Archivi del mese: gennaio 2012

J.Edgar

43John Edgar Hoover (1895-1972), semplicemente Edgar per le persone a lui care, tra gli uomini più potenti del mondo, temuto in misura crescente dagli otto presidenti degli Stati Uniti dei quali fu a servizio negli anni in cui si trovò a capo dell’FBI, è stato certamente un personaggio emblematico e contraddittorio: proprio su questi due binari, emblematicità e contraddittorietà, si muove l’ultima fatica da regista del “buon vecchio Clint” (Eastwood), con sceneggiatura a firma di Dustin Lance Blank, nel tracciarne la biografia, delineando una metafora sul potere che assume tratti e toni tragicamente shakespeariani.

Estremamente lineare e abbastanza fluido, nonostante la costruzione attraverso diversi piani temporali (punto di partenza e di arrivo è il 1972, con Edgar che detta le sue memorie, per risalire al 1924 e attraversare man mano i momenti più salienti della storia americana, sino all’avvento di Nixon), resa comunque affascinante da un ottimo montaggio (Joel Cox e Gary Roach) e felici scelte registiche, per quanto improntate ad una classicità pura ed essenziale, il film punta più che a visualizzare una confluenza tra vita pubblica e privata, a far risaltare il loro parallelismo e la predominanza della seconda sulla prima.

Edgar, interpretato efficacemente da uno straordinario Leonardo DiCaprio, che prende su di sé il peso di una notevole fisicità trasformista, infatti, tende ad imprimere alla nazione americana quel baluardo di sicurezza che egli non ha mai avuto, trasforma le proprie debolezze in forza ed autorità, ricatta chiunque minacci la sua posizione, facendo sì che l’apparato governativo si adatti al suo modo di fare e lo accetti senza colpo ferire, sublimando in tal modo il rapporto edipico con la madre (Judi Dench): nulla deve sfuggire al suo controllo (la creazione di un registro-archivio, le impronte digitali), in nome della repressione del crimine, certo, ma anche di ogni manifestazione autonoma di pensiero o libera espressione della personalità, come nell’ambito delle proprie scelte sessuali.

Girando soprattutto in interni, coadiuvato da una fotografia (Tom Stern) volta a ricercare il bianco e nero più che il colore, Eastwood non prende propriamente una posizione, preferisce dare visualizzazione all’ambiguità, sia quella legata al potere, alle sue distorsioni, tanto, soprattutto, quella propria dell’anima umana messa a nudo, muovendo con sensibilità estrema la macchina da presa sui personaggi, sottolineando con brevi movimenti e poche inquadrature i rapporti tra Edgar con quanti gli stanno vicino, nell’impossibilità di esprimere amore (il rapporto con la sua fidata segretaria, Helen Gandy – Naomi Watts) o sopprimendo i suoi veri sentimenti (il legame con il suo braccio destro Tolson – Armie Hammer).

Ciò che emerge alla fine è la solitudine dell’uomo, vittima delle proprie contraddizioni, ingabbiato da quello stesso potere che aveva messo in essere e sul quale aveva costruito le fondamenta della sua vita, facendo affidamento su derive autoritarie e sulla quella protervia tipica di chi non è incline a giudicare se stesso, se non in punto di morte, con quest’ultima, paradossalmente, ad ergersi come essenza e significato della propria esistenza.

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C’è un paio di scarpette rosse

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto
lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti
non crescono
c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole…

Joyce Lussu

Theo Angelopoulos, il passo sospeso del grande cinema

Theodoros Angelopoulos

Theodoros Angelopoulos

Il regista greco Theodoros Angelopoulos è morto ieri sera, martedì 24 gennaio, dopo essere stato investito nel pomeriggio da una moto, mentre attraversava una strada a Keratsini, nei pressi del porto del Pireo. Aveva 76 anni, il suo ultimo lavoro risale al 2011, l’episodio Céu Inferior del film Mundo Invisíve, mentre nel 2008 aveva diretto La polvere del tempo, scritto insieme a Tonino Guerra ed interpretato da Willem Dafoe, Bruno Ganz e Michel Piccoli, secondo capitolo di una trilogia iniziata nel 2004 con La sorgente del fiume . Da poco erano state avviate le riprese di un suo film sulla crisi economica in Grecia, The Other Sea, interprete Toni Servillo.

Nato ad Atene nel 1936, Angelopoulos, dopo essersi laureato in legge, nel 1962 si trasferisce a Parigi, dove inizia a frequentare l’HIDEC (Institut des hautes études cinématographiques), respirando l’aria del rinnovamento dovuto alla Nouvelle Vague, per poi tornare due anni dopo in patria e dedicarsi alla critica cinematografica in un quotidiano di sinistra, sino al 1967, quando la testata verrà chiusa in seguito al colpo di stato che porterà all’avvento della “dittatura dei colonnelli”: costretto all’esilio, torna a Parigi, dove dirige il suo primo lavoro cinematografico, il cortometraggio La trasmissione, anche se occorrerà attendere il 1970 perché l’estro di Angelopoulos possa concretamente e compiutamente trovare la sua consacrazione stilistica, quando con Ricostruzione di un delitto ripropone, attualizzandolo, il mito degli Atridi, mettendo in scena una intricata storia d’infedeltà nello scenario di un piccolo paese sulle montagne dell’ Epiro.

Con la successiva trilogia dedicata alla storia greca dal 1930 al 1970 (I giorni del ’36, 1972; La recita, 1975; I cacciatori, 1977), lo stile del regista è ormai consolidato ed estremamente affascinante tanto nella sua visualizzazione narrativa (i lunghi piani sequenza, gli spazi temporali che sembrano quasi sospesi, alternando al riguardo accostamento e sovrapposizione) che nel proporre un’ interessante lettura, antropologica e politica, delle vicende proprie della sua terra, spesso legandole a doppio filo con un’inedita riproposizione dei miti classici: tale fascino, anche coreografico, dovuto spesso ad una struttura non sempre lineare, verrà a mitigarsi nelle opere successive (Alessandro il Grande, ’80), riproponendosi poi in una sorta di sospensione tra metafora e poesia, complice anche il ruolo di Guerra come sceneggiatore, nei successivi Il volo, ’86, interprete Marcello Mastroianni, Paesaggio nella nebbia, ’88 e Il passo sospeso della cicogna, ’91; del ’95 è Lo sguardo d’Ulisse, che avrebbe dovuto essere interpretato d Gian Maria Volontè (l’attore morì durante le riprese e venne sostituito da Harvey Keitel), mentre nel ’98 Angelopoulos ottenne la Palma d’Oro a Cannes per L’eternità è un giorno, interpretato da Bruno Ganz.

Oscar 2012:le nominations

234Sono state annunciate alle 5:30, 14:30 ora italiana, presso la sede dell’ Academy of Motion Picture Arts and Sciences, le nominations agli Oscar, con la consueta cerimonia presentata quest’anno dall’attrice Jennifer Lawrence e da Tom Sherak, presidente dell’Academy. Favorito, come nelle previsioni, The Artist, anche se Scorsese con Hugo Cabret lo supera di una lunghezza, 11 nomination contro 10. Appuntamento ora con la cerimonia di premiazione, il prossimo 26 febbraio.

Miglior film: War Horse; The Artist ; Moneyball – L’arte di vincere; Paradiso amaro ; The Tree of Life; Midnight in Paris ; The Help; Hugo Cabret; Extremely Loud and Extremely Close .

Miglior regista: Michel Hazanavicius, The Artist ; Alexander Payne, Paradiso amaro ; Martin Scorsese, Hugo Cabret ; Woody Allen, Midnight in Paris ; Terrence Malick, The Tree of Life .

Miglior attore protagonista: Demian Bichir, A Better Life ; George Clooney, Paradiso amaro ; Jean Dujardin, The Artist ; Gary Oldman, La talpa ; Brad Pitt, L’arte di vincere.

Miglior attrice protagonista: Glenn Close, Albert Nobbs ; Viola Davis, The Help ; Rooney Mara, Millennium – Uomini che odiano le donne ; Meryl Streep, The Iron Lady; Michelle Williams, My Week with Marilyn .

Miglior attore non protagonista: Kenneth Branagh, My Week with Marilyn ; Jonah Hill, L’arte di vincere ; Nick Nolte, Warrior; Christopher Plummer, Beginners; Max von Sydow, Molto forte incredibilmente vicino .

Miglior attrice non protagonista: Bérénice Bejo, The Artist ; Jessica Chastain, The Help ; Melissa McCarthy, Le amiche della sposa ; Janet McTeer, Albert Nobbs; Octavia Spencer, The Help.

Miglior sceneggiatura originale: Michel Hazanavicious, The Artist; Annie Mumolo e Kristen Wiig, Le amiche della sposa ; J.C. Chandor, Margin Call ; Woody Allen, Midnight in Paris; Asghar Farhadi, Una separazione .

Miglior sceneggiatura non originale: Alexander Payne, Nat Faxon e Jim Rash, Paradiso amaro ; John Logan, Hugo Cabret ; George Clooney, Grant Heslov e Beau Willimon, Le idi di marzo ; Steven Zaillian e Aaron Sorkin, L’arte di vincere ; Bridget O’Conner e Peter Straughan, La talpa .

Miglior film d’animazione: A Cat in Paris ; Chico & Rita ; Kung-Fu Panda 2; Il gatto con gli stivali ; Rango.

Miglior film straniero: Bullhead (Belgio), Monsieur Lazhar (Canada), Una separazione (Iran), Footnote (Israele), In Darkness (Polonia).

Miglior fotografia: The Artist , Millennium – Uomini che odiano le donne , Hugo Cabret, The Tree of Life , War Horse .

Miglior montaggio: The Artist , Paradiso amaro , Millennium – Uomini che odiano le donne , Hugo Cabret , L’arte di vincere .

Miglior scenografia: The Artist , Harry Potter e i doni della morte – parte 2, Hugo Cabret , War Horse .

Migliori costumi: Anonymous, The Artist, Hugo Cabret , Jane Eyre, W.E..

Miglior trucco: Albert Nobbs , Harry Potter e i doni della morte – parte 2, The Iron Lady .

Miglior colonna sonora originale: John Williams, Le avventure di Tintin ; Ludovic Bource, The Artist ; Howard Shore, Hugo Cabret ; Alberto Iglesias, La talpa ; John Williams, War Horse .

Miglior canzone originale: Man or Muppet , Bret McKenzie, I Muppet ; Real in Rio , Sergio Mendes, Carlinhos Brown e Siedah Garrett, Rio.

Miglior montaggio sonoro: Drive, Millennium – Uomini che odiano le donne, Hugo Cabret , Transformers 3, War Horse .

Miglior missaggio sonoro:L’arte di vincere, Millennium – Uomini che odiano le donne, Hugo Cabret, Transformers 3 , War Horse.

Migliori effetti visivi: Harry Potter e i doni della morte – parte 2, Hugo Cabret , Real Steel , L’alba del pianeta delle scimmie , Transformers 3 .

Miglior documentario: Hell and Back Again, If a Tree Falls: A Story of the Earth Liberation front, Paradise Lost 3: Purgatory , Pina, Undefeated .

Miglior cortometraggio documentario:The Barber of Birmingham: Foot Soldier of the Civil Rights Movement , God Is the Bigger Elvis , Incident in New Baghdad , Saving Face , The Tsunami and the Cherry Blossom .

Miglior cortometraggio d’animazione: Dimanche, The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore, La Luna , A Morning Stroll, Wild Life.

Miglior cortometraggio: Pentecost, Raju, The Shore , Time Freak , Tuba Atlantic .

La recessione (1974)

Rivedremo calzoni coi rattoppi
rossi tramonti sui borghi
vuoti di macchine
pieni di povera gente che sarà tornata da Torino o dalla Germania
I vecchi saranno padroni dei loro muretti come poltrone di senatori
e i bambini sapranno che la minestra è poca e che cosa significa un pezzo di pane
E la sera sarà più nera della fine del mondo e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
e forse qualche giovane tra quei pochi tornati al nido tirerà fuori un mandolino
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno ogni tanto come in un sogno
E città grandi come mondi saranno piene di gente che va a piedi
con i vestiti grigi
e dentro gli occhi una domanda che non è di soldi ma è solo d’amore
soltanto d’amore
Le piccole fabbriche sul più bello di un prato verde
nella curva di un fiume
nel cuore di un vecchio bosco di querce
crolleranno un poco per sera
muretto per muretto
lamiera per lamiera
E gli antichi palazzi
saranno come montagne di pietra
soli e chiusi com’erano una volta
E la sera sarà più nera della fine del mondo
e di notte sentiremmo i grilli o i tuoni
L’aria saprà di stracci bagnati
tutto sarà lontano
treni e corriere passeranno
ogni tanto come in un sogno
E i banditi avranno il viso di una volta
con i capelli corti sul collo
e gli occhi di loro madre pieni del nero delle notti di luna
e saranno armati solo di un coltello
Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra leggero come una farfalla
e ricorderà ciò che è stato il silenzio il mondo
e ciò che sarà.

Pier Paolo Pasolini

Benvenuti al Nord

1234566Non ho problemi ad ammettere di trovarmi un po’ in difficoltà nello scrivere la recensione di Benvenuti al Nord, sequel di Benvenuti al Sud (a sua volta, bene ricordarlo, fedele remake del francese Giù al Nord, Bienveneu chez les Ch’its,’09, Dany Boon) e destinato, a quanto pare dal primo giorno di programmazione, a bissarne il forte successo: regista sempre Luca Miniero, coautore della sceneggiatura insieme a Fabio Bonifacci, subentrato a Massimo Gaudioso, il film, per quanto divertente, mi è apparso meno “fresco”, spontaneo e scorrevole rispetto all’opera originaria, non riuscendo a conciliare toni piacevolmente lievi, quasi favolistici a tratti, con altri più grotteschi e surreali, in particolare nella rappresentazione dell’operosa Milano, dove i luoghi comuni, gli stereotipi, le diversità di pensiero, non trovano adeguata enfasi e caratterizzazione portante.

La difficoltà di cui sopra nasce dalla circostanza che ancora una volta mi trovo di fronte ad una commedia italiana, girando intorno a termini come “piacevolezza complessiva” o “valide prove attoriali” per poter digerire l’ennesima delusione provata nel constatare quanto sia lontano dalla nostra concezione cinematografica trarre da una buona idea di base che ha conquistato il pubblico una qualche innovazione, un inedito spunto narrativo, preferendo andare sul sicuro, assecondare piuttosto che stimolare, riproponendo, seppur ribaltandola, la situazione precedente: ora tocca a Mattia (Alessandro Siani) trasferirsi per lavoro da Castellabate nella metropoli lombarda, dopo essere stato lasciato dalla moglie Maria (Valentina Lodovini) che lo accusa d’immaturità; anche Alberto (Claudio Bisio) ha comunque la sua bella gatta da pelare, vedi il coinvolgimento da parte del megadirettore (Paolo Rossi) nel progetto Erpes per migliorare funzionalità ed efficienza delle Poste Italiane, che ha comportato, tra l’altro, l’allontanamento della moglie Silvia (Angela Finocchiaro)…

Il film parte bene, in particolare nel parallelismo delle vicende lavorative e familiari di Mattia ed Alberto, con la rappresentazione di una riunione aziendale (Rossi è un efficace ibrido tra Brunetta e Marchionne) memore del miglior Fantozzi, procede con qualche gag indovinata (il viaggio di Mattia “allietato” dalle premure via telefono di mammà, la cena milanese), per poi arrancare, girare a vuoto, incartarsi pericolosamente, in particolare con l’arrivo della famiglia e degli amici di Mattia alla stazione di Milano, modellato inutilmente su quello di Totò, Peppino e … la malafemmina, con il grottesco in salsa pop della moka gigante che appare gettato là, malamente abbozzato, restando fine a se stesso.

A colmare vuoti e mancanza di idee nella scrittura, provvedono Siani, Bisio, Finocchiaro (una e bina) e Rossi, da soli o insieme, dando però sempre l’impressione di una mancanza di concretezza ed organicità, visto che la sequela di gag si sfilaccia lungo il percorso e mostra presto il suo limite, cedendo definitivamente nel finale, ovvio, pretestuoso, palesemente finto, un volemose bene stiracchiato che ripropone, banalizzandolo, il tema proprio del film precedente: lo scontro che diviene confronto, dove la speranza del superamento di tante, troppe intolleranze, diviene consapevolezza di un non cambiamento, dell’accettarsi così come si è, magari prendendo ciò che di c’è buono ora dall’uno, ora dall’altro, il tutto sottolineato da una evitabilissima strimpellata con gorgheggio di Emma Marrone sui titoli di coda (Nel blu dipinto di blu), forse ulteriore punto di contatto con il sopra citato Totò, Peppino e … la malafemmina, nel caso specifico i numeri stile musicarello di Teddy Reno.
La citazione è d’uopo: “Ma mi faccia il piacere, mi faccia!”

Cannes 2012: Nanni Moretti Presidente di Giuria

Nanni Moretti

Nanni Moretti

Incassata la botta per l’esclusione dagli Oscar, una lieta novella per il nostro cinema: Nanni Moretti sarà Presidente di Giuria al 65esimo Festival di Cannes (16-27 maggio), dopo esserne stato membro nel ’97, aver partecipato alla kermesse con sei film, vincendo nel 2001 con La stanza del figlio.Il miglior commento alla notizia credo sia offerto dalla parole del diretto interessato, rilasciate ieri alla stampa:
“E’ una gioia, un onore e una grande responsabilità presiedere la giuria del festival del cinema più prestigioso del mondo, che si svolge in un Paese che ha sempre guardato al cinema con grande attenzione e rispetto. Come spettatore conservo felicemente la stessa curiosità che avevo nella giovinezza e quindi per me è un grande privilegio imbarcarmi in questo viaggio nel cinema globale contemporaneo.”