Archivi del mese: ottobre 2010

La Passione

44La Passione di Carlo Mazzacurati è un film in cui risalta, più che il tono autobiografico e metacinematografico, un’estrema libertà di fondo, il non seguire schemi predefiniti,senza alcun compiacimento o autocompiacimento, con una regia sobria e sciolta, attenta ai particolari e alla direzione dei vari protagonisti.

Questi risultano tutti efficaci, più il candido Giuseppe Battiston che il loser Silvio Orlando, passando per il guitto Paolo Guzzanti, volutamente sopra le righe, Kasia Smutniak dolcemente malinconica, Cristiana Capotondi supponente divetta, e finendo con i sottilmente perfidi Stefania Sandrelli e Marco Messeri. Una certa disomogeneità di fondo, qualche imperfezione e contraddizione, si perdonano volentieri in nome dell’estrema sincerità di cui l’intera opera è permeata.

La sceneggiatura a più mani (lo stesso regista, Umberto Contarello, Doriana Leondeff, Marco Pettenello) si incentra sulla figura del 50enne regista Gianni Dubois (Orlando), in pieno vuoto creativo, da cinque anni non dirige un film, con la paura di non riuscire a concepire una storia che possa conciliare le sue esigenze autoriali, la sua libertà artistica, con i mutati e mutevoli gusti del pubblico, ormai assuefatto allo stile delle fiction tv. Infatti il suo agente lo pressa con continue telefonate, per imporgli tale Flaminia Sbarbato (Capotondi) protagonista di una serie televisiva di successo, che vorrebbe fare il grande salto verso il cinema. Inoltre, è costretto a partire per Fiorano, in Toscana: dal suo appartamento un’infiltrazione d’acqua ha rovinato il dipinto del ‘500 che si trova nella chiesetta sottostante e tutto il paese, dal sindaco (Sandrelli), ad un assessore (Messeri) è contro di lui, tanto che viene minacciato di denuncia alle Belle Arti, con grave danno alla sua immagine di artista impegnato, a meno che non si impegni a mettere in scena, in vista del Venerdì Santo, la Passione di Cristo. Messo alle strette, Dubois trova conforto, ed ispirazione, nella semplicità di una barista di origine polacca (Smutniak) e nell’aiuto inaspettato di un ex galeotto, Ramiro (Battiston), conosciuto durante un corso di recitazione in carcere, improvvisato attore di strada che l’aiuta a mettere su la compagnia. Cristo sarà interpretato dal meteorologo di una tv locale, con arie da grande attore (Guzzanti).La rappresentazione incontrerà vari inconvenienti, con colpo di scena finale.

Se l’avvio appare volto ad una comicità grottesca e caricaturale, giocando sugli scontri, anche ideologici, tra Dubois, il suo agente, la diva tv, gli amministratori e i cittadini, ad un certo punto l’ umorismo si fa surreale e venato di malinconia, e prende vita, con la messa in scena della Passione, una dolente metafora dello stato attuale del nostro paese, interrogandosi, tra l’altro, sul ruolo che l’ Arte, intesa in senso ampio, possa assumere a livello di potere salvifico. Risalta così maggiormente lo squallore di un potere ricattatore, che usa la creatività altrui per fini personali e il regista intellettuale che non riesce a comprendere e a descrivere la realtà in cui viviamo, acquista nuova dimensione nella corrispondenza espiatoria con il “povero Cristo”, il buon Emidio che ha sostituto in extremis l’attore principale, fuori parte nell’aspetto esteriore, ma non come purezza di sentimenti, idealismo e coerente, consapevole, volontà di “andare contro”.

Infine, ecco il pubblico che assiste compunto, ma pronto a risa sguaiate al minimo errore o inconveniente, richiamato dall’urlo di uno degli improvvisati attori, che gli fa notare il duro lavoro affrontato. Vi è qualche affinità con La ricotta di Pasolini, ma mentre Stracci, figura Christi, doveva morire “per ricordarci di essere vivo”, qui “nessuno è indispensabile, anche Gesù può essere sostituito”, mettendo in luce la necessità di “un qualcuno” che salga sulla croce, sacrificandosi ed immedesimandosi nei problemi altrui, assumendosi la responsabilità di metterci di fronte alla pericolosa deriva sociale, morale e culturale in atto.

La V edizione del Festival Internazionale del Film di Roma

FESTIVAL-INTERNAZIONALE-CINEMA-2010_ITA[1]Prenderà il via giovedì 28 ottobre la V edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, per concludersi il 5 novembre, con la cerimonia di premiazione. La formula, perfezionata ed arricchita, è quella che ha fatto sì che il Festival riscontrasse sin dagli esordi un grande successo di pubblico, conciliando vocazione popolare e qualità delle proposte offerte: dare risalto agli spettatori, con tanto di sfilata sul red carpet in comune con i divi, come è giusto che sia, visto che sono loro a decretare il successo o meno di un film, quali che siano gli sforzi produttivi protesi o i pareri espressi dalla critica. Infatti, ad ulteriore testimonianza di quanto detto, ad ogni possessore di biglietto all’ingresso in sala viene consegnata una tessera relativa al film in programmazione, così da poter esprimere il proprio gradimento, partecipando all’assegnazione del Premio Marco Aurelio del pubblico per il miglior film.

Venendo ai dati squisitamente tecnici, la produzione del Festival è a cura della Fondazione Cinema per Roma, presidente Gian Luigi Rondi, Francesca Via direttore generale. Piera Detassis è il direttore artistico del Festival, mentre Mario Sesti, Gianluca Giannelli e Gaia Morrione sono responsabili rispettivamente delle sezioni L’Altro Cinema/Extra, Alice nella città, Occhio sul Mondo / Focus. Nell’ambito della Selezione Ufficiale i film in concorso saranno sedici, di cui quattro italiani, come all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, sperando in una accoglienza migliore: Una vita tranquilla di Claudio Cupellini con Toni Servillo, Io sono con te di Guido Chiesa, La scuola è finita di Valerio Jalongo con Valeria Golino, Gangor di Italo Spinelli.

Tra le produzioni americane, a risaltare sono Last Night di Massy Tadjedin con Keira Knightley, Sam Worthington ed Eva Mendes e Rabbit Hole di John Cameron Mitchell con Nicole Kidman, Aaron Eckhart e Dianne Wiest. A giudicare i film in tale sezione, una giuria internazionale, abbastanza eterogenea, volto ad abbracciare vari settori culturali: il presidente Sergio Castellitto ( foto) sarà infatti affiancato dalla giornalista e scrittrice Natalia Aspesi, dal regista Ulu Grosbard ( Innamorarsi, L’Assoluzione), dallo scrittore Patrick McGrath (Follia, Spider), dal regista Edgar Reitz (sua la serie Heimat), ed infine Olga Sviblova direttrice del Museo della Arti Multimediali di Mosca.

Oltre ai consueti Premi Marc’Aurelio (miglior film, miglior attore/attrice,Gran Premio della Giuria), sarà loro compito assegnare anche la Targa Speciale del Presidente della Repubblica Italiana a quel film che meglio di altri riuscirà a dare la giusta rilevanza ai valori umani e sociali. In collaborazione con il Dipartimento della Gioventù della Presidenza del Consiglio dei Ministri, a partire da quest’edizione, viene istituito il Premio Marc’Aurelio Esordienti, volto a premiare il miglior regista o il miglior interprete alla sua opera prima. Riguardo invece i film Fuori Concorso della Selezione Ufficiale, ecco, tra gli altri, Crime d’amour, ultimo film girato da Alain Corneau, che ci ha lasciato lo scorso 30 agosto, poi il pilot della serie Boardwalk Empire, firmato da Martin Scorsese, con Steve Buscemi, The Kids Are All Right di Lisa Cholodenko con Annette Bening e Juliane Moore ( foto, che riceverà il Premio Marc’Aurelio all’attore, assegnato dalla sezione L’Altro Cinema / Extra), Let Me In di Matt Reeves e Il padre e lo straniero di Ricky Tognazzi con Alessandro Gassman e Ksenya Rappoport.

Degna di nota la sezione Spettacolo / Eventi Speciali, sorta di linea comune che attraversa tutte le sezioni, nata per quei progetti che non limitano il loro interesse alla sola proiezione e alle rigide regole dell’anteprima, all’insegna di commistioni di genere (arte visiva, letteratura, televisione, nuove tecnologie, diversi formati). In questa area del Festival sarà possibile, ad esempio, assistere all’anteprima mondiale dei primi venti minuti di Dylan Dog: Dead of Night di Kevin Munroe. All’interno del programma Omaggi, a venti anni dalla scomparsa, sarà ricordato uno dei nostri più grandi attori, Ugo Tognazzi: oltre a far precedere ogni film in concorso nelle varie sezioni da alcuni estratti delle sue interpretazioni, sarà proiettata l’anteprima del documentario Ritratto di mio padre firmato dalla figlia Maria Sole Tognazzi.

Sempre all’interno di tale programma, verrà celebrata, a cento anni dalla nascita, la figura del grande regista giapponese Akira Kurosawa con la proiezione di Rashōmon, e verrà anche ricordato il regista Satoshi Kon, recentemente scomparso, con la proiezione di Perfect Blue, primo psycho-thriller nella storia dell’animazione giapponese; anche la sezione Occhio sul Mondo/ Focus volge quest’anno lo sguardo al Giappone, con sette film selezionati tra anteprime europee ed internazionali ed una retrospettiva dedicata allo Studio Ghibli, il celebre studio cinematografico di film d’animazione, nato dal sodalizio dei registi Takahata Isao e Miyazaki Hayao. Infine, la sceneggiatrice Suso Cecchi d’Amico verrà premiata con il Premio Marc’Aurelio alla Memoria.

Riguardo il programma della sezione L’Altro Cinema / Extra, dodici i documentari che concorreranno per il Premio Marc’Aurelio al miglior documentario, assegnato da un’apposita giuria internazionale guidata da Folco Quilici, mentre fuori concorso previsti 4 documentari e 8 lungometraggi. Ampio spazio in tale ambito alle forme più innovative e meno consuete del settore audiovisivo: dai video maker d’avanguardia della Post Tv, passando per la selezione di filmini famigliari (realizzata in collaborazione con l’archivio Home Movies di Bologna) arrivando infine ai film brevi, con la visione dei primi corti narrativi in 3D mai girati e prodotti in Italia. Previsto infine un ricordo dell’attore e regista Corso Salani con un omaggio dal titolo Per Corso, Percorso.

Alice nella città, la sezione ragazzi del Festival, prevede 14 film in concorso a contendersi i due Premi Marc’Aurelio Alice nella città, assegnati da due diverse giurie scelte su scala nazionale, una composta da ragazzi sotto i 12 anni, l’altra al di sopra. Sarà presentato il secondo film delle Winx, le fatine italiane, Winx Club 3D Magica Avventura, di Iginio Straffi, e verrà dato spazio al delicato tema della scuola, sempre più di attualità, al centro di opere come Asse Mediano di Michele Mossa, Un sasso nello stagno di Felice Cappa e Waiting for ‘Superman’ del premio Oscar Davis Guggenheim.

Un programma ricco, estremamente variegato, che sa seguire le nuove tendenze ma senza farsene influenzare , mettendole in risalto e coinvolgendo alla grande il pubblico, al di là di schematismi o intellettualismi a volte fini a sé stessi: non resta che augurare “Lunga e dolce vita al Grande Cinema”, come recita la campagna di comunicazione di questa quinta edizione, in occasione del cinquantenario de La dolce vita, capolavoro di Federico Fellini, ampiamente omaggiato in occasione dei suoi 50 anni, con l’anteprima mondiale della versione restaurata dalla Cineteca di Bologna, il 30 ottobre, e l’allestimento di tre mostre specifiche.

La regina d’Africa (The African Queen, 1951)

342Africa Orientale tedesca, 1914. Il reverendo Samuel Sayer (Robert Morley) gestisce una missione, insieme a sua sorella Rose (Katharine Hepburn).
A far da contatto con il mondo esterno il canadese Charlie Allnutt (Humphrey Bogart), che con il suo piccolo battello, l’African Queen, risale spesso il fiume, portando provviste e notizie, come l’imminente scoppio della guerra, che avrà certo conseguenze anche in quel remoto angolo, per cui sarebbe meglio rifugiarsi presso le colonie inglesi. Ma il reverendo non intende mandare all’aria quanto costruito con sacrificio e decide di restare: l’arrivo delle truppe tedesche che distruggono il villaggio e rapiscono i nativi, metterà fine alla sua vita e convincerà Rose a seguire Charlie nella fuga.

La convivenza tra i due in questo viaggio forzato non sarà delle più facili, lui cinico, ruvido e alcolizzato, unico ideale salvare la pelle, lei “zitella bigotta e ossuta” animata da odio verso i Tedeschi e fervido patriottismo, con un ben preciso piano in mente, armare l’ansimante imbarcazione di due rudimentali siluri da fabbricare con le bombole d’ossigeno e l’esplosivo presenti a bordo e lanciarla contro la nave cannoniera Louisa. Charlie dapprima finge di assecondarla, tra aspri scontri verbali e dispetti vari (lei gli versa in acqua un’intera cassa di gin), poi si lascerà coinvolgere nell’impresa, complice l’amore e un ritrovato rispetto di sé. Anche quella che sino all’ultimo era sembrata un’impresa impossibile troverà, dopo vari imprevisti, il lieto epilogo.

Tratto dal’omonimo romanzo di C.S. Forester, sceneggiato (con James Agee) e diretto da John Huston, La regina d’Africa, è tra i suoi film quello dalla costruzione narrativa più lineare, non eccessivamente contaminato dal suo insinuante pessimismo verso i rapporti umani, vedi lo scanzonato “happy end”, lontano dall’opera d’origine. Strutturato nelle intenzioni come un classico film d’avventura, ne prende le distanze ironizzando sul genere, cavalcando l’onda della schematicità e della inverosimiglianza di molte situazioni.
Confluisce poi in una storia d’amore, certo romantica ma ben lontana da languori o forti slanci passionali, vista l’età dei due protagonisti. Infine l’Africa, splendidamente fotografata in Technicolor (Jack Cardiff), con la sua flora e la sua fauna fa solo da sfondo, senza le solite coloriture “esotiche” di altre produzioni.

Huston preferisce infatti seguire i personaggi, stargli addosso con la macchina da presa, allontanandosene solo per qualche bella ripresa dall’alto, con la piccola imbarcazione, terza protagonista, sovrastata dalla natura impervia e minacciosa: il tono umoristico, con qualche concessione al grottesco, è infatti reso possibile dalla messa in scena del conflitto tra Bogart e la Hepburn e dalla sua evoluzione, con entrambi gli attori, diversi per spessore recitativo, accomunati da istrionismo e divertissement. I toni tipicamente hustoniani (il senso dell’avventura, la sfida dell’uomo ad ogni tipo di pericolo con la forza della volontà) appaiono stemperati da tale scambio simbiotico tra i due, che, nella progettualità di una comune impresa, acquisiscono nuove modalità esistenziali e comportamentali. Premio Oscar a Bogey come miglior attore protagonista: suona un po’ come un premio alla carriera, viste le precedenti, ben riuscite, interpretazioni di loser, ma, parafrasando, “questa è Hollywood bellezza e non può farci nulla”.

Ciao papà Cunningham

145In queste ultime ore si è diffusa la notizia della morte dell’ attore Tom Bosley, 83 anni, comunicata dalla sua agente Sheryl Abrahms. Ammalato da tempo di tumore ai polmoni, è stato stroncato ieri, 19 ottobre, da un attacco di cuore a a Palm Springs.

Chi appartiene alla mia generazione o chi ha conosciuto la serie televisiva Happy Days in anni recenti, grazie alle continue repliche, non potrà certo aver dimenticato o comunque dimenticare mai, credo, il volto bonario di Howard Cunningham, capofamiglia tutto pazienza e comprensione verso i suoi figli ( il maggiore Charles-“Chuck”, che scomparirà dalla serie senza alcuna spiegazione, Richard- “Richie”, la piccola Joanie) e la moglie Marion (“Howie, tombolotto mio…”), espresso con rara e sobria efficacia nell’interpretazione del simpatico attore.

Secondo TvGuide, a quanto riporta oggi il Los Angeles Times, l’attore risultava al nono posto nella lista dei 50 migliori papà televisivi, stilata nel 2004. Iniziata nel ’74, la serie Happy Days, ambientata nell’ America dei “favolosi” e mitizzati anni ’50 (dal ’54 al ’64, per la precisione), capace comunque di attualizzare nell’ apparentemente asettico microcosmo di Milwaukee, ansie e problematiche di varie generazioni, andò avanti per 11 stagioni, con 255 episodi, sino all’84. L’attore è noto al pubblico italiano anche per altre due serie televisive: ha interpretato la parte dello sceriffo Amos Tupper ne La signora in giallo e del protagonista ne Le inchieste di Padre Dowling.

Per tutti, sempre Howard Cunningham, con il suo avviato negozio di ferramenta, unico diversivo le partite di bowling presso La loggia del leopardo, la casetta con giardino e l’adorata DeSoto in garage, la famiglia sempre unita pronta ad affrontare e cercare di risolvere i vari problemi, superando litigi, incomprensioni e gap generazionali, facendo da ponte tra vecchio e nuovo, con saggezza e sagace lungimiranza.

Mordimi

11122Cresciuto, cinematograficamente parlando, con le parodie di Mel Brooks o della premiata ditta Zucker (apprezzate un po’di meno), mi sono accostato alla visione di Mordimi (Vampires Suck il titolo originale, certo più colorito), con sospetto, ma sempre spinto dalla mia innata curiosità, che mi porta a visionare ogni genere di film, sperando di trovare anche nel più becero qualcosa di positivo o comunque un’idea di base difendibile, al di là della sua realizzazione pratica. Conoscendo infatti le precedenti realizzazioni di Jason Friedberg ed Aaron Seltzer, dalla sceneggiatura di Scary Movie in poi (i vari “Movie”:Hot, Epic, Disaster, 3ciento), non ancora pienamente appagato e confluendo verso il masochismo, si facevano pressanti ulteriori interrogativi sul perché “opere” di tal tipo abbiano tanta presa sul pubblico più giovane. L’unico dato certo su cui fare affidamento, gli incassi piuttosto alti, a livello mondiale, alla fine vera “cifra” stilistica.

I citati registi e sceneggiatori, hanno dato vita con Mordimi ad una parodia comunque lineare, che segue quasi pedissequamente il plot originale dei primi tre libri e film della saga più in voga del momento, Twilight, con qualche incursione a mo’ di sberleffo verso altri film (Alice in Wonderland) , telefilm (Buffy, Gossip Girl) e ammiccamenti ironici ai divi musicali idoli dei teenager (The Black Eyed Peas, Lady Gaga).L’adolescente Becca Crane (Jenn Proske) si trasferisce nella cittadina di Sporks, per convivere con il padre poliziotto iperprotettivo e deve fare i conti con le diffidenze dei nuovi compagni di liceo che gli rendono la vita difficile. Il suo cuore è diviso tra il palestrato Jacob (Chris Riggi), amico d’infanzia aspirante lupo mannaro (al momento la mutazione è ferma allo stadio di Chihuahua…) e l’efebico Edward (Matt Lanter), tutto lacca e biacca, vampiro dichiarato, dal quale è irresistibilmente attratta, anche se lui si tira indietro, per nobili motivi. Tutto avrà soluzione al ballo scolastico di fine anno.

Prendo ad esempio l’insuperato e forse insuperabile Frankenstein Junior, ’74, del citato Brooks per illustrare ciò che una parodia dovrebbe avere per essere veramente tale: una sceneggiatura di ferro, che sappia sfruttare l’integrità narrativa dell’opera originale, sapendone cogliere i lati deboli e traducendoli in valide gag, un cast affiatato con solidi caratteristi, una regia abbastanza ferma da saper contenere le derive della volgarità o della grossolanità, pur attingendovi, sempre con misura.

Tutto ciò è quanto manca in Mordimi, che non riesce, pur sfottendoli, a sfruttare a pieno temi ed incongruenze della nota saga vampiresca che già di per sé offre il destro a più di un’occasione parodistica, volontaria o meno. Non si va oltre innocui, sciatti, quadretti o sketch stantii, che stancamente strizzano l’occhio, ricalcandoli, a numeri d’avanspettacolo o da cinema muto, strappando qualche risata qua e là, senza riuscire a fare vera satira o vero umorismo.

Almeno, rispetto ai precedenti, gli “effetti speciali” (rutti, peti, secrezioni organiche varie) sono limitati, diciamo così, alla funzionalità della storia. Riguardo gli “attori”, sembrano tutti trovarsi sul palco di una recita d’oratorio messa su alla bell’e meglio, forse solo la Proske/Becca appare vagamente convincente, ma il merito più che suo è dell’originale che si ritrova a clonare.

In conclusione, l’interrogativo di cui sopra, del perché di tanto successo è destinato ad avere come unica risposta che ai giovani piace veder messi alla berlina gli stessi idoli di cui hanno decretato la fama, senza altre pretese. Considerando il fenomeno delle rivalutazioni postume, il fantastico duo può dormire sonni tranquilli: tra circa trent’anni, su qualche giornale, apparirà un articolo che inizierà più o meno così: “Cresciuto, cinematograficamente parlando, con le parodie di Jason Friedberg e Aaron Seltzer….”.

ViaEmiliaDocFest 2010: i vincitori

Ecco i vincitori della prima edizione di ViaEmiliaDocFest, festival del documentario on line, la cui cerimonia di premiazione si è svolta ieri, domenica 17 ottobre, a Reggio Emilia:la giuria, composta da Andrea Gambetta, Sara Pozzoli e Greta Barbolini ha consegnato il Premio ViaEmiliaDocWeb, assegnato grazie alla collaborazione con Coop Consumatori Nordest, a Il suolo minacciato, di Nicola Dall’Olio, opera incentrata sulla distruzione del suolo agricolo nella Food Valley parmense, ponendo l’attenzione sul consumo eccessivo ed indiscriminato del territorio agricolo.

L’altro riconoscimento è arrivato da Doc/it, che ha premiato con il Doc/it Professional Award, premio dei documentaristi italiani al miglior film documentario prodotto tra il 2009 e il 2010, La bocca del lupo di Pietro Marcello, già vincitore della 27ma edizione del Torino Film Festival. Al concorso Doc/it Professional Award si è affiancato il Premio Selezione Doc, assegnato a Cambodian room di Giuseppe Schillaci e Tommaso Lusena De Sermiento da Cinema.doc-Il Documentario in Sala, primo progetto italiano di circuito distributivo di film documentari nelle sale di prima visione.

Ricordo gli altri premi, già citati in un precedente articolo: L’Estate Spezzata di Vittorio Pastanella e Francesca Mozzi, “lucida ed accorata ricostruzione della strage di Bologna del 2 agosto 1980”, si è aggiudicato il Premio del pubblico web (1165 voti espressi dagli spettatori della rete), mentre Niguri di Antonio Martino, documentario sul campo di accoglienza più grande d’Europa, ha vinto il Premio Current Tv. A Modena dal 22 al 24 ottobre al Rock around the Doc, rassegna dedicata al documentario musicale, saranno ripresentate le opere vincitrici.

Intervista a Walter Pedullà

yeryyyWalter Pedullà (foto, Siderno, RC 1930), professore universitario ( per cinquant’anni di fila alla”Sapienza” di Roma) saggista e critico letterario, ha diretto o dirige case editrici, collane, riviste (attualmente Il Caffè illustrato e L’illuminista) e ha collaborato o collabora da giornalista professionista o da critico militante a varie testate giornalistiche ( Avanti! per oltre trent’anni, dal ’61 al ’93, ora Il Messaggero).

Tra i suoi volumi ( più di venti, dal ’68 al 2010 ), pubblicati dalle più prestigiose case editrici ( Rizzoli, Mondadori, Bompiani, Donzelli, Marsilio ecc.) ricordiamo: La letteratura del benessere ( 1968) , La rivoluzione della letteratura ( 1970), L’estrema funzione ( di cui esce in questi giorni la ristampa per “Le Lettere” di Firenze), Il ritorno dell’uomo di fumo, ’87; Sappia la Sinistra quello che fa la Destra, ’94; Lo schiaffo di Svevo, Le armi del comico,, 2001, Per esempio il Novecento. Dal futurismo ai giorni nostri, 2008, Il vecchio che avanza, 2009, nonché monografie su Savinio, Gadda, Palazzeschi, Debenedetti.

Dopo la Laurea in Lettere a Messina, e dopo essere stato assistente universitario di Giacomo Debenedetti presso l’Università La Sapienza di Roma, gli è succeduto sulla stessa cattedra, insegnando contemporaneamente Letteratura italiana negli atenei di Napoli e Salerno. E’ stato consigliere di amministrazione della Rai dal ’75 al ’92, e Presidente nel ’92 e ’93. E’ stato presidente del Teatro di Roma dal 1995 al 2000. E’ il Predidente del Comitato Nazionale per le celebrazioni del primo manifesto del futurismo. Fa parte e ne ha fatto parte delle giurie dei maggiori premi letterari nazionali, Viareggio, Strega, Campiello, Mondello, Scanno, Pen Club, Flaiano.

Attualmente, oltre che del “Premio Letterario Città di Siderno” è Presidente del Premio Bari, Pisa, Penna, Orient Express di Roma, CONI, Palmi, Alberobello, Padula e altri. Walter Pedullà è Cavaliere di Gran Croce per meriti culturali. Con i suoi libri ha vinto numerosi premi letterari. Dal 1992 dirige la collana di classici italiani Cento libri per mille anni, arrivata al 99° volume. E ha diretto per Rizzoli e Motta La storia generale della letteratura italiana, che è stata ristampata in edizione economia dall’Espresso in sedici volumi. Alla vigilia della cerimonia di premiazione dei vincitori del Premio Letterario Città di Siderno, intitolato ad Armando La Torre, che si svolgerà a Siderno il prossimo 21 ottobre, ho contattato Pedullà per un’intervista, già pubblicata sulle pagine culturali del settimanale presso il quale attualmente lavoro, la Riviera di Siderno (RC).

Critico letterario militante, come Lei stesso si definisce, dal 1959: sono passati sotto i suoi occhi scrittori famosi, le loro opere, varie discussioni, novità, mode e tendenze del ‘900. Da un punto di vista strettamente letterario, cosa è rimasto di valido del XX secolo nell’era del “villaggio globale”, della “grande omologazione”, ormai in atto, “profetizzata” da Pier Paolo Pasolini, e cosa, invece, è destinato a mutare?

“Poiché considero il Novecento un grande secolo dal punto di vista letterario, sarebbe lungo anche l’elenco degli scrittori più importanti di Pasolini dal punto di vista culturale e ancor più sotto il profilo artistico. In Italia è nato il maggiore fenomeno d’avanguardia ( che per il Novecento conta quanto il romanticismo per l’Ottocento), cioè il futurismo. Sono correnti letterarie peculiari del secolo il realismo magico, l’ermetismo, il neorealismo, il neosperimentalismo e le neoavanguardie. Dieci riviste sono altrettante tappe del cammino di cento anni d’eccezione: dalla “Voce” a “Lacerba”, dalla “Ronda “ a “Solaria”, da “900” a “Letteratura”, da “Politecnico” al “Verri”, dal “ Menabò” al “Caffè” di Vicari (del quale sono stato condirettore). Vogliamo fare il gioco al massacro che salva solo dieci narratori di valore mondiale? Ebbene, oltre a Pirandello, Svevo e D’Annunzio, che sono per metà romanzieri dell’Ottocento, ci sono Gadda, Palazzeschi, Bontempelli, Savinio, Campanile, Alvaro, Brancati, Fenoglio, Calvino, D’Arrigo. Come vede, non sono entrati Zavattini, Pavese, Vittorini, Bilenchi, Lampedusa, Malerba, Manganelli, Arbasino, Volponi, Sciascia, Pizzuto, Flaiano e Pasolini. Ci sono altrettanti poeti da salvare e da consegnare al villaggio globale. Gli scrittori che ho nominato hanno fatto di tutto per non essere omologabili, cioè hanno preferito creare prototipi, insomma le invenzioni con cui avanza una letteratura e una cultura”.

Anche alla luce della Sua attività come Presidente di giuria nell’ambito del “Premio Letterario Città di Siderno”, cosa nota di diverso nei nuovi autori, tanto nello stile di scrittura che nel modo di affrontare le tematiche legate all’attualità, al mondo reale, ove vi siano opere vertenti al riguardo?

“Le Sue sono domande di quelle a cui si risponde riempiendo una pagina di giornale, se basta. Per ridurre il discorso all’osso, si registra un ritorno al realismo, che naturalmente è sempre diverso dal precedente: che sia il realismo degli Anni Trenta ( Alvaro, Moravia, Bilenchi, Bernari, La Cava ecc.), o il realismo magico (Bontempelli, Ortese, Masino), il neorealismo degli Anni Quaranta-Cinquanta ( compreso il nostro Strati) e l’iperrealismo degli Anni Settanta ( i “selvaggi “ o franchi narratori calabresi come Guerrazzi, Bonazza, don Luca Aprea ). Ora il modello vincente è quello di Roberto Saviano, narrativa che è anche inchiesta, vita reale che è anche fantastica. D’altronde Borges aveva detto che il realismo è pur sempre una forma di fantastico”.

Mi piacerebbe analizzare con Lei l’attuale situazione culturale in Italia. Si parla anche qui di crisi, in ogni settore, dall’editoria al cinema, passando per il teatro e per il mondo dello spettacolo in genere, oltre che di tagli, anche pesanti, con conseguenze, ovvie, nel mondo del lavoro, con tanti posti persi. La compagine governativa sembra aver fatto suo lo slogan “con la cultura non si mangia”, non pensando, volutamente o meno, che senza di essa un popolo non cresce nemmeno, non riesce ad elevarsi dalla sua condizione, qualunque essa sia.Più che l’antico “fregarsene”, mi passi il termine, sembra un inno alla “beata ignoranza”, ricercata, voluta e pretesa…

“Tutto quello che io aggiungessi finirebbe per essere una conferma di quanto dice la Sua domanda. Tutti gli altri paesi indirizzano risorse verso la ricerca, che non è solo scientifica ma è anche artistica. Non so se veramente l’arte è il nostro petrolio, ma certo si sta facendo di tutto perché non si estragga quella che circolando nel resto del mondo dà all’Italia più lustro che non un governo che toglie i soldi all’Università, ai laboratori, al teatro, al cinema per finanziare iniziative meramente spettacolari e altre fiere della vanità. La cultura di Hollywood dà da mangiare agli americani più dell’automobile. Con la scusa di riformare strutture obsolete si distruggono le vecchie senza crearne di nuove. Non discuto le qualità del premier nel raccontare barzellette, ma tra l’una e l’altra va fatto qualcosa di serio per il paese che gli ha affidato le proprie sorti”.

Veniamo, nello specifico, alla situazione culturale nella nostra terra, la Calabria. Non crede che proprio dalla cultura, con opportuni e mirati investimenti, non solo di facciata, puntando anche sulle nuove leve di ogni settore, possa partire la tanto auspicata rinascita della regione, magari alla luce di una riscoperta e valorizzazione della nostra identità?

“Mi piacerebbe saper fare delle proposte più concrete di un prevedibile auspicio. Sono certo che i giovani calabresi hanno tutte le doti necessarie per riuscire nell’impresa in cui hanno vinto i loro predecessori, sia quelli che sono rimasti in Calabria sia quelli che sono andati a lavorare altrove. Anche adesso l’alternativa è questa ed è tuttora feconda. Le istituzioni pubbliche debbono aiutarli a rimanere sostenendone le iniziative più innovative e realistiche e insieme a intraprendere i viaggi che arricchiscono loro e la regione. La gran questione comunque è sempre la stessa: arrivare da ogni periferia nella capitale dell’Italia, e prima, e poi nella capitale dell’impero mondiale. Vadano e tornino, come fanno i giovani delle altre regioni. Se il lavoro non c’è, vai a cercarlo. La mia generazione l’ha trovato. Non eravamo migliori di loro. Avevamo solo più paura del futuro. Nel passato le speranze sono state spesso deluse, ma bisogna provare ancora, in altro modo, con altri linguaggi, con le nuove generazioni, che culturalmente sono in grado di competere con quelle delle regioni più economicamente avanzate. Non conosco uno specifico culturale calabrese e, se è vero, come Lei diceva, che viviamo in un villaggio globale, ai calabresi tocca produrre cultura che mentre risponde alla situazione che urge localmente, dia risposte che interessano al resto dell’Italia e dell’Europa. Il modello intellettuale è sempre quello incarnato da Corrado Alvaro: uno scrittore che era calabrese e contemporaneamente era europeo. La scoperta dell’identità calabrese può essere messa al servizio del resto del mondo. Il calabrese metta a fuoco l’occhio che guarda verso il concreto e l’occhio che ha la visione dell’universale e l’incendio riscalderà tutti. Per concludere, più che un consiglio, posso dare un precedente che forse è anche un buon esempio: cinquant’anni fa la cultura era la nostra materia prima e con essa, in virtù della materia grigia che ai calabresi non manca mai , abbiamo costruito il nostro destino. Insistano con la cultura e ce la faranno, naturalmente con l’aiuto di chi amministra le risorse della comunità. Questo in generale, nel particolare invece saprete trovare meglio di me come fare. Ho constatato un risveglio della cultura calabrese che promette un avvenire migliore. Così spero, così credo, e così sia”.