Sansone

300594cd2d4ecc32d7-poster-italiano-di-sansone-164512Confesso di essermi accostato alla visione del film Sansone, è sempre sulla cresta dell’onda essenzialmente per obbedire ad una sorta di nostalgia imperante: memore delle gesta bizzarre dell’enorme e goffo cane danese rappresentate nelle vignette che apparivano sulle pagine del Topolino della mia infanzia, in genere “mute”, cioè accompagnate da brevi didascalie, senza fumetti, il bimbetto che ogni tanto si agita in me fremeva nel vederle visualizzate sul grande schermo, dando corpo ed anima a quanto di statico appariva sulla carta stampata.

Purtroppo, pur apprezzando quel minimo di simpatia scaturente da determinate situazioni che si sviluppano nel film, le aspettative sono andate deluse, attendendo invano sino alla fine la zampata decisiva (giusto per restare in tema) da parte di sceneggiatori (Tim Rasmussen e Vince Di Meglio) e regista (Tom Dey). Traendo spunto dalle strisce create nel 1954 da Brad Anderson, il plot narrativo prende le mosse dal trasferimento dei coniugi Winslow, Phil (Lee Pace) e Debbie (Judy Greer) e del loro cagnolone Sansone (Marmaduke è il nome originale) dal Kansas in California, dove Phil ha trovato lavoro come direttore del marketing per una ditta che produce cibo biologico per cani: come i suoi proprietari dovranno affrontare un nuovo stile di vita, il classico cambio di abitudini e reinventarsi un giro di amicizie, così sarà anche per l’ingombrante combina guai, tra la casa nuova, odori sconosciuti e un bellissimo parco dove poter fare nuove conoscenze, come la dolce collie Jezebel. Ma non sarà per niente facile inserirsi nella nuova comunità, tra pasticci d’ogni sorta, affiancato dal “fratello felino” Carlos, scontri con il rottweiler Bosco e il suo gruppo di cani di razza, avventure surreali tra tavole da surf e break dance…

Strutturato essenzialmente come un teen movie americano volto al canino, con tanto di parabola finale che parte dal mondo dei quattro zampe, vero protagonista, ed arriva a quello umano, tra integrazione, imparare ad accettarsi come si è e dare rilevanza agli affetti e a ciò che conta veramente nella vita, il film si rivolge in apparenza al pubblico dei giovanissimi e alle famiglie, volendo in realtà strizzare l’occhio a più di un cinofilo. Peccato si perda non tanto e non solo nei rivoli di gag ripetute e volgarotte, e in vari luoghi comuni, ma soprattutto nell’uso eccessivo della computer graphics per modellare labiale e comportamento canino su quello umano, ammiccando eccessivamente ai nostri vezzi e alle nostre idiosincrasie, compiacendo così suggestioni antropomorfiche piuttosto che puntare sul fascino reale proprio dei tanti cani attori (riferimento puramente cinofilo e non cinefilo) scodinzolanti negli anni sul grande schermo: sarò un nostalgico ma continuo a preferire gli espressivi uggiolii di Lassie e di Rin Tin Tin alla logorrea infinita dei cani parlanti, per quanto simpaticamente “doppiati” (la voce di Sansone è di Owen Wilson nell’originale, di Pupo in Italia).

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