Un americano a Roma (1954)

43Nando Mericoni (Alberto Sordi), romano di Trastevere con mente e cuore volti a Kansas City, ha coltivato negli anni, mentre la capitale veniva occupata dai Tedeschi e poi liberata dagli Americani, un personalissimo american dream, forgiato sulla fervida immaginazione scaturitagli dalla visione di vari film d’oltreoceano. Il nostro vive in una sorta di realtà a sé stante, un palcoscenico dove può esternare al meglio le sue grandi potenzialità, in particolare artistiche, non comprese, ovviamente, da quanti gli stanno vicino, genitori, amici, come l’allibito “Cicalone” (Carlo Delle Piane), e la girl friend Elvira (Maria Pia Casilio), con tanto di sonora pernacchia come unico apprezzamento per la sua esibizione nei panni di Santi Byron, Gene Kelly de’ noantri, sul palco di un teatro di borgata. Avvilito, ma non ancora domo, il nostro tenta un gesto estremo: ispirandosi a La 14ma ora di Hathaway, sale sul Colosseo e minaccia di buttarsi giù se non si farà in modo di organizzare la sua partenza per gli agognati Usa…

La pur abile e sciolta regia di Steno (Stefano Vanzina), anche tra gli autori della sceneggiatura (Sordi, Lucio Fulci, Ettore Scola, Sandro Continenza), non salva Un americano a Roma da quello che è il suo difetto principale, un procedere frammentario, una serie di sketch che si sostanziano come l’allungamento di uno solo, quello da cui trae ispirazione l’intera pellicola, tra gli episodi di Un giorno in pretura, di poco precedente: qui esordisce il personaggio del “malato d’America”, arrestato per atti osceni (sorpreso da un vigile a fare il bagno in una marrana, questi gli preleva i vestiti, per cui è costretto a far ritorno nudo a casa). Se tra le righe si intuisce la volontà di approfondire il tema, anche con toni sferzanti, di una certa esterofilia già ben radicata nel costume italiano, tutto si ferma a livello di farsa più che di vera e propria commedia, nobilitata però dai toni grotteschi che l’ Albertone nazionale conferisce alla sua caratterizzazione, regalando battute e scene ormai assurte e consacrate a livello di cult.

Entrato definitivamente nelle grazie del pubblico dopo il successo de I vitelloni di Fellini, Sordi sfrutta al meglio, qui ancora più spontaneamente che concretamente, quella sua innata capacità di individuare determinati aspetti della società, farli propri ed esasperarli, trasferendoli in vari personaggi, operazione d’altronde già svolta nei programmi radiofonici d’esordio: ecco quindi l’attenta vestizione di Nando, t-shirt, jeans a tubo, cinturone di cuoio borchiato, bracciale di eguale fattura e, immancabile, il cappellino da baseball, l’arredo della sua camera con gagliardetti, poster, addirittura un boccione dell’acqua “come quelli degli uffici della Quinta Strada” e, soprattutto, un linguaggio ai limiti dell’assurdo, una logorroica cantilena che mescola inglese, spesso con vocaboli inventati o mutuati, storpiandoli, dall’italiano, romanesco e altri dialetti, con esiti esilaranti.

Tra le scene ormai leggendarie certamente quella della cena ‘mericana (marmellata, yogurt, mostarda, latte…), per poi, dopo l’assaggio, gettarsi a capofitto sul piatto di maccheroni lasciatogli pronto da “mami” e attaccarsi al fiasco di vino, sino ad un attimo prima disprezzati come “roba da carrettieri”.
Altrettanto bella è quella della sopra citata esibizione e conseguente pernacchione, con la battuta, capolavoro d’artificio linguistico per aggirare la censura, volta al suo autore: “Ormai hai 21 anni, è ora che tu sappia di chi sei figlio…”

Ventuno anni più tardi, in Di che segno sei?, film ad episodi di Sergio Corbucci, rincontriamo Nando, ora guardia del corpo di un industriale milanese.
I tempi sono cambiati e scatta inevitabile una certa malinconia: appare allora preferibile il ricordo dell’ingenuo perdigiorno sfoderante pollice ed indice a mo’ di 6 colpi contro il “gatto mammone” spia straniera, lasciando presagire, sostituendo a “fine”, nell’ultima inquadratura, “the end”, il perdurare di uno dei tanti peccatucci italici, questo almeno veniale.

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