Archivi del mese: marzo 2011

Il discorso del Re

12815Di ritorno dalla notte degli Oscar onusto di quattro statuette “fondamentali”, miglior film, regia (Tom Hooper), attore protagonista (Colin Firth) e sceneggiatura originale (David Seidler), su dodici candidature, Il discorso del Re è un film squisitamente e sagacemente inglese, da assaporare lentamente, come si farebbe con un bicchiere di buon brandy, per coglierne in pieno pastosità e sfumature.

La vicenda prende il via nel ‘25, anno in cui in Inghilterra regna Giorgio V, il quale affida al secondogenito Alberto (Firth), Duca di York, la pronuncia alla radio di un breve comunicato; purtroppo il duca soffre di una grave forma di balbuzie, probabilmente di origine nervosa e l’incarico paterno non ha propriamente l’esito sperato; la consorte Elisabetta (Helena Bonham Carter) è l’unica della reale famiglia a seguirlo affettuosamente e a sostenerlo, facendosi carico d’illustrarne i problemi, dopo tante, inutili, visite mediche, ad uno specialista del linguaggio, l’australiano Lionel Logue (Geoffrey Rush).

Questi, forte di metodi quantomeno originali, a cominciare dal mancato rispetto della dovuta etichetta, accompagnerà “Bertie”, sulle prime fortemente recalcitrante e ostile, in un percorso formativo ed evolutivo, anche violentemente emozionale, che confluirà nella sua incoronazione, con il nome di Giorgio VI, dopo l’abdicazione del fratello (succeduto al trono dopo la morte del padre come Eduardo VIII), in seguito allo scandalo causato dalla relazione con l’americana Simpson, divorziata; sarà proprio il nuovo re, assistito da Lionel, con il quale si è ormai instaurata una sincera amicizia, a proclamare l’entrata in guerra contro la Germania, con un sentito e convincente discorso radiofonico, invitando il popolo all’unità.

Film dall’impostazione estremamente classica, Il discorso del Re gode in primo luogo di una forte e riuscita sinergia tra regia e sceneggiatura: la prima, apparentemente “ferma”, si rivela invece morbida, mai invasiva, attenta ai particolari e alla loro valorizzazione, sia relativamente all’ambientazione, molto curata negli esterni come negli interni, sia riguardo i singoli attori, con intensi primi piani, in particolare del protagonista.

La mdp, infatti, è volta ad accompagnarne ogni minimo disagio, le contratture del viso, lo sguardo confuso ed incerto, tutto reso da Firth con rara e camaleontica efficacia, tra scatti d’ira, turbamenti repressi e poi lasciati fluire, balbettii, senza essere mai sopra le righe, sino al finale, quando, finalmente padrone di sé, il volto appare più rilassato e l’intera figura meno contratta; riguardo la seconda, si basa, efficacemente, più sul levare che sull’aggiungere, lasciando molto (le problematiche dei rapporti familiari in particolare) alla nostra interpretazione ed intuizione, riuscendo ad avvicendare, pur con qualche cedimento, momenti piuttosto dolorosi e tesi ad altri più spassosi, come, ad esempio, le varie sedute cui “Bertie” si sottopone, esibendosi in catartici scioglilingua; oltre alla citata prova di Firth, altrettanto degne di nota risultano quelle della Carter, moglie dolce e comprensiva, e di Rush, sapientemente ondivago tra compostezza ed istrionismo.

Da non sottovalutare poi l’importanza che viene data al linguaggio, al dialogo, alle parole nel loro complesso (le inquadrature sui microfoni, quasi ad ingigantirli), sia in privato che in pubblico e, conseguentemente, dei rapporti umani, della loro naturalità, indipendentemente da qualsivoglia classificazione sociale (i reali sono “nudi”, visti in ogni loro difetto caratteriale e comportamentale).

Sarà anche “cinema di una volta”, come tale opera è stata spesso classificata, ma riuscire ad emozionare e coinvolgere con il semplice effetto speciale di una valida messa in scena è, oggi come ieri, esempio di grande maestria cinematografica ed espressione di una concreta capacità di fascinazione.

Annunci

Addio a Farley Granger

Farley Granger

Farley Granger

L’attore Farley Granger è morto domenica scorsa, 27 marzo, a New York.Il suo nome rimarrà legato essenzialmente a pochi film, per quanto di rilievo, e ai loro registi, in primo luogo Alfred Hitchcock, che lo diresse nell’ indimenticabile Nodo alla gola (Rope, ’48, anche noto in Italia col titolo Cocktail per un cadavere), suo primo film a colori, dove Granger interpretava Philip, uno dei due giovani che uccidevano un loro compagno di collegio per pura gratuità, disseminando varie prove per rendere il “gioco” più eccitante, coinvolgendo il loro ex professore Caldell (James Stewart) e poi ne L’altro uomo (Strangers on a Train, ‘51), tratto dal romanzo di Patricia Highsmith dall’omonimo titolo.Luchino Visconti in Senso, ’54, tratto da un racconto di Camillo Boito, gli affidò invece il ruolo del tenente austriaco Franz Mahler, ben reso dall’attore nella sua scarsa limpidezza morale, del quale si innamorava perdutamente la Contessa Livia Serpieri, una splendida Alida Valli, estremamente intensa, passionale e tragica.

Granger era nato a San Jose, California, nel ‘25, subito dopo gli studi superiori venne contattato dal produttore Samuel Goldwyn che, che gli affidò una piccola parte in Fuoco a oriente (The North star, ‘43, di Lewis Milestone), cui seguì una più rilevante in Prigionieri di Satana (The purple heart, ‘44), sempre di Milestone ed un contratto d’esclusiva per cinque anni nel dopoguerra: tra i film girati titoli come La donna del bandito (They live by night, ‘49, Nicholas Ray), Fuga nel tempo, (Enchantement, ’48), di Irving Reis, Il favoloso Andersen (Hans Christian Andersen, ‘52, Charles Vidor) e La giostra umana (O. Henry’s full house, ‘52’, episodio Il dono dei Magi, Henry King).

Durante gli anni ‘60, Granger preferì concentrare la sua attività nel teatro, ottenendo alcuni successi a Broadway, comparendo in diverse produzioni, per ritornare al cinema dal ‘70 al ‘74, interpretando una serie di film nel nostro paese, come Lo chiamavano Trinità. Prese poi parte a varie soap o serial della tv americana, per tornare sul grande schermo nel 2001, con la commedia Sai che c’è di nuovo? accanto a Madonna e Rupert Everett, mentre risale al 2004 la sua ultima apparizione cinematografica in un film diretto dall’amico Rick McKay, Broadway: The Golden Age, by the Legends Who Were There, del quale egli promosse la produzione, partecipando alla prima a New York.

Gli uomini preferiscono le bionde (Gentlemen Prefer Blondes, 1953)

2Gentlemen Prefer Blondes è un opera per certi versi minore rispetto ad altre commedie di Howard Hawks, autore estremamente poliedrico, ma può sempre fare affidamento, oggi come ieri, oltre che sull’ estrema gradevolezza spettacolare, esaltata dalla fotografia in technicolor di Harry Wild, sul fare sardonico proprio del regista, il quale conferisce inedita connotazione al tema dell’amicizia femminile, all’epoca non particolarmente sfruttato, incrociandolo con la tematica a lui cara del “conflitto tra i sessi”.
Il risultato è un felice punto d’incontro tra divertissement, piglio autoriale e divismo allo stato puro, rappresentato dalle due splendide attrici Jane Russell, scomparsa il 28 febbraio scorso, e Marilyn Monroe: entrambe dotate di un fascino e di una presenza scenica tali da farle risultare convincenti anche con la semplice apparizione sullo schermo, offrono il meglio di sé, con brio elegante e vagamente ammiccante, cantando e ballando, affidando alla storia del cinema numeri musicali immortali, tanto da essere spesso oggetto d’imitazione o riferimento (Diamonds Are a Girl’s Best Friends su tutti, Bye Bye, baby…, Two Little Girls From Little Rock).

Loreley Lee (Monroe) e Dorothy Shaw (Russell), l’una bionda l’altra bruna, cantanti e ballerine, si imbarcano su una nave diretta in Francia: qui Loreley spera di poter convolare finalmente a nozze con il suo innamorato Gus Esmond (Tommy Noonan), lontano dal ricco padre di questi, che non vede di buon occhio la procace fanciulla, tanto da assumere un investigatore privato, Ernie Malone (Elliot Reid), perchè ne segua le mosse durante il viaggio. Dorothy appare più propensa a cercare l’amore in sé, mentre Loreley ad una sicura sistemazione economica e così se la prima trova appagamento nella visione dei componenti della squadra olimpionica presente a bordo e stringe amicizia con Ernie, la seconda civetta con Sir Francis Beekman (Charles Coburn), proprietario di una miniera di diamanti. Le avances del vecchio ganimede e il dono di un diadema appartenente alla moglie, saranno l’inizio di una serie di guai, sino all’inevitabile lieto fine.

Con una sceneggiatura (Charles Lederer) ovviamente plasmata sulle due protagoniste (dall’omonima commedia musicale, ’49, di Joseph Fields e Anita Loos, a sua volta ispirata al romanzo di quest’ultima, ’25, che già aveva dato vita ad un film nel ’28), tanto lieve da sfiorare l’inconsistenza, passando per un umorismo tutto sommato tradizionale ed eccentrità manieristiche, Hawks entra nel genere, il musical, sovvertendone i consueti canoni se non da un punto di vista propriamente formale comunque della narrazione in sé, visto che i vari numeri musicali ne fanno sì parte, ma senza esserne propriamente ed essenzialmente la struttura portante, ma dei quadri a sé stanti, che si alternano con il suo svolgimento.

Dando poi rilievo alle due donne, comunque ben delineate nelle rispettive psicologie, rispetto ai protagonisti maschili, scialbi ed insignificanti, ai quali si presentano, specie Loreley/Marilyn, come loro vogliono che siano, candidi stereotipi, per poi rivelarsi tutt’altro, il sopra citato conflitto dei sessi le vede alla fine vittoriose, riducendo noi maschietti a semplici burattini, destinati a scomparire letteralmente dalla scena, come in quella finale del matrimonio a quattro, quando l’inquadratura, sino alla sovraesposizione del classico The End, è tutta al femminile, caustica firma hawksiana. Illuminanti al riguardo le riflessioni di Veronica Pravadelli, pag.251-258, nel libro La grande Hollywood. Stili di vita e di regia nel cinema classico americano (Marsilio Editore, 2007). Del ’55 è Gli uomini sposano le brune, una sorta di sequel, ancora tratto da un romanzo di Loos, regia di Richard Sale e sempre Russel protagonista.

Elisewin- Un amore in viaggio

1“Perché nella vita non riusciamo mai a identificare il momento preciso in cui un amore comincia, ma ci accorgiamo così bene del momento in cui finisce?” Questa frase di Steve Martin nel film Pazzi a Beverly Hills (L. A. Story, ‘91, di Mick Jackson) mi è utile per introdurre il recente libro di Giovanni Maiolo (1980), sociologo, giornalista e scrittore, Elisewin – Un amore in viaggio, Laruffa Editore, che possiamo considerare la sua seconda opera, vista la precedente esperienza come co-autore di Trasite, Favorite (2010, Carta e Intra Moenia), scritto insieme a Chiara Sasso, vertente sull’accoglienza dei migranti in Calabria.

L’autore conosce una ragazza, il cui nome dà il titolo alla pubblicazione, in un momento particolare della sua vita, nel quale si scopre capace di donare amore puro, proprio lui che, come ci racconta, in passato ha rifiutato l’amore vero, non ricambiandolo come meritava, anzi elargendo al riguardo inganni e tradimenti:Elisewin, voce vellutata, camminata lieve, morbidamente divisa tra scontrosità ed improvvisa capacità di lasciarsi andare, così come è arrivata, inaspettata, allo stesso modo andrà via, lontano, Caracas, Venezuela, sia per non sprecare un’opportunità che le si è presentata, sia per assecondare la sua voglia di libertà.

Ecco la validità della citazione di cui sopra, la quale nella prima parte avalla l’idea di come la fase iniziale, quella dell’innamoramento, sia non solo qualcosa di improvviso, che capita magari quando meno te lo aspetti, ma di totalmente irrazionale, che ti fa perdere ogni contatto con il reale, alla ricerca di quell’anelato coinvolgimento che ti porti all’ideale alternanza di gioire e patire insieme, al di là del puro e semplice congiungimento fisico, mentre nella seconda esprime la sicurezza di un’estrema razionalità nell’individuare l’ eventuale momento finale.

In realtà, a pensarci bene, specie considerando la varietà dei caratteri umani, non sempre è così, per cui lo stesso sconvolgimento provato dapprima, ora può delinearsi con nuove caratteristiche, lasciandoti un forte senso di vuoto, di annichilimento, non riuscendo a trovare valide risposte né dentro né fuori di te, costituendo, poi, allo stesso tempo, una valida occasione per trarre dalla viva esperienza la forza per andare avanti e continuare a lottare, per sé stessi e per gli altri, come capita, appunto, a Giovanni, che, una volta partita Elisewin, si troverà ad essere estremamente confuso, nella sensazione di una vita che si muove ormai tra compartimenti stagni, e, sintetizzando un suo pensiero, con la voglia di essere come la spiaggia sulla quale si infrangono le onde del mare: cambia forma, si modella, ma resiste, risultando vincitrice.

Scatta comunque la forza di reagire o quantomeno di non stare fermo, tra footing a perdifiato, coinvolgimento in sport estremi, trekking in Aspromonte o sulle Madonie, qualche tentativo, forzato, di sconfiggere la malinconia, con l’unico esito di incrementarla ulteriormente; infine, come spesso capita, la sensazione improvvisa di comprendere finalmente tante cose, la ritrovata forza di riappropriarsi della propria vita, “di non affidare più i desideri alle stelle, ma di prenderli in mano e di realizzarli”, ritornare all’attivismo politico, progettare un viaggio in America Latina, nella contrastante consapevolezza, pensando ad Elisewin, di essere stati veramente la stessa cosa, ma di risultare ormai così differenti da quel momento in cui le loro strade si sono incrociate, da non riuscire più a riconoscersi nell’eventualità di un incontro, pur formulando l’idea di una speranza dubitativa (“…o forse no”).

Scritto in una forma piacevolmente scorrevole e dallo stile abbastanza elegante, ovviando all’estrema scomposizione dei periodi visualizzanti i pensieri in libertà dell’autore, che irrompono violentemente nelle pagine cercando di trovare ordine e razionalità, intervallati dai testi delle canzoni di Gianluca Bernardo, Elisewin riesce a farci comprendere il disagio esistenziale di Giovanni, descrivendo i moti, le pulsioni, dell’anima e del cuore, in modo schietto, senza sdolcinature, “costringendoci” a viaggiare al suo fianco in un percorso formativo, che, per quanto possa sembrare tardivo, certamente è fondamentale per una rinascita interiore, per acquisire piena consapevolezza di sé: alla fine il viaggio più importante è quello che facciamo dentro di noi, alla scoperta del nostro io più profondo, giorno per giorno, consci che “il primo passo è sempre l’inizio di un cammino”.

Il cigno nero

lkoibeFilm d’apertura, in concorso, alla 67ma Mostra del cinema di Venezia, Il cigno nero è un’opera che può anche far discutere, ma di certo non lascia indifferenti, vuoi per la regia di Darren Aronofsky (The Wrestler) che ravviva e in certo qual modo squassa un plot narrativo (Andrés Heinz, Mark Heyman, John J. McLaughlin) altrimenti prevedibile nel suo insieme, ricco di richiami a molti classici del cinema, vuoi, in particolare, per la toccante, intensa, interpretazione di Natalie Portman, recentemente insignita al riguardo dell’Oscar come miglior attrice protagonista.

Nina Sayers (Portman) è una ballerina professionista del New York City Ballett, la danza è praticamente tutto nella sua vita, sul suo altare ha offerto dedizione e sacrificio estremo, spinta anche dalla madre iperprotettiva, Erica (Barbara Hershey), la quale, ex ballerina, ha riversato su di lei ogni aspettativa di successo, trattandola come un’adolescente; il direttore artistico Thomas Leroy (Vincent Cassel) ha scelto come balletto d’apertura della nuova stagione Il lago dei cigni di Cajkovskij e contemporaneamente deciso la sostituzione dell’ etoile Beth (Winona Ryder): proprio Nina è la prescelta, anche se Thomas ha ancora molti dubbi, visto che l’indubbia tecnica di Nina, la sua perfezione maniacale, il suo severo controllo del corpo, insieme all’evidente candore ed ingenuità, sono certo indubbie doti per interpretare al meglio Odette, la principessa tramutata in cigno da un mago e che solo l’amore libererà dall’incantesimo, ma non il suo doppio Odle, il cigno nero, dotata di fascino, abilità seduttiva, astuzia, sensualità; la collega Lilly (Mila Kunis) sembrerebbe la più adatta ad incarnare i due opposti aspetti …

Aronofsky è un regista estremamente sanguigno, corporale, ed il mondo della danza classica, così etereo, voluttuoso, elegante, funge da contrasto e pretesto narrativo per visualizzare ed estremizzare, sfruttando il tema della dualità espresso dal citato balletto di Cajkovskij, quel classico gioco di specchi che è la vita, nello specifico oggetto di uno scambio di coppie con l’Arte, nell’eterno conflitto fisicità- spiritualità, tra ciò che siamo, ciò che vorremmo essere e che esitiamo a divenire; la mdp è letteralmente incollata agli attori, ai loro corpi e volti, in particolare la protagonista viene costantemente monitorata in primo piano, in ogni attimo della sua vita, dal duro allenamento cui si sottopone, alle manifestazioni visive dei suoi disagi interiori, i graffi o le scorticature che si infligge, puntando in sostanza più sull’effetto che sulla causa dei moti inquieti della psiche, vedi il rapporto conflittuale madre-figlia appena accennato, reso particolarmente efficace dalle ansie espresse con gesti e sguardi dalla Hershey.

Il tutto è poi connotato dal regista con punte horror-thriller, piuttosto grezze e violente (la metamorfosi a vista in Cigno nero) e rappresentazioni oniriche e simboliche, anche a sfondo sessuale, puntando, in definitiva, ad evidenziare l’estremo sacrificio di sé per arrivare ad acquisire una propria identità, riuscendo a venire a patti anche con il proprio lato oscuro, accettandolo come parte della propria personalità.Disturbante, sgradevole a tratti, Il cigno nero è comunque un film da vedere, non fosse altro per quel moto inquieto dell’anima che provoca anche a giorni dalla visione, espressione in fondo di puro cinema e della sua originaria magia.

Addio Liz, diva dagli occhi viola

Elizabeth Taylor

Elizabeth Taylor

Addio bella Liz dagli occhi viola. Ricoverata da sei settimane al Cedar Sinai Medical Center di Los Angeles, ci ha lasciato per una insufficienza cardiaca Elizabeth Taylor, una delle ultime espressioni di quel divismo proprio della Hollywood dei tempi d’oro. Aveva 79 anni. Liz era nata a Londra il 27 febbraio 1932, da genitori americani: una volta ritornati in patria, a Los Angeles, la piccola, 7 anni, su suggerimento di un amico di famiglia, partecipa ad un provino per la Universal Pictures, casa di produzione che la metterà sotto contratto per farla esordire nel ’42 con il film There’s One Born Every Minute di Harold Young.

Passata alla MGM, la giovane attrice conosce il grande successo di pubblico appena un anno dopo con Torna a casa Lassie, di Fred M. Wilcox, trovando definitiva conferma con il successivo Gran premio di Clarence Brown, dove recita, tra gli altri, al fianco di Mickey Rooney. Ormai star di Hollywood, a soli 11 anni, Liz continua a recitare in film minori, che comunque mettono alla prova ed evidenziano sempre di più il suo talento, per arrivare nel ’49, ormai 17enne, ad interpretare il ruolo di Amy in Piccole donne di Mervyn LeRoy: abbandonate pose e ruoli da bambina, alle buone prove recitative si accompagnano ora un fascino ed una sensualità che iniziano a farsi evidenti, da poter validamente sfruttare anche in ruoli più complessi e drammatici.

Al riguardo, se appare interessante e calzante il ruolo di una ragazzina che diventa donna ne Il padre della sposa,’50, di Vincent Minnelli, con Spencer Tracy nel ruolo dell’apparentemente burbero papà, e nel sequel Papà diventa nonno, occorrerà aspettare George Stevens e il suo Un posto al sole, ’51, tratto dal romanzo di Dreiser, perché possano evidenziarsi ed apprezzarsi le doti recitative dell’attrice, capace di far risaltare con intensi sguardi e minimi gesti quei lampi improvvisi d’irrequietezza, nevrotici, che d’altronde erano propri del suo carattere.

Senza elencare tutti i suoi numerosi film, oltre le prove già citate, vanno certo ricordate le efficaci interpretazioni ne Il gigante, ’56, fluente “drammone” di George Stevens, protagonista l’ America che cambia, interrogandosi sul suo passato e guardando al futuro, con Rock Hudson e James Dean, L’albero della vita, ’57, di Edward Dmytryk, con Montgomery Clift, La gatta sul tetto che scotta, ’58, di Richard Brooks, con Paul Newman, personalmente il suo film che preferisco, Improvvisamente l’estate scorsa, ‘59, con Katherine Hepburn e ancora Clift, di Joseph L. Mankiewicz, che la dirigerà anche nel kolossal Cleopatra, ’64, sul cui set a Roma, Cinecittà, conosce Richard Burton, con il quale vivrà una storia d’amore piuttosto turbolenta e sposerà nello stesso anno, per divorziare 10 anni più tardi, risposare l’anno seguente e ancora divorziare nel successivo. D’altronde quello con Burton era già il quinto matrimonio, per un totale di otto, se non ricordo male, non sono avvezzo alle vite private delle star, interessandomi di più i loro percorsi attoriali.

Nel ‘61 vince il suo primo Oscar, miglior interprete femminile per Venere in visone, ‘60, di Daniel Mann, replicando nel’66 con Chi ha paura di Virginia Woolf? di Mike Nichols. Dagli anni ’70 in poi le sue apparizioni sul grande schermo iniziano a diminuire e le interpretazioni divengono sempre meno rilevanti, spesso poco convinte o manierate, iniziano i problemi di salute, nel ‘97 l’operazione per un tumore al cervello, rivelatosi benigno, e nel 2004 la rivelazione di soffrire di una grave insufficienza cardiaca, che oggi ce l’ha portata via. La sua ultima apparizione sul grande schermo nel ’94, I Flintstones di Brian Levant, nel ruolo della suocera di Fred, John Goodman, un’interpretazione non priva di una certa ironia ed autoironia, comunque esprimente la sua volontà di essere sempre e comunque protagonista, fieramente e definitivamente diva.

Nessuno mi può giudicare

48450Roma, zona nord. Nella sua bella villa la 33enne Alice (Paola Cortellesi) impartisce ordini ai tre domestici extracomunitari con spocchiosa ironia, tra birignao e malcelate arie da burina arricchita; moglie di un manager operante nel settore dei sanitari, un figlio di nove anni iscritto in una scuola privata, la sua vita scorre tranquilla, unica preoccupazione allestire party per ogni evenienza, come quello in corso, volto a celebrare l’anniversario di matrimonio; classico fulmine a ciel sereno, il marito muore in un incidente stradale, lasciandole un debito impegnativo da saldare, conseguente a oscure manovre finanziarie, con il rischio incombente della bancarotta e dell’affidamento del figlio ai servizi sociali; trasferitasi grazie all’aiuto dell’ormai ex domestico pachistano Aziz (Hassani Shapi) nel quartiere popolare del Quarticciolo, Alice entra in contatto con una multiforme realtà: il portiere Lionello (Rocco Papaleo), becero e razzista, i vicini di casa Enzo (Lillo) e Tiziana (Lucia Ocone), pronti ad attaccare bottone alla minima occasione, Giulio (Raoul Bova), uomo integro, dai forti principi, gestore di un Internet Point e il suo amico commesso Biagio (Valerio Aprea), depresso per l’abbandono della fidanzata Sofia (Caterina Guzzanti). Superate le diffidenze iniziali, Alice inizia una relazione con Giulio, nascondendogli però di aver intrapreso la carriera di escort, dopo i suggerimenti della professionista Eva (Anna Foglietta), l’unico mestiere che gli potesse far guadagnare i soldi necessari nel più breve tempo possibile…

Nessuno mi può giudicare, esordio alla regia dell’attore e sceneggiatore Massimiliano Bruno, autore dello script insieme ad Edoardo Falcone, su soggetto di Fausto Brizzi, è una commedia sentimentale divertente e interessante, non fosse altro per la riscoperta capacità del nostro cinema di presagire eventi di cronaca, provando a raccontare, sul filo di un’ironia leggera ma non propriamente innocua, quell’ Italia lontana da finti lustrini e proclami d’ordinanza sulla ripresa economica, che riesce, a fatica, a mantenersi integra nei suoi valori essenziali di dignità e coerenza morale, pur dovendo scendere a compromessi per poter sopravvivere, da intendersi anche, se non soprattutto, nel senso di arrivare alla fine del mese, in una società dominata da opportunismi e falsi valori.

L’ espediente narrativo adottato, debitore del cosiddetto “neorealismo rosa”, scevro del suo originario uso spregiativo, fa sì che il Quarticciolo assurga al ruolo di arcadico mondo a sé stante, rappresentando, nella sua multietnicità, nelle varie, tipiche, contrapposizioni e contraddizioni, tutto il paese, vedi la sua parte più cialtrona, rappresentata dai proclami qualunquistici di Papaleo (memorabile l’invettiva rivolta a Nanni Moretti, citando una scena di Ecce Bombo), una serie di slogan razzisti ad ampio raggio, anche se alla fine pure lui dovrà scendere a patti con la vita.

Il lavoro di scrittura prevale spesso sulla regia, oggetto di qualche cedimento: nel voler dare risalto un po’ a tutti i personaggi, a volte si dà vita a dei siparietti vagamente bislacchi, anche se dalla resa comica efficace (i tentativi messi in atto dalla Guzzanti per riconquistare il suo uomo, arrivando a “noleggiare” Fausto Leali); a dominare la scena la performance della Cortellesi, piuttosto credibile sia negli iniziali panni della coatta arricchita che in quelli della prostituta improvvisata, anche se non viene approfondita la sua progressiva trasformazione e lo stesso dicasi per i mutamenti caratteriali del figlio; riguardo gli altri attori, più che Papaleo, per quanto gustoso nella sua caratterizzazione, a convincermi sono stati Bova, a suo agio nei panni del borgataro tutto d’un pezzo capace di mutare per amore, e Foglietta nel ruolo di Eva, personaggio dalle molte sfumature; tra il “volemose bene”, pur non indulgendo mai al classico sentimentalismo d’accatto, e l’autoassoluzione già espressa nel titolo, non ci si può comunque esimere dal lodare tanto l’intenzione che la buona fede degli autori, attendendo per la prossima opera un pizzico in più di distaccato cinismo e concretezza.