Archivi del mese: settembre 2010

Django (1966)

imagesCAKTX3L3Sergio Corbucci (1926-1990), recentemente omaggiato alla 67ma Mostra del Cinema di Venezia, in occasione del ventennale della sua scomparsa, è stato tra i grandi protagonisti della produzione cinematografica italiana “di serie B”, un approccio al cinema meno autoriale, tra inventiva e “sana”artigianalità, spinte spesso dalla penuria di mezzi, capacità di intrattenere il grande pubblico ed una certa abilità tecnica nel gestire la macchina da presa.

Attivo dagli anni ’50, dopo una breve parentesi come giornalista ed un periodo di apprendistato come assistente di Giulio Vergano (Salvate mia figlia, ’51, la prima regia), sino alla fine degli ‘80, Corbucci ha affrontato con sfrontata disinvoltura tutti i generi cinematografici, dalla commedia (molti i titoli con Totò: da ricordare I due marescialli, ’61, con De Sica, e Gli onorevoli, ’63), passando per il peplum (Il figlio di Spartacus, ’62) e l’horror (Danza macabra, ’64), al western, sfruttando al riguardo la strada aperta da Sergio Leone ma con toni ancora più violenti, fissando standard visuali all’epoca inediti e sorprendenti, ripresi in seguito da molti autori, anche stranieri, divenendo uno dei maestri del genere.

Django rientra tra i suoi risultati più felici, insieme a Il grande silenzio, ’67.
Django (Franco Nero), reduce della guerra civile, arriva, a piedi, trascinando una bara, in un imprecisato paese al confine tra Messico e Stati Uniti, tiranneggiato da due bande rivali, i rivoluzionari messicani di Hugo (Josè Bodalo) e gli yankees del maggiore Jackson (Eduardo Fajardo), setta razzista stile Ku Klux Klan. Dopo aver fatto fuori gran parte degli uomini del maggiore a colpi di mitragliatore, Django si allea con Hugo per rubare un cospicuo quantitativo d’oro che potrebbe servire alla causa, pretendendone la metà.
Suo scopo primario è quello di vendicare la moglie, uccisa da Jackson.
Vedendosi rifiutata la sua parte, fugge con l’oro, ma, raggiunto da Hugo, viene torturato dai suoi sgherri, che gli spezzano le mani con il calcio dei fucili e passandovi sopra con gli zoccoli dei cavalli.
Mentre Jackson organizza un’imboscata contro i messicani, Django l’attende al cimitero di Tombstone, dietro la tomba della moglie, con la croce a fargli da cavalletto per la pistola…

Sceneggiato a più mani (Corbucci stesso, il fratello Bruno, Franco Rossetti, Josè Gutiérrez Maesso, Fernando De Leo e Piero Vivarelli, da poco scomparso, che diede il titolo al film ispirandosi al cantante jazz Django Reinhard), con una trama che richiama in parte Per un pugno di dollari di Leone, il film affascina soprattutto visivamente, grazie alla bella fotografia di Enzo Barboni, sin dall’inizio, con l’entrata in scena di Nero, mentre scorrono i titoli di testa (rosso sangue, molto pop) sulle note di Django (Migliacci, Bacalov, autore della colonna sonora) cantata da Rocky Roberts.

L’ambientazione è sporca, disadorna, essenziale, in un’atmosfera plumbea volta a dare una caratterizzazione gotica, innovativa per il genere, che si allontana dalla linea polverosa ma solare di Leone, rispetto al quale si diversifica per l’assenza di carrellate lente a dare atmosfera, prediligendo un’estrema alternanza tra lentezza e velocità, con suggestive inquadrature (come quella finale, con la pistola appesa alla croce), toni grotteschi e scene cruente (il taglio di un orecchio, ripresa da Tarantino ne Le iene).

A dominare il cast l’esordiente Franco Nero, l’uomo che, in un clima da occhio per occhio, portandosi dietro il ricordo di un oscuro e triste passato (simboleggiato dalla bara che trascina; a chi gli chiede cosa c’è dentro risponde: “un uomo chiamato Django”) riesce a riacquistare la propria individualità ed il senso della propria esistenza, al di fuori di ogni ideologia, puntualmente sconfitta.
Vari sequel apocrifi, uno ufficiale (Django 2, ’87 di N. Rossati, con Nero protagonista), inutile, ed un omaggio giapponese, Sukiyaki Western Django, 2007, Takashi Mike, con la partecipazione di Quentin Tarantino.

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Arthur Penn, piccolo grande regista

Arthur Penn

Arthur Penn

Arthur Penn, regista americano non sempre annoverato nel novero dei “grandi”, come avrebbe certamente meritato, è morto nella notte tra martedì 28 e mercoledì 29 settembre a New York.A darne la conferma al New York Times online il suo amico Evan Bell. Il giorno prima aveva compiuto 88 anni. Attraversando un po’ tutti i generi cinematografici, dal western al gangster movie, Penn li ha di volta in volta reinterpretati e riletti alla luce dell’originalità e dell’indipendenza, riuscendo, senza comunque alcuna furia distruttiva, a far emergere limiti e contraddizioni tanto di una cultura che di una società; ha in pratica, mettendo al centro della sua personale poetica il potere del regista nel final cut e dando rilievo alla fisicità degli attori come mezzo per trasmettere emozioni, aperto la strada ai Movie brats, quei registi (De Palma,Coppola, Spielberg, Scorsese) che all’inizio degli anni ‘70 contribuirono alla nascita della “nuova Hollywood”.

Dopo i brevi trascorsi come attore teatrale (ha studiato presso l’ Actor’s Studio di Lee Strasberg), lavora dapprima come regista televisivo, debuttando poi nel ’58 con la sua prima regia teatrale, Two For The Seesaw, mentre nello stesso anno l’esordio sul grande schermo (Furia selvaggia-Billy The Kid, protagonista Paul Newman), passa senza tanto clamore. Occorrerà attendere il ’62 per il grande successo, con Anna dei miracoli, commedia di William Gibson che aveva già portato in teatro e in tv: la prima di tre nomination all’Oscar (le altre due per Bonnie and Clyde e Alice’s Restaurant) tutte non confluite nell’assegnazione definitiva, mentre la statuetta va ad Anne Bancroft e a Patty Duke, nei ruoli rispettivamente di istitutrice ed allieva cieca e sordomuta. Dopo Mickey One, ’65, sin troppo debitore della francese Nouvelle Vague, con evidenti riferimenti a Godard e Truffaut, dei quali era profondo estimatore, e La caccia, ’66, grande prova di recitazione di Brando e Redford per un film molto duro, purtroppo devastato dai tagli della produzione, che scopre i fantasmi di certa provincia americana, un’altra grande prova e notevole successo di pubblico, il bellissimo Gangster Story, ’67, Bonnie and Clyde il titolo originale, con Warren Beatty e Faye Dunaway.

E’ una violenta e lirica ballata, tra passione, sangue, sentimento, con i due rapinatori sullo sfondo della Grande Depressione che diventano moderni antieroi, facendo da specchio nella loro infelicità mista a ribellione, nel loro farsi scudo dell’invincibilità pur non illudendosi sulla vittoria, anzi ben consci di un sicuro fallimento, alle inquietudini nascenti dei tanti giovani che non si riconoscevano più nei valori dei padri. Indimenticabile il finale, dove Penn usa il ralenti con una certa preveggente originalità: quattro macchine da presa, che lavorano, rispettivamente, a velocità normale, doppia, tripla e quadrupla. Probabilmente il suo film più famoso resta sempre Piccolo grande uomo, ’70, protagonista Dustin Hoffman, epico e coinvolgente, che, pur con un occhio volto alla spettacolarità, rilegge criticamente la “conquista del West” e gli eccidi perpetrati contro i nativi, delineando lo smarrimento d’identità dell’uomo medio americano, ben visualizzato nel peregrinare continuo di Jack Crabb-Hoffman tra la civiltà dei “bianchi”, cui appartiene per nascita, e quella degli indiani Comanche, cui invece appartiene per formazione e cultura.

Da ricordare Alice’s Restaurant, basato su una ballata di Arlo Guthrie, qui protagonista, che anticipa il clima carico di disillusione proprio degli anni ’70, il noir del ’75 Bersaglio di notte, con Gene Hackman nei panni di un investigatore alle prese con il Caos della realtà, e il classico canto del cigno rappresentato da Gli amici di Georgia, ’81, la vita di alcuni immigrati nell’ America degli anni ’60, ulteriore demitizzazione del classico american dream. Costretto dall’urgenza propria di un’industria filmica che guarda sempre più agli alti incassi piuttosto che ad una libera autorialità, ormai vista con sospetto, Penn negli ultimi anni si dedica al cinema non certo con l’entusiasmo di un tempo, preferendo declinare il suo genio in spettacoli off- Broadway, oltre che insegnare all’ Actor’s Studio. Un grande uomo, un piccolo grande regista.

E’ morto Vincenzo Crocitti

Vincenzo Crocitti

Vincenzo Crocitti

Vincenzo Crocitti, attore cinematografico, teatrale e televisivo, uno dei grandi caratteristi del nostro cinema, è morto nella notte a Roma, dopo una lunga malattia. Aveva 61 anni. Nato a Roma, ma di origini calabresi, esordisce in una parte di poca rilevanza ne L’uomo dei cinque palloni, ’65, di Marco Ferreri, tanto che il suo vero debutto si fa risalire al ’67, con il musicarello Nel sole, protagonisti Albano e Romina Power.

A 28 anni, nel ’77, la sua interpretazione più famosa, il figlio di Alberto Sordi nell’estremo Un borghese piccolo piccolo di Monicelli, per la quale riceve un premio speciale ai David di Donatello, insieme a Shelley Winters, ed un Nastro d’argento. Successivamente prende parte a numerose commedie, tra le quali, inevitabilmente verrebbe da dire, quelle rientranti nel filone sexy degli anni Settanta, “specializzandosi” nella parte di sempliciotto bamboccione, frastornato dalla sventolona di turno, insegnante o dottoressa che fosse. Continua comunque la sua carriera in teatro, dove lavora anche con Strehler (La grande magia di Eduardo De Filippo, stagione 1981-82), ottenendo un personale successo con la commedia Uomini stregati dalla luna di e con P. Ammendola e N. Pistoia.

Approdato alla televisione verso la fine degli anni ’70, è protagonista di qualche spot televisivo, acquistando notorietà presso il grande pubblico negli ultimi anni grazie al ruolo del dottor Mariano Valenti nella fiction Un medico in famiglia su Rai 1 e per la parte del vicebrigadiere Bordi in Carabinieri su Canale 5. Tornando al cinema, nel 2010 ha preso parte al cast di La vita è una cosa meravigliosa di Carlo Vanzina e ad Una sconfinata giovinezza, film di Pupi Avati prossimo all’uscita nelle sale l’8 ottobre.

La solitudine dei numeri primi

47527Tra i quattro film italiani in concorso alla 67ma Mostra del cinema di Venezia, La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo, tratto dall’omonimo romanzo di Paolo Giordano, cosceneggiatore insieme al regista, è un’opera squisitamente ed essenzialmente cinematografica, imbevuta pienamente del suo linguaggio, nello specifico del cinema di genere.

Rispettando in linea di massima, finale a parte, il plot originario e i caratteri essenziali dei protagonisti, se ne distacca per la chiara intenzione di non farne una semplice visualizzazione, ma una traduzione originale; padrone di una tecnica indiscutibile, Costanzo, pur lontano dai sobri stilemi delle precedenti realizzazioni (Private, In memoria di me) usa precisi dettami stilistici e figurativi, tra il thriller e l’ horror, virando più verso il primo, personalizzando i vari richiami o le esplicite citazioni (da Argento a Polanski, passando per Kubrick e Lynch), con una espressività complessiva inedita nell’ambito della cinematografia italiana, per quanto spiazzante.

“Numeri primi”, chiamati dai matematici “primi gemelli”, sono quei numeri speciali che possono essere separati solo da un numero pari, divisi solo per se stessi, e come tali destinati a restare soli, mai abbastanza vicini per toccarsi veramente: sono così Alice e Mattia, alla cui vita possiamo assistere, tramite un’ardita alternanza dei flussi temporali, sin da bambini (Martina Albano e Tommaso Neri), transitando per l’adolescenza (Arianna Nastro e Vittorio Lomartire), ed arrivando infine all’età adulta (Alba Rohrwacher e Luca Marinelli, nella foto, intensi nell’esprimere silente dolore).

Scopriamo cosa li abbia isolati dal mondo circostante, e comunque resi mai in armonia con in esso, genitori oppressivi o distratti, eventi diversamente traumatici, portando lei all’anoressia e lui all’autolesionismo, infliggendosi profondi tagli. Si sfiorano più volte, arrivano a conoscersi al liceo, si frequentano da adulti, per un attimo sembrano riconoscersi l’uno nel disagio dell’altro, con Mattia che supera l’ autismo affettivo confidando l’origine del suo tormento ad Alice, la quale lo fa proprio, metabolizzando ed elaborando il dolore dell’amico. Si rincontreranno dopo sette anni, lei separata dal marito, magrissima, lui, insigne matematico, solo ed imbolsito…

Le studiate inquadrature, certe angolazioni, la fotografia cupa e carica (Fabio Cianchetti), il montaggio secco e brusco (Francesca Calvelli; pregevole il parallelismo nel narrare gli eventi tragici dei due bambini) le stesse musiche, a volte troppo insistite (l’inedito dei Goblin in apertura, i cori composti da Morricone per L’uccello dalle piume di cristallo), gli scarsi dialoghi, il prevalere in sostanza del non detto, evidenziano la scelta di Costanzo di creare non tanto un clima di empatia con lo spettatore, rendendolo partecipe del dolore dei due protagonisti, ma uno stato di tensione costante, agitando il terrore dall’esterno, dalla visione dei corpi deformati, verso l’interno, creando una sorta di fastidioso turbamento.

Tra sofferenza, minimalismo, qualche semplificazione (le figure dei genitori, pur con un plauso a Donadoni, papà di Alice, e alla Rossellini, mamma di Mattia), lo sguardo d’insieme si fa incerto, legato com’è, con una certa profondità, a quello di chi non solo è incapace di guardare dentro di sé, ma anche, e soprattutto, di correlarsi all’altro: la nostra angoscia si scioglie, insieme a quella di Alice, soltanto alla fine del film, quando lei adagia il capo tra le spalle di Mattia, insieme gesto di resa e probabile presa di responsabilità per l’avvenire.

Il cacciatore (The Deer Hunter,1978)

deqwrerMichael Cimino (New York, 1939), è un autore “fuori sistema”, crede fortemente, e lo gestisce con valide capacità tecniche ed espressive, ad un tipo di cinema “classico”, usando però un linguaggio moderno, forte e diretto, scontrandosi con i sistemi produttivi imposti dalle major; i suoi film guardano sempre alla storia della nazione americana con un occhio critico ai modelli fondativi, senza intenti demistificatori o nostalgici.Debutta alla regia nel ’74, con Una calibro 20 per lo specialista, per conoscere, nel ‘78, il grande successo con Il cacciatore, sceneggiatura di Deric Washburn, vincitore di 5 premi Oscar (miglior film, regia, attore non protagonista, Christopher Walken, montaggio e sonoro).

Clayton, Pennsylvania: tre giovani amici, Mike (Robert de Niro), Nick (Walken) e Steven (John Savage), lavorano in un’acciaieria e il loro tempo libero si divide tra il bar e le battute di caccia al cervo. Subito dopo il matrimonio tra Steve e Angela, incinta, con tutta la comunità di origine russa riunita per la celebrazione e i festeggiamenti, i tre partono per il Vietnam, contro il quale l’America è in guerra; catturati dai Vietcong, subiscono varie torture, tra le quali la “roulette russa”, riuscendo a fuggire per iniziativa di Mike, ma, una volta in salvo, si disperderanno. Mike ritorna a casa, pluridecorato, fatica ad integrarsi nuovamente nella realtà sociale, cercando un minimo di vitalità nella relazione con Linda (Meryl Streep), Steven, che ha perso le gambe, non vuol saperne di uscire dall’ospedale e riunirsi alla sua famiglia, mentre Nick, ormai senza memoria, si è imboscato a Saigon, entrando nel giro delle scommesse legate alla “roulette russa”, da tortura divenuta tragico “gioco”, dove, nonostante l’intervento di Mike, trova la morte. La comunità si riunisce dopo il suo funerale intonando God bless America.

Film dalla struttura poco convenzionale, con una discontinuità che si fa stile, tra pause, dilatazioni e compressioni temporali, è suddiviso in due parti ben distinte: la prima descrive l’integrazione degli emigrati, tra lavoro, riti collettivi, l’attaccamento alle proprie tradizioni e il coevo, utopico, desiderio di sentirsi pienamente cittadini americani, tanto da offrire, retoricamente, se stessi alla nazione, partendo per la guerra; la seconda, nella giungla vietnamita, evidenzia il Caos che sconvolge ed annienta ogni esistenza, ogni barlume di sogno, dove neanche l’eroe positivo (Mike) riesce a riportare ordine e normalità. Scevro da appesantimenti morali o ideologici, Cimino volge all’etico più che al politico, mettendo in discussione l’epicità della guerra e metaforizzando la scelta della rimozione collettiva delle sue tragiche conseguenze piuttosto che l’elaborazione del lutto:è quanto simboleggia l’apparente contraddittorio finale, dove l’intonazione del citato inno sublima il ritrovato senso umano e civile della collettività, nella consapevolezza di una perdita.

Ciao Sandra

Sandra Mondaini

Sandra Mondaini

“E ora cosa farò senza di te?” Così Sandra Mondaini sei mesi fa, al funerale del suo Raimondo.Ora la domanda ha trovato risposta, si è ricomposta la coppia più litigiosa e più unita della tv: la popolare attrice e soubrette è morta, questa mattina poco prima delle 13, all’ospedale San Raffaele di Milano dove era ricoverata da circa 10 giorni. Aveva 79 anni: era nata l’1 settembre del 1931.

Sinceramente commosso, non riesco e non mi va assolutamente di scrivere altro, se non che la ricorderò sempre con affetto e con gioia per tutti i momenti felici, il buonumore che ha saputo regalare a quanti , come me, erano bimbi negli anni ’70, dagli immortali sketch matrimoniali, approdati sino a Casa Vianello, con quel “che barba che noia, che noia che barba…Io sono stufa eh…Buonanotte!” sapientemente reiterato, dalle geniali sigle-parodie finali dei vari spettacoli del sabato sera, alla stupenda, poetica, solare, intrisa anche di una certa malinconia, interpretazione del clown Sbirulino.

Sei stata cara Sandra, da sola o in coppia con quel brontolone di tuo marito, un esempio di donna di spettacolo superbamente completa, tra alta professionalità, eleganza, garbato humour e notevole presenza scenica. Ciao Sandra, un abbraccio a Raimondo e grazie.

I vincitori della V Edizione del Pentedattilo Film Festival

pentedattiloSi è conclusa domenica 19 settembre nel borgo antico del paese di Pentedattilo (RC) la V edizione del Pentedattilo Film Festival, Festival Internazionale di Cortometraggi, con la premiazione dei vincitori nelle varie sezioni previste. Ecco l’elenco delle opere vincitrici, con le motivazioni delle rispettive giurie .

SEZIONE TERRITORIO IN MOVIMENTO

Primo premio: Transit di Chris Roche (Inghilterra).”Per la capacità di raccontare in modo essenziale ma profondo la scoperta da parte di un bambino del mondo degli adulti in un incontro drammatico e colmo di sguardi ed emozioni”. Secondo premio: Tutto per te di Toma Waszarow (Bulgaria). “Un racconto cinematografico che è un salto nel tempo, un tempo presente popolato di personaggi solo apparentemente fantastici ma profondamente umani”. Terzo premio: Una scatola di bottoni di Maria Reyes Arias (Spagna). “Per la delicatezza e discrezione del racconto e la poetica della narrazione visiva su un tema quello della povertà particolarmente difficile da trattare”.

SEZIONE DOCUMENTARI

Premio miglior documentario: Unerthing the pen di Carol Salter (Inghilterra). “Perché dimostra che nel mondo moderno il potere della “penna” è importantissimo e può denunciare problemi vecchi e nuovi dei paesi in via di sviluppo. Inoltre, dimostra che questo potere è tenuto ben saldo dai paesi ricchi del mondo, infatti un giovane pastore africano intuisce che per migliorare il suo stato sociale deve avvicinarsi al potere della penna ma si rende conto che il sapere costa e a lui non è consentito perché non ha i soldi. C’è qualcuno che gli impedisce di crescere: l’Occidente ricco”. Segnalazione: I colori della memoria di Maurizio Marzolla (Italia). “Il documentario vuole focalizzare alcuni aspetti dell’immigrazione, di gente che fugge da miseria e guerre e di una Calabria democratica che la accoglie perché è una terra ospitale, perché non ha paura del diverso come non ha paura della ‘ndrangheta. Così, nella regione dei tragici fatti di Rosarno, il paese di Riace ha dimostrato di non aver paura degli immigrati. Questa è la Calabria che ha voltato pagina e che bisogna imitare perché questa regione è già in Europa. L’autore l’ha intuito e per questo ha sposato questa idea”.

SEZIONE CORTO DONNA

Premio Corto Donna Ex – Aequo a Cocculinelidae di Geraldine Frery (Francia) . “Per la raffinatezza stilistica che esalta la cura dei dettagli,in particolar modo la scenografia, in una scrittura originale e una interpretazione precisa e puntigliosa”. 5 Recuerdos di Oriana Alcaine e Alejandra Màrquez (Spagna). “Per uno sguardo che, evocando con levità e leggerezza il percorso reale e immaginifico della memoria, ci conduce per stratificazione in un racconto in cui tutti si possono riconoscere”.

CORTO GIOVANI

Vince la sezione Corto Giovani: Xie Zi di Giuseppe Marco Albano (Italia 2010). “Per la storia poetica raccontata con abile scelta delle inquadrature che, attraverso un’ottima interpretazione del piccolo protagonista, ci immerge in uno dei drammi sociali del nuovissimo millennio”.