contro se stessi: su questo sfondo si staglia la figura del protagonista, ottimamente resa da Gosling, come quella di ogni singolo interprete, in ruoli solo apparentemente secondari, dagli ambigui Philip Seymour Hoffman e Paul Giamatti, all’intensa Evan Rachel Wood, senza dimenticare Marisa Tomei e lo stesso Clooney, spesso defilato ma decisivo nel far risaltare l’istrionismo proprio del politico, volto a blandire ruffianamente le masse, più che convincerle della concreta attuazione del programma.

Nella suddetta linearità evidenziata dell’intera vicenda, dalla valenza ovviamente universale, il film riesce inoltre ad esprimere una circolarità esemplare nell’aprirsi, l’avvio delle danze, e nel chiudersi, a giochi già fatti, con una scena pressoché identica: un uomo, un microfono, un leggio o una sedia sul palco e il vuoto delle parole espresse dal candidato di turno ad infrangersi rumorosamente sul destino degli uomini.

A Dangerous Method

Non stupitevi di vedere solo ora su questo blog una mia analisi di A Dangerous Method, l’ultimo film di David Cronenberg presentato in concorso alla 68esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e che ha avuto modo di far discutere pubblico e critica: purtroppo nella mia zona di residenza, in provincia di Reggio Calabria, la distribuzione punta essenzialmente, con qualche lodevole eccezione, su pochi titoli ritenuti “affidabili” relativamente agli incassi, spesso riproposti dai tre cinema esistenti in tre comuni limitrofi, ulteriore crimine, a poche settimane di distanza l’uno dall’altro; per chi, come me, è ancora legato al concetto di sala cinematografica come “luogo di culto” per godere appieno della visione di un film, pur già disponibile in dvd, non resta che affidarsi a qualche recupero in apposite rassegne d’essai, com’ è avvenuto, appunto, per la pellicola in questione.
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47971Tratto dalla piece teatrale The Talking Cure di Cristopher Hampton (autore della sceneggiatura), a sua volta ispirata al romanzo A Most Dangerous Method di John Kerr, A Dangerous Method è un film la cui visione mi ha lasciato inizialmente non poco interdetto, sorpreso dalla compostezza e dalla rigorosa prudenza nel centellinare le varie vicende sullo schermo, con un distacco dai personaggi forse eccessivo, almeno nell’ambito di un regista che, soprattutto in una prima fase della sua carriera, ha giocato le sue carte migliori in un ambito estremamente opposto, tra visionarietà e devastazione corporale.

Apprezzandone l’estrema raffinatezza di proposizione, ottima ricostruzione storica, bella fotografia, macchina da presa “ferma” ma ben attenta ai dettagli e ai primi piani, alla fine si è sviluppata in me la convinzione che Cronenberg abbia voluto enfatizzare la cosiddetta “cura delle parole”, ovvero la psicoanalisi, giocando sui dialoghi e sulla parola scritta (il frequente carteggio tra Jung e Freud) per dar vita ad una sorta di sospensione simbiotica imperniata sul contrasto tra quanto l’ambiente sociale impone (la vicenda prende piede nel 1904 tra Zurigo e Vienna) e ciò che la mente prima e il corpo dopo vorrebbero, anche se non sempre con identica e simultanea espressione, anzi spesso in mancata sintonia.

Ecco perché piuttosto che la triangolazione messa in atto tra Sabina Spielrein (Keira Knightley), Jung (Michael Fassbender) e Freud (Viggo Mortessen), all’origine, nell’ordine, di un rapporto conflittuale paziente-medico e discepolo-maestro, con la donna a fare da baricentro pulsante, mi hanno invece colpito due personaggi in apparenza secondari, ma più che mai atti ad insinuare differenti pulsioni sotto pelle: Otto Gross (Vincent Cassel) e il suo libertinaggio al di fuori di ogni convenzione, sociale e morale, e la moglie di Jung, Emma (Sarah Godon), non a caso al centro di una delle scene più affascinanti, il test delle assonanze messo in atto con l’ausilio di un inedito macchinario.

Più che le tre diverse teorie delineate dai tre personaggi, semplificando, sesso come cardine dell’universo teorizzato da Freud, “il qualcosa in più” ricercato da Jung, il legame Eros- Thanatos portato avanti dalla Spielrein, che diverrà anch’essa psichiatra, alla fine ciò che emerge è la fragilità dell’essere umano, soffocato dall’apparato sociale in cui vive, tanto simile al sepolcro imbiancato d’evangelica memoria: solo, senza più alcuna certezza che non sia la consapevolezza della fragilità del suo essere, della sua scarsa influenza e conseguente soggezione all’ ineluttabilità degli eventi.
Lo si evince dal bellissimo finale, classico colpo d’ala sodenberghiano, per un film che avrebbe meritato, a mio avviso, un’interprete femminile meno rigidamente concentrata su isterismi d’ordinanza, specie nella prima parte, e un Freud- Mortessen meno ieraticamente compresso.

Berlino 2012: Orso d’oro ai fratelli Taviani

i fratelli Taviani

i fratelli Taviani

La notizia è di quelle che riescono a fare contenti tutti coloro che, come lo scrivente, ancora non hanno perso la speranza relativamente a un cinema italiano di qualità: l’Orso d’oro della 62esima edizione del Festival di Berlino e’ stato assegnato a Paolo e Vittorio Taviani per Cesare deve morire. L’ultima vittoria italiana risaliva al 1991, La casa del sorriso, Marco Ferreri.

Importante anche la vittoria, nella sezione Panorama, relativamente al premio del pubblico, di Daniele Vicari con Diaz.Non pulire questo sangue , docufilm incentrato sui tragici avvenimenti della scuola Diaz durante il G8 di Genova, a ulteriore testimonianza che, come detto ad inizio articolo, un altro cinema italiano, magari capace di essere ancora aderente alla realtà e non di descrivere il classico mondo a parte, sia ancora possibile; insieme a Vicari si sono aggiudicati il suddetto riconoscimento Srdjan Dragojevic, Parada, e Cao Hamburger, Xingu. Di seguito, l’elenco dei premi principali.

ORSO D’ORO: Paolo Taviani e Vittorio Taviani per Cesare deve morire; ORSO D’ORO ALLA CARRIERA: Meryl Streep; GRAN PREMIO DELLA GIURIA: Benedek Fliegauf, Just the Wind; ORSO D’ARGENTO PER LA MIGLIOR REGIA: Christian Petzold, Barbara; ORSO D’ARGENTO PER LA MIGLIORE ATTRICE: Rachel Mwanza, Rebelle; ORSO D’ARGENTO PER IL MIGLIOR ATTORE: Mikkel Følsgaard, En Kongelig Affære; ORSO D’ARGENTO PER LA MIGLIORE SCENEGGIATURA: Nikolaj Arcel e Rasmus Heisterberg, En Kongelig Affære; ORSO D’ARGENTO PER IL CONTRIBUTO ARTISTICO:Lutz Reitemeier, White Deer Plain (fotografia).