Archivi del mese: settembre 2011

“Terraferma” in corsa per l’Oscar

Emanuele Crialese

Emanuele Crialese

La selezione di commissione istituita dall’Anica, composta da Nicola Borrelli (Direttore Generale Cinema – Ministero per i Beni e le Attività Culturali), Marco Bellocchio e Luca Guadagnino (registi), Martha Capello (Presidente AGPC – Associazione Giovani Produttori Cinematografici), Francesca Cima e Tilde Corsi (produttrici), Paola Corvino (Presidente UNEFA – Unione Nazionale Esportatori Film e Audiovisivi), Valerio De Paolis (distributore), Niccolò Vivarelli (giornalista) ha espresso ieri mattina, mercoledì 28 settembre, la sua decisione: tra le pellicole candidate (Habemus Papam, Nanni Moretti, Noi credevamo, Mario Martone, Corpo celeste, Alice Rohrwacher, Nessuno mi può giudicare, Massimiliano Bruno, Notizie degli scavi , Emidio Greco, Tatanka, Giuseppe Gagliardi, Vallanzasca – Gli angeli del male, Michele Placido) a concorrere nella corsa all’Oscar per il miglior film in lingua non inglese sarà Terraferma di Emanuele Crialese, già insignito del Premio Speciale della Giuria alla 68ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e, nei giorni scorsi, del Premio Francesco Pasinetti, conferitogli dai giornalisti cinematografici.

Qualche giorno fa in un mio articolo volto a presentare la rosa dei candidati avevo “profetizzato” la probabile scelta di Moretti, ma, pur non avendo visto ancora il film, sulla base della sinossi e dopo aver visionato qualche filmato, mi sembra che Terraferma possa validamente rappresentarci, perché fotografa sia un problema attuale, quello dell’immigrazione, sia un’ Italia lontana tanto dall’immagine da bella cartolina, magari d’epoca, che dal solito refrain “va tutto ben Madama la marchesa”, bensì estremamente reale, coinvolgendo attori professionisti (Beppe Fiorello e Donatella Finocchiaro) e non (Filippo Pacillo), come avveniva, volendo andare indietro nel tempo, durante la fase Neorealista del nostro cinema.

Chissà se anche in tal caso, corsi e ricorsi storici, qualche politico illuminato ci ricorderà che “i panni sporchi si lavano in famiglia”… Comunque, nel frattempo, in attesa che l’Academy renda note le nomination, il 24 gennaio 2012 (la Notte degli Oscar è prevista per il 26 febbraio), incrociamo le dita e, per dirla con Nino Manfredi, fusse ca fusse la vorta bona.

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L’alba del pianeta delle scimmie

34Dopo quattro sequel, due serie tv, un remake ad opera di Tim Burton, incerto tra blockbuster ed autorialità, L’alba del pianeta delle scimmie, tecnicamente un prequel/reboot, riesce ora a riportare sul grande schermo quel senso di suggestiva inquietudine proprio dell’opera originale, Il pianeta delle scimmie datato 1969, per la regia di Franklin J. Schaffner, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Pierre Boulle, 1963 (Mondadori).

Un collegamento tra le due pellicole è poi possibile guardando al make-up e agli effetti speciali: se nel ’69 si innovava al riguardo, grazie all’intuizione di John Chambers, applicare il trucco direttamente sul volto, per evitare “l’effetto maschera”, vincendo un Oscar speciale, altrettanto avviene ora, con la sempre più stupefacente tecnica della perfomance capture, che trasferisce in digitale le espressioni degli attori, facendo sì che i primati, estremamente “vivi” in ogni loro espressione, divengano i veri protagonisti, in particolare Caesar, mirabilmente reso da Andy Serkis, cui non a caso il regista Rupert Wyatt (Prison Escape, 2008) rivolge intensi primi piani, a partire dallo sguardo, importante indizio rivelatore di ogni sua mutazione.

La felice intuizione degli sceneggiatori Amanda Silver e Rick Jaffa, per quanto il plot possa apparire vagamente ispirato al quarto film della serie (1999-Conquista della Terra, ‘72, J.L.Thompson), è resa infatti, oltre dall’aver disseminato qua e là tanti piccoli elementi di collegamento con il citato “antenato”, dalla scelta di soggettivare la vicenda esaltando il punto di vista delle scimmie, creando un parallelismo con i buoni intenti dello scienziato Will Rodman (James Franco), moderno Prometeo come lo fu il Dr. Frankenstein di Mary Shelley, il quale ha sperimentato su di loro un nuovo farmaco, volto a curare l’Alzheimer; gli effetti sembrano dapprima positivi, ma l’aggressività improvvisa della prima cavia bloccherà i previsti test sugli uomini. Will però, influenzato dalla circostanza che il morbo affligge suo padre (John Lithgow), non solo trafugherà le scorte del farmaco per somministrarglielo gradualmente, ma alleverà il figlio della suddetta cavia, nel frattempo eliminata, dalla quale ha ereditato tutti i geni …

Se il prezzo da pagare al riguardo è che gli esseri umani vengano relegati spesso a mero contorno (Freida Pinto, nel ruolo di Caroline) o a caratterizzazioni di maniera, a partire dallo stesso Franco, si è però ampiamente rimborsati dalle modalità con le quali Wyatt mette in scena il tutto, assecondando lo script, privilegiando una costruzione in divenire particolarmente equilibrata e attenta ad un dosaggio graduale del ritmo, avvincendo e convincendo, arrivando ad uno splendido atto finale, azione pura, non confusione, sul Golden Gate Bridge di San Francisco, con l’inquadratura conclusiva, le scimmie ormai libere a guardare verso la città dagli alberi di una foresta, a far da efficace contraltare alla scena iniziale (“c’è l’uomo nella giungla …”).

Anche l’ormai abituale uso, atto a divenir abuso, delle scene sui titoli di coda, appare in tal caso geniale, poche inquadrature ed una valida soluzione grafica a far intuire l’estinzione della razza umana ed un probabile sequel, che potrebbe rivelarsi interessante, se venissero confermate ed approfondite le non banali, e sempre attuali, riflessioni sui limiti della scienza e della conoscenza umana, oltre alla parabola, in odor di metafora, che mi sembra abbia voluto visualizzare Wyatt: il diverso, l’altro, l’appartenente ad un gruppo comunque sottomesso, presumendone l’ inferiorità, acquisendo in qualsiasi modo più che la nostra intelligenza la possibilità di usarla, può all’improvviso ribellarsi e far sì, in un terrificante gioco delle parti, che la nostra cosiddetta evoluzione divenga involuzione e viceversa, amara sconfitta e schiacciante vittoria insieme.

Addio a Sergio Bonelli

Sergio Bonelli

Sergio Bonelli

L’immagine oltremodo pittoresca spesso delineata da Tex e dal suo pard Kit Carson a dargli man forte, lo vorrebbe a cavalcare lassù, nei pascoli celesti, oppure seduto su una nuvola, novello cherubino, a pizzicare le corde di un’arpa …
Cerco d’introdurre con la benevola ironia propria degli albi che portano il suo nome, la notizia della morte di Sergio Bonelli, 79 anni, avvenuta stamane a Monza, presso l’ospedale San Gerardo, dove era ricoverato da circa una settimana.

Figlio di Gian Luigi Bonelli, il “papà” del sopra citato Tex Willer (1948), i cui albi possono tranquillamente considerarsi il primo western made in Italy, oltre che anticipatori di determinate tematiche riguardo gli Indiani, Sergio prese le redini della casa editrice Cepim, che diverrà in futuro la prolifica Sergio Bonelli Editore, nel ’57, subentrando alla madre Tea, dopo i trascorsi di tuttofare all’interno dell’azienda di famiglia; con lo pseudonimo di Guido Nolitta è stato anche un valido sceneggiatore, iniziando con la serie Un ragazzo nel Far West, ’58, proseguendo nel ’61 con Zagor, personaggio con il quale comincia ad affrancarsi dalla figura paterna, in quanto, pur influenzato dalla sua disinvoltura nel mescolare insieme realtà e senso del fantastico, accostandogli come spalla il buffo Cico conferisce alle storie sdrammatizzanti venature comiche che troveranno consacrazione definitiva nel Groucho posto a fianco di Dylan Dog, l’investigatore dell’incubo, creazione di Tiziano Sclavi e tra i maggiori successi della nostra editoria a fumetti.

La sua creazione più originale, oltre che quella cui era maggiormente affezionato, resta comunque Mister No, 1975, antieroe per eccellenza, l’ex soldato Jerry Drake che in Brasile trova riparo dagli orrori della guerra, di cui volle scrivere personalmente l’ultima avventura (iniziata nel settembre del 2005 proseguì sino alla fine del 2006), visto che si era allontanato dall’attività di scrittore a intorno al 1982 per concentrarsi su quella di editore, sotto la cui egida vedranno la luce personaggi come Ken Parker, Martin Mystere, Natahan Never, Julia, dando, anche in considerazione del suo profondo amore per la scrittura, sempre più risalto e libertà ai loro autori, dei quali fu tra i primi a pubblicare i nomi nelle storie.

Probabilmente era memore della gelosa passione con la quale il padre aveva curato personalmente le sceneggiature di Tex prima di cederle ad altri, in primo luogo proprio al figlio, con Caccia all’uomo, ’76 (disegni di Fernando Fusco) e Nolitta darà nel corso degli anni inedita caratterizzazione al ranger, concedendogli, oltre ad una maggiore umanità, il prezioso dono della fallibilità, sempre rispettando i crismi dell’ “immortalità” e dell’avventura perpetua: nei fumetti la parola “fine” equivale sempre ad un “continua”, pur se a volte soltanto nella nostra fantasia .

I Puffi 3D

234Ritornano al cinema direttamente dalla loro Pufflandia i teneri e buffi omini blu, “alti su per giù due mele o poco più”, come cantava Cristina D’Avena, facendo seguito a tre lungometraggi animati (Les Aventures des Schtroumpfs, ’65, Eddy Ryssack, La Flûte à Six Schtroumpfs, ’76, Peyo e Eddie Lateste e Le nuove avventure dei Puffi, ’84, sempre di Pejo) ), interagendo ora con gli esseri umani, “bucando lo schermo” grazie all’immancabile 3D, qui non propriamente superfluo, nel tentativo di coinvolgere ed emozionare con le loro nuove avventure i fanciulli di oggi, dopo aver conquistato il cuore di più generazioni.

Ma sì, sono sempre loro, gli Schtroumpfs creati dal disegnatore Pierre Culliford in arte Peyo nel ’58, i Puffi del Corriere dei Piccoli, che ne pubblicò le storie dal ’64, dopo essere apparsi come Strunfi sulla rivista Tipitì della casa editrice Dardo, The Smurfs, infine, della serie realizzata dalla Hanna-Barbera Productions per l’emittente americana NBC a partire dal 1981 sino al ‘90, a conferire con la loro innata simpatia alla pellicola una notevole godibilità complessiva, in particolare per quanti non abbiano superato i 10 anni d’età, garantendo un sicuro divertimento, grazie a battute e situazioni loro congeniali, insieme ad una sempre più perfezionata tecnica d’animazione mista, grafica computerizzata ed azione dal vivo.

I genitori accompagnatori d’infante e gli adulti volontari alla visione, come lo scrivente, probabilmente avvertiranno la sensazione di un prodotto costruito ad hoc per un determinato target d’utenza, sensibile a tale canto delle sirene della meraviglia tecnica, e della proposizione di vari prodotti in bella vista, dai videogame in poi e, soprattutto, la mancanza, oltre ad un minimo d’originalità ed inventiva, di un vero e proprio assunto favolistico, capace di traghettarci felicemente verso il Regno della Fantasia e di farci regredire, almeno per la durata del film, al più puro e cosciente stato infantile.

Invece gli sceneggiatori (J.David Stem, David N. Weiss, Jay Scherick, David Ronn), dopo un incipit-prologo piuttosto felice, perdono colpi man mano che l’azione si sposta dal Medioevo d’origine alla moderna città di New York, dove si ritrovano sei Puffi (Grande Puffo, Puffetta, Tontolone, Coraggioso, Brontolone e Quattrocchi) trasportati da un vortice temporale, sempre inseguiti dal perfido mago Gargamella (Hank Azaria, consapevolmente e sapientemente sopra le righe) e dal suo gatto Birba; nella Grande Mela saranno accolti da una giovane coppia in attesa di un bimbo, Patrick (Neil Patrick Harris) e Grace (Jayma Mays), che, tra vari imprevisti, li aiuteranno a tornare nella loro era.

All’improvviso tutto diviene meccanico e prevedibile, con i due due citati protagonisti sempre più attoniti, quindi perfettamente in parte, mentre il regista Raja Gosnell, non nuovo ad operazioni di tal genere (i due Scooby Doo), cerca di vitalizzare con il classico chiasso rocambolesco un plot piuttosto banale e grondante gocce di giulebbe come e più di un film Disney d’antan, specie nella morale finale. Comunque, il tempo scorre inesorabile, è giusto che ognuno abbia i suoi Puffi, per quanto mi riguarda, essendomi nel complesso divertito, pur non potendo fare a meno di notare le citate mancanze, non resta altro che puffare, parafrasando Moretti (Palombella rossa,’89): “Ho 43 anni … Non torneranno più i fumetti e i cartoni animati di quando ero bambino …”

Il segreto dell’acqua

Valentina Lodovini e Riccardo Scamarcio

Valentina Lodovini e Riccardo Scamarcio

E’ davvero un peccato che la fiction Il segreto dell’acqua, trasmessa in prima serata su Rai Uno a partire da domenica 11 settembre e poi in altri giorni della settimana (al momento in cui scrivo martedì e mercoledì), non sia stata accompagnata dal successo negli ascolti, i quali, dopo un avvio un po’ in sordina, sembrano comunque assestati su un livello non certo altissimo, ma in linea con le sue particolari caratteristiche, che rendono necessaria anche una certa partecipazione del pubblico, ancor prima del suo effettivo coinvolgimento, acquisito per gradi, sequenza dopo sequenza e puntata dopo puntata.

A tre episodi dal termine, posso dare conferma alle prime impressioni, ormai stabili sull’idea di assistere più ad un film suddiviso in 6 puntate che ad una vera e propria fiction, vuoi per la messa in scena in generale, vuoi per una certa accuratezza del plot narrativo (Umberto Contarello, Filippo Gravino, Sara Mosetti e Marco Pettenello), volto a visualizzare tematiche fortemente reali, calate nel quotidiano, ma attingendo dal passato, tanto nell’ambito letterario che cinematografico.
Più di un occhio, poi, appare volto ai vecchi sceneggiati Rai, con, infine, valide prove attoriali, Riccardo Scamarcio in testa, senza dimenticare Valentina Lodovini o un bravo caratterista come Gigi Maria Burruano.

La regia di Renato De Maria, tra primissimi piani dei protagonisti e loro “pedinamento”, discese agli inferi, giù verso l’acquedotto di Palermo, mi è sembrata abbastanza ferma e attenta a bilanciare, più che a mescolare insieme, melodramma, noir, commedia, certi toni soffusi da tragedia greca, facendo sì che le risposte ai vari perché assumano le caratteristiche di tasselli di un mosaico che si viene a comporre sotto gli occhi dello spettatore, invitato anche a superare gradualmente, così come i componenti della squadra ai suoi comandi, la diffidenza verso il vice questore aggiunto Angelo Caronia (Scamarcio), giunto da Roma nella natia Sicilia in preda ai fantasmi di un tormentato passato, visualizzati tramite flashback dalla consistenza onirica.

Non è un personaggio facile questo Caronia (strana l’assonanza con “carogna”…), accanito lettore e appassionato di Caravaggio (a suo dire ha il potere di ridimensionarlo), certo poco empatico, scostante e arrogante ai limiti della supponenza, ma capace di fini ragionamenti, con un uso così naturale della sua forte intelligenza da apparire sfacciato e carismatico insieme, ben reso da Scamarcio, ricordando un po’, restando in casa nostra, certe interpretazioni di Gian Maria Volontè (in particolare Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Elio Petri,’70).

Per concludere, in attesa di un finale che si preannuncia particolarmente in crescendo, si può certo obiettare su una lentezza a volte sin troppo studiata, su qualche scena apparentemente forzata, al pari di certe frasi del nostro incastonate ad hoc, oltre che su un uso della psicologia e della metafora spesso didascalico, ma Il segreto dell’acqua ,per quanto mi riguarda, può certo annoverarsi tra le fiction italiane più riuscite degli ultimi tempi, anche solo a livello di tentativo, magari in previsione di una futura possibile serie incentrata sul vice questore e la sua squadra, dando il benvenuto ad un maggiore equilibrio tra i vari elementi a far da valido collante.

Festival del Film di Roma 2011: Marc’Aurelio a Richard Gere

 Richard Gere

Richard Gere

Chiusa con successo la 68ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, cominciano a circolare le prime indiscrezioni sulla VI edizione del Festival del Film di Roma, che prenderà il via il 27 ottobre, apertura affidata a The Lady di Luc Besson, per concludersi il 4 novembre, con la consegna dei Marc’Aurelio (miglior film, migliore attrice e miglior attore, Gran Premio della Giuria) alle opere in concorso nella Selezione Ufficiale della kermesse.

Sempre Gian Luigi Rondi nella qualità di Presidente del Festival e Piera Detassis Direttore Artistico, Presidente della Giuria sarà Ennio Morricone, che avrà accanto Roberto Bolle, Étoile del Teatro alla Scala, primo italiano ad essere nominato Principal Dancer dell’American Ballet di New York, oltre ad aver espresso il suo talento praticamente su tutti i palcoscenici del mondo, facendo parte delle compagnie più prestigiose.

Il Premio Marc’Aurelio all’attore verrà assegnato a Richard Gere, attore estremamente poliedrico, mentre, in attesa di conoscere il cartellone definitivo, nella sezione Fuori Concorso della Selezione Ufficiale risalta il film tv Too Big to Fail – Il Crollo dei Giganti di Curtis Hanson, sulla base dell’omonimo libro scritto dal giornalista Andrew Ross Sorkin (tra gli interpreti, William Hurt e Paul Giamatti) e in quella L’Altro Cinema Extra l’incontro previsto con il regista Michael Mann; interessante, infine, il confronto libro-film previsto nella sezione Alice nella città, con la visione in anteprima, ormai tradizionale, di alcune sequenze di The Twilight Saga: Breaking Dawn Parte I, in uscita il 16 novembre, e il reading di brani tratti dal romanzo di Stephenie Meyer.

Otto film per un Oscar

Ecco la rosa degli 8 film candidati tra i quali la Commissione di Selezione istituita presso l’Anica, dietro incarico dell’Academy Award, dovrà decidere quale pellicola rappresenterà l’Italia relativamente all’Oscar per il miglior film in lingua non inglese, nella riunione prevista per il 28 settembre: Habemus Papam di Nanni Moretti, Noi credevamo di Mario Martone, Corpo celeste di Alice Rohrwacher, Nessuno mi può giudicare di Massimiliano Bruno, Notizie degli scavi di Emidio Greco, Tatanka di Giuseppe Gagliardi, Vallanzasca – Gli angeli del male di Michele Placido e Terraferma di Emanuele Crialese, recentemente insignito del Premio Speciale della Giuria alla 68ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.
Habemus Oscar?