Archivi del mese: novembre 2011

Vittorio De Seta, la purezza dell’immagine, la concretezza della poesia

Vittorio De Seta

Vittorio De Seta

Ho appena letto la notizia, diffusa dalle varie agenzie di stampa, della morte del regista e sceneggiatore Vittorio De Seta, 88 anni, senza ombra di dubbio il più grande documentarista italiano, avvenuta ieri sera a Sellia Marina (CZ), in quella Calabria dove era nata sua madre, regione cui era particolarmente legato, come dimostra lo splendido documentario In Calabria, ’93, ritratto diretto e sincero di una terra e di un popolo, al di fuori di ogni pregiudizio o deriva folkloristica, come era d’altronde nel suo stile, estremamente asciutto e concreto, spesso felicemente intuitivo e ammantato di poesia e purezza in egual misura.

Sempre in Calabria, ad Alessandria del Carretto (CS), nel ’59, aveva girato I dimenticati, descrivendone tanto la condizione d’isolamento, visto che l’unico modo di avvicinarsi alla zona costiera era costituito da impervie mulattiere o dai letti delle fiumare, sia i momenti d’aggregazione tra gli abitanti, con festeggiamenti dal sapore simbolico a segnare il passaggio dall’inverno alla fase primaverile del ritorno alla vita, come la Festa dell’Abete:il paese nel 2009 lo omaggiò conferendogli la cittadinanza onoraria; restando in territorio calabrese l’ Epizephiry International Film Festival, la cui VI edizione si terrà a S. Ilario dello Ionio (RC), dal 18 al 21 luglio 2012, aveva previsto nel programma proprio una retrospettiva a lui dedicata, che sarà ulteriormente approfondita.

De Seta era nato a Palermo nel 1923, studiò per un po’ di tempo Architettura a Roma per poi dedicarsi all’attività cinematografica, dando inizio alla sua carriera nel ’53, come secondo aiuto regista di Mario Chiari (un episodio del film Amori di mezzo secolo), proseguendo l’anno seguente come aiuto regista di Jean-Paul Le Chanois (Vacanze d’amore), iniziando a girare alcuni brevi documentari, ambientandoli per lo più tra la povera gente, minatori, pastori, contadini della Sicilia e della Sardegna, descrivendone le dure condizioni lavorative e di vita, la tradizionale e rituale solennità di alcune feste religiose, vincendo nel ’55 a Cannes il premio come miglior documentario per Isola di fuoco.

Il suo primo film sarà Banditi ad Orgosolo,’61, lucida analisi del fenomeno del banditismo sardo, vincitore del premio “Opera prima” alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, alla cui sceneggiatura collaborò la moglie Vera Gherarducci, mentre nel ’66 con Un uomo a metà si allontanò momentaneamente dallo stile documentarista, per riprendelo con efficacia e grande successo di pubblico nel ’72, girando per la Rai, inizio di una fruttuosa collaborazione, Diario di un maestro, quattro puntate, tratto dal romanzo autobiografico di Albino Bernardini, Un anno a Pietralata. Il suo ultimo lavoro risale al 2006, Lettere dal Sahara, presentato fuori concorso alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.

Ken Russell, visionarietà ed eccentricità

Ken Russell

Ken Russell

Il regista inglese Ken Russell, un autore che tra visionarietà ed eccentricità è riuscito, a suo modo, a volte anche sfidando il buon gusto, a lasciare un particolare segno nel cinema, mettendo da parte regole e consuetudini di linguaggio, costumi e morale, è morto ieri notte, all’età di 84 anni.
A darne la notizia il sito della BBC, la rete televisiva britannica dove per undici anni, a partire dalla seconda metà degli anni ’50, ha realizzato documentari, incentrati in particolare sulle autobiografie di musicisti e artisti, dopo aver girato alcuni corti ed essere stato in precedenza fotografo, coreografo, ballerino, attore, non dimenticando il periodo di servizio presso la RAF.

Il debutto cinematografico, senza colpo ferire, risale al’64, Pepe francese, per poi farsi veramente notare nel ‘67, con Il cervello da un miliardo di dollari, film di spionaggio con Michael Caine e, soprattutto, due anni dopo con Donne in amore, tratto dal romanzo di D. H. Lawrence, che fece guadagnare l’Oscar come migliore attrice alla protagonista Glenda Jackson; seguiranno opere come L’altra faccia dell’amore, ’70, I diavoli, ’71, dai toni sempre più esagitati e a volte confusi, arrivando al ’75, anno di uscita del suo più grande successo di pubblico, il musical Tommy, derivato dall’omonima rock-opera degli Who, insieme a Stati di allucinazione, ’80, interpretato da William Hurt.

Comunque non sono da dimenticare titoli come Messia selvaggio, ’72, biografia dello scultore Henri Gaudier, Valentino, ’77, dove Rudolf Nureyev dava corpo e anima al celebre divo del muto, o il crudo, insieme dolente e furente, Whore, ’91, magari mettendo da parte opere dai toni più visionari e barocchi, nel bene e nel male caratteristiche che hanno accompagnato la sua carriera e ne perpetreranno certo il ricordo.

“Casablanca” compie 70 anni, “mentre il tempo passa”

"Louis, credo che questo sia l' inizio di una bella amicizia".

“Louis, credo che questo sia l’ inizio di una bella amicizia”.

"Avremo sempre Parigi".

“Avremo sempre Parigi”.

"Con tanti ritrovi nel mondo, doveva venire proprio nel mio!"

“Con tanti ritrovi nel mondo, doveva venire proprio nel mio!”

"Alla tua salute, bambina".

“Alla tua salute, bambina”.

In cima alla lista dei miei film preferiti (credo ve ne siate accorti dall’indirizzo del blog e dall’ avatar…), Casablanca è in procinto di festeggiare il suo settantesimo compleanno, passando indenne con lo stesso fascino degli esordi attraverso gli anni, consacrato allo status di cult per più di una generazione.

Come ho già avuto modo di scrivere in una mia recensione, non è certo un film d’autore propriamente detto, ma un felice melange di più generi cinematografici, oltre che un modo indiretto dello star system hollywoodiano di partecipare al Secondo Conflitto, schierandosi contro il regime nazista (vedi la bellissima scena della “Marsigliese”, che si innalza roboante nel locale di Rick a coprire l’inno tedesco, Die Wacht am Rhein ), sublimando temi quali l’amore incondizionato, lo spirito di sacrificio, l’amicizia virile come valido sprone per superare l’individualismo nel prendere una posizione definitiva nella vita.

Poi si può anche discutere all’infinito sull’impianto un po’ kitsch o sulla retorica di certi dialoghi, ma per sceneggiatura, basata sulla piece teatrale Everybody Comes to Rick ‘s di Burnett e Alison, mai andata in scena, regia, Michael Curtiz, interpretazioni attoriali, dal mitico Bogart alla splendida Bergman, passando per il cinismo sornione di Rains e l’idealismo eroico di Henreid, Casablanca, pur non essendo, ripeto, un capolavoro assoluto, e forse proprio per questo, resterà un punto saldo negli anni a venire: fascino, mistero e magia del cinema, emblematico tutt’uno in un’ unica pellicola, “mentre il tempo passa”…

Epizephiry International Film Festival 2012

imagesCAK3MY0WLa VI Edizione dell’Epizephiry International Film Festival, che si terrà a S. Ilario dello Jonio (RC) dal 18 al 21 luglio 2012, organizzata dall’ Associazione di Promozione Sociale Azulejos International, si presenta definitivamente come un contenitore di tutta una serie d’iniziative culturali, comprendenti cinema, musica ed altri eventi collaterali:tante ed interessanti le novità, molte delle quali, rivolte ai suddetti settori, risultano quindi indirizzate specificamente ad un’efficace interazione con le varie realtà locali, come negli originari intenti della manifestazione, nata nel 2007 dalla felice intuizione del suo fondatore e Direttore Artistico, Renato Mollica.

Logo del Festival, scelto dalla Direzione Artistica, sarà un’immagine tratta dall’opera originale Charlie Chaplin, olio acrilico e tecnica mista su tela (130×94) di Natino Chirico, su gentile concessione dell’artista, attualmente esposta presso Villa Genoese Zerbi a Reggio Calabria (sede della Biennale di Venezia per la Regione Calabria), la quale rispecchia quella tematica del cinema che, a partire dalla seconda metà degli anno ’90, è divenuta per Chirico fonte pressoché continua di ispirazione e occasione di un felice dialogo tra le rispettive arti, capovolgendo un classico assunto: in queste sue opere non è più l’artista-spettatore ad essere catturato dalla pellicola, ma è la pellicola ad essere catturata dall’artista-attore; importante poi l’accostamento della figura di Chaplin all’EIFF, considerando in particolare il suo contributo allo sviluppo artistico e culturale del cinema, dai primi cortometraggi ai grandi capolavori.

Ferme restando le sezioni competitive internazionali, a tema libero, Cortometraggi (audiovisivi fino a 15 minuti), Mediometraggi (audiovisivi fino a 40 minuti), Documentari (docu-film, docu-fiction) e Videoclip musicali, viene ora prevista l’ assegnazione di due importanti riconoscimenti, il Premio Epizephiry per la Promozione della Cultura e il Premio Epizephiry per la Musica, assumendo poi particolare rilevanza in questa VI edizione della kermesse le Sezioni Speciali, a partire dal Premio Internazionale Orsi, dedicato alla figura del grande archeologo Paolo Orsi, a cura di Marò D’Agostino, incentrato sul Documentario Narrativo Archeologico, ulteriore novità, che sarà assegnato da un apposito Comitato scientifico formato da archeologi e studiosi esperti di cinema, passando per il Premio Nazionale Leopoldo Trieste, curato da Enzo Di Chiera e Puccio Circosta, dedicato ad un attore, nonché valido regista, sceneggiatore e drammaturgo, che è stato probabilmente il più grande caratterista del nostro cinema, finendo con il Premio OfficineCalabria, destinato agli audiovisivi realizzati da registi nati o residenti in Calabria e curato dall’attore Pino Torcasio.

Vi saranno poi una Retrospettiva ed un Omaggio: la prima dedicata al regista e sceneggiatore Vittorio De Seta, il cui primo lungometraggio, Banditi ad Orgosolo, lucida analisi del fenomeno del banditismo sardo, risale al 1961, vincitore del premio Opera prima alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia; da non dimenticare, tra le sue tante opere, In Calabria, ’98, ritratto diretto e sincero del popolo calabrese, al di fuori di ogni pregiudizio, il secondo invece, Il cinema riflesso: omaggio a Woody Allen, a cura di Gianluca Sia, costituirà una riflessione su uno degli autori più moderni e completi del cinema statunitense (regista, sceneggiatore, attore, comico, autore teatrale, scrittore umoristico e clarinettista jazz), che è riuscito a descrivere nelle sue opere con distaccata ironia, ed autoironia, gli ambienti intellettuali della propria città natale, in particolare della comunità ebraica, inserendo come tema costante la passione per la letteratura, la filosofia, il cinema europeo e la psicoanalisi.

L’Epizephiry International Film Festival si conferma quindi una felice realtà territoriale capace di guardare con lungimiranza anche oltre, accogliendo e promuovendo il cinema di qualità nelle sue varie manifestazioni, facendo sì che la cultura ritorni ad essere il fiore all’occhiello e valido biglietto da visita per una regione, la Calabria, che ha tutte le potenzialità per aprire un nuovo e multiforme dialogo al riguardo, proiettandosi verso il futuro nel ricordo fertile del proprio passato.
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Per una serie di problematiche logistico-organizzative, la VI Edizione di EIFF avrà svolgimento nel mese di novembre 2012 ( giorni 15, 16, 17). Per qualsiasi informazione: http://www.epizephiryfest.blogspot.com

I soliti idioti

fghjjkklOggetto di dotte disquisizioni sociologiche già a poche ore dal debutto, concretizzatesi di giorno in giorno nella costante ricerca di un qualcosa di valido che potesse giustificare il botto al botteghino, I soliti idioti appare sin dai primi minuti trasportato di peso sul grande schermo, senza mediazione stilistica alcuna, tanto di sceneggiatura (Fabrizio Biggio, Francesco Mandelli, Martino Ferro) che di regia (Enrico Lando), rispetto a quanto sinora andato in onda, con più efficacia, sull’emittente musicale Mtv.

Mandelli e Biggio si prodigano infatti nel tentativo, vano ma con uno sforzo tale da sfiorare la recidività, di conferire una connotazione corale alla pellicola, moltiplicandosi come e più degli evangelici pani e pesci, nei vari personaggi (la coppia gay “normalizzata” in attesa di un figlio, la famigliola borghese altolocata con i suoi bei pregiudizi pronti alla bisogna, un pony express che tenta invano di spedire un pacco trovandosi davanti sempre la stessa impiegata), cedendo infine le armi, col noto duo padre-figlio a dominare inevitabilmente la scena.

Nel susseguirsi scomposto e sussultorio dei vari sketch, altra definizione gentile non è possibile, con i tempi comici che nel frattempo sono andati a farsi benedire, l’episodio dell’imprenditore romano Ruggero, furbetto del quartierino con voglia di “cummenda”, intento a mettere in campo una particolare educazione sentimentale nei confronti del figlio Gianluca, romantico sognatore prossimo al matrimonio, cercando di plasmarlo a sua immagine e somiglianza, appare infatti come il più indovinato, nel complesso, senza mai però riuscire ad elevare il grottesco e il demenziale a vera e propria satira di costume, fermandosi ad una farsa semplicemente sguaiata “e più non dimandare”.

Lasciando da parte I mostri, insieme caustica satira al limite del cinismo su tutte le “mostruosità” proprie della società italiana degli anni Sessanta, ed operazione antropologica dai toni quasi lombrosiani, il cui unico punto di contatto potrebbe essere la struttura episodica dall’andamento variabile, certo meno raffazzonata, restando in casa Risi, nel tentare un collegamento nobile con la vera commedia al’italiana, opterei per Il sorpasso.

A parte l’andamento on the road con spider, appare evidente come Ruggero ricordi Bruno- Gassman, anche nel romanesco un po’ artificioso, rappresentante dell’ Italia in piena euforia da boom economico, archetipo, appunto, di tanti odierni cialtroni, smargiasso, esibizionista ed irresponsabile, che vede il giovane Roberto – Trintignant, insicuro ed impacciato, come un perdente in partenza, in una società già protesa verso l’apparenza, con uno sguardo diffidente rivolto al “diverso”.

Se però l’opera di Risi suona ancora come un apologo metaforico e lungimirante, Mandelli e Biggio non riescono ad andare oltre un’amara constatazione, dai toni spesso auto assolutori, compiaciuti e compiacenti, della nostra involutiva evoluzione, sottolineando, consapevolmente o meno, il vuoto intorno a farsi come unico punto di contatto cinema-realtà: non è un complimento, ma una triste e personale considerazione che mi son sforzato di far venire fuori come finale di questa riflessione.

The Twilight Saga: Breaking Dawn-Parte I-

321Dopo aver visto la prima parte di Breaking Dawn, quarto e conclusivo capitolo della Twilight Saga, non posso che essere d’accordo con quanto scritto mercoledì 16 novembre da Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera, di come l’eventualità di un nuovo regista ad ogni episodio, con Melissa Rosenberg sempre autrice della sceneggiatura, metta in evidenza il problema principe di quella che è in primo luogo una scaltra operazione di marketing, vedi il titolo ormai elevato a marchio di fabbrica: una scarsa resa sul piano puramente e propriamente cinematografico, a livello essenzialmente di connotazione stilistica, spesso ricercata, inseguita negli anni e mai veramente ottenuta, facendo sì che il tutto restasse fermo a fenomeno mediatico e di costume, senza arrivare allo status di cult definitivo per meriti ottenuti sul campo, puntando sulla facile reiterazione stile soap opera.

Lascio volentieri ai vari twilighters sparsi lungo il pianeta discernere, come al solito, se quanto viene visualizzato sullo schermo risulti più o meno fedele alle pagine scritte a suo tempo da Stephenie Meyer. A me tocca disquisire invece sulla bontà della messa in scena, non potendo fare a meno d’evidenziare come la regia di Bill Condon, alquanto anodina, contribuisca non poco a donare alla pellicola un vago senso d’irrisolto, facendo sì che tutto si visualizzi sullo schermo come un lungo fluire d’immagini, scolasticamente assemblate, sottolineate a piè sospinto da un’invadente colonna sonora. La mano del regista “valorizza” la sceneggiatura cavalcando il risibile ad ogni inquadratura, sottolineando ulteriormente gli sguardi sospesi tra il catatonico e il vuoto estatico, ancor prima che estetico, dei protagonisti, spesso fermi in pose inutilmente plastiche.

Si parte dal matrimonio tra Bella (Kristen Stewart) ed Edward (Robert Pattinson); al caliente lupacchiotto Jacob (Taylor Lautner) non resta altro che sublimare l’amore in dedizione a distanza, in odor di sacrificio, con inedito premio finale. Si passa poi dalla prima notte di nozze caratterizzata da una fatidica e ferina consumazione su letto a baldacchino d’ordinanza, con lei, ancora umana, nel complesso soddisfatta, e il diafano maritino martoriato dai sensi di colpa per i vari segni lasciatigli sul corpo, tanto da trascorrere la luna di miele tra partite di scacchi e amene nuotate, per arrivare alla veloce e distruttiva gravidanza della povera figliola, vista come una minaccia dalla tribù dei Quileute…

Riducendo la mostruosità a normalità, e viceversa, in tal ultimo caso forse involontariamente, evitando qualsiasi introspezione psicologica relativamente a temi comunque ben presenti e certo rilevanti per molti giovani (la possibilità di un doppio legame amoroso dalla diversa connotazione, la rinuncia, le scelte dolorose che accompagnano spesso e volentieri il passaggio definitivo verso l’età adulta), tutto scorre meccanicamente, con scarso respiro empatico, verso un finale vacuamente splatter e scene d’azione pesantemente goffe, dove la velocizzazione riveste il compito di contrappunto coreografico. Attenderò trepidante il vero capitolo finale, del quale questa prima parte non è altro che un prologo estremamente diluito, giusto per gustarmi l’agognato The End, sperando in un definitivo “e vissero vampiri e contenti”: se l’eternità è un attimo, meglio godersela e non perpetrare.

La peggior settimana della mia vita

23Davvero è sufficiente che un film non scenda a compromessi con la comicità più becera e si stemperi nel corso della narrazione in una sufficiente gradevolezza d’insieme, pur sviluppando una serie di gag tanto odorose di déjà-vu da poterne anticipare evoluzione e conclusione con una certa facilità, per definirlo una valida commedia, ancor prima che una realizzazione veramente adatta al grande schermo?

Ho praticamente risposto con una domanda, rimasta a sua volta senza una valida contro argomentazione, al proprietario del cinema del mio paesello, il quale, come solitamente avviene, era curioso di sapere la mia su quanto avevo appena potuto visionare, lasciandolo ancora una volta annichilito per la mia franchezza: La peggior settimana della mia vita, esordio alla regia cinematografica di Alessandro Genovesi, anche sceneggiatore insieme a Fabio De Luigi, non mi è sembrata una pellicola particolarmente riuscita e, una volta per tutte, non intendo trincerarmi dietro il solito paravento del “carino” di circostanza utilizzato come chiosa finale.

Derivato da una sit-com trasmessa dall’inglese BBC, della quale traduce letteralmente il titolo, con più di un riferimento a certe commedie d’oltreoceano (Ti presento i miei su tutte, Jay Roach, 2000), il film relativamente allo stile si presenta come una sorta di mix tra cringe comedy, un tipo di commedia giocata sull’imbarazzo suscitato da determinate situazioni, e la cara, “vecchia”, sophisticated comedy, evidenziando però una scarsa empatia tra script e direzione, puntando soprattutto sulle interpretazioni degli attori, non sempre e non tutte particolarmente convincenti, nel cavalcare o offrire il destro alle varie circostanze comiche che si vengono a creare.

Strutturato in chiave di siparietti autoconclusivi, coincidenti con i giorni della settimana precedenti il matrimonio tra Paolo (De Luigi) e Margherita (Cristiana Capotondi), delinea la progressiva “evoluzione” in cataclisma dell’incontro del primo con i genitori della seconda, i buoni borghesi Giorgio (Antonio Catania) e Clara (Monica Guerritore), nella cornice di “quel ramo del lago di Como”: dall’uccisione, involontaria, dell’amato cane di famiglia a quella, non definitiva, della mamma del suocero, passando per i tragici contributi causati dalle moleste presenze di Simona, una sua ex (Chiara Francini), e del suo testimone Ivano (Alessandro Siani), sino all’inevitabile happy end.

Il tutto, nel complesso, mi è francamente sembrato molto simile ad un prodotto televisivo, con una evidente incapacità di gestione del comico che non sia di sola superficie, non riuscendo a sfruttare efficacemente il lato grottesco di molte vicende e, in particolare, a prevedere un’evoluzione dei personaggi tale da garantirne un’immedesimazione con noi spettatori, nel bene o nel male.

De Luigi che chiude i suddetti siparietti con la solita faccia trita e contrita in primo piano ed urlo ad effetto, per quanto abile a reggere il gioco, ha sempre l’aria di chi si è sporcato la camicia col sugo, come nello spot di un detersivo del quale è protagonista, la Capotondi è incerta se mettere da parte il suo candore da Biancaneve, Siani vince il premio per la miglior interpretazione di un Post-it, a pari merito con la Francini, mentre Catania e Guerritore si adeguano al contesto, tra understatement di circostanza e studiate scene madri.

Certamente non la peggiore commedia in circolazione, ma, ancora una volta, un evidente segnale dell’adeguamento standardizzato alla “bella confezione”, cavalcando l’onda del minimo sindacale di resa scenica complessiva, un tentativo di volare alto per poi accontentarsi di stabilizzarsi a mezza quota, incerti se atterrare sulla pista della medietà o della mediocrità, i cui confini si fanno sempre più labili e in attesa di inedite classificazioni.