Non ci resta che piangere (1984)

33Film di culto, dall’invidiabile capacità di mantenersi saldo nell’immaginario collettivo a distanza di tempo, Non ci resta che piangere, del compianto Massimo Troisi e del folletto Roberto Benigni, autori di regia, soggetto e sceneggiatura (a quest’ultima ha collaborato Giuseppe Bertolucci), oltre che principali interpreti, appare, oggi come ieri, una pellicola spensierata, divertente, genuinamente folle, mai volgare, libera da schemi o sovrastrutture, da valutare al di là di ogni disquisizione tecnicamente cinematografica.

Dopo un’apertura-prologo iniziale, volta ad introdurre i due protagonisti, Mario (Troisi), bidello, e Saverio (Benigni), maestro, la loro diversità caratteriale, il primo timido ed insicuro, il secondo più estroso, in seguito ad un guasto dell’auto e ad un improvviso temporale che li porta a rifugiarsi in una vecchia locanda dove la proprietaria sembra fare fatica a comprenderli, ci ritroviamo sbalzati insieme a loro in pieno 1400 (1492, “quasi 1500”), nel paesino di Frittole; superati sbigottimento e sconcerto iniziali nell’adattarsi ad usi e costumi del tempo, con Saverio più propenso ad integrarsi senza battere ciglio, proprio Mario riuscirà a far breccia nel cuore della giovane Pia (Amanda Sandrelli), anche se poi sarà costretto a seguire l’amico nel disperato tentativo d’impedire la partenza di Colombo per l’America, incontrando nel loro cammino Leonardo da Vinci (Paolo Bonacelli) e una misteriosa donna, Astriaha (Iris Peynado)…

Come accennato ad inizio articolo, inutile tergiversare su dettagli tecnici, direzione praticamente assente, vuoti o incongruenze di sceneggiatura, personaggi di contorno appena abbozzati, lungaggini ed incertezze di montaggio, in particolar modo nel finale: l’opera va vista essenzialmente, nel suo insieme, come un grande palcoscenico, nel complesso ben curato relativamente ad ambientazione e costumi, dove l’estro e la vis comica dei due grandi artisti possono trovare ampio spazio e sfogo, traendo proprio dalla diversità della loro comicità, surreale, giocosa, giullaresca quella di Benigni, meditata, pacata, accompagnata da una forte mimica e gestualità, diluita nei consueti monologhi alternati a pause e borbotti, quella di Troisi, l’alchimia di una felice complementarietà.

Nei loro splendidi duetti, arrivano ad essere scambievolmente l’uno spalla dell’altro, come avveniva, restando nell’ambito del cinema di casa nostra, con un’altra “mitica” coppia funzionale alla sana risata, quella di Totò e Peppino, non a caso citati, e omaggiati, senza cadere in un facile ricalco, nella scena della lettera indirizzata a Savonarola (“Santissimo Savonarola, quanto ci piaci a noi due…”), ripresa da quella, celeberrima, di Totò, Peppino…e la malafemmina, tra le più esilaranti, come, pescando tra le tante, la “convinzione psicologica” suggerita da Troisi di non essere nel 1400, il “tacchinaggio d’epoca” in chiesa, per agganciare Pia, alla quale poi sempre Troisi si presenterà come artista musicista (“Yesterday…”), il passaggio della dogana reiterato ed elevato a tormentone (“Quanti siete? Che portate? Un fiorino!”), sino all’incredibile incontro con un Leonardo vagamente rintronato, al quale Benigni cercherà di spiegare, in uno stralunato pot-pourri, la modernità del XX secolo, dal treno al lapsus freudiano.

Il film, infine, costituisce valida occasione per riflettere su quanto sia evidente oggigiorno, all’interno del mondo dello spettacolo in genere, sia la mancanza dell’ umorismo elegante, discreto, intriso di forte umanità, di Troisi, che ci ha lasciati prematuramente il 4 giugno del ‘94, il suo sfruttare la napoletanità al di fuori di ogni retorica o luogo comune, sia l’effervescente irruenza di un Benigni ancora genio e sregolatezza, sapientemente al di sopra delle righe, poeticamente lieve e profondo, non ancora impostato nell’attuale presa di coscienza artistica.

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