Archivi del mese: luglio 2010

Addio a Suso Cecchi D’Amico

Suso Cecchi D'Amico

Suso Cecchi D’Amico

E’ morta a Roma, a 96 anni, dopo una lunga malattia, Suso Cecchi D’amico, certamente, senza paura d’esagerare, la più grande sceneggiatrice del cinema italiano. Il suo esordio risale al 1946 con il film Mio figlio professore di Renato Castellani, scritto insieme al padre e al commediografo Aldo De Benedetti.

Da qui ha inizio un’attività che la porterà a lavorare insieme ai più grandi esponenti del neorealismo italiano, l’anno seguente infatti scrive insieme a Piero Tellini la sceneggiatura del film L’Onorevole Angelina diretto da Luigi Zampa, con cui lavorerà fino al 1952, per iniziare subito dopo una fertile collaborazione artistica con Ennio Flaiano e con Cesare Zavattini (a partire da Ladri di biciclette di Vittorio De Sica).

Gli anni ’50 sono quelli in cui Suso dà il meglio di sé, sfruttando la sua grande capacità di analizzare con acutezza ed estrema profondità di pensiero la difficile realtà italiana del dopoguerra, tra sopravvivenza, ricostruzione ed attesa di una nuova rinascita economica che sfocierà nel boom degli anni Sessanta: è la sceneggiatrice abituale di registi quali Antonioni ( I vinti ‘52, La signora senza camelie ‘53, Le amiche ’55), Rosi (La sfida ’58, I Magliari ’59, Salvatore Giuliano ’62), Visconti in particolare (da Bellissima ’51 a L’Innocente ‘76), ma anche Comencini e Monicelli, nella grande stagione della “commedia all’italiana”, senza dimenticare poi notevoli lavori per la tv, adattamenti di romanzi in particolare (Le avventure di Pinocchio ‘72 di Comencini), o i kolossal di Zeffirelli ( La bisbetica domata ‘66, Fratello Sole, Sorella Luna ‘72 e Gesù di Nazareth ‘77 ).

Attiva sino a buona parte degli anni ’90, Suso Cecchi D’amico ha rappresentato una felice sintesi tra perfezione, eleganza, sensibilità e pregevolezza intellettuale mai fine a sé stessa, trasferendo l’arte di saper fare cinema in un raffinato lavoro di scrittura.

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Quando la moglie è in vacanza (The Seven Year Itch, 1955)

xxxxNew York, estate. Richard Sherman (Tom Ewell) lavora in una piccola casa editrice, che ristampa libri classici, attualizzandoli “erotizzandone” titolo e copertina (Piccole donne diviene I segreti del dormitorio delle vergini). Accompagna, come tanti mariti costretti a restare in città a lavorare, la moglie Helen (Evelyn Keyes), con la quale è sposato da sette anni, e il figlio Ricky alla stazione, in partenza nel Maine per una vacanza: le solite raccomandazioni (non bere, non fumare) e rientra nel suo comodo appartamento, dotato in ogni stanza di condizionatore d’aria, con buoni propositi, niente tentazioni di focose avventure come gli altri “scapoli causa ferie”, pranzo al ristorante vegetariano…

Ma l’incontro fortuito con un’ avvenente fanciulla bionda (Marilyn Monroe), una modella pubblicitaria che occupa l’appartamento sopra il suo, fa crollare immediatamente quel muro fatto di perbenismo e pulsioni represse da tipico uomo medio americano, questa ragazza così candidamente ingenua ed aperta alla vita fa sì che gli si parino innanzi ogni frustrazione o desiderio mai realizzato; la fantasia galoppa, eccolo improbabile seduttore dal “fluido animale” in varie situazioni piccanti, o ricambiato nel tradimento dalla moglie con un amico di famiglia. I due escono insieme, vanno al cinema, la complicità è evidente, fantasia e realtà iniziano a confondersi tra di loro…riuscirà Richard a resistere “al prurito del settimo anno”, come recita il titolo originale?

Tratto dall’omonima piece teatrale di George Axelrod, qui sceneggiatore insieme al regista del film, Billy Wilder, Quando la moglie è in vacanza è una sophisticated comedy volta alla satira, intrisa di caustico umorismo e sberleffi alla morale comune americana, con annotazioni gustose riguardo tutto ciò che si delinea timidamente nel panorama del XX secolo per poi divenire mito imperante (il consumismo, la televisione, il salutismo).

Molti poi i richiami cinefili, pur in un linguaggio meta cinematografico dovuto a quel sottile filo che lega realtà ed immaginazione rappresentato dalla splendida Marilyn: riguardo i primi vi sono vari riferimenti ai generi e alle loro convenzioni, espressi in chiave ironica tramite sketch di chiara matrice teatrale, mentre per il secondo aspetto la morbida attrice è perfetta nell’esprimere quell’impalpabile bellezza che diviene sempre più consistente (celebre la scena della gonna sollevata dallo sbuffo del passaggio della metropolitana), un ben studiato gioco di specchi, come il suo erotismo “ingenuo”, tra contrastanti richiami e contraddizioni; è infatti pronta ad entrare nel mito da un lato, l’ enfatizzazione del suo ingresso in scena, e contemporaneamente uscirne dall’altro, quando la vediamo apparire con i sacchetti della spesa in mano: davanti a noi l’icona immaginifica visualizzante l’ eterno contrasto tra la grande diva e la ragazza della porta accanto, svampita e sbadata, colta nell’essenzialità della sua normalità e nella labilità imposta da tale continuo camaleontismo.

L’armata Brancaleone (1966)

9260L’armata Brancaleone, di Mario Monicelli, anche sceneggiatore insieme ad Age & Scarpelli è un film genialmente prorompente nella sua forza diversiva dalla classica “commedia all’italiana”, tanto da divenire fenomeno di costume, visto che ancora oggi si parla di “armata Brancaleone” per indicare qualche sgangherata compagnia volta al compimento di imprese ben al di sopra delle proprie potenzialità.

Un cavaliere arriva in uno sperduto villaggio, appena assaltato dai briganti,e li mette in fuga, ma a sua volta viene assalito da dei ladruncoli che, dopo averlo sopraffatto, lo gettano in un fosso; tra quanto sottrattogli, il ricettatore Abacuc (Carlo Pisacane)trova una pergamena che attesta l’investitura del feudo di Aurocastro:occorre convincere qualcuno a sostituirsi al defunto ed unirsi a lui nel prendere possesso delle terre. Fa al caso tal Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman), cavaliere male in arnese, che si mette al comando della scalcinata compagnia: lungo il percorso incapperanno in varie avventure: l’incontro con il bizantino Teofilatto (Gian Maria Volontè) ed una compagnia di penitenti capeggiata dal frate Zenone (Enrico Maria Salerno), l’occupazione e la fuga da una città in preda alla peste, il salvataggio di una promessa sposa (Catherine Spaak)…

Pur con qualche slegamento che si delinea man mano nella narrazione, il film è mirabile in primo luogo per l’idioma adoperato dai personaggi, geniale miscuglio di vari dialetti italiani e latino maccheronico, gergo popolano e linguaggio altisonante dai risvolti a dir poco esilaranti, poi per demitizzare il Medioevo dei ricordi scolastici, allontanandosi da un’iconografia oleografica e romantica, offrendone una rilettura certo nuova ed originale, sfruttandone i luoghi comuni e deformandoli giocando sul filo dell’ironia e del grottesco per stemperare il tono estremamente realistico della narrazione, pur in un impatto visivo e scenografico quantomeno originale (vedi i costumi di Piero Gherardi).

Con qualche debito figurativo verso la filmografia giapponese ( La sfida del samurai, Kurosawa, ’61) e attingendo ad una ricca sorgente letteraria (dal Don Chisciotte di Cervantes al Cavaliere inesistente di Calvino, passando per Pulci), si delinea la poetica cara al regista: l’antieroismo, la presa in giro del genere avventuroso, piccoli uomini che divengono protagonisti della Storia, anche loro malgrado, tra cavalieri ben lontani dal mito, straccioni, appestati e morti di fame, protesi al Cielo come speranza ma saldamente attaccati alla terra nella lotta per sopravvivere; indimenticabile l’interpretazione dell’immenso Gassman, tra teatralità e fregolismo, smargiasso e sbruffone, un po’ ronin, il samurai senza padrone, anche nel look, e un po’ Don Chisciotte, fermo seguace di un codice cavalleresco in cui sembra credere solo lui, nonostante la vita gli offra, spesso ed inesorabilmente, il conto; ma tutti gli attori offrono gustose interpretazioni, come il decadente Teofilatto di Volontè e l’invasato frate di Salerno. Da ricordare le musiche di Rustichelli e il riuscito sequel Brancaleone alle crociate, ‘70.

Mino Damato, sensibilità e professionalità

Mino Damato

Mino Damato

Se ne è avuta notizia solo ieri, domenica 18 luglio: Mino Damato è morto venerdì pomeriggio, all’età di 72 anni. Uomo serio, schivo, estremamente sensibile, ottimo giornalista e conduttore televisivo innovativo, tra i primi, se non il primo, a credere in quella che oggi viene definita infotainment, “l’informazione come intrattenimento”: da ricordare al riguardo, nel 1983 Italia sera, con al fianco Enrica Bonaccorti e soprattutto l’edizione 1985-86 di Domenica in, che Damato ha condotto con Elisabetta Gardini, Gina Lollobrigida e il Trio Lopez-Marchesini-Solenghi, riuscendo ad inserire nel classico contenitore festivo di Raiuno un po’ di tutto, alla stregua di un rotocalco settimanale, dall’informazione giornalistica al varietà, passando per il mondo dello spettacolo, sempre con quel tocco di sensibilità e sincera umanità che contraddistingueva la sua figura.

Erasmo “Mino” Damato era nato a Napoli, il 1° dicembre 1937 ed aveva intrapreso la professione di giornalista nel 1965, lavorando da subito con le grandi testate ed entrando in Rai come inviato speciale tre anni più tardi, proseguendo quest’attività sino al 1987 (corrispondente di guerra dal Bangladesh, Vietnam, Irlanda del Nord, Istraele, Cambogia, Afghanistan), alternandola con la conduzione di vari programmi (oltre a quelli citati ad inizio articolo, occorre segnalare Avventura, Tam tam, Esplorando, Alla ricerca dell’arca). Ultimamente, ormai lontano dalla tv, si era dedicato con impegno costante al mondo del volontariato, fondando nel 1995 l’associazione Bambini in emergenza di cui era presidente e direttore operativo, trasformandola due anni dopo in Fondazione, una Onlus ancora oggi attiva, in particolare in Romania, nell’aiutare bimbi abbandonati e colpiti dall’Hiv, come lo era la piccola Andreea , adottata dal giornalista nell’87 e morta nel ’96.“Sono sempre rimasto colpito dai bambini, sono i primi a pagare il prezzo più alto delle società in difficoltà” : in questa frase c’è tutto Mino Damato, non credo occorra aggiungere altro per ricordare un grande uomo e un abile professionista.

“Il dono” di Claudio Sottocornola: riscopriamo la progettualità della vita

feqwHo conosciuto Claudio Sottocornola, ordinario di Filosofia e Storia a Bergamo, nell’estate del 2009, in occasione della presentazione presso la Bibliomediateca Comunale “Armando la Torre” di Siderno del suo bel libro di poesie Giovinezza addio (1974-1994-Diario di fine ‘900 in versi).

Ebbi anche modo di intervistarlo e scoprire così una personalità a dir poco unica, un moderno filosofo che fa della filosofia il punto centrale del suo personale discorso intellettuale, avvalendosi di un affascinante percorso interdisciplinare che lo porta ad affrontare varie tematiche con originalità e sempre con coerenza e lucidità di pensiero, a partire da quel pop, diminutivo di popular come ha sempre tenuto a precisare, da vedersi come un termine non a valenza riduttiva bensì estensiva, il cui linguaggio ha studiato e criticato con particolare riferimento alla musica “leggera”.Da ricordare al riguardo le sue “lezioni-concerto” e la trilogia musicale L’appuntamento in cd e dvd, dove si mette in gioco come interprete di note canzoni, italiane e straniere, con una certa efficacia.

Lunedì scorso, grazie al fattivo impegno della citata Bibliomediateca Comunale, che si esprime nel valente operato delle collaboratrici operanti nella struttura, Gisella Costa e Francesca Iacopetta, preparate, gentili e sensibili, che hanno al loro attivo interessanti e riusciti progetti di collaborazione con le scuole del comprensorio, è stato possibile seguire Sottocornola nella presentazione di un particolare percorso tra immagini, poesie e pensieri Il giardino di mia madre ed altri luoghi, con The gift-Il dono, prezioso saggio esplicativo del suddetto percorso, nonché dono, appunto, di un professore ai suoi allievi maturandi al termine dell’anno scolastico, un invito a divenire parte attiva in quel complesso progetto che è la vita. Illustrata anche la sua nuova raccolta di poesie Nugae, nugellae, lampi, che si ricollega alla precedente Giovinezza addio, con un nostalgico ritorno indietro nel tempo.

Relatrici la giornalista Maria Teresa D’Agostino e la giornalista e scrittrice Lidia Zitara, abili nell’introdurne la figura, la prima sottolineandone l’anticonvenzionalità nell’approccio ai temi della poesia e della filosofia, la seconda soffermandosi sull’idea del giardino come luogo, deposito di ricordi individuali e collettivi, abbandonando il burocratico termine “area verde” da intendersi come estensione superficiale ed area circoscritta. Il professore ha inizialmente spiegato la ragione che lo ha spinto ad affrontare la tematica del giardino, elevandola a metafora di vita: la morte improvvisa della madre nel 2003, anche in seguito ad errori ed omissioni umane, che gli ha fatto subito risaltare il contrasto tra il suo modo di essere, altruista e generoso, attiva in varie attività di volontariato, e quel cinico disinteresse verso la vita umana, come ogni altra forma di vita, che sembra ormai essersi impossessato di una parte della nostra società.

Il giardino è luogo di cura, di ricerca della bellezza, del’armonia, come anche di responsabilità e di lavoro per far risaltare tutto ciò, quindi metafora di un vivere civile, improntato tanto all’affermazione di sé che al rispetto verso il prossimo: ecco quindi farsi avanti il concetto a lui caro dello stretto legame tra cultura e vita, che deve essere tanto forte da permettere il superamento dell’ormai dominante “pensiero debole”, che, come sagacemente illustra nel libro, può essere tanto “una forte luce per cui tutte le cose brillano allo stesso modo o una notte indistinta con pochi lampi”, per cui riplasma il nostro paesaggio culturale offrendoci da un lato la possibilità di mettere in discussione tutti quei contenuti o quelle gerarchie di valori a lungo dati per certi, ma dall’altro ci allontana da ogni priorità, direzione, speranza o metodologia di vita.

Occorre tornare ad una progettualità della vita, capire che ciascuno di noi riguardo a valori come la bellezza, la democrazia, la giustizia, ha un mythos fondativo diverso, fatto di volti, esperienza, familiarità, abitudini che assurgono ad una profondità e ad una attrazione che va ben al di là di ogni concezione astratta e che solo accettando tale diversità si può comprendere o comunque carpire la prospettiva da cui ha origine, empatizzando con la sua interpretazione, sino ad arrivare all’evangelico “amare il prossimo come sé stessi”: si delinea allora un ritorno alla vita sociale, ad una vita di relazione e comunione, senza che la nostra identità possa essere determinata da ciò, perché la realtà è ben più grande di noi, ci travalica e ci precede, con l’amore e la sua logica a trionfare.

Quest’ ultima è “estetica, manifestativa, artistica, gratuita e varia…libera e geniale perché in grado di suscitare sempre nuovi linguaggi ed esperienze…il suo movimento è incessante, la creatività che l’attraversa coinvolge non solo gli uomini, ma l’ultimo granello di polvere e Dio stesso”. Un percorso originale, diretto pur tra metafore e simbolismi, quello delineato da Sottocornola, che ci porta ad apprezzare quel dono che ci è stato fatto, la vita, il talento donatoci che non abbiamo saputo far fruttare, persi tra egoismi ed ipocrisie: “Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete ma non vedrete. Perchè il cuore di questo popolo si è indurito, son diventati duri di orecchi e han chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, per non sentire con gli orecchi”(Mt. 13, 10-17, che riprende Isaia 6, 9-11).

L’esorcista ( The Exorcist, 1973)

la-locandina-di-l-esorcista-7728Molti film sono divenuti fenomeno di costume e origine di veri e propri generi, più per l’acume di aver saputo cogliere il momento adatto nel produrli e girarli, che per essere propriamente dei capolavori, come L’esorcista, che William Friedkin, regista dal polso fermo attento alle esigenze commerciali, trasse, nel ’73, dall’omonimo bestseller di William Peter Blatty, autore della sceneggiatura. Hollywood tornava a produrre gli horror con ingenti mezzi finanziari, come negli anni trenta, e gli effetti speciali (Dick Smith) divenivano, per la prima volta, parte integrante del film.

Il plot narrativo introduce, con studiata lentezza, il tema dominante, il conflitto tra Bene e Male, presentando i vari personaggi che troveremo riuniti nel tragico finale: l’anziano padre Merrin (Max Von Sydow), durante alcuni scavi archeologici nell’Iraq del Nord rinviene una medaglietta e poi una strana statuetta, raffigurante un demone; Georgetown, Washington, il giovane padre Karras (Jason Miller), gesuita, è costretto a trasferire la madre malata, tra sensi di colpa e la fede che vacilla, in una casa di riposo, dove morirà; nella stessa città, in una grande casa, vive l’attrice MacNeil (Ellen Burstyn), separata dal marito, con la figlia 12enne Regan (Linda Blair), afflitta da vari malesseri (strani sogni, furore isterico, cambio di voce, eloquio scurrile) che si accompagnano a fenomeni inspiegabili (sinistri rumori, finestre che sbattono, il letto che si muove); i lunghi e dolorosi esami medici e le visite psichiatriche non ne vengono a capo e si fa spazio, tra l’incredulità, l’ipotesi di una possessione diabolica, da sconfiggere con un esorcismo: ecco intervenire Merrin e Karras, la lotta sarà terribile, morto il primo, solo il sacrificio del secondo, che si lascia possedere dal diavolo per poi gettarsi dalla finestra, salverà Regan.

Pur se molti effetti, a distanza di tempo, appaiono risibili (la testa di Regan che ruota a 360 gradi, il vomito verde), l’impatto emotivo è sempre emozionante e disturbante, estremamente realistico, giocato sulla psicologia dei vari personaggi, sull’attesa ed una certa ambiguità di fondo, mostrandoci con piglio documentaristico tutti gli esami cui viene sottoposta la povera ragazza, sottolineato dalla quasi totale assenza della colonna sonora; il dramma della possessione si insinua in crescendo, con il conflitto tra le due forze in campo, in odor di metafora,che non ha come scenario un vecchio e isolato maniero, ma una casa borghese, devastata nella sua quotidianità dall’irrompere dell’irrazionale, trovando poi fertile campo nei meandri delle cattive coscienze e nella perdita di fiducia verso quanto scienza e progresso dovrebbero assicurare a livello di razionalità e conquiste sociali. Due Oscar (miglior sceneggiatura non originale e sonoro); tre sequel (’77 ,’90, diretto da Blatty, 2004), un restauro dell’originale con reintegro di alcune scene (2000) e ripoff di vario genere come la parodia L’Esorciccio (’75 ,Ciccio Ingrassia).

Intervista a Giovanni Scaramuzzino

In data 29 aprile 2017 Tele Mia per comporre un articolo ha ripreso in parte, senza citarla, una mia intervista al collega Scaramuzzino di qualche anno addietrohttp://www.telemia.it/2017/04/locride-rc-giovanni-scaramuzzino-roccella-jonica-voce-storica-dello-sport-della-rai/

Interpellati i responsabili della pagina Facebook dell’emittente televisiva hanno risposto “picche”, ripubblicando il post senza alcuna correzione riguardo il “prelevamento”, oltre ad aver cancellato il mio commento con riferimento all’ intervista…

Un’ode conclamata alla deontologia professionale.

Ai posteri.

Antonio Falcone   

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Giovanni Scaramuzzino

Il nome del giornalista Giovanni Scaramuzzino  (nato a Reggio Calabria il 29 novembre 1967, ma roccellese di adozione) è legato soprattutto al mondo dello sport e del ciclismo: ci ha infatti emozionato al seguito del Giro d’Italia dal 1996, del Tour de France e delle grandi classiche dal 1998, radio-trasmettendo in diretta le fasi finali delle corse dalla sella di una moto, un’esperienza certo molto particolare, ben visualizzata nel suo libro Fino all’ultimo chilometro. Il Giro d’Italia da una motocicletta (Geo Edizioni, 2005).

Ha da poco pubblicato anche un interessante romanzo dal titolo: Come quando ascoltiamo le partite alla radio. Storie di sport minuto per minuto, edito dalla SEI di Torino, un affascinante intreccio di storie e personaggi legati all’ascolto, non solo in sottofondo, della cronaca di una partita trasmessa alla radio, attingendo così anche all’altra sua grande passione dopo il ciclismo, il calcio: telecronista delle partite del campionato di calcio di Serie A per La Grande Giostra dei Gol di Rai-International, è poi passato in pianta stabile a Radio Rai, è una delle voci della ormai storica trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto, ha seguito da inviato i Giochi della XXVIII Olimpiade ad Atene e quelli della XXIX Olimpiade di Pechino e recentemente dal Sud Africa ci ha raccontato con la professionalità e passionale verve dai vari stadi le partite del Mondiale 2010. Contattato telefonicamente per un’intervista, Giovanni mi ha amabilmente narrato le sue ultime attività di scrittore e giornalista.

Dopo Fino all’ultimo chilometro. Il Giro d’Italia da una motocicletta (Geo Edizioni), basato sulle tue esperienze nel seguire in diretta l’importante competizione agonistica, ora la tua ultima fatica, Come quando ascoltiamo le partite alla radio. Storie di sport minuto per minuto(Sei), un libro forse meno diretto del primo, ma ugualmente emozionante, un vero e proprio romanzo, che si ammanta di toni surreali, tra ricordi lontani, ritorno al presente e capacità di descrivere i vari protagonisti “dal vero”, come persone “normali”…

VF2RF“In effetti è così. Il romanzo nasce dalla necessità di voler raccontare una visione dello sport, dei suoi protagonisti e della nostra Calabria così come ce li ricordiamo e così come desideriamo, ma forse è un’utopia, che possano ancora essere. In un’epoca dove nello sport contano i diritti, soprattutto quelli televisivi, mi piaceva scrivere una storia dove fossero in evidenza i cosiddetti doveri anche, perché no, quelli degli sportivi nei confronti del pubblico. Se dobbiamo dare un inizio alla storia che è appena diventata un libro, direi che tutto è cominciato nel febbraio del 1979, quando ho assistito dal vivo a Catanzaro-Inter, prima partita di Serie A della mia vita. Ebbene quei giocatori si potevano vedere, applaudire, toccare. Ci potevi parlare senza troppe barriere. Il loro numero telefonico, a cominciare da quello del capitano dei giallorossi Gianni Improta, era sull’elenco cittadino. Cose inconcepibili al giorno d’oggi”.

Tra digitale terrestre, nuove e varie offerte televisive, internet, insomma in questo nuovo villaggio globale, la radio ha ancora un senso, riesce a mantenere intatto il suo fascino un po’ d’antan, magari rivolto ad un pubblico di fedelissimi ?

“Me ne sono accorto ai mondiali sudafricani, soprattutto confrontando il nostro lavoro e la nostra impostazione italiana di radiocronisti con quella dei colleghi brasiliani, spagnoli, olandesi, messicani, ivoriani etc. La radio non avrebbe ragione d’essere se non trasmettesse in primo luogo emozioni nei confronti di chi ascolta . A qualunque latitudine e con qualsiasi lingua. Non importa lo strumento, ma conta l’effetto. Violino, chitarra, pianoforte o sassofono: a che servono se non si usano per produrre dei suoni che emozionano chi ascolta? La radio è questa. Gli altri mezzi d’informazione ormai sviscerano la partita di calcio, la gara di basket, la corsa di ciclismo, in moto o di Formula Uno in ogni benché minimo aspetto. Magari te la fanno anche vedere, ma non te la fanno respirare, annusare, non te la fanno vivere, come invece fa la radio. Per questo nel romanzo, tutte le storie, tutti gli intrecci, da quelli più delicati a quelli vigorosamente più intensi sono legati all’ascolto di una radiocronaca sportiva che non fa soltanto da sottofondo alle vicende dei protagonisti”.

Nell’ambito della tua esperienza di questi ultimi anni come giornalista sportivo, cosa è veramente cambiato nel mondo dello sport, in particolare rispetto a quanto seguivamo da ragazzi? La mia impressione è che ormai in tutti i suoi ambiti, dal calcio all’ automobilismo, si dia più importanza al fattore denaro rispetto a quello umano, riducendo la passione e l’entusiasmo di un tempo, quasi si volesse “capitalizzare” il successo…

“Tutto e subito. Sembra questa la parola d’ordine del nuovo millennio. Lo sport non fa eccezione perché legato a doppio filo all’immediato: nel calcio è finita da tempo l’epoca dei grandi presidenti di provincia come Rozzi, Ceravolo, Anconetani capaci di concludere accordi con allenatori e giocatori sulla base di una semplice stretta di mano. Adesso anche i contratti più blindati valgono per modo di dire, basti vedere la relativa facilità con cui il tecnico dell’Inter José Mourinho si è liberato dai vincoli con la squadra nerazzurra per firmare con il Real Madrid subito dopo la conquista della Champions League”.

Come vedi da giornalista il mondo dell’informazione in Italia? Al di là della tristemente nota “legge bavaglio”, ha ancora un senso nel nostro paese parlare di libertà d’informazione, quando ormai è sotto gli occhi di tutti una neanche tanto velata imposizione di consenso mediatico? Con l’eccezione dei soliti “indiani confinati nella riserva” assistendo ad un telegiornale, reti pubbliche e private, sembra sia stata messa in onda una trasmissione a reti unificate…

“La libertà di informazione deve nascere anzitutto dalla libertà di coscienza. Faccio un esempio che nasce dalla mia attività di giornalista sportivo. Per poter essere libero di elogiare o criticare una squadra, un arbitraggio, un allenatore o un giocatore, ritengo sia indispensabile, prima di ogni altra cosa, evitare con cura alcune cose, come ad esempio chiedere biglietti omaggio di ingresso allo stadio per parenti o amici. In questo modo nessuno può venirti a rinfacciare nulla e nella cronaca, nel commento e nei giudizi rispondi solo a te stesso. Tutte le cose più grandi scaturiscono dalle piccole”.

E nella nostra regione, la Calabria dove sei nato e cresciuto, cosa te ne pare del settore dell’informazione? Quali i problemi da superare e gli errori da evitare e, soprattutto, che consigli daresti a quanti desiderino avvicinarsi all’attività giornalistica o dar vita ad una nuova realtà, nell’ambito della carta stampata o della radio e della televisione?

“Di avere passione, di crederci, di non arrendersi alle prime difficoltà. Uno dei protagonisti del romanzo è un radiocronista di un’emittente locale. Sarà lui a dare una bella lezione di giornalismo e di altruismo ai cosiddetti grandi dell’informazione proprio perché attento nei confronti di quei particolari che sembrano all’apparenza insignificanti. In questo mestiere credo che senza umiltà e curiosità non si vada da nessuna parte. Chi si sente arrivato dopo i primi anni di attività e chi giudica i colleghi in base alla testata dove lavorano dovrebbe ricordare che i protagonisti sono sempre gli altri, non chi racconta la loro storia, ma chi la vive, sia esso un fatto di cronaca, di politica, di economia, di sport o di spettacolo. In conclusione, un bravo giornalista è tale sia che lavori in un foglio condominiale o rionale sia che giunga ad essere la prima firma di un prestigioso quotidiano che tira un milione di copie. Senza entusiasmo non si va da nessuna parte. In questo senso, un derby tra Marina di Gioiosa e Roccella, tra Locri e Siderno, tra Bovalinese e Ardore vale quanto Brasile-Olanda ai Mondiali di calcio ovvero anche la più piccola emittente locale ha la sua grande dignità adattandosi a quelle che sono le esigenze del proprio pubblico senza però divenirne schiava, anzi contribuendo a una crescita collettiva che dà senso professionale al nostro lavoro. E infine mai cadere nel tranello della presunzione. Un giornalista non deve dimostrare di sapere tutto, ma deve essere per prima cosa capace di sapere dove cercare e dove trovare le cose che non sa”.