Archivi del mese: agosto 2010

Uno sguardo alla 67ma Mostra del Cinema di Venezia, tra nuovi orizzonti, controcampi e retrospettive

venezia-67Al via da domani, mercoledì 1 settembre, la 67ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia, diretta da Marco Muller, che si concluderà sabato 11 con la consueta cerimonia di premiazione.La giuria, presieduta da Quentin Tarantino, si presenta piuttosto eterogenea, composta da personalità quali lo scrittore messicano Guillermo Arriaga, sceneggiatore dei film di Alejandro Gonzales Inarritu Amores Perros, 21 grammi e Babel, (vanta anche un debutto nella regia con The Burning Plain, in concorso a Venezia nel 2008); l’attrice lituana Ingeborga Dapkunaite, attiva a teatro e al cinema, spesso partecipe in alcuni film ad Hollywood ( Sette anni in Tibet); il regista e sceneggiatore francese Arnaud Desplechin, ritenuto fra i più promettenti eredi della Nouvelle Vague; il musicista e cantante statunitense Danny Elfman, che, dopo la fama ottenuta negli anni’70 con il gruppo musicale Mystic Knights of Oingo-Boingo, è divenuto dagli ’80 in poi uno dei più importanti compositori di colonne sonore (sue, in particolare, le musiche dei film di Tim Burton); il regista e sceneggiatore italiano Luca Guadagnino, (proprio a Venezia il suo esordio alla regia, The protagonists, ’99) ed infine Gabriele Salvatores, probabilmente il nostro regista, e sceneggiatore, dal respiro più internazionale.

Il Leone d’Oro alla Carriera sarà assegnato a John Woo, a testimonianza della forte presenza del cinema asiatico che da sempre caratterizza la Mostra, pur se quest’anno, per dichiarazione dello stesso Muller, in tale ambito si punterà più su autori commerciali, capaci comunque di estendere a livello internazionale, in un settore meno elitario, i loro dettami di stile, confermando così la generale linea programmatica volta all’attenta osservazione dei vari linguaggi della cultura cinematografica, anche a livello di sperimentazione. Previsti tre importanti omaggi: a dieci anni dalla scomparsa verrà ricordata la grande personalità di Vittorio Gassman, con la proiezione del film Vittorio racconta Gassman, una vita da mattatore, di Giancarlo Scarchilli, mentre nella ricorrenza del settantesimo compleanno di Bruce Lee vi sarà la proiezione, fuori concorso, del film di Andrew Law Legend of the First:The Return of Chen Zen, ideale prosecuzione della saga iniziata con Dalla Cina con furore. Sarà poi ricordato Dennis Hopper, l’attore americano simbolo del cinema indipendente, recentemente scomparso, con la proiezione di Fuga da Hollywood, ’71, film non molto noto, del quale fu regista ed interprete.Vista la vastità del programma, per consuete ragioni di brevità espositiva, mi limito a segnalare, nella sezione ufficiale, che sarà aperta da Black Swan di Darren Aronofsky, in primo luogo la, relativa, giovane età dei registi in gara (la media si aggira intorno ai 47 anni), che mettono in campo un’evidente volontà di prendersi i loro rischi, con il preciso obiettivo di impedire che le loro opere possano essere classificate in un genere ben preciso: questo lascia ben sperare per il futuro del cinema in generale, evidenziando ricambio e voglia di rinnovamento.

In secondo luogo la forte presenza di film italiani (più di 40, compresi medio e cortometraggi), probabile risposta, simbolica ma dalla forte valenza, alla crisi imperante e ai tagli al mondo della cultura in genere, di cui quattro in concorso: La passione, di Carlo Mazzacurati; La pecora nera di Ascanio Celestini, La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo, tratto dal bestseller di Paolo Giordano, che ha collaborato alla scrittura del film e Noi credevamo di Mario Martone, anche questo tratto da un’opera letteraria, l’omonimo libro di Anna Banti.

Tra gli altri buoni segnali, che evidenziano attenzione e rispetto per le varie forme ed anime del cinema, il rinnovamento della sezione Orizzonti, la cui giuria è presieduta dall’artista e regista iraniana Shirin Neshat (Leone d’Argento miglior regia lo scorso anno, per Zanan bedoone mardan, Donne senza uomini), che abbandona la suddivisione tra corti, eventi speciali, rassegne, per accogliere opere di ogni genere e durata, divenendo in definitiva un vero e proprio laboratorio, oltre che un concentrato di varie esperienze; la sezione Controcampo italiano, (dalla passata edizione fa il punto sulle tendenze del nostro cinema), che vede come presidente dell’apposita giuria Valerio Mastrandrea, con l’apertura affidata a I baci mai dati, scritto e diretto da Roberta la Torre; infine,l’importante retrospettiva La situazione comica (1937-1988) dedicata al cinema comico italiano, definitivo, speriamo, sdoganamento e doverosa, anche se tardiva, rivalutazione di opere ed autori che, per quanto visti da molti critici sempre in una ottica di basso profilo o comunque limitativa, tanto hanno dato al nostro cinema, contribuendo ad attribuirgli la definizione di “popolare” nel senso più alto e nobile del termine.

E’ morto Alain Corneau

cvAlain Corneau (foto), regista estremamente eclettico, dotato di una certa raffinatezza di stile e di un notevole acume dal punto di vista narrativo e psicologico, è morto ieri in un ospedale parigino. Era da tempo malato di cancro. Il 18 agosto è uscito l’ultimo suo film, Crimine d’amore, con Kristin Scott Thomas e Ludivine Sagnier, che sarà presentato fuori concorso al Festival di Roma. Nato ad Orleans nel 1943, Corneau avrebbe voluto fare il musicista jazz, infatti da ragazzo suonava la batteria in una band per le truppe Nato di stanza nella sua città natale, ma i suoi studi lo indirizzarono verso il cinema, al quale si dedicherà dopo un periodo di apprendistato con registi come Costa Gravas, Roger Corman e Josè Giovanni. L’inizio della sua carriera è rivolto al genere poliziesco: prendendo come punto di riferimento Fritz Lang e il noir americano, i suoi primi lavori omaggiano entrambi, oscillando tra stile da reportage ed una particolarmente acuta analisi di persone ed ambienti. Da ricordare in tale ambito Serie noire (Il codice del delitto, ’79), tratto da un romanzo di Jim Thompson, interpretato da Patrick Dewaere, Marie Trintignant, Myriam Boyer, Bernard Blier, e adattato e dialogato dallo scrittore Georges Perec. Ma, come ho scritto ad inizio articolo, Corneau era regista estremamente eclettico, amava cambiare, e lo dimostrano i vari “salti” nella sua filmografia: da superproduzioni come Fort Saganne, ’83, film incentrato sul passato coloniale francese, con Gerard Depardieu e Catherine Deneuve, si passa ad adattamenti letterari estremamente raffinati e sofisticati (Notturno indiano, dal romanzo di Tabucchi, o Stupeur et tremblements, dal romanzo di Amélie Nothomb). Certamente il film per il quale sarà ricordato rimane Tutte le mattine del mondo, ‘92, sempre tratto da un’opera letteraria (Pascal Quignard), film che ebbe grande successo conquistando il grande pubblico con la musica barocca francese, vera protagonista, pur nella sua “severità” di inquadrature fisse e dialoghi sin troppo letterari.

Epizephiry International Film Festival 2011 e il “Premio Nazionale Leopoldo Trieste”

La Direzione Artistica di Epizephiry International Film Festival è già al lavoro per definire le novità della quinta edizione della manifestazione che si terrà durante l’anno 2011, che si preannuncia ricca di film, proiezioni, mostre, retrospettive di alto livello.
In particolare la citata Direzione Artistica ha messo in atto un’operazione di rilevanza nazionale, portare all’interno del film festival il Premio Nazionale Leopoldo Trieste che dal 2004 era stato momentaneamente messo da parte dagli ideatori per motivi tecnici e di organizzazione. Al grande attore e sublime caratterista sarà quindi dedicato in primo luogo un premio che verrà assegnato, da una apposita giuria di esperti nominata dal Direttore Artistico in sintonia con i curatori del premio, al “miglior interprete” della sezione mediometraggi e docufiction selezionati tra i finalisti della quinta edizione e poi un’apposita retrospettiva con proiezioni, mostre e dibattiti nei giorni di svolgimento del Festival. I curatori di questa sezione speciale saranno Enzo Di Chiera (già collaboratore e giurato di EIFF) e Pino “Puccio” Circosta che già lo avevano ideato e organizzato a Caulonia (RC) negli anni 2003 e 2004.
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Leopoldo Trieste

Leopoldo Trieste

Leopoldo Trieste (Reggio Calabria, 3 maggio 1917 – Roma, 25 gennaio 2003) è stato un attore, regista, sceneggiatore e drammaturgo italiano. Nell’immediato dopoguerra fornì al teatro una trilogia sulla guerra e sulla violenza: La frontiera (1945), Cronaca (1946), N.N. (1947). Il secondo dramma ispirò poi liberamente il film di Claudio Gora Febbre di vivere (1953), cui Trieste collaborò. Lanciato come interprete da Federico Fellini (Lo sceicco bianco, 1952; I vitelloni, 1953), diresse a sua volta Città di notte (1958) e Il peccato degli anni verdi (1960), per dedicarsi poi totalmente alla carriera di caratterista, con frequenti apparizioni in commedie all’italiana (Divorzio all’italiana, 1961; Il medico della mutua, 1968; Piso Pisello, 1981) ma anche in grandi produzioni come Nuovo Cinema Paradiso, 1988, L’uomo delle stelle, 1995. Negli anni sessanta e settanta ha partecipato anche a diversi sceneggiati televisivi, quali Le inchieste del commissario Maigret e Il Circolo Pickwick.

Sansone

300594cd2d4ecc32d7-poster-italiano-di-sansone-164512Confesso di essermi accostato alla visione del film Sansone, è sempre sulla cresta dell’onda essenzialmente per obbedire ad una sorta di nostalgia imperante: memore delle gesta bizzarre dell’enorme e goffo cane danese rappresentate nelle vignette che apparivano sulle pagine del Topolino della mia infanzia, in genere “mute”, cioè accompagnate da brevi didascalie, senza fumetti, il bimbetto che ogni tanto si agita in me fremeva nel vederle visualizzate sul grande schermo, dando corpo ed anima a quanto di statico appariva sulla carta stampata.

Purtroppo, pur apprezzando quel minimo di simpatia scaturente da determinate situazioni che si sviluppano nel film, le aspettative sono andate deluse, attendendo invano sino alla fine la zampata decisiva (giusto per restare in tema) da parte di sceneggiatori (Tim Rasmussen e Vince Di Meglio) e regista (Tom Dey). Traendo spunto dalle strisce create nel 1954 da Brad Anderson, il plot narrativo prende le mosse dal trasferimento dei coniugi Winslow, Phil (Lee Pace) e Debbie (Judy Greer) e del loro cagnolone Sansone (Marmaduke è il nome originale) dal Kansas in California, dove Phil ha trovato lavoro come direttore del marketing per una ditta che produce cibo biologico per cani: come i suoi proprietari dovranno affrontare un nuovo stile di vita, il classico cambio di abitudini e reinventarsi un giro di amicizie, così sarà anche per l’ingombrante combina guai, tra la casa nuova, odori sconosciuti e un bellissimo parco dove poter fare nuove conoscenze, come la dolce collie Jezebel. Ma non sarà per niente facile inserirsi nella nuova comunità, tra pasticci d’ogni sorta, affiancato dal “fratello felino” Carlos, scontri con il rottweiler Bosco e il suo gruppo di cani di razza, avventure surreali tra tavole da surf e break dance…

Strutturato essenzialmente come un teen movie americano volto al canino, con tanto di parabola finale che parte dal mondo dei quattro zampe, vero protagonista, ed arriva a quello umano, tra integrazione, imparare ad accettarsi come si è e dare rilevanza agli affetti e a ciò che conta veramente nella vita, il film si rivolge in apparenza al pubblico dei giovanissimi e alle famiglie, volendo in realtà strizzare l’occhio a più di un cinofilo. Peccato si perda non tanto e non solo nei rivoli di gag ripetute e volgarotte, e in vari luoghi comuni, ma soprattutto nell’uso eccessivo della computer graphics per modellare labiale e comportamento canino su quello umano, ammiccando eccessivamente ai nostri vezzi e alle nostre idiosincrasie, compiacendo così suggestioni antropomorfiche piuttosto che puntare sul fascino reale proprio dei tanti cani attori (riferimento puramente cinofilo e non cinefilo) scodinzolanti negli anni sul grande schermo: sarò un nostalgico ma continuo a preferire gli espressivi uggiolii di Lassie e di Rin Tin Tin alla logorrea infinita dei cani parlanti, per quanto simpaticamente “doppiati” (la voce di Sansone è di Owen Wilson nell’originale, di Pupo in Italia).

Il segno di Zorro (The Mark of Zorro, 1940)

45Zorro (El Zorro, “la Volpe” in spagnolo) nasce in America, il 9 agosto 1919, nel racconto The Curse of Capistrano, dello scrittore Johnston McCulley, pubblicato a puntate sulla rivista“pulp” All-Story Weekly.

Ispirato alla Primula Rossa della baronessa Orczy, il personaggio opera in un’epoca storica non ben definita (“la California spagnola all’epoca della decadenza delle missioni”) ma ha una, o, meglio, due distinte personalità: Diego Vega (il “De” verrà in seguito) languido dandy annoiato, che rifugge la violenza e lo spavaldo alter ego in maschera, abile con la spada, che raramente uccide i suoi avversari, preferendo “marchiarli” con la “Z”. McCulley, non prevedendone il successo, aveva dato conclusione al racconto, con tanto di smascheramento finale, e un proseguimento non sembrava possibile. Invece, non solo ne pubblicò altri 63, sino al ‘59, ma vide subito il cinema fare proprie le sue avventure, ad appena due anni dall’esordio, grazie all’intuizione dell’attore Douglas Fairbanks Sr., che divenne la prima Volpe del grande schermo (The Mark of Zorro, Fred Niblo).

Douglas Fairbanks Sr.

Douglas Fairbanks Sr.

Da qui vari film (molte produzioni minori, italo spagnole in particolare), telefilm (la serie Disney degli anni ’50), cartoni animati e fumetti; in tale ultimo ambito, per ammissione del suo stesso autore, Bob Kane, Batman ne rappresenta la derivazione moderna.

21Il segno di Zorro del ’40, di Rouben Mamoulian, protagonista Tyrone Power, è certo la versione più elegante e curata, anche a distanza di anni, grazie ad una valida sceneggiatura (J.T.Foote, G.Fort, B. Meredyth) che espande e al contempo riduce il ruolo di alcuni personaggi del romanzo. Diego Vega, tra i migliori allievi dell’Accademia militare di Madrid, è richiamato a Los Angeles dal padre, alcalde della città.
In California la situazione è ben cambiata da quanto ricordava, il padre è stato costretto a dimettersi, in sua vece vi è Luis Quintero (E.G.Bromberg), spalleggiato dal capitano Esteban (Basil Rathbone) e il popolo è oppresso da tasse ingiuste, in un clima di paura e terrore; Diego dovrà agire con furbizia per far sì che il padre rioccupi il posto: fingendo modi leziosi, dà vita ad una pantomima che lo vede da un lato possidente annoiato, dall’altro scaltro cavaliere mascherato raddrizza torti.

Tyrone Power

Tyrone Power

Tra inseguimenti mozzafiato, travestimenti, duelli, avrà la meglio sul tiranno e riconquisterà la fiducia del padre e della donna di cui è innamorato, Lolita (Linda Darnell). Classico film di cappa e spada coinvolgente e spettacolare, venato di eroismo, romanticismo ed una certa ironia, dalla regia agile e attenta a valorizzare sia le scene di azione (il vertiginoso duello finale) che i giochi di ombre e luci della bella fotografia in bianco e nero di A.C. Miller; Power, apparendo più nei panni di Diego che in quelli di Zorro (poche le spacconate in costume nero e sciabola alla mano), ne offre un’interpretazione divertita e divertente, quasi teatrale nelle sue entrate in scena, tra giochi di prestigio, fazzoletto al naso ed estrema raffinatezza nella scelta di stoffe e profumi. Estremamente trascinante infine il commento musicale di Alfred Newman.

Tyrone Power e Linda Darnell

Tyrone Power e Linda Darnell

In anni recenti i tentativi di riportare in auge il mito sono quasi sempre falliti, non è più tempo di romantiche avventure e duelli, ma per chi ha conservato nel cuore un po’ di sana ingenuità, basteranno tre rapidi segni a mo’ di “Z” con il dito indice (come il Bernardo interpretato da Gene Sheldon nello Zorro televisivo della Disney) ad indicare il ritorno della leggenda.
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La prima parte di quest’articolo, dall’inizio sino a “…divenne la prima Volpe del grande schermo (The Mark of Zorro, Fred Niblo)” appare tra i bonus del dvd Il segno di Zorro (1920), di recente uscita nella collana D Cult by Ermitage, relativamente al capitolo “Dal libro al film”, senza citazione della fonte. Lusingato, convengo che abbiamo consultato gli stessi testi giungendo a medesime conclusioni.
Antonio Falcone, 21/02/2011
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Roccella Jazz Festival, trent’anni di maturità con uno sguardo al futuro

Roccella-Ionica-Jazz-Festival-2010-e1306342879877Coniugando qualità e capacità di andare incontro ai gusti del pubblico, più che assecondandolo, stimolandolo giorno dopo giorno a scoprire un programma estremamente ricco e variegato, il Roccella Jazz Festival conferma la felice intuizione di trent’anni fa, conferire un ruolo strategico alla cultura in un territorio ricco di valori come di asperità e contraddizioni.
La direzione artistica di Paolo Damiani ha intitolato l’edizione del trentennale Memorie Future, simbolo di tutto il lavoro svolto in questi anni, produzioni originali, sperimentazioni, la commistione tra linguaggi diversi, concepire la manifestazione come luogo d’incontro tra musicisti di aree geografiche ed espressioni artistiche diverse, facendo guadagnare la platea anche a realtà emergenti, patrimonio acquisito e valida base per l’avvenire.

Abbandonando la natura itinerante degli ultimi anni, serata inaugurale a parte (Reggio Calabria), Roccella si è trasformata in una cittadella del jazz, con alcune esibizioni non più concentrate nei luoghi “classici” (ex Convento dei Minimi, Auditorium, Teatro al Castello), ma “vaganti” tra la Piazza San Vittorio e il Porto delle Grazie. Una felice idea, frutto di un originale ragionamento sul concetto di spazio e luogo per la musica, che sfrutta alcuni dei luoghi simbolo del paese, conferendogli valenza artistica, nuove sfumature e potenzialità espressive, coinvolgendo sia artisti che cittadini. In quest’ottica di ripensamento del territorio e della sua rivalutazione non appare poi del tutto stonata l’associazione con la Mostra mercato dell’artigianato e dell’enogastronomia, volta a presentarne le migliori produzioni locali.

Impossibile elencare, per esigenze di brevità espositiva, ogni singola rappresentazione, sicuramente da ricordare, tra i “pomeriggi”, la performance di Rita Marcotulli e Rocco Papaleo, con la pianista che ha dato vita ad una musicalità estremamente originale, ricca di virtuosismi mai fini a se stessi, giusto contrappunto alla recitazione dell’attore, sospesa tra rassegnazione e sarcasmo misti ad un certo disincanto; il concerto-reading dello scrittore Flavio Soriga, che partendo dall’idea di un’ isola immaginaria e simbolica ha dato vita ad un viaggio, non solo letterario, sospeso tra storia e gesta picaresche; il recital Và fuori straniero di Stefano Benni, incentrato sul contrasto doloroso tra noi dimentichi di essere stati i migranti di ieri e l’accoglienza che riserviamo ai migranti di oggi. Riguardo le serate, Diane Schuur in testa, per averci fatto sentire dal vivo la sua forza espressiva e la straordinaria estensione vocale, contraddistinta da potenza e flessibilità pur nella caratterista inflessione blues, Mirko Geurrini e il suo Cirko, struggente espressione musicale del contrasto circense tra il bianco e l’augusto, il clown intelligente e arguto, misurato, e quello invece fuori misura, irriverente e pasticcione; Steve Kuhn e la sua eccelsa tecnica espressa al pianoforte, valorizzata ed estremizzata dall’espressionismo jazz scaturente dal sassofono della special guest Ravi Coltrane.

Splendida torta di compleanno per la serata finale di ieri, 21 agosto: sul palco del Teatro al castello si è esibito dapprima il Quartetto trionfale composto da Gunter Baby Sommer, batterista e percussionista, icona del movimento free tedesco, Manfred Schoof alla tromba, tra i fondatori del suddetto movimento, Gianluigi Trovesi, uno dei più originali e creativi jazzisti europei, al sassofono e Barre Phillips al contrabbasso: i quattro arzilli “vecchietti” hanno dato vita ad una esibizione piuttosto particolare, connotata tanto della loro tipica innovazione con cui hanno dominato per anni la scena europea contemporanea, che da un modo divertito di fare musica che li contraddistingue attualmente, un non facile connubio tra stile, soavità, estro, genialità ed improvvisazione. A seguire Roccellanea 30 anni dopo, felice trait d’union tra passato e futuro, con ancora Trovesi al sassofono, Paolo Damiani al contrabbasso e Paolo Fresu alla tromba, che ha incantato il pubblico con quelle tonalità a dir poco uniche, estremamente ammalianti, calde e personali, legate sia alla realtà della propria terra, la Sardegna, che aperte verso forme artistiche più moderne, abbracciando diverse culture e forme artistiche. Lo stesso Fresu, insieme al percussionista indiano Trilok Gurtu e al compositore e pianista cubano Omar Sosa, ha tracciato nell’esibizione che ha posto la parola fine a questa riuscita edizione del trentennale, le linee, musicali e non, simbolicamente, del prossimo futuro: tre voci uniche e consapevoli della propria diversità, riunite in un grande progetto che fonde mirabilmente insieme elementi musicali appartenenti alle rispettive etnie, unendo tradizione e modernità, in una continua esplorazione dal magico afflato.

Ciao “Ferribotte”

Tiberio Murgia

Tiberio Murgia

Tiberio Murgia, uno dei più noti caratteristi della commedia all’italiana, è morto ieri all’età di 81 anni a Tolfa, in provincia di Roma, in una casa di cura per anziani. Forse il suo nome non dirà nulla a molti, a meno che non lo si colleghi a quel soprannome che contraddistingueva il personaggio nel geniale film di Mario Monicelli del ’58, I soliti ignoti: Ferribotte (storpiatura dell’inglese ferry boat, il battello di collegamento tra Calabria e Sicilia), il siciliano tutto d’un pezzo, possessivo e geloso (segregava in casa la sorella Carmela, una splendida Laura Cardinale, chiudendo la porta a doppia mandata ad ogni uscita).

In realtà Murgia, volto dai tratti marcatamente meridionali, era sardo, essendo nato a Oristano nel 1929 ed in quasi tutti i film venne doppiato, ripetendo praticamente all’infinito il prototipo originario, anche se i suoi ruoli da caratterista hanno sempre lasciato il segno : oltre i sequel L’audace colpo dei soliti ignoti e I soliti ignoti vent’anni dopo, da ricordare sicuramente La grande guerra (1959, sempre di Monicelli), Caccia alla volpe (1966, regia di Vittorio De Sica), La ragazza con la pistola (1968, ancora diretto da Monicelli, con Monica Vitti) e poi, tutte le volte gustosi, ruoli in pellicole sempre più commerciali sino agli anni Settanta e le quasi inevitabili partecipazioni della commedia erotica all’italiana. Per molti, me compreso, resterà sempre Ferribotte, indimenticabile nel suo rimbrotto alla sorella: “Carmela, componiti che c’è il tuo fidanzato…”