Archivi del mese: gennaio 2011

Psycho (1960)

56743Phoenix, Arizona, venerdì 11 dicembre 1959, ore 2:43 p.m. Marion (Janet Leigh), impiegata in una società immobiliare, approfitta della pausa pranzo per incontrare in una stanza d’albergo il suo amante, Sam (John Gavin).Dopo l’amore, i due discutono sul progetto di un futuro insieme, ma i problemi sono tanti, anche economici, lei vive con la sorella, lui gestisce il negozio di ferramenta paterno a san Francisco e deve pagare gli alimenti all’ex moglie. Rientrata in ufficio, Marion riceve dal principale l’incarico di depositare in banca i 40mila $ di un cliente, per poterli prelevare il lunedì: è questione di un attimo, Marion si appropria del denaro e fugge via, per raggiungere Sam, sostando, dopo essere stata fermata da un poliziotto e cambiato auto, presso un motel, il cui proprietario, Norman Bates (Anthony Perkins), ragazzo timido, con lo strano hobby della tassidermia, è molto gentile e premuroso, l’invita a cena nel suo ufficio, visto che l’anziana madre con cui convive, invalida come racconta a Marion, ha rifiutato di riceverla in casa, poco distante, sulla collina.

Mentre la ragazza è sotto la doccia, una donna infierisce su di lei con un coltello, uccidendola. Dopo aver inveito contro la madre (“Mamma che hai fatto? Cos’è tutto questo sangue?”), Norman pulisce accuratamente, trasporta il cadavere di Marion ed ogni effetto personale nel baule della sua auto e la fa precipitare in uno stagno vicino. A distanza di una settimana, Lila (Vera Miles), la sorella di Marion, si reca da Sam per averne notizie; sulle sue tracce vi è anche il detective privato Arbogast (Martin Balsam)…

“Non è un messaggio che ha incuriosito il pubblico. Non è un grande interpretazione che l’ha sconvolto. Non è un romanzo molto apprezzato che l’ha avvinto. Quello che ha commosso il pubblico è stato il film puro”. Così Alfred Hitchcock spiegava a Francois Truffaut nel famoso libro- intervista (Le cinéma selon Hitchcock, Robert Laffont, ‘67) l’essenza di Psycho e il suo grande successo al botteghino. In effetti non è propriamente il miglior film dell’autore tanto come tematica che come suo spessore, ma lo è sicuramente riguardo costruzione, fascinazione visiva (è girato volutamente in uno splendido bianco e nero, sia per evitare un facile “effetto sangue”, sia per esaltare l’atmosfera “gotica”), modalità di racconto, capacità di sfruttare gli elementi horror più “classici”, giocando con gli spettatori, irretendoli in un vortice voyeuristico sin dalla sequenza iniziale, quando la mdp dall’universale della panoramica cittadina, entra nel particolare della finestra dell’hotel, con punte di schizofrenia espresse sin dai titoli di testa (Saul Bass) e poi sviluppate nel corso della narrazione, grazie ad una sceneggiatura (Joseph Stefano, dal romanzo omonimo di Robert Bloch) volta a depistare ed incuriosire, sovvertendo i consueti canoni narrativi.

La prima parte, descrittiva ed esplicativa di ogni particolare, esternando i dubbi di Marion in fuga e disseminando vari contrattempi (l’incontro fortuito con il principale, il controllo del poliziotto, il cambio dell’auto) e ripensamenti (il dialogo con Norman e la decisione di tornare indietro, poco prima di essere uccisa), fa sì che la scena del brutale assassinio sotto la doccia, entrata di diritto nella storia del cinema ( 45 secondi di durata, dopo una settimana di riprese e 70 posizioni di macchina), sia qualcosa d’inaspettato e terrificante, nonostante non si veda il coltello infierire sulla vittima, se ne sentono solo i fendenti, in sincrono con il motivo della colonna sonora (Bernard Hermann). Bastano l’urlo della vittima, il rivolo di sangue confluente verso lo scarico e il soffermarsi sul suo occhio spento a suscitare orrore e raccapriccio.

Agghiacciante e disturbante il finale, quando la verità verrà fuori: una leggera sovrapposizione su un volto sarà più esaustiva di qualsiasi spiegazione psicoanalitica a far comprendere quanto possa essere labile il confine tra bene e male e così fragile e potenzialmente doppio l’animo umano. Tre sequel (’83, Richard Franklin; ’86, Perkins; ’90 Mike Garris), uno spin off televisivo (Il motel della paura,’87, Richard Rothstein ) ed un remake-fotocopia, ’98, di Gus Van Sant.

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Per non dimenticare

Se questo è un uomo

“Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.”

(Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino, 1976, p.1)

Il moralista (1959)

567Nella storia del cinema molti sono i film a sfidare il tempo facendosi forza di una concreta attualità, sia in riferimento al periodo in cui furono girati, sia ai tempi odierni, almeno in linea di massima e come spunto per analizzare gli eventuali mutamenti verificatisi nel costume e nella società in genere; trattasi di opere frutto spesso di una felice intuizione, nate da un’osservazione critica della realtà e che risaltano per l’interpretazione offerta dai protagonisti capaci di ovviare, con felici caratterizzazioni, tanto a sceneggiature che, più in particolare, a regie prive di particolari slanci inventivi.

Quanto detto è certamente valido per il film in esame, Il moralista, regia di Giorgio Bianchi (1904-1967), sceneggiatura “a più mani” (Luciana Corda, Ettore M. Margadonna, Rodolfo Sonego, Vincenzo Talarico, Oreste Biancoli) ed un cast estremamente indovinato che ha le sue punte di diamante in Alberto Sordi, Vittorio De Sica e Franca Valeri.

Il presidente (De Sica) dell’OIMP, Organizzazione Internazionale della Moralità Pubblica, ha validi motivi per essere contento del nuovo segretario dell’ente, Agostino Salvi (Sordi), uomo moralmente irreprensibile, serio e morigerato, pronto a lanciarsi con la foga cieca del censore su quanto ritenga possa offendere il comune senso del pudore, procedendo a testa bassa nella sua nobile missione volta a chiudere locali pubblici su richiesta di preoccupate madri di famiglia o tagliare scene a suo dire indecenti in vari film, quando non interviene già nel titolo; il presidente vedrebbe poi di buon occhio una possibile unione del funzionario con la figlia Virginia (Valeri), di ritorno da Londra con arie da donna vissuta ed emancipata.Inviato a Monaco di Baviera a presenziare ad un importante congresso, Agostino rivelerà ben presto la sua vera natura, visto che gestisce uno squallido giro di ragazze da sfruttare in equivoci night club; anche gli altri componenti dell’associazione non sono certo immacolati, ad iniziare proprio dal presidente, incline alle grazie di una procace attricetta ben conscia di poter fare a meno di una scuola di recitazione.

Se regia e sceneggiatura mostrano più di un cedimento, visualizzando una farsa composta da più episodi in qualche modo tenuti insieme, risolta nel generico “il più pulito tra di voi ha la rogna”, rimane sempre valida la sua funzione di micidiale sberleffo alla censura imperante del periodo, d’impronta democristiana, con un riferimento più che probabile alla figura di Agostino Greggi, assessore DC al Comune di Roma ed animatore di un’associazione con fini morali.

Il ponte tra finzione e realtà è estremizzato nell’ interpretazione di un Sordi ormai conscio delle proprie capacità espressive, estremamente verosimigliante sia nell’abbigliamento che nella caratterizzazione fisica:tra vestito grigio, occhialini tondi e capelli ritti, trova la sua sublimazione nello sguardo invasato e nel sorriso ghignante di chi sa di poter farsi forza di una legittimata prevaricazione. Non sono certo da meno De Sica, imperituro e maturo dongiovanni, e la sempre brava Valeri, che evolve ulteriormente il suo personaggio di donna emancipata, almeno in apparenza, ma ben distante dal solito immaginario maschile, costretta alla solitudine. Da non sottovalutare infine, in questi tristi tempi di prostituzione dell’immagine, la valenza del film nel farci notare la nostra beata involuzione, perennemente e pericolosamente sospesi tra “vizi privati e pubbliche virtù”.

Qualunquemente

432Il personaggio di Cetto La Qualunque, politico calabrese particolarmente greve e nefando, rappresentazione ed estremizzazione del concetto di personalizzazione della politica e delle sue estreme conseguenze, nasce nel 2003, all’interno della trasmissione Rai Non c’è problema ad opera di Antonio Albanese e Piero Guerrera.

Ora gli stessi autori, dopo anni di successi televisivi e teatrali, portano il personaggio al cinema, protagonista di Qualunquemente, del quale firmano la sceneggiatura, mentre la regia è opera del bravo Giulio Manfredonia; il film può considerarsi un prequel delle avventure di Cetto, narrando la sua “salita in campo” in qualità di candidato a sindaco di Marina di Sopra, immaginaria cittadina calabra.

La vicenda prende piede infatti da una “riunione di amici”, preoccupati dalla crescente ondata di legalità che sta minacciando il paese, alla ricerca di qualcuno da contrapporre al paladino dei diritti De Santis (Salvatore Cantalupo) e La Qualunque, imprenditore corrotto, maschilista (“non sono le donne a dover entrare in politica, ma è la politica che deve entrere nelle donne”) e ignorante, sembra fare al caso loro, occorre solo che rientri in Italia, trovandosi attualmente “in vacanza” in Brasile. Detto, fatto: eccolo scendere dall’aereo con tanto di famiglia alternativa, una bella ragazza di colore, che chiama “cosa”, e una bambina di cui non ricorda neanche il nome.

Spiega infatti al suo fidato braccio destro Pino (Nicola Rignanese), che sentendo molto la mancanza della sua, ha avvertito l’esigenza di farsene un’altra, lasciando di stucco la moglie Carmen (Lorenza Indovina) e il figlio Melo (Davide Giordano), il quale, mancante della figura paterna di riferimento, ha nel frattempo preso la cattiva strada della buona educazione e della correttezza comportamentale. Con l’ausilio di un consulente dell’immagine (Sergio Rubini), barese con parlata milanese, sulle cui dritte avranno comunque la meglio le carnevalate all’insegna dù pilu e la gaia strafottenza di ogni regola, Cetto riuscirà a riportare l’illegittimo ordine, eletto, ovviamente, legittimamente (“Ci sono schede bianche? Colorale…”). Da sindaco a Presidente della Repubblica il passo potrebbe essere breve…

Non propriamente classificabile in un genere ben preciso, mischiando le note della commedia (molte le scene e le battute da antologia, per quanto dai toni amari), con il surreale e il grottesco, più qualche puntata verso il western (particolari movimenti di macchina e la musica ad accompagnare varie gesta dei loschi figuri) e una dominanza di colori e sovrastrutture a metà strada tra il kitsch e il cartoon, il film già dopo la canonica mezz’ora iniziale finisce per plasmarsi ad immagine e somiglianza del protagonista, un Albanese strepitoso nella sua caratterizzazione, efficace ponte tra reale e surreale, oscurando i vari coprotagonisti, che non sempre risultano ben delineati, fermi talvolta alla condizione di semplice caricatura; manca in particolare un vero contraltare alle nefandezze del becero politico, essendo il suo avversario dipinto come una figura scialba e tediosa, destinata ad essere sconfitta in partenza: probabilmente è una scelta ben precisa, volendo enfatizzare e massimizzare la deriva culturale e morale in cui è precipitato il nostro paese. Eloquente al riguardo la scena del confronto nell’orchestrato talk show televisivo, soprattutto la sua chiusura in dissolvenza sull’immagine di De Santis, tragicamente e sconsolatamente solo, avvolto dal buio.

In una Calabria teatralizzata, ad uso e consumo di quanti non la conoscono, come si immagina possa essere, ed invece essenzialmente reale nel suo parossistico espressionismo per chi vi è nato e vissuto, come lo scrivente, il discorso dal particolare volge all’universale, assumendo la consistenza e la valenza di un ben assestato calcio nel sedere, che dovrebbe, condizionale d’obbligo, risvegliare le nostre coscienze, di italiani specificamente, irretite per tanti, troppi anni, dalle note flautate dei vari pifferai magici che ci hanno illuso con vacue promesse e false modernità, costringendoci, con la nostra complicità, ad un processo involutivo sempre più evidente e pressante, del quale Cetto rischierà, già dai prossimi giorni, di essere una pallida visualizzazione, qualunquemente e comunquemente.

The Tourist

f4Parigi. La polizia francese, in collaborazione con Scotland Yard, tiene sotto costante controllo l’affascinante Elise Ward (Angelina Jolie), amante di Alexander Pearce, miliardario inglese colpevole di una maxi evasione fiscale; la speranza che nutrono le forze in campo, insieme a un misterioso gangster cui Pearce ha sottratto un ingente somma di denaro, è che, spiando le mosse di Elise, riescano a risalire al fantomatico evasore, del quale d’altronde lei stessa non ha più notizie da circa due anni, pur ricevendo costosi doni e messaggi cifrati per potersi incontrare fuorviando le indagini.

In uno di questi l’uomo l’ invita, visto che si è diffusa la notizia di una sua probabile plastica facciale, di recarsi alla stazione ferroviaria di Lione, salire ad un’ora ben precisa su un treno diretto a Venezia e scegliere tra i passeggeri qualcuno che gli somigli quanto ad altezza e corporatura; il prescelto sarà tale Frank Tupelo (Johnny Depp), americano, insegnante di matematica, in viaggio verso la città lagunare per lasciarsi alle spalle tristi ricordi, che, ammaliato dalla bella dama, verrà coinvolto tra calle e canali in un gioco estremamente pericoloso.

Remake di un poco noto film francese (Anthony Zimmer, 2005, di Jerome Salle), The Tourist sulla carta sembrava avere tutte le carte in regola per rinverdire i fasti della commedia thriller, andando magari incontro ai gusti odierni, orientati verso l’azione pura, conferendole una caratterizzazione se non propriamente inedita almeno di nerbo, indicando una possibile strada da seguire: il regista, Florian Henckel von Donnersmarck, autore de Le vite degli altri, Oscar nel 2006 come miglior film straniero, i due divi Jolie e Depp, fascino da vendere e grande presenza scenica, cui il secondo aggiunge capacità recitative spesso eccellenti, l’ambientazione veneziana, passibile di una sinergia empatica con i protagonisti e le vicende narrate.

Invece, complice una sceneggiatura (autori lo stesso regista, Christopher McQuarrie, Julian Fellowes, Jeffrey Nachmanoff) dalla scarsa inventiva e prevedibile, l’esposizione narrativa appare sin troppo lineare, conferendo all’opera l’inevitabile sensazione del classico compito svolto con precisione ed accuratezza, ma elementarizzato riguardo l’esaustività delle proprie capacità, non riuscendo ad apportarvi le necessarie suspense ed atmosfera, mancando un ben precisa e determinata volontà, più che l’abilità, di darvi una concreta connotazione , restando in amniotica sospensione tra Hitchcock e James Bond.

L’alchimia tra i due attori è pressoché assente: l’una rigidamente statuaria (verrebbe voglia di urlarle contro, come Michelangelo al suo Mosè), in costante defilé tra Parigi e Venezia (quest’ultima staticamente bloccata in una panoramica da depliant, inseguimenti a parte), sin troppo algida femme fatale, l’altro eccessivamente scialbo nel rappresentare l’ uomo “normalmente comune” di hitchcockiana memoria, giusto per restare in tema, coinvolto, suo malgrado, in affari più grandi di lui.

Le comparse italiane (Neri Marcorè, Christian De Sica, Nino Frassica, Raoul Bova, Alessio Boni, Renato Scarpa, Daniele Pecci) fanno quanto gli è stato chiesto di fare, “e più non dimandare” .
Non siamo di fronte ad un film propriamente brutto, almeno da un punto di vista strettamente figurativo e formale, considerando l’accurata, ostentata, confezione, ma, nel gioco delle apparenze che si è cercato di mettere in atto, The Tourist rivela una doppia anima come il Giano Bifronte citato e raffigurato nel corso della narrazione, in bilico tra ciò che avrebbe potuto essere, ciò che è e ciò che non è, con la delusione in veste di sola e valida emozione.

La strada (1954)

23Dopo il successo de I vitelloni (‘53) e l’ episodio Agenzia matrimoniale del film L’amore in città, Federico Fellini con La strada dà vita ad un inedito e più compiuto percorso cinematografico, visualizzando sullo schermo in chiave onirica e favolistica le proiezioni del proprio inconscio più recondito. Frutto di un soggetto a lungo pensato, sin dai tempi de Lo sceicco bianco, e la cui realizzazione venne più volte rimandata, la sceneggiatura è scritta da Fellini stesso e Tullio Pinelli, con la supervisione di Ennio Flaiano.

Gelsomina (Giulietta Masina) una povera ragazza, semplice e ingenua, infantile per certi versi, orfana di padre, viene ceduta dalla madre, già con numerose bocche da sfamare, all’artista girovago Zampanò (Anthony Quinn) per diecimila lire.Se la ragazza si approccia al mondo con disincanto e stupore, forse riuscendo in virtù di ciò a vedervi quanto altri non vedono, pur non comprendendone a pieno il significato, Zampanò è invece rude e violento, avvezzo all’alcol e all’uso della forza pur di insegnare alla sventurata il mestiere e piegarla alla sua volontà.

Viaggiano attraverso l’Italia, di paese in paese, a bordo di una motocarrozzetta, esibendosi nelle piazze, l’uno in numeri da forzuto, l’altra facendogli da spalla, buffo ed improvvisato clown, sino a quando, esasperata, non trovando corrispondenza nel suo affetto, fugge via, facendo conoscenza con un funambolo, il Matto (Richard Basehart), uomo sensibile, un po’ filosofo, un po’ poeta, che le spiega come tutto nella vita abbia un significato ed una sua utilità, da un semplice sassolino ad ogni essere umano: compito di Gelsomina è stare vicino a Zampanò, aiutarlo a vedere la realtà così come la vede lei.

Gli eventi precipitano, finendo a lavorare nello stesso circo il Matto e Zampanò, che non comprende la sua ironia, litigano spesso e, dopo una serie di accadimenti, all’ennesimo diverbio, il primo troverà la morte. Gelsomina impazzisce e Zampanò, non riuscendo minimamente ad immedesimarsi nella sua sofferenza, l’abbandona in una zona desolata, mentre dorme; qualche anno più tardi, giunto al seguito di un circo in un piccolo paese, casualmente, verrà a sapere della sua scomparsa. Dopo lo spettacolo, ubriaco, solo su una spiaggia, si abbandonerà al pianto, guardandosi attorno smarrito, come un bimbo che osserva il mondo per la prima volta.

Sospeso tra crudo realismo ed elegia, dai toni lirici ed intensi, accentuati dalla musica di Nino Rota e dalla interpretazione della Masina in particolare (Quinn a volte può apparire monocorde, mentre Basehart è un po’ sopra le righe), con qualche eccesso figurativo e simbolico, il film descrive l’incontro tra esseri umani apparentemente diversi, ma in sostanza simili nella loro elementarità di vita, per quanto diversamente estrinsecata, che non riescono però mai a relazionarsi veramente o volgere verso un’ evoluzione, se non a caro prezzo.

Inconsueto incontro tra immaginazione e realtà, con reciproche confluenze ma senza una sostanziale prevalenza dell’una sull’altra, La strada è un’opera che lascia spazio a varie interpretazioni e alle più intime sensazioni, facendoci sentire protagonisti di quel buffo spettacolo che è la vita: difficile non immedesimarsi in Gelsomina, facendo nostra la sua capacità e volontà, nonostante tutto, di continuare a sognare, di fare leva sull’ immaginazione, di guardare le cose con eterna meraviglia e sperare che anche gli altri lo facciano, o in Zampanò, abbrutiti dal quotidiano, conquistati solo da quanto si vuole, e si riesce, a vedere e toccare con mano o, infine, nel Matto, sforzandoci, dopo una rapida occhiata a quanto ci sovrasta, di dare una risposta ai nostri tanti “perché”, forse non esaustiva, ma comunque bastevole per andare avanti. Tra i premi, l’Oscar come “miglior film straniero” (sino a questo momento denominato “Oscar Speciale”).

Peter Yates, autorialità e intrattenimento

Peter Yates

Peter Yates

Il regista britannico Peter Yates è morto domenica 9 gennaio a Londra all’età di 81 anni, dopo una lunga malattia, anche se la famiglia ne ha diffuso la notizia solo ieri.
Attore di teatro sin da piccolo, si diploma presso la Royal Academy of Dramatic Art e per alcuni anni si alterna come interprete, regista e direttore di scena nell’ambito di varie compagnie teatrali inglesi.

Debutta al cinema nel 1958, come assistente alla regia ne La Locanda della Sesta Felicità, di Mark Robson, con Ingrid Bergman protagonista; dopo essere stato aiuto regista di Tony Richardson in Figli e amanti (1960), dirige nel 1962 il suo primo film, il musical Vacanze d’estate, conoscendo man mano il successo in virtù di film d’azione quali La rapina del treno postale (1967) e, soprattutto, Bullitt (1968), suo primo film americano e anche primo inseguimento automobilistico del cinema moderno, con Steve McQueen a bordo di una Ford Mustang che serpeggia abilmente attraverso le strade di San Francisco, Oscar al miglior montaggio, opera di Frank P. Keller.

Nel corso della sua carriera Yates ha diretto film di ogni genere, dal thriller alla commedia e al fantasy, restando sempre in una sorta di aurea sospensione tra autorialità e intrattenimento, sia come sceneggiatore che come regista.Tra i suoi film si ricordano: John e Mary (1969, con Dustin Hoffman e Mia Farrow), La pietra che scotta (1972, con Robert Redford), All American Boys (Breaking Away, 1979, con Dennis Christopher e Dennis Quaid) Krull (1983), Suspect:Presunto colpevole (1987), Un uomo innocente (1989). Due candidature agli Oscar: il citato Breaking Away, che ottenne quello per la miglior sceneggiatura originale (Steve Tesich) e Il servo di scena (1983), probabilmente il suo capolavoro, adattamento della pièce teatrale di Ronald Harwood, presentato anche al 34esimo Festival di Berlino dove il protagonista Albert Finney conseguì l’Orso d’argento per la migliore interpretazione.