Baciato dalla fortuna

65Porca miseria che tristezza …
Avevo paventato nel corso di quest’anno cinematografico come la pletora di commedie italiane man mano avvicendatesi sugli schermi, alcune riuscite, altre meno, avrebbe portato, se non propriamente ad una saturazione, certo ad uno strano gioco improntato all’assuefazione reciproca, nella convinzione che ormai al pubblico va bene tutto purché si rida.
Ma, pur vedendo all’opera produttori, sceneggiatori e registi pronti a sacrificare la creatività sull’altare della coazione a ripetere, sinceramente non pensavo si potesse arrivare (o tornare) tanto in fretta ad una stantia imitazione di temi propri della Commedia dell’Arte, mutuati con gli stilemi della fiction televisiva, per dar vita ad una pellicola così stiracchiata e claudicante nella regia come Baciato dalla fortuna.

Partendo da un soggetto di Vincenzo Salemme, anche sceneggiatore insieme a Massimiliano Bruno, Gianluca Bomprezzi e Paolo Costella, regista del film, la vicenda ruota intorno la figura di Gaetano (Salemme), vigile urbano, di origine partenopea, in quel di Parma, oberato dai debiti, pressato dalla banca per il pagamento del mutuo, con gli alimenti da pagare all’ex moglie.
L’ attuale compagna, Betty (Asia Argento), lo umilia e lo cornifica con il suo superiore, il comandante Grandoni (Alessandro Gassman), aitante single costantemente pronto alla bisogna, sempre a danno dei suoi sottoposti.
Unica speranza del nostro, il Super Enalotto, giocando da anni un’improbabile sestina basata su una filastrocca del nonno, per quanto una sua vecchia fiamma, Anna (Nicole Grimaudo), psicologa, cerchi di convincerlo a fare affidamento sulle risorse interiori e non sulla dea bendata…

Imbarazzante farsa cavalcante con impudica disinvoltura i più triti luoghi comuni, Baciato dalla fortuna concede le (poche) risate facendo leva su una classica comicità di situazione, espressa essenzialmente dall’indubbia forza comica di Salemme, in particolare nel dosare i tempi durante i dialoghi, per quanto spesso sembri voglia farsi carico di rappresentare sullo schermo tutti i “nomi sacri” della comicità napoletana, dai De Filippo in poi, passando per Totò e concludendo con Troisi, tra inutili ammiccamenti e moine.
Riguardo invece gli altri protagonisti, ritenendo degno di miglior causa il gigionismo espresso da Gassman, l’Argento risulta francamente fastidiosa nell’essere costantemente ed inutilmente al di sopra delle righe, confondendo il grottesco con l’umorismo involontario, Grimaudo cerca forzatamente di far venire fuori un lato comico, mentre qua e là appare qualche personaggio capace di un minimo di caratterizzazione non propriamente macchiettistica, come Maurizio Casagrande nel ruolo di un impiegato di banca.

Il problema è sempre quello, ci si allontana dalla realtà, facendo sì che una città di provincia più che assurgere a simbolico microcosmo di tante italiche contraddizioni, come la ricchezza e il perbenismo di facciata, con i soldi a far da unico collante tra i rapporti umani, diventi un semplice scenario come tanti, sul cui sfondo si muovono innocui burattini senza fili e senza coordinazione alcuna che non sia il solito, improbabile, finale consolatorio ad aggiungersi al minimo sindacale di resa complessiva, in nome del massimo introito al botteghino, baciati dalla fortuna grazie ad una schedina mai giocata.

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