Archivi del mese: febbraio 2011

Addio ad Annie Girardot

Annie Girardot

Annie Girardot

L’attrice francese Annie Girardot, 79 anni, da tempo sofferente del morbo di Alzheimer e ormai priva di memoria, è morta all’ospedale Lariboiserie di Parigi, città nella quale era nata nel 1931.

Allieva del conservatorio di Rue Blanche (Scuola nazionale superiore delle arti e delle tecniche del teatro), a partire dal ‘49 inizia la sua attività, lavorando di notte nei cabaret parigini, con il nome di Annie Girard, partecipando nello stesso tempo a varie riviste. Una volta diplomatosi, nel ’54, trova lavoro presso la Comédie Francaise.

Il suo debutto sul grande schermo avviene qualche anno più tardi, nel ’56, nel film Treize à table, di André Hunebelle, per il quale vince il Prix Suzanne Bianchetti, ma la consacrazione definitiva come attrice dal grande temperamento, dotata di notevole fascino al pari di un’ estrema duttilità, avviene nel ’60, quando Luchino Visconti in Rocco e i suoi fratellli le affida il ruolo della prostituta Nadia, oggetto del contendere tra il sensibile Rocco, Alain Delon, e il più sanguigno Simone, suo fratello maggiore, interpretato da Renato Salvatori. Quest’ultimo diventerà suo marito e padre della figlia Giulia, la quale ha scritto un libro sulla madre nel 2007, La memoire de ma mère, descrivendone le difficoltà lavorative dopo la diagnosi della malattia, da cui sarà tratto il docufilm di Nicolas Baulieu Annie Girardot, Ainsi va la vie, 2008.

Ha lavorato con registi quali Monicelli (I compagni, ’63) , Roger Vadim, Marco Ferreri (il grottesco La donna scimmia, ’64, insieme a Ugo Tognazzi), Giuseppe Patroni Griffi e Claude Lelouch. Tra i premi, il César Award come miglior attrice, nel ’77, per la sua interpretazione nel film Docteur Françoise Gailland, di Jean-Louis Bertucelli, cui si unirà un secondo nel 2002 per La pianista, di Michael Haneke. Nel ’97 è stata protagonista, insieme a Lino Banfi e Alessandro Gassman, del film tv Nuda proprietà vendesi, di Enrico Oldoini, andato in onda su Rai Uno.

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L’ Oscar del Re

34Tutto secondo le previsioni riguardo l’ 83esima edizione degli Oscar: Il discorso del Re porta a casa quattro tra gli Oscar “fondamentali”, miglior film, migliore attore protagonista, Colin Firth, migliore sceneggiatura e migliore regista, mentre l’altro favorito, The Social Network, ne conquista tre, migliore montaggio, migliore colonna sonora e migliore sceneggiatura ; Black Swan, di Darren Aronofosky vince una sola statuetta, quella per la migliore attrice protagonista, assegnata a Natalie Portman.

Mi sarei aspettato qualche considerazione in più per un film che personalmente ho molto amato, Inception di Christopher Nolan, attualmente forse il regista che riesce a coniugare al meglio intrattenimento spettacolare e piglio autoriale, che si vede assegnare quelli strettamente “tecnici”, ma non sempre, come la storia del cinema insegna, pubblico e Academy sono andati a braccetto.

Comunque, a trionfare è sempre il “buon vecchio cinema”, cioè una solida sceneggiatura, dei bravi attori che ne colgono ogni sfumatura e una valida regia che sappia valorizzare l’una e gli altri; riguardo l’ Italia, dopo l’esclusione de La prima cosa bella, è il caso di rimboccarsi seriamente le maniche e cominciare a pensare a storie che abbiano un respiro universale, anche parlando dei “problemi di casa nostra”, che sappiano guardare al di là del proprio ombelico e dei propri stessi limiti.

MIGLIOR FILM: Iain Canning, Emile Sherman e Gareth Unwin per Il discorso del re

MIGLIOR REGIA: Tom Hooper per Il discorso del re

MIGLIORE ATTORE PROTAGONISTA: Colin Firth per Il discorso del re

MIGLIORE ATTRICE PROTAGONISTA: Natalie Portman per Il cigno nero

MIGLIORE ATTORE NON PROTAGONISTA:Christian Bale per The Fighter

MIGLIORE ATTRICE NON PROTAGONISTA: Melissa Leo per The Fighter

MIGLIORE SCENEGGIATURA ORIGINALE: David Seidler per Il discorso del re

MIGLIORE SCENEGGIATURA NON ORIGINALE: Aaron Sorkin per The Social Network

MIGLIOR FOTOGRAFIA: Wally Pfister per Inception

MIGLIOR MONTAGGIO: Kirk Baxter e Angus Wall per The Social Network

MIGLIOR SCENOGRAFIA: Robert Stromberg e Karen O’Hara per Alice in Wonderland

MIGLIORI COSTUMI: Colleen Atwood per Alice in Wonderland

MIGLIOR COLONNA SONORA ORIGINALE: Trent Reznor e Atticus Ross per The Social Network

MIGLIOR CANZONE ORIGINALE: Randy Newman per Toy Story 3 – La grande fuga
(We Belong Together )

MIGLIOR TRUCCO: Wolfman

MIGLIOR SONORO:Inception

MIGLIOR MONTAGGIO SONORO: Inception

MIGLIORI EFFETTI SPECIALI: Inception

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE: Lee Unkrich per Toy Story 3 – La grande fuga

MIGLIOR FILM STRANIERO: In un mondo migliore (di Susanne Bier, Danimarca)

MIGLIOR DOCUMENTARIO: Charles Ferguson e Audrey Marrs per Inside Job: chi ci ha rubato il futuro

OSCAR ALLA CARRIERA:Eli Wallach; Francis Ford Coppola; Jean-Luc Godard; Kevin Brownlow

Manuale d’amore 3

48300Terzo capitolo di una sorta di saggio sul tema dell’amore, considerando che il regista Giovanni Veronesi ha in cantiere altre due parti a completare il tutto, Manuale d’amore 3 spreme sino in fondo sia la formula ad episodi cara al nostro cinema, rispolverata con il primo film, sia l’uso di attori noti al pubblico, cavalcando sulla strada maestra del già visto e della banalità.

Manca infatti la precisa volontà, già in fase di sceneggiatura (lo stesso regista, Ugo Chiti e Andrea Agnello), di connotare la pellicola da un punto di vista concretamente e compiutamente cinematografico, dandogli un minimo di nerbo, una sua identità: difficile definirla una vera e propria commedia, lasciando da parte, una volta per tutte, l’abusata appendice “all’italiana”, complici l’inorganicità tra i tre episodi che la compongono, estremamente ondivaghi tra umorismo puro e semplice, riflessioni esistenziali, satira di costume, e la scarsa caratterizzazione dei personaggi, specie quelli secondari (penso a Paolo Ferrari e Lella Costa), tra noia e poche risate.

Un improbabile Cupido tassista (Emanuele Propizio), con tanto di arco e frecce, ci conduce lungo la narrazione, declamando con dilettantesca enfasi ovvietà sull’importanza dell’amore nelle varie fasi della vita. Giovinezza: Roberto (Riccardo Scamarcio), giovane avvocato in procinto di sposarsi con Sara (Valeria Solarino), viene inviato dallo studio legale del quale fa parte in un paesino della Toscana per convincere dei contadini un po’ testoni a cedere il loro terreno, rientrante in un progetto di speculazione immobiliare; in una realtà bucolica, microcosmo a sé stante, abitato da fancazzisti reduci dal circo pieraccioniano più che eredi della supercazzola monicelliana, il nostro cederà alla tentazione rappresentata dalla misteriosa Micol (Laura Chiatti) per poi tornare alla vita di sempre, con una nuova “saggezza”; Maturità: l’affermato giornalista televisivo Fabio (Carlo Verdone), marito fedele, è coinvolto in una frenetica avventura con Eliana (Donatella Finocchiaro), afflitta da sindrome bipolare e già nota ai carabinieri per il reato di stalking; pur nella solita tiritera dell’uomo maturo alle prese con una donna più giovane, qui si ride, senza gridare al miracolo, grazie alla perfomance comica della Finocchiaro, mentre Verdone forse pecca della solita bonomia, quando un certo cinismo avrebbe dato spessore ulteriore al personaggio; Oltre: Adrian (Robert De Niro), anziano professore di origine americana trasferitosi a Roma dopo un trapianto di cuore, vede quest’ultimo riprendere a battere per la bella Viola (Monica Bellucci), figlia del suo caro amico Augusto (Michele Placido) portiere del palazzo dove abita: se Placido e la Bellucci interpretano in fondo sé stessi e De Niro dimostra la consueta professionalità recitando in italiano (e pensando in inglese), appare evidente una mancata alchimia tra i tre interpreti.

La speranza è che Veronesi, in vista dei paventati seguiti, riesca a guardare lontano, magari, senza essere troppo sofistici, evitando di prenderci per grulli: anche celiare può essere arte.

Viva le coincidenze

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Nel visionare i bonus relativi al dvd Il segno di Zorro (1920), regia di Fred Niblo, protagonista Douglas Fairbanks, di recente uscita nella collana D Cult by Ermitage, nell’ambito del capitolo “Dal libro al film”, ho notato che è stata ripresa la parte iniziale di un mio articolo volto ad analizzare Il segno di Zorro del ’40, di Rouben Mamoulian, con Tyrone Power, visibile negli archivi di questo blog, agosto 2010, senza citazione della fonte. Lusingato, convengo che abbiamo consultato gli stessi testi, giungendo alle medesime conclusioni.

Berlinale 2011: Orso d’Oro a “Nader And Simin, A Separation”

tyhjkNader And Simin, A Separation di Asghar Farhadi (foto), ha vinto l’ Orso d’Oro nell’ambito della 61esima edizione del Festival di Berlino, ricevendo anche i premi per le migliori interpretazioni: per la miglior attrice sono state premiate ex-aequo Sareh Bayat e Sarina Farhadi, mentre per il miglior attore i premi, sempre ex-aequo, sono andati a Babak Karimi, Peyman Moadi e Ali-Asghar Shahbazi. Questa la decisione della giuria presieduta da Isabella Rossellini, assegnando poi altri riconoscimenti al regista ungherese Bela Tarr ( Gran Premio della Giuria per The Turin Horse), e al tedesco Ulrich Kohler per la regia di Sleeping Sickness.

• Orso d’oro: Asghar Farhadi per Nader And Simin, A Separation
• Gran premio della giuria: Béla Tarr per The Turin Horse
• Orso d’argento per la miglior regia:Ulrich Köhler per Sleeping Sickness
• Orso d’argento per la migliore attrice: Sareh Bayat e Sarina Farhadi per Nader And Simin, A Separation
• Orso d’argento per il miglior attore:Peyman Moadi, Ali-Asghar Shahbazi e Babak Karimi per Nader And Simin, A Separation
• Orso d’argento per la migliore sceneggiatura:Joshua Marston e Andamion Murataj per The Forgiveness of Blood
• Orso d’argento per il contributo artistico: Barbara Enriquez per El Premio ( “Per la scenografia” ); Wojciech Staron ( “Per la fotografia” )
• Premio Alfred Bauer: Andres Veiel per If Not Us, Who?
• Miglior film d’esordio: Andrew Okpeaha MacLean per On the Ice
• Menzioni speciali per il miglior film d’esordio:Marie Kreutzer per The Fatherless; John Michael McDonagh per The Guard
• Generation Kplus – Orso di Cristallo per il miglior film:Arild Andresen per Keeper’n til Liverpool
• Generation Kplus – Menzione speciale:Guy Nattiv per Mabul
• Generation 14plus – Orso di Cristallo per il miglior film:Andrew Okpeaha MacLean per On the Ice
• Generation 14plus – Menzione speciale:Lisa Aschan per She Monkeys
• Premio del pubblico della sezione Panorama: Icíar Bollaín per Even the Rain
• Premio del pubblico della sezione Panorama – Documentari: Britta Wauer per Im Himmel, Unter der Erde. Der Jüdische Friedhof Weißensee
• Miglior film della Competition (Giuria ecumenica):Asghar Farhadi per Nader And Simin, A Separation
• Menzione speciale della Competition (Giuria ecumenica):Joshua Marston per The Forgiveness of Blood
• Miglior film della sezione Panorama (Giuria ecumenica):Michal Aviad per Invisible
• Menzione speciale della sezione Panorama (Giuria ecumenica).Mantas Kvedaravicius per Barzakh
• Miglior film della sezione Forum (Giuria ecumenica): Stéphane Lafleur per En terrains connus
• Menzione speciale della sezione Forum (Giuria ecumenica):Tom Fassaert per An Angel in Doel
• Miglior film della Competition (Premi Fipresci):Béla Tarr per The Turin Horse
• Miglior film della sezione Panorama (Premi Fipresci):Angelo Cianci per Dernier étage gauche gauche
• Miglior film della sezione Forum (Premi Fipresci):Zeze Takahisa per Heaven’s Story
• Premio della gilda del cinema d’autore tedesco: Andres Veiel per If Not Us, Who?
• Miglior film della sezione Panorama (Premi C.I.C.A.E.):Braden King per Here
• Miglior film della sezione Forum (Premi C.I.C.A.E.): Buyar Alimani per Amnistia
• Premio Label Europa Cinemas:Jan Schomburg per Über uns das All
• Teddy Awards – Miglior film: Marco Berger per Ausente
• Teddy Awards – Miglior documentario:Marie Losier per The Ballad of Genesis and Lady Jaye
• Teddy Award – Premio della giuria:Céline Sciamma per Tomboy
• Caligari Film Prize:Marie Losier per The Ballad of Genesis and Lady Jaye
• Femina Film Prize:Julia Brandes per Lollipop Monster
• NETPAC Prize:Zeze Takahisa per Heaven’s Story
• Amnesty International Film Prize: Mantas Kvedaravicius per Barzakh
• Dialogue en perspective: Dirk Lütter per The Education
• NETPAC Prize – Menzione speciale: Sheron Dayoc per Halaw
• Peace Film Award: Dorota Kedzierzawska per Tomorrow Will Be Better

Femmine contro Maschi

48149Femmine contro Maschi è da ritenersi più uno spin-off del precedente Maschi contro Femmine che una sua seconda parte, sempre Fausto Brizzi alla regia e stesso team di sceneggiatori (il regista, Marco Martani, Massimiliano Bruno, Pulsatilla), i quali, con uno sforzo degno di miglior causa, ancora una volta non sono riusciti ad andare oltre la mesta conferma dei propri limiti, sia per l’impostazione, formalmente corale ma tendenzialmente volta a visualizzare una serie di sketch, sia per la banalizzazione dell’ eterno conflitto tra i sessi (troppa grazia definirlo confronto o delinearlo come tale), pur con una maggiore attenzione all’ interazione tra i vari personaggi e alle sfumature sentimentali.

Protagonisti quanti nell’episodio precedente erano semplici comprimari e viceversa, la trama scorre sempre su quattro binari essenziali: Valeria (Francesca Inaudi), maestra elementare, è la compagna del bidello Rocco (Salvo Ficarra), eterno bambinone collezionista di figurine e musicista in una cover band dei Beatles insieme al suo grande amico Michele (Valentino Picone), sposato con Diana (Serena Autieri), convinta invece che il marito abbia abbandonato gli intenti “artistici” e sia dedito solo al lavoro; Anna (Luciana Littizzetto), androloga, e Piero (Emilio Solfrizzi), benzinaio, sono sposati da vent’anni, lei sensibile e colta, lui rozzo ed infedele. Persa la memoria causa un banale incidente, Piero sarà “riformattato” da Anna nell’uomo dei suoi sogni; Marcello (Claudio Bisio), chirurgo plastico, e Paola (Nancy Brilli), impiegata, divorziati da anni, tanto che lei ha ormai un nuovo compagno, sono costretti a tornare a vivere insieme alla notizia che l’anziana madre di lui (Wilma De Angelis), sempre tenuta all’oscuro di tutto, ha pochi giorni di vita.

Per quanto nell’impianto messo in scena si avverta una maggiore concretezza, a livello stilistico e drammaturgico, rispetto al citato precedente, il film naufraga nel mare della delusione estrema, spinto sempre più giù dai flutti del luogo comune e dell’ovvietà, tra citazioni troppo tristi ed impudiche (la dettatura della lettera tra Ficarra e Picone, riferimento a Totò, Peppino e…la malafemmina, la copertina dell’album Abbey Road dei Beatles) per poter essere definite omaggi, vignette visualizzate (una per tutte, la botta contro un palo causa visione di una procace fanciulla) e qualche situazione divertente che appare a tratti (la Littizzetto insolito Pigmalione, la furba “nonnina” De Angelis); tutto fa brodo nel consueto minestrone “Brizzi e lazzi”, donne leonesse ma non propense al divertimento puro e semplice, a meno che non sia quello di frantumare gli zebedei a mariti e compagni, ovviamente farfalloni e zuzzurelloni, per plasmarli a proprio uso e consumo, giustificato dalla didascalia iniziale, una frase di Charles Darwin, “il maschio scelto dalla femmina non è colui che sembra più attraente, ma colui che la disgusta di meno”.

Parafrasando, lo stesso può dirsi degli spettatori che, sull’onda crescente dell’intrattenimento leggero e non volgare, sul quale mi sono spesso soffermato, finiscono, loro malgrado, per accettare un po’ di tutto, complice la scarsa volontà degli autori di osare qualcosa in più, per esempio una maggiore articolazione e conseguente approfondimento, sempre restando nel campo della commedia, quella vera però, cinematograficamente parlando, senza tristi ammiccamenti alle fiction televisive. Assuefazione, quanti crimini si compiono in tuo nome…

Dorian Gray, “la malafemmina”

rtyMaria Luisa Mangini (foto), attrice di rivista e cinematografica meglio nota con il nome d’arte di Dorian Gray, è morta suicida a Torcegno, in Trentino, dove si era ritirata a metà degli anni sessanta, abbandonando definitivamente le scene.

Nata a Bolzano nel 1936, debuttò a soli 14 anni nella rivista Votate per Venere(‘50) con Erminio Macario e Gino Bramieri, proseguendo la carriera nel teatro di rivista al fianco di Wanda Osiris (Gran baldoria, di Garinei e Giovannini), Alberto Sordi, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello ed in seguito al cinema, prendendo parte a numerosi film degli anni ‘50, soprattutto commedie.

Infatti, tra i suoi ruoli più importanti va senz’altro ricordato quello dell’attrice di teatro Marisa in Totò, Peppino e… la malafemmina (’56), la “donna di malaffare” del titolo, che si innamora di Gianni-Teddy Reno, lo studente nipote dei fratelli Caponi, Totò e Peppino De Filippo; Federico Fellini la volle ne Le notti di Cabiria, affidandole il ruolo di Jessy, l’amante di Amedeo Nazzari.
Prese anche parte anche a Il grido di Michelangelo Antonioni, nei panni della benzinaia Virginia. Le fu assegnato un Nastro d’Argento come migliore attrice non protagonista, per il film Mogli pericolose, ’58, di Luigi Comencini.

Tra le altre pellicole di un certo spessore cui ha preso parte, si possono ricordare Il mattatore, ’60 di Dino Risi, Crimen (Mario Camerini), e l’ultima sua apparizione sul grande schermo, Fango sulla metropoli, ‘65.
Poi, a soli 30 anni, rimasta incinta, il suddetto ritiro dalle scene, sino al tragico odierno ritorno, riportandoci bruscamente il ricordo di una donna affascinante, dotata di un certa ironia ed autoironia, dote quest’ultima a volte piuttosto rara nel mondo dello spettacolo, capace con classe ed intelligenza di saper andare, brillantemente, ben oltre il solito ruolo di “bellona di turno”.