Quando la moglie è in vacanza (The Seven Year Itch, 1955)

xxxxNew York, estate. Richard Sherman (Tom Ewell) lavora in una piccola casa editrice, che ristampa libri classici, attualizzandoli “erotizzandone” titolo e copertina (Piccole donne diviene I segreti del dormitorio delle vergini). Accompagna, come tanti mariti costretti a restare in città a lavorare, la moglie Helen (Evelyn Keyes), con la quale è sposato da sette anni, e il figlio Ricky alla stazione, in partenza nel Maine per una vacanza: le solite raccomandazioni (non bere, non fumare) e rientra nel suo comodo appartamento, dotato in ogni stanza di condizionatore d’aria, con buoni propositi, niente tentazioni di focose avventure come gli altri “scapoli causa ferie”, pranzo al ristorante vegetariano…

Ma l’incontro fortuito con un’ avvenente fanciulla bionda (Marilyn Monroe), una modella pubblicitaria che occupa l’appartamento sopra il suo, fa crollare immediatamente quel muro fatto di perbenismo e pulsioni represse da tipico uomo medio americano, questa ragazza così candidamente ingenua ed aperta alla vita fa sì che gli si parino innanzi ogni frustrazione o desiderio mai realizzato; la fantasia galoppa, eccolo improbabile seduttore dal “fluido animale” in varie situazioni piccanti, o ricambiato nel tradimento dalla moglie con un amico di famiglia. I due escono insieme, vanno al cinema, la complicità è evidente, fantasia e realtà iniziano a confondersi tra di loro…riuscirà Richard a resistere “al prurito del settimo anno”, come recita il titolo originale?

Tratto dall’omonima piece teatrale di George Axelrod, qui sceneggiatore insieme al regista del film, Billy Wilder, Quando la moglie è in vacanza è una sophisticated comedy volta alla satira, intrisa di caustico umorismo e sberleffi alla morale comune americana, con annotazioni gustose riguardo tutto ciò che si delinea timidamente nel panorama del XX secolo per poi divenire mito imperante (il consumismo, la televisione, il salutismo).

Molti poi i richiami cinefili, pur in un linguaggio meta cinematografico dovuto a quel sottile filo che lega realtà ed immaginazione rappresentato dalla splendida Marilyn: riguardo i primi vi sono vari riferimenti ai generi e alle loro convenzioni, espressi in chiave ironica tramite sketch di chiara matrice teatrale, mentre per il secondo aspetto la morbida attrice è perfetta nell’esprimere quell’impalpabile bellezza che diviene sempre più consistente (celebre la scena della gonna sollevata dallo sbuffo del passaggio della metropolitana), un ben studiato gioco di specchi, come il suo erotismo “ingenuo”, tra contrastanti richiami e contraddizioni; è infatti pronta ad entrare nel mito da un lato, l’ enfatizzazione del suo ingresso in scena, e contemporaneamente uscirne dall’altro, quando la vediamo apparire con i sacchetti della spesa in mano: davanti a noi l’icona immaginifica visualizzante l’ eterno contrasto tra la grande diva e la ragazza della porta accanto, svampita e sbadata, colta nell’essenzialità della sua normalità e nella labilità imposta da tale continuo camaleontismo.

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