Archivi del mese: dicembre 2011

Buon Anno!

Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà? Bello, brutto o metà e metà?
Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.
Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.

(“L’anno nuovo”, Gianni Rodari)

“Anna, Teresa e le resistenti” a Siderno (RC)

immMercoledì 4 gennaio, alle ore 17:00, presso il Salotto Letterario Calliope della Libreria Mondadori di Siderno (RC), centro commerciale “la Gru”, sarà proiettato, alla presenza del regista Matteo Scarfò e degli attori Nick Mancuso e Paolo Turrà, il docufilm Anna, Teresa e le resistenti, Menzione di Merito al 64mo Festival Internazionale del Cinema di Salerno (2010), facendo seguito alle proiezioni già avvenute a Cittanova, Catanzaro, Roma, Sila Film Festival, ANPI Reggio Calabria, Calabria Film Commission Festival, Assaggi di Realtà (Messina);il film è stato realizzato con il contributo del Consiglio Regionale della Calabria, la produzione esecutiva della ScarFord Produzioni e la collaborazione dei comuni di Cittanova (RC) e Genazzano(RM). Presenterà la giornalista Maria Teresa D’Agostino.

Come già scritto in un precedente articolo, Anna, Teresa e le resistenti parte da un viaggio nella memoria di un soldato italo-americano e della sua famiglia per raccontare la storia di Teresa Talotta Gullace, nata a Cittanova l’8 settembre 1907 e morta a Roma il 3 marzo del ’44, uccisa da un soldato tedesco mentre tentava di consegnare un pezzo di pane al marito Girolamo, tra coloro che erano stati “rastrellati” e condotti nella caserma di Viale Giulio Cesare, una morte tragica e assurda, che si eleva a simbolo della Resistenza, provocando sgomento e rabbia nella gente comune, ormai stanca dei soprusi e delle efferatezze in atto nella loro città; la figura di Teresa verrà ripresa in Roma città aperta, Roberto Rossellini, ’45, ispirando il personaggio di Pina, intensamente interpretato da Anna Magnani, unendo idealmente due donne che non ebbero occasione d’incontrarsi.

“Finalmente la felicità” e “Vacanze di Natale a Cortina”: l’insostenibile pesantezza del vuoto

Senza impelagarmi in disquisizioni cinefile-sociologiche volte a scoprire il perché i consueti nostrani “film natalizi” abbiano avuto uno scarso impatto al botteghino rispetto al passato, almeno stando ai dati del primo weekend di programmazione, da amante del cinema tout court, in tutte le sue manifestazioni, con questo articolo vorrei semplicemente mettere in evidenza come sia praticamente scomparsa la nostra commedia “popolare”, rispettosa in egual misura della voglia di divertimento del pubblico e della sua intelligenza: si continua a cucire toppe su toppe ad un vestito ormai logoro, riproponendo la solita amena favoletta (Pieraccioni) o una pseudo analisi di costume (Vanzina brothers e Neri Parenti) relativa ad un paese ormai in piena crisi, non solo economica, mentre occorrerebbero nuove idee, a partire dalla fase di scrittura, volte in particolare a ridare al genere dignità e dimensione cinematografica.

Dieci film all’attivo, almeno due riusciti, nel complesso (I laureati, ’95, suo esordio, e Il ciclone, ’96), ma Leonardo Pieraccioni non si decide ad uscire dal box, continuando, insieme al compagno di sceneggiatura Giovanni Veronesi, a sbatacchiare i suoi giocattoli, nella fattispecie la macchina da presa, convinto di essere un bravo regista solo perché il pubblico, a fasi alterne, lo ha seguito con una certa simpatia, accontentandosi di minime varianti (toni sempre più surreali, fiabeschi, lievi,vagamente poetici) al consueto canovaccio: giuggiolone romantico e di buon cuore, disadattato in letizia vivente in un mondo a parte con contorno di tipi bizzarri, attende fiducioso che la vita gli possa ridare ciò che in qualche modo si è preso, a partire dall’amore, ovviamente.

48583In Finalmente la felicità il buon Leonardo interpreta Benedetto, professore di musica in quel di Lucca, con un sogno nel cassetto (ma va?), il quale riceve il classico invito a presentarsi alla trasmissione tv C’è posta per te (bella marchetta, si sfiora il sublime…), dove apprende che sua madre aveva adottato a distanza una bimba brasiliana, Luna, ora statuaria modella (Ariadna Romero). Una volta fatta conoscenza, i due saranno coinvolti in varie situazioni e imprevisti, insieme allo stralunato (ancora..) amico di Benedetto, Sandrino (Rocco Papaleo), improbabile organizzatore di tour turistici, che ha appena scoperto il tradimento della sua fidanzata, con il coinvolgimento, infine, dell’ex ragazzo di Luna, Jesus (Thyago Alves)…

La confezione proposta dal comico toscano risulta certo gradevole, mai volgare, forse con un po’ di fastidiosa misoginia, per quanto mitigata dalla solita bonomia che gli è propria, ma spesso stridente tra intenzione e resa complessiva, con le consuete figure proprie del circo pieraccioniano mai come questa volta scarsamente convincenti, a partire, purtroppo, da Papaleo, senza trascurare l’esotica bella figliola, classicamente intenta a sgranare gli occhioni: si procede per successione di sketch attaccati alla meno peggio, lungaggini, poche risate e la solita morale finale da vecchio saggio che premia i puri di cuore, “basta aspettare e le cose belle prima o poi arrivano”. Oh Leonardo, e son più di dieci anni che s’aspetta, o che tu vuoi fare, prenderci per bischeri tutta la vita?

345Ritornati sul luogo del delitto, quella Cortina dove nel 1983 tutto ebbe inizio, Carlo ed Enrico Vanzina alla sceneggiatura, insieme al regista Neri Parenti, hanno dato una ripulita alla consueta portata dei giorni di festa, via località turistiche straniere, volgarità gratuite (giusto un accenno, tanto per gradire) e derive scatologiche, nel tentativo di conferire alla costruzione complessiva di Vacanze di Natale a Cortina qualcosa di più definito e levigato: la girandola dei vari personaggi vorrebbe offrire una sorta di specchio dei recenti malcostumi, vizi e vezzi italici, tratteggiando le figure proprie di diversi ceti sociali, dal “papi” di turno all’industriale maneggione, passando per i popolani baciati da improvvisa fortuna, non solo monetaria, ed una spolverata di vip all’occorrenza, che, come il prezzemolo, stanno bene dappertutto.

In un proscenio che più finto non si può, tra spot commerciali neanche tanto sottintesi, il tutto finisce con la consueta pacca sulla spalla a far da autoassoluzione, con De Sica figura sempre più triste, come ogni componente del cast, fritto misto tra attori propriamente detti e “morti di fama” d’estrazione televisiva (Ivano Marescotti, Ricky Memphis, Sabrina Ferilli, Valeria Graci, Katia Follesa, Giuseppe Giacobazzi, Dario Bandiera). Manca quel minimo di allegra spontaneità propria dell’originale, a suo modo lungimirante in una pur superficiale descrizione del reale, che tanto richiamava nel suo apparentemente ingenuo afflato certe commedie nostrane degli anni ’50. Riallacciandomi a quanto detto ad inizio articolo, affido ai versi di una nota canzone, tra le più belle di quelle eseguite da Fiorella Mannoia, parafrasando qua e là, un’opportuna, speranzosa, conclusione: “Come si cambia per non morire, come si cambia per amore (del pubblico), come si cambia per non (farci) soffrire, come si cambia per ricominciare”.

Scandalo a Filadelfia (The Philadelphia Story, 1940)

432“Regista di attori” e “regista di donne” sono le definizioni che hanno accompagnato nel corso della sua carriera, assicurandogli un posto ben definito nella storia del cinema, George Dewey Cukor (New York, 1899 – Hollywood, 1983), tra i più grandi autori di commedie della Hollywood “del tempo che fu”, per quanto attivo sino a pochi anni dalla sua morte ( il suo ultimo film, Ricche e famose, risale all’ ’81). Nella direzione dei suoi lavori, focalizzata in particolare sulla valorizzazione della recitazione di ogni singolo attore, contribuì non poco la sua attività come assistente teatrale e regista, iniziata sin da ragazzo e proseguita per tutti gli anni ’20: una volta preso piede il cinema sonoro, con le major di Hollywood bisognose di dialoghisti e registi teatrali, Cukor decise di trasferirsi in California, lavorando per Paramount e Universal, anche in qualità di co-regista, per poi debuttare in autonomia nel ’31 (Il marito ricco).

Delle tante pellicole da lui dirette in questo primo periodo della sua carriera (come Febbre di vivere,’32, debutto di Katharine Hepburn, o Pranzo alle otto, ’33, con John Barrymore e Jean Harlow), ho scelto di parlare di Scandalo a Filadelfia, sia perché è uno dei miei film preferiti, anche per la presenza di attori per i quali letteralmente stravedo, sia per la sua struttura “mista” tra screwball e sophisticated comedy, simile a tante produzioni dell’epoca, in particolare nella rappresentazione del volubile personaggio femminile, ma che, per alcuni aspetti, ne rappresenta una concreta evoluzione verso future realizzazioni hollywoodiane, nel sentore dei mutamenti nell’ambito sociale e del costume non ancora pienamente e propriamente concretizzatisi.

Philadelphia. L’ereditiera Tracy Lord ( Katharine Hepburn), donna dai modi freddi e altezzosi, due anni dopo aver messo alla porta il marito Dexter (Cary Grant), è ormai prossima alle nozze con il minatore George (John Howard), ora a capo di una società, ma l’ex consorte trama alle spalle: conoscendo bene Tracy e gli scheletri nell’armadio della famiglia, presentandosi alla villa insieme al reporter Connor (James Stewart) e alla fotografa Elizabeth (Ruth Hussey), giornalisti di una rivista scandalistica, assiste sornione a tutta una serie di giri di giostra, in uno dei quali viene coinvolto proprio l’idealista ed integerrimo cronista, il cui intervento, tra una sbornia e un tuffo in piscina, sarà risolutivo per la definitiva “conversione” di Tracy…

Affidandosi all’ottima sceneggiatura di Donald Odgen Stewart, premiata con l’Oscar (un altro è stato assegnato a Stewart) e il cui soggetto è l’omonima commedia teatrale di Philip Barry, Cukor punta, più che alla narrazione propriamente detta, a mettere in scena, teatralizzando, con fare divertito ancor prima che divertente, le eccentricità degli ambienti aristocratici insieme a diverse situazioni e combinazioni sentimentali, trovando il fulcro nelle ottime interpretazioni attoriali (Hepburn e Stewart in particolare) e nei dialoghi brillanti.

Tutto ruota intorno la figura di Tracy, l’incontro- scontro con ognuno dei protagonisti maschili a far da cartina di tornasole nella rivelazione della sua vera natura e dei suoi veri sentimenti, in sentore comunque di reciprocità, oltre che d’interclassismo, almeno sino al rassicurante happy end, il rientro nell’ “ordine costituito”, dopo averci simpaticamente ed ironicamente illuso che qualcosa al riguardo potesse cambiare. Nel ’56 dal citato soggetto venne tratta una commedia musicale, Alta Società, regia di Charles Walters, nel complesso gradevole, anche se ricordata soprattutto per essere stata l’ultima interpretazione di Grace Kelly, nei panni di Tracy, prima di convolare a nozze col principe Ranieri di Monaco.

Un felice esempio di concreta lungimiranza

Ecco un felice esempio di concreta lungimiranza, sempre attuale ed estremamente efficace, nella sua cruda sintesi, nel rendere idea della nostra beata involuzione: “E anche questo Natale… Ce lo semo levato dalle palle !” (Riccardo Garrone, nella parte del’Avvocato Giovanni Covelli, Vacanze di Natale, 1983, Carlo Vanzina).

Il Gatto con gli Stivali- 3 D-

imagesCAUO9LYZSpin off e prequel di quel Shrek con il quale nel 2001 la Dreamworks riuscì ad emancipare e rendere “adulto” il mondo dei cartoons e delle fiabe contemporaneamente, a colpi di smitizzazione, perfida ironia ed un linguaggio dai continui rimandi filmici, Il Gatto con gli Stivali eleva a ruolo di protagonista il micio spadaccino, entrato in qualità di comprimario nel secondo episodio della saga e che, almeno per quanto mi riguarda, ne ha reso più digeribili gli ultimi due capitoli, anche nella versione obesa apparsa in Shrek e vissero felici e contenti (“Sfamami, se osi!”).

Il Gatto, infatti, lontano parente di quello apparso nella fiaba di Perrault, mi aveva letteralmente ammaliato nel suo essere così fascinosamente doppio: da un lato ineffabile schermidore e cavaliere solitario dal savoir faire antico e corteggiatore di leggiadre micine, compendio di tanti eroi leggendari (Zorro in primo luogo, considerando la “p” di puss, micio, come firma in luogo della “z”), oltre che alter ego di Antonio Banderas (suo doppiatore anche nella versione italiana, a partire da Shrek terzo) nei modi ineffabilmente latini, dall’altro preda improvvisa della sua natura felina, che si manifesta in tutte le sue caratteristiche, dal rigurgito delle palle di pelo, agli occhioni spalancati alla bisogna, in un primo piano probabilmente tra i più belli e memorabili della storia del cinema, non solo d’animazione.

Venendo alla pellicola in questione, diretta da Chris Miller, per la sceneggiatura di Tom Wheeler, appare incentrata sui trascorsi del nostro eroe, soffermandosi sulla sua infanzia di gattino orfano, accolto nell’orfanotrofio di San Ricardo, dove stringe amicizia con Humpty Alexander Dumpty, il quale gli rivela l’esistenza dei fagioli magici che permetterebbero di rintracciare la mitica oca dalle uova d’oro, anche se le loro strade ad un certo punto si divideranno bruscamente, per poi ritrovarsi di nuovo insieme, sempre alla ricerca dell’agognato tesoro; accanto a loro, a fronteggiare i terribili Jack e Jill, in possesso proprio dei suddetti fagioli magici, l’affascinante gatta Kitty Zampe di velluto…

Della sfrontata irriverenza propria dell’opera originale è rimasto essenzialmente il gusto di prendere più fiabe, e i loro protagonisti, vedi l’ uovo Humpty (da Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò di Lewis Carrol, e ancor prima protagonista di una filastrocca inglese), miscelare il tutto e confezionare una inedita e sapida salsa, che ha come ben bilanciati ingredienti più generi: cappa e spada, spaghetti western, commedia e anche musical, grazie alle musiche spagnoleggianti (molto suggestivo il duo alle chitarre, Rodrigo y Gabriela) e ai bei numeri di danza in cui si esibiscono Gatto e Kitty, a fil di tacco e coda, anche se alla fine il risultato appare classicamente “normale”, con una limpidezza d’esposizione volta ai più piccoli, senza particolari slanci innovativi.

Passando sopra qualche appesantimento lungo il percorso narrativo (i flashback e la parte avventurosa in particolare), Il gatto con gli stivali risulta alla fine una realizzazione graficamente e tecnicamente pregevole: il 3D appare funzionale e non invasivo, alla pari di vari virtuosismi registici, mai troppo compiaciuti, come lo split screen che appare in più scene, e la psicologia dei personaggi risulta nel complesso ben definita, giocando soprattutto sulla veridicità delle loro espressioni, anche al di là di un puro e semplice antropomorfismo.

Ciò di cui ho avvertito la mancanza, in particolare nella qualità di adulto non accompagnato da minore, è il senso della bella fiaba, anche se si è comunque ripagati da vari riferimenti cinefili, dai dialoghi caratterizzati da un certo umorismo, e da un senso dell’avventura proprio di alcune pellicole d’antan, tutti elementi che, se non ci fanno tornare il bimbetto di un tempo, riescono comunque a farci sognare, finché si è avvolti nel buio della sala e un per po’ anche all’uscita: di questi tempi, un buon risultato.

Claudio Sottocornola, “I trascendentali traditi”

56789Come già scritto in precedenti articoli, ho avuto il piacere di conoscere Claudio Sottocornola, ordinario di Filosofia e Storia a Bergamo, giornalista e scrittore, qualche anno fa, nell’occasione di un’intervista concessa al giornale dove al tempo prestavo la mia collaborazione, restando letteralmente affascinato dalla sua notevole coerenza unita alla lucidità di pensiero, espresse peraltro in un personale discorso intellettuale: la filosofia diviene chiave esclusiva per analizzare ed indagare la realtà, i mutamenti del costume sociale, avvalendosi inoltre allo scopo, efficacemente, di strumenti come la musica (L’appuntamento, tre cd e un dvd, in cui interpreta canzoni italiane e straniere) poesia (Giovinezza…addio. Diario di fine ‘900 in versi; Nugae, nugellae,lampi, entrambi Velar Edizioni) e immagine (80’s/Eighties/Laudes creaturarum; Il giardino di mia madre e altri luoghi) nella loro valenza genuinamente pop, diminutivo di popular come ha sempre tenuto a precisare, aggettivo dalla valenza e portata estensive e non certo riduttive.

Quest’estate, presso il Salotto Letterario Calliope della Libreria Mondadori di Siderno (RC), ho avuto poi il piacere di presentare, insieme alla scrittrice Rossella Scherl, Il pane e i pesci (Velar Edizioni), opera in tre volumi, La spiritualità eucaristica di Charles de Foucauld nella sua vita, Scritti cristiani per la gente di Colognola, Scritti spirituali giovanili, citazioni, appunti, aforismi (cui si aggiunge un libretto introduttivo, My status quaestionis 2010): un affascinante viaggio nel tempo, all’insegna della variabilità di forme e modalità espressive, filosofiche e teleologiche certo, ma sempre concretamente immerse nel quotidiano, attraverso il quale l’autore ci spinge ad interrogarci sulla natura della nostra fede, se questa abbia ancora caratteristiche tali da permetterci di superare il più gretto individualismo.

Apprendo ora da un comunicato stampa, riportando volentieri la notizia sulle pagine di questo blog, in virtù di una stima ed amicizia consolidatesi nel tempo, che venerdì 16 dicembre, a Bergamo, alle ore 18:00, presso la Libreria Buona stampa – saletta presentazioni (Via Paleocapa 4/E ), Sottocornola presenterà il suo nuovo libro I trascendentali traditi ( sempre per i tipi della Velar Edizioni): una dedica a Pasolini e nove conversazioni sui trascendentali quali “caratteri che appartengono all’essere in tutta la sua estensione”, secondo la rigorosa definizione di Vanni Rovighi, che delinea con chiarezza la portata di quei concetti, come bene, verità, bellezza, unità che i filosofi medievali predicavano di tutto il reale, nel solco di un ottimismo metafisico culminante nel pensiero di Tommaso d’Aquino, che apre sotto forma di citazione, accanto ad altro autore classico o moderno, ogni capitolo.

Nell’affrontare con il consueto rigore creativo temi cardine del pensiero occidentale, l’autore interpreta e valorizza, grazie a originali chiavi di lettura, il contemporaneo e le sue derive, il declino di una civiltà e il pensiero debole, ma anche valori tenacemente ricercati nonostante scetticismo e disillusioni, con un forte richiamo alla responsabilità: come docente l’autore si è ispirato ai bisogni e alle domande dei suoi studenti, a un’idea di filosofia come “testamento minimo”, insieme testimonianza ed impegno, volte entrambe ad orientare nel cammino una generazione che si smarrisce, muovendosi fra pensiero debole e pensiero forte, “ove alla fine orizzontale e verticale, universale e particolare, verità e dubbio, anarchia e dogma convivono danzando mirabilmente sotto lo stesso cielo”.

Perché se “tutto è grazia”, secondo la celebre affermazione del curato di Bernanos, “non tutto è uguale e bisogna saper scegliere quale intensità di vita e di valore vogliamo realizzare”, sostiene Sottocornola. Interverranno alla presentazione Alessia Biasiolo (direttrice di testata e scrittrice), Agata Salamone (docente di Filosofia e Storia), Donatella Merigo (lettrice).