Archivi del mese: novembre 2010

“Vieni via con me”: un’altra televisione è possibile

Fabio Fazio e Roberto Saviano

Fabio Fazio e Roberto Saviano

Si è conclusa ieri sera, lunedì 29 novembre, la trasmissione televisiva Vieni via con me di e con Fabio Fazio e Roberto Saviano, divenuta nel corso di queste settimane un vero e proprio fenomeno sociale, scatenando egualmente pareri entusiasti e critiche anche feroci, ma accolta in ognuna delle sue quattro puntate da un notevole successo di pubblico, raggiungendo ascolti record, in particolare per Rai 3, la rete sulla quale il programma è andato in onda. Altri autori: Pietro Galeotti, Marco Posani, Francesco Piccolo e Michele Serra.

Premetto che mi manterrò volutamente a debita distanza dalle solite polemiche, spesso pretestuose e mai assunte a vere e proprie prese di posizione, fondate e convincenti, sui compensi, “su chi è pagato da chi” o similari: le ritengo, sempre nel rispetto delle opinioni di ognuno, sterili e miopi, palesando la classica incapacità di estendere lo sguardo e di valutare col dovuto distacco, analizzando essenzialmente l’evento in sé. Né mi dilungherò su quale ospite sia stato particolarmente efficace o abbia dato interpretazione più valida.

Ciò che mi interessa e preme sottolineare infatti, è come si sia dimostrato, con una certa efficacia, che nel nostro paese mai assunto a nazione, un’altra televisione è possibile, si può puntare ancora su un tipo di intrattenimento che non sia il solito varietà “tette e culi”o talk show accondiscendenti, magari ospite qualche politico pronto ad autoassolversi e a celebrare il “tutto va ben mia nobile marchesa”, prendendoci allegramente per il sedere con la nostra complicità.

Ciò che è andato in onda è stato una sorta di terza via, a metà strada tra una cerimonia ed una piece teatrale, con grande rilevanza della parola rispetto l’immagine, ed alle sue modalità espressive e d’impatto, come evidenziato dai vari microfoni in fila sulla scena, vera coreografia del programma.

Questa innovazione del linguaggio, che capovolge l’imperativo attualmente dominante, trova i suoi antecedenti, in tempi relativamente recenti (potremmo anche risalire alla Canzonissima di Dario Fo), negli affondi di Beppe Grillo e compiutezza stilistica nel Fantastico di Adriano Celentano dell’ ’87/ ‘88, che scatenò fior di dotte discussioni, quando era piuttosto evidente ciò che il molleggiato, inedito maitre à penser, aveva messo in atto: evidenziare la fragilità della messa in scena tradizionale e rituale, opponendogli un’irritualità fatta di silenzi, pause, monologhi (a volte estenuanti).

Spazio quindi in Vieni via con me alle voci della gente comune, alle loro esperienze di vita e lavorative, spazio all’elencazione di fatti noti o meno noti, di eventi tristi o lieti, ai tanti misteri ancora insoluti, alle stragi tristemente impunite dopo anni, spazio alla grande capacità affabulatoria di Saviano, ai suoi monologhi improntati agli importanti valori della legalità e della laicità, ormai sommersi dal fango della corruzione, del pensiero unico ed imposto, della tangente legalizzata, e volti a far emergere tutta la nostra rassegnazione fattasi ormai connivenza tacita e colpevole.

Certo, possiamo discutere di una lentezza a volte troppo insistita ed officiata, o ancora su certi toni da “Ultima Cena” (sempre laica), con Saviano novello Messia e Fazio nel ruolo del discepolo prediletto, con la cultura ed il libero pensiero che si fanno pane e vino dell’Offertorio, ma non credo che ciò possa inficiare più di tanto il risultato finale, cioè, mi ripeto, che non solo un’altra televisione è possibile, ma che siamo in tanti ad attenderla.

Sfortunata la terra che ha bisogno di eroi (Bertolt Brecht, Vita di Galileo)

Annunci

Mario Monicelli (1915-2010)

Mario Monicelli

Mario Monicelli

Mario Monicelli non c’è più. Si è suicidato lanciandosi dal quinto piano dell’ Ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato nel reparto di urologia. Soffriva infatti di un tumore alla prostata. Ho appreso la notizia con grande sconforto e sono tuttora sconvolto, non certo per la morte in sé o le circostanze e modalità tramite le quali si è verificata, in fondo coerenti con quella gagliarda strafottenza che gli era propria nella vita, pur connotata da una certa malinconia. Vi potrà sembrare strano, e così è anche per me, avendolo conosciuto solo attraverso le sue opere e le interviste rilasciate negli anni, ma è come se mi avesse lasciato un fraterno amico di vecchia data, capace di aiutarti a considerare la vita, ad osservare la realtà che ci circonda, con uno sguardo diverso, magari velato da un leggero, disincantato, cinismo, facendo sì che quella piega a mò di smorfia tra le labbra si trasformi in un sorriso, pur se appena accennato e dal retrogusto un po’ amaro.

Grazie a lui ho potuto capire che il principe della risata, l’immenso Totò, non era soltanto una marionetta dalla comicità stralunata e surreale, ma offriva la possibilità di delineare personaggi a tutto tondo (Guardie e ladri, ’51, coregia di Steno; Totò e Carolina,’55, prima firma autonoma), con una capacità espressiva più realistica e dai toni soffusamente chapliniani; ho poi ammirato la concreta capacità del nostro cinema di dar vita ad un grande affresco corale ed una fedele ricostruzione storica (La grande guerra, ’59, Leone d’oro a Venezia), facendoci vedere la guerra al di fuori di ogni retorica, dal punto di vista della trincea e di due eroi per caso (Gassman e Sordi), il cui sacrificio, come quello di tanti passerà inosservato; ho riso e continuerò a ridere sino alle lacrime nel vedere Monica Vitti interpretare La ragazza con la pistola, ’68, primo ruolo non drammatico dell’attrice e raffigurazione grottesca di una possibile emancipazione delle donne del Sud, così come nel sentire Gassman, nei panni inediti di Peppe “er pantera”, balbettare “è scc…sc…scientifico!” (I soliti ignoti, ’58) per commentare la bontà del colpo progettato ai danni del banco dei pegni, insieme alla scalcagnata banda di cui è a capo, simbolo di un’Italia ancora non in preda al boom economico, sospesa tra tradizione ed innovazione. O ancora sempre lo stesso Gassman cavaliere male in arnese (L’armata Brancaleone, ’66), sullo sfondo di un Medioevo demitizzato, lontano dalla scolastica iconografia oleografica e romantica.

Andando avanti negli anni, Monicelli riesce sempre a captare le mutazioni in atto negli italici costumi, dando vita a film come Amici miei,’75, da un’idea di Pietro Germi, mettendo in scena le disillusioni di chi non è riuscito a cambiare lo stato delle cose, e trova conforto in un gruppo affiatato di amici che elevano la goliardia a stile di vita, sospesi tra normalità borghese e voglia di metter tutto in burla, o l’estremo tentativo di evoluzione della nostra commedia (Un borghese piccolo piccolo, ’77), volta al tragico grazie, in tal caso, anche ad una magistrale interpretazione di Sordi. Tra gli anni ’80 e i ’90 non si possono dimenticare opere come Speriamo che sia femmina, ’86, estrema e sentita caratterizzazione della pavidità maschile contrapposta alla generosità femminile, sottolineata comunque con il noto stile graffiante, o Parenti serpenti, ’91, lucido, fosco, spietato e, al solito, lungimirante, ritratto della crudeltà insita nella tipica “buona famiglia”.

Nel 2006 gira Le rose nel deserto, che può considerarsi la summa delle tematiche sviluppate nel corso della sua carriera, mentre nel 2008 alla 65ma Mostra del Cinema di Venezia presenta fuori concorso il documentario Vicino al Colosseo c’è Monti, omaggio alla Roma di una volta e suo ultimo lavoro, prodotto dalla Inspire Production di Gianvito e Alessandro Casadonte, con sede a Montepaone (CZ). Mi sono volutamente soffermato sui titoli a mio parere più rappresentativi, tralasciando altri ugualmente meritevoli di ricordo, per non tediare con il solito “coccodrillo” di circostanza, perché ciò che mi preme sottolineare è come Monicelli, coadiuvato da grandi sceneggiatori ( tra gli altri, Sonego, Age e Scarpelli, Vincenzoni, Suso Cecchi d’Amico) e valorizzando i migliori attori del periodo, sia stato, a parer mio, colui che ha dato al circoscritto genere della “commedia all’italiana” la connotazione forse più autoriale, trasferendo sullo schermo la visualizzazione di un’ Italia che non gli piaceva, una estremizzazione dei suoi vizi mai compiaciuta o compiacente, dal retrogusto amaro, dai toni cinici e beffardi, un melange di farsa e burla dalle ascendenze letterarie.

La risata che scaturisce dalla visione dei suoi film non è sempre immediata, è qualcosa che va oltre la superficie e che si avvicina sempre più all’oggetto dello scherno, invece che prenderne le distanze, acquisendo in tal modo un’inedita connotazione drammatica che convergerà man mano in una spietata e lucida satira di costume, un discorso che si farà sempre più esplicito, riuscendo a coinvolgere gli spettatori, catalizzando attenzione e risate di pari passo.Difficile che un autore, un personaggio, di tal calibro possa considerarsi veramente scomparso… No, Monicelli non è morto, è semplicemente partito per un viaggio, alla ricerca di un posto dove poter osservare questo pazzo mondo alla luce di un inedito punto di vista.
Ciao Mario, e grazie.

Leslie Nielsen, la serietà della comicità

Leslie Nielsen

Leslie Nielsen

Il popolare attore Leslie Nielsen è morto ieri, domenica 28 novembre, in Florida, all’età di 84 anni, per le complicazioni di una polmonite.
Anche se le sue interpretazioni più conosciute sono quelle, relativamente recenti, del dott. Rumack nel film L’aereo più pazzo del mondo e, soprattutto, del detective Frank Drebin nella serie Una pallottola spuntata, la sua carriera ha avuto inizio negli anni ’50, alternando ruoli marginali ad altri da protagonista, in vari film drammatici (Una calda notte d’estate ‘57, con Shirley MacLaine ; La legge del più forte ‘58) o “di genere” (Il pianeta proibito, ’56; The Reluctant Astronaut ’67; Change of Mind, ’69; L’avventura del Poseidon, ’72), dopo un breve periodo di apprendistato come annunciatore radiofonico e d.j.

Efficace combinazione di talento istrionico, presenza scenica, grande capacità comunicativa data anche con un semplice sguardo, magari virando tra lo stupito e il folle, o con gli studiati goffi movimenti, Nielsen, dopo essere stato tra gli anni ‘60 e i primi anni ‘70 una guest star televisiva, varie parti di dottore, avvocato, o ufficiale di polizia, trova sfogo alla sua innata verve comica e dà la svolta definitiva alla sua carriera, negli anni ’80, quando i fratelli Zucker e Jerry Abrahams lo inseriscono nel cast del sopra citato L’aereo più pazzo del mondo.

Un breve intermezzo nell’ ’82, l’horror Creepshow di Romero, e il canuto e stralunato attore è ormai instradato verso la commedia, non solo parodica, ma anche surreale e fantastica, perfettamente rientrante nelle sue corde. Ecco prendere il via nell’‘88, la saga cinematografica della “pallottola spuntata” (Una pallottola spuntata, ‘88 ; Una pallottola spuntata 2 ½ – L’odore della paura , ‘91; Una pallottola spuntata 33 1/3-L’insulto finale, ‘94), trasposizione di una omonima serie televisiva di cui era stato protagonista.

Gira tutta una serie di parodie (come quella de L’esorcista, Riposseduta, ’90), o qualche commedia, arrivando ad affiancare Christian De Sica e Massimo Boldi in S.P.Q.R.- 2000 e ½ anni fa di Enrico Vanzina, dove, talento sempre immutato, la comicità si fa però ripetitiva e troppo insistente sul lato demenziale. Forse solo con Dracula morto e contento di Mel Brooks ed il terzo e quarto episodio di Scary Movie, David Zucker, Nielsen trova nuovi spunti interpretativi e riacquista l’innata verve, pur tra citazionismo a volte esasperato e qualche volgarità.

In questi ultimi anni ha interpretato ruoli maggiormente impegnati (Music Within, 2008) e si è dedicato al teatro, al doppiaggio di cartoni animati ed ha prestato la voce per spot pubblicitari e programmi; tra i suoi ultimi lavori, Superhero – Il più dotato fra i supereroi e ad una nuova collaborazione con Zucker in An American Carol .

Fantozzi (1974)

321Paolo Villaggio (1932) con il personaggio di Fantozzi ha dato vita ad una vera e propria maschera, dalla forte valenza e complessità artistica, icona dell’immaginario collettivo; dai primi articoli sull’ Europeo, ai monologhi della trasmissione televisiva Quelli della domenica, Fantozzi si concretizza dapprima in due libri di grande successo, Fantozzi e il Secondo tragico libro di Fantozzi, poi al cinema, regia di Luciano Salce, che collaborò anche alla sceneggiatura con Leo Benvenuti, Piero De Bernardi e lo stesso Villaggio, attingendo dalle citate pubblicazioni.

In un periodo in cui la classica commedia all’italiana tentava estremi rinnovamenti, viste le mutazioni in atto nella società, si sfrutta una comicità di derivazione cabarettistica, e poi televisiva, dal linguaggio innovatore, con espressioni ormai entrate nell’uso comune, scaturente dalle (dis)avventure di un singolo personaggio, più che sulla coralità della vicenda in sé.

La signora Pina (Liù Bosisio), con accanto la figlia Mariangela (Plinio Fernando) telefona alla ditta dove lavora il marito, ragioniere Fantozzi Ugo (Villaggio), impiegato Ufficio Sinistri, del quale non ha notizie da 18 giorni. Nessuno infatti si è accorto che è stato murato vivo nei vecchi bagni dell’azienda, durante una ristrutturazione. Una voce fuori campo ci descrive la sua vita, lavoro e famiglia, i rituali del risveglio mattutino, la corsa contro il tempo per timbrare il cartellino, il vano corteggiamento della collega Silvani (Anna Mazzamauro), suo amore segreto, con fallimentari inviti a cena, le terrificanti iniziative ricreative di un altro suo collega, Filini (Gigi Reder), i tentativi di ingraziarsi il capo del personale perdendo a biliardo, andati a vuoto causa moto d’orgoglio improvviso, sino al confinamento in uno stanzino con un impiegato comunista che gli rende le cose più chiare, ma solo per un attimo: convocato dal megadirettore, la ribellione sarà piegata dai modi affabili di quest’ultimo, tanto da indurlo ad offrirsi come “triglia umana” per l’ acquario dei dipendenti.

Diretto con mano ferma da Salce, sostenuto da un valido cast, il film, dopo il prologo introduttivo, procede per singoli episodi, dai temi costanti e ripetitivi ma efficaci ai fini della risata, per quanto spesso amara e “tragica”: una comicità slapstick, da cinema muto, e l’enfatizzazione, sino all’iperbole surreale ed onirica, con toni sospesi tra il grottesco e il demenziale, della condizione di un misero travet, dalle ascendenze letterarie ottocentesche.

L’ accondiscendenza, verso superiori e colleghi, l’ obbedienza e il servilismo più bieco sono la sua sola ragione di vita o meglio l’ unico mezzo per potere essere accettato e compreso in un sistema dal quale è inevitabilmente fuori in partenza; in questo il personaggio è più anarchico e reazionario di quanto possa apparire di primo acchito, superando lo stadio di caricatura-simbolo di quel ceto medio di estrazione impiegatizia, dell’ Italia degli anni ’70.

E’ il nostro capro espiatorio, compagno di una catarsi mai definitiva, tra lavoro a tempo indeterminato tale per tutta la vita, stesso luogo, stesse mansioni, scarsi interessi, che non siano quelli coincidenti con l’ hobby del superiore di turno. Ben dieci episodi da qui in poi, con l’ideale seguito Il secondo tragico Fantozzi, sempre diretto da Salce e via via gli altri, con Milena Vukotic a subentrare nel ruolo della moglie Pina (la Bosisio rientrerà temporaneamente in SuperFantozzi), improntati purtroppo ad una serialità ripetitiva e qualche caduta di stile, accanto a buone intuizioni (Fantozzi va in pensione, Fantozzi in Paradiso, regia di Neri Parenti).

Torino Film Festival 2010

765Giunto alla 28esima edizione, il Torino Film Festival gode ormai di un’identità personale ben definita, conciliando passione per la settima arte, attenta scelta di opere volte all’ analisi del mondo attuale e capacità di anticipare o andare incontro alle nuove tendenze cinematografiche.

Merito anche di Gianni Amelio (nella foto, insieme a Marco Bellocchio), direttore artistico del Festival dallo scorso anno, coadiuvato da Emanuela Martini. La kermesse avrà inizio domani, venerdì 26 novembre, per concludersi sabato 4 dicembre. Pur con un budget limitato a 2,6 milioni di euro, il programma appare ricco ed interessante, 234 titoli in cartellone ed un colpo grosso previsto in chiusura, l’anteprima europea del film di Clint Eastwood, Hereafter, la cui uscita nelle nostre sale è prevista per il 5 gennaio 2011.

La giuria, presieduta da Marco Bellocchio, dovrà scegliere, nella principale sezione della competizione, Torino 28, rivolti ad autori alla prima, seconda o terza opera, tra 16 titoli di nuova produzione: unico italiano Henry, di Alessandro Piva (LaCapaGira, Mio cognato), tratto dal romanzo di Giovanni Mastrangelo, tra gli interpreti Carolina Crescentini e Michele Riondino; da segnalare Winter’s Bone di Debra Granik, già insignito del Gran premio della Giuria al Sundance, gli esordi nel lungometraggio di Constantin Popescu, uno dei registi di Racconti dell’età dell’oro, con Portrait of the Fighter as a Young Man, o di Christopher Morris, scrittore televisivo, con Four Lions, commedia nera e feroce sul terrorismo. Ancora, Bang Bang Club di Steven Silver, tratto da una storia vera, quattro giovani fotografi che raccontano con i loro scatti i mesi che precedono la fine dell’ Apartheid in Sudafrica, all’indomani della scarcerazione di Mandela e il bizzarro mockumentary di Vincent Lannoo, Vampires.

Riguardo la sezione fuori concorso, Festa mobile-Figure nel paesaggio, composta da 30 titoli, tutti inediti in Italia, appaiono interessanti, almeno sulla carta, Napoli 24, uno sguardo sulla città campana attraverso le riprese di altrettanti registi, tra i quali Paolo Sorrentino, 127 Hours di Danny Boyle, ispirato ad una storia vera, così come Il pezzo mancante, di Giovanni Piperno, incentrato sulla famiglia Agnelli o RCL-Ridotte Capacità Lavorative, con Paolo Rossi nella fabbrica di Pomigliano. Attesa anche per il musical Burlesque, di Steve Antin e il grottesco Super di James Gunn.

Dando un rapido sguardo alle altre sezioni, Rapporto confidenziale quest’anno avrà come tema l’ horror, visto come genere prediletto di un cinema indipendente che si nutre di vitalità ed inventiva: tra gli 8 lungometraggi, spicca il ritorno dopo 9 anni di uno dei “numi ispiratori” del genere, John Carpenter, che presenta The Ward; Onde evidenzia una propensione estrema verso la ricerca, andando incontro alle varie istanze tecniche ed espressive, dedicando inoltre una retrospettiva integrale, una mostra ed una tavola rotonda a Massimo Bacigalupo, tra i protagonisti della breve stagione della Cooperativa Cinema Indipendente degli anni ’70; Torino Film Lab, laboratorio internazionale che sostiene concretamente registi di tutto il mondo al loro primo o secondo film, nato nel 2008 grazie al direttore del Museo del Cinema Alberto Barbera, in questi due anni ha sostenuto la produzione di 10 progetti e due di questi, vincitori del TFL Production Award nel 2008, Agua fria de mar di Paz Fabrega e Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, saranno proiettati in questa occasione.

Infine le retrospettive, dedicate a Vitalij Kanevskij, John Huston e Corso Salani, e il premio Gran Torino, rivolto a quei cineasti che dalla nascita della Nouvelle Vague in poi hanno contribuito a rinnovare il linguaggio cinematografico, assegnato a John Boorman (Un tranquillo weekend di paura, Excalibur).

Epizephiry International Film Festival:il bando della V edizione

E’ uscito nei giorni scorsi il bando di ammissione alla V edizione dell’ Epizephiry International Film Festival, prodotto da Azulejos International, direttore artistico ed organizzativo Renato Mollica. Le opere che possono accedere alla selezione risultano così suddivise:
Sezioni competitive nazionali ed internazionali
a)Cortometraggi (film di max 15 minuti)
b)Mediometraggi (film di max 40 minuti)
c)Docufilm-docufiction (senza limiti di durata)
d)Film d’animazione (senza limiti di durata)
e)Spazio Officine Calabria (corto-mediometraggi della durata max di 40 minuti, realizzati da cineasti nati o residenti in Calabria).

Il tema del concorso nelle varie sezioni è libero; inoltre a partire dall’ edizione 2011 viene previsto il Premio Speciale “Leopoldo Trieste”, dedicato all’attore, regista, sceneggiatore e drammaturgo italiano, che sarà assegnato, da un apposita giuria, al miglior interprete scelto fra tutti quelli delle opere arrivate in concorso; il bando è scaricabile dal sito http://cortofilmfestival.splinder.com

Harry Potter e i doni della morte (parte I)

6548Settimo ed ultimo capitolo, suddiviso in due parti (la prossima arriverà a luglio 2011), della saga del “maghetto con gli occhiali”, di ascendenze letterarie ( i bestseller di J.K.Rowling) prima ancora che cinematografiche, Harry Potter e i doni della morte si è rivelato, purtroppo, l’ennesimo episodio di transizione.

Piatto, incolore, deludente, improntato ormai ad una serialità di stampo televisivo, evidenziata ulteriormente dal finale tronco e volutamente in sospeso, un “arrivederci alla prossima puntata” studiato a tavolino, che francamente avrebbe saputo meno di presa per i fondelli dal sapore essenzialmente commerciale se i 146 minuti di durata complessiva si fossero ammantati di qualcosa in più del solito, affascinante beninteso, apparato di mirabilie visive che finisce per predominare su tutto. Resta comunque la consolazione di un’interessante, non banale, resa estetica a livello propriamente d’immagine e del suo impatto sul pubblico, specie quello più giovane, che non mancherà certo di restarne ammaliato. Esemplare al riguardo la bella sequenza animata in CG, moderna versione delle favole intorno al fuoco, volta ad illustrare la storia dei doni della morte citati nel titolo.

Il definitivo abbandono da parte di Harry (Daniel Radcliffe), Ron (Rupert Grint), Hermione (Emma Watson) della scuola di Hogwarts e delle rispettive famiglie “babbane” mette in ulteriore evidenza quanto già risultava dal precedente Harry Potter e il Principe Mezzosangue: una netta demarcazione dei confini tra Bene e Male, con la prevalenza del lato oscuro, rendendo più marcata la caratterizzazione da romanzo di formazione proprio della pagina scritta, con i tre protagonisti ormai adolescenti in procinto di diventare adulti e volti a comprendere l’importanza di effettuare delle scelte nella vita, anche a costo di qualche sacrificio o perdita di persone care; ora gli aspiranti maghi sono completamente soli e costantemente braccati dalle forze di Lord Voldemort (Ralph Fiennes), al comando sia del Ministero della Magia che della citata scuola, nel tentativo di bloccare la missione affidata loro da Silente, la ricerca e la distruzione degli Horcrux, i frammenti in cui il malvagio Lord ha rinchiuso pezzi della sua anima.

Tutti i temi delineati da una sceneggiatura pur zoppicante (Steve Kloves), la stessa ambientazione ormai non più gotico-ludica e con impatto da luna park, le molte riprese in esterni, con i paesaggi naturali simbolicamente ricchi di misteri e pericoli, ad enfatizzare il motivo dominante di un’impresa da compiere contando solo sulle proprie forze, si sarebbero certo avvantaggiati di ben altra mano che quella del “solito” David Yates, autore già degli ultimi due film della serie. Non gli sono certo d’aiuto i tre attori principali: solo Grint e, soprattutto, Watson riescono a sfruttare i temi introspettivi offertigli, mentre Radcliffe continua ad avere due espressioni, con o senza occhiali.

Alla fine ne viene fuori uno strano pastiche confusamente e continuamente in bilico tra fantasy, teen ager movie, thriller con punte horror e accenni noir (l’identificazione paesaggi-personaggi), senza che Yates decida quale connotazione prediligere, con un vago senso di incompiuto anche nei passaggi più propriamente cinematografici (l’inseguimento iniziale per esempio), ed un’indefinita sospensione tra ciò che il film è, avrebbe potuto essere e (forse) sarà. Nutro infatti la speranza che sin qui il regista si sia semplicemente risparmiato per infondere il dovuto pathos nel citato, vero, finale, altrimenti la sospirata parola “fine” si prenderà merito ed onere di assurgere ad inedita cifra stilistica dell’intero ciclo.