La banda degli onesti (1956)

12345567uuhAntonio Bonocore (Totò), portiere presso uno stabile romano, conduce un’esistenza non certo agiata ma onesta, infatti rifiuta di prender parte ad un illecito relativo all’acquisto di una partita di carbone necessaria per la caldaia, prospettatogli dal nuovo amministratore, il ragioniere Casoria (Luigi Pavese), il quale lo minaccia di fargli perdere l’impiego, comportante l’abbandono dell’appartamento dove vive con l’anziana madre, la moglie e due bambini; quando però un ex incisore dell’Istituto Poligrafico in punto di morte gli confida di essersi appropriato di un cliché e della carta filigranata per la stampa dei biglietti da diecimila lire, non avendo mai avuto il coraggio di farne uso, pregandolo di disfarsene, Bonocore, tra dubbi ed esami di coscienza, decide la “diserzione dall’onestà”, coinvolgendo nell’impresa il tipografo Lo Turco (Peppino De Filippo), oberato dalle cambiali, e il pittore Cardoni (Giacomo Furia), prossimo ad essere sfrattato; dopotutto, il loro sarebbe “un lavoro proprio di una succursale della Zecca”, “un reato a responsabilità limitata”; il sopraggiungere del figlio più grande di Bonocore, guardia tributaria, capovolgerà non poco gli eventi…

Tra le pellicole meno celebrate del “principe della risata”, La banda degli onesti merita invece di essere inserito tra i titoli più riusciti della sua filmografia, con una prova attoriale sobria, misurata, capace di suscitare il riso come la riflessione, con sfumature d’amarezza: Totò, riesce a mediare, sulla falsariga di quanto già fatto, egregiamente, in Guardie e ladri, ’51, Steno e Monicelli, tra comicità surreale, cui concede qualche controllato lazzo, al pari delle intemperanze verbali, tra i consueti nonsense linguistici e storpiature grammaticali, e quella d’impronta più realistica, tenendo la scena praticamente da protagonista assoluto per i primi 25 minuti, regalandoci, con valente uso della mimica, gag silenti impagabili (il volto contrito dal dolore sulla porta del palazzo, alla morte del suddetto funzionario, o il tentativo di stampare la banconota inumidendo il cliché come fosse un francobollo).

Man mano che poi entrano in scena Furia, uno dei nostri più grandi caratteristi, e De Filippo, riesce ad integrarsi al meglio con i due, dando vita a dei siparietti esilaranti (Peppino vittima sacrificale, la cupidigia e la bramosia di potere spiegati da Bonocore a Lo Turco al bar, usando zucchero e una tazza di caffè, il tira e molla nel dare vita al piano, la stampa delle banconote “in accelerazione”, come nelle vecchie comiche) sfruttando, assecondato, la bonomia del primo e la capacità del secondo di sapersi rendere ora funzionale ora complementare ai fini della risata.

Per quanto però il tutto poggi su una scrittura molto valida (Age & Scarpelli), nella quale è possibile riscontrare un anticipo, in abbozzo, di certe tematiche che saranno proprie de I soliti ignoti, ’58, (d’altronde gli sceneggiatori sono gli stessi, cui andranno ad aggiungersi Monicelli, regista del film, e Suso Cecchi D’amico), differentemente da quest’ultimo, complice la regia incolore, quando non latitante, di Camillo Mastrocinque, La banda degli onesti appare spesso in bilico tra i toni della farsa, sfruttando ancora una comicità tipica dell’avanspettacolo, e quelli di un umorismo meglio definito, comprensivo di risvolti dolenti, proprio delle maschere della Commedia dell’Arte, venendosi a creare un certo squilibrio complessivo nella resa definitiva dell’opera, che vanta anche un validissimo contrappunto musicale (Alessandro Cicognini).

Sempre efficace, solo apparentemente sullo sfondo, l’assunto di base, la visualizzazione della tentazione di “passare dall’altra parte”, a fianco dei tanti “ragionieri Casoria”, operazione apparentemente facile, se non vi fosse la probità a farsi forza predominante e costante di vita, rendendoti alla fine pago di quel poco che hai, nella piena consapevolezza che è tuo, cosciente della liceità e della fatica nell’essertelo guadagnato, nel rispetto di sé e degli altri.

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