Archivi del mese: luglio 2010

Addio a Suso Cecchi D’Amico

Suso Cecchi D'Amico

Suso Cecchi D’Amico

E’ morta a Roma, a 96 anni, dopo una lunga malattia, Suso Cecchi D’amico, certamente, senza paura d’esagerare, la più grande sceneggiatrice del cinema italiano. Il suo esordio risale al 1946 con il film Mio figlio professore di Renato Castellani, scritto insieme al padre e al commediografo Aldo De Benedetti.

Da qui ha inizio un’attività che la porterà a lavorare insieme ai più grandi esponenti del neorealismo italiano, l’anno seguente infatti scrive insieme a Piero Tellini la sceneggiatura del film L’Onorevole Angelina diretto da Luigi Zampa, con cui lavorerà fino al 1952, per iniziare subito dopo una fertile collaborazione artistica con Ennio Flaiano e con Cesare Zavattini (a partire da Ladri di biciclette di Vittorio De Sica).

Gli anni ’50 sono quelli in cui Suso dà il meglio di sé, sfruttando la sua grande capacità di analizzare con acutezza ed estrema profondità di pensiero la difficile realtà italiana del dopoguerra, tra sopravvivenza, ricostruzione ed attesa di una nuova rinascita economica che sfocierà nel boom degli anni Sessanta: è la sceneggiatrice abituale di registi quali Antonioni ( I vinti ‘52, La signora senza camelie ‘53, Le amiche ’55), Rosi (La sfida ’58, I Magliari ’59, Salvatore Giuliano ’62), Visconti in particolare (da Bellissima ’51 a L’Innocente ‘76), ma anche Comencini e Monicelli, nella grande stagione della “commedia all’italiana”, senza dimenticare poi notevoli lavori per la tv, adattamenti di romanzi in particolare (Le avventure di Pinocchio ‘72 di Comencini), o i kolossal di Zeffirelli ( La bisbetica domata ‘66, Fratello Sole, Sorella Luna ‘72 e Gesù di Nazareth ‘77 ).

Attiva sino a buona parte degli anni ’90, Suso Cecchi D’amico ha rappresentato una felice sintesi tra perfezione, eleganza, sensibilità e pregevolezza intellettuale mai fine a sé stessa, trasferendo l’arte di saper fare cinema in un raffinato lavoro di scrittura.

Quando la moglie è in vacanza (The Seven Year Itch, 1955)

xxxxNew York, estate. Richard Sherman (Tom Ewell) lavora in una piccola casa editrice, che ristampa libri classici, attualizzandoli “erotizzandone” titolo e copertina (Piccole donne diviene I segreti del dormitorio delle vergini). Accompagna, come tanti mariti costretti a restare in città a lavorare, la moglie Helen (Evelyn Keyes), con la quale è sposato da sette anni, e il figlio Ricky alla stazione, in partenza nel Maine per una vacanza: le solite raccomandazioni (non bere, non fumare) e rientra nel suo comodo appartamento, dotato in ogni stanza di condizionatore d’aria, con buoni propositi, niente tentazioni di focose avventure come gli altri “scapoli causa ferie”, pranzo al ristorante vegetariano…

Ma l’incontro fortuito con un’ avvenente fanciulla bionda (Marilyn Monroe), una modella pubblicitaria che occupa l’appartamento sopra il suo, fa crollare immediatamente quel muro fatto di perbenismo e pulsioni represse da tipico uomo medio americano, questa ragazza così candidamente ingenua ed aperta alla vita fa sì che gli si parino innanzi ogni frustrazione o desiderio mai realizzato; la fantasia galoppa, eccolo improbabile seduttore dal “fluido animale” in varie situazioni piccanti, o ricambiato nel tradimento dalla moglie con un amico di famiglia. I due escono insieme, vanno al cinema, la complicità è evidente, fantasia e realtà iniziano a confondersi tra di loro…riuscirà Richard a resistere “al prurito del settimo anno”, come recita il titolo originale?

Tratto dall’omonima piece teatrale di George Axelrod, qui sceneggiatore insieme al regista del film, Billy Wilder, Quando la moglie è in vacanza è una sophisticated comedy volta alla satira, intrisa di caustico umorismo e sberleffi alla morale comune americana, con annotazioni gustose riguardo tutto ciò che si delinea timidamente nel panorama del XX secolo per poi divenire mito imperante (il consumismo, la televisione, il salutismo).

Molti poi i richiami cinefili, pur in un linguaggio meta cinematografico dovuto a quel sottile filo che lega realtà ed immaginazione rappresentato dalla splendida Marilyn: riguardo i primi vi sono vari riferimenti ai generi e alle loro convenzioni, espressi in chiave ironica tramite sketch di chiara matrice teatrale, mentre per il secondo aspetto la morbida attrice è perfetta nell’esprimere quell’impalpabile bellezza che diviene sempre più consistente (celebre la scena della gonna sollevata dallo sbuffo del passaggio della metropolitana), un ben studiato gioco di specchi, come il suo erotismo “ingenuo”, tra contrastanti richiami e contraddizioni; è infatti pronta ad entrare nel mito da un lato, l’ enfatizzazione del suo ingresso in scena, e contemporaneamente uscirne dall’altro, quando la vediamo apparire con i sacchetti della spesa in mano: davanti a noi l’icona immaginifica visualizzante l’ eterno contrasto tra la grande diva e la ragazza della porta accanto, svampita e sbadata, colta nell’essenzialità della sua normalità e nella labilità imposta da tale continuo camaleontismo.

Toy Story 3-La grande fuga-3D

zx4“Mai giudicare un libro dalla copertina”, recita un vecchio adagio e quindi, allargando il discorso, mai giudicare un film dal numero di sequel che negli anni si sono aggiunti al prototipo originale, magari per semplice partito preso. Prendiamo il recente Toy Story 3-La grande fuga: dopo il bel film d’esordio (Toy Story-Il mondo dei giocattoli,’95) e il riuscito sequel (Toy Story 2-Woody e Buzz alla riscossa, ‘99) c’era da temere che la Disney-Pixar avesse perso slancio inventivo, affidandosi all’imperante tecnica del 3D essenzialmente per suscitare meraviglia, e mai per fini strettamente funzionali.

Niente di quanto paventato, invece, perché il film, Lee Unkrich alla regia e Michael Arndt alla sceneggiatura, si presenta valido sia da punto di vista tecnico-qualitativo che dei contenuti, riuscendo a conciliare carica innovativa e creatività con l’umorismo e la capacità di suscitare emozioni, senza dimenticare citazioni cinefile ed un parco uso dei dialoghi e del citato 3D, che evidenzia la volontà di andare oltre al puro cartoon, travalicandone la a volte necessaria elementarità narrativa, per dar vita ad un “film in carne e ossa”, capace di far riflettere e commuovere adulti e bambini. Il plot narrativo vede l’ormai sedicenne Andy iniziare il suo viaggio verso il mondo degli adulti, avvicinandosi la partenza per il college: è il momento di lasciare la sua stanza, che ora occuperà la sorellina Molly, ed ovviamente quei giocattoli che hanno dato un’anima alle sue giornate da bambino, compagni di gioco e di vita, avendolo accompagnato fedelmente in tante immaginarie avventure in quel magico mondo della Fantasia, libero da schemi e dove tutto è possibile.

Ed ora che fine faranno lo sceriffo Woody, il pupazzo spaziale Buzz Lightyear, Mr e Mrs Potato e tutti gli altri, dalla cowgirl Jessy al dinosauro Rex? Il classico scatolone in soffitta? La discarica? Nulla di tutto ciò, per un disguido finiranno all’ asilo Sunnyside.Come? Quale posto migliore per loro? Purtroppo l’asilo è occupato da altri giocattoli, capeggiati dall’apparente pacioccone Orsacchiotto tanti abbracci, peluche al gusto di fragola, in realtà vero e proprio “boss”, che li confina in una stanza, soggetti ai giochi sin troppo movimentati dei bambini più piccoli. Occorre escogitare un piano di fuga…

Pur giocando su situazioni ed interpretazioni già ben rodate, il film riesce ad andare ben al di là del semplice stupore che ti prende per la cura di ogni minimo dettaglio e l’ impagabile realismo, dando vita a nuove, gustose, caratterizzazioni, giocando sul trendy e sul sentimentale (Barbie e Ken) o sul tema del doppio (il peluche aguzzino, le ombre sinistre null’asilo di notte, che lo trasformano in un campo di concentramento): dal punto di vista puramente legato all’azione, grande spazio all’ attuazione del citato piano (con rimandi al celebre La grande fuga o al recente Galline in fuga, restando nell’ambito dell’animazione), da quello strettamente contenutistico, rilevante è il tema del tempo che passa, senza alcuna immaginifica sospensione temporale dove si è costretti a restare o eterni bambini o eterni adulti, suggerendo dunque la necessità di un passaggio obbligato, magari riuscendo a salvaguardare quel fanciullino di pascoliana memoria che, pensiamoci bene, ancora pulsa nei nostri cuori. Nell’attuale “deserto delle anime” forse un cartoon ci salverà.

L’armata Brancaleone (1966)

9260L’armata Brancaleone, di Mario Monicelli, anche sceneggiatore insieme ad Age & Scarpelli è un film genialmente prorompente nella sua forza diversiva dalla classica “commedia all’italiana”, tanto da divenire fenomeno di costume, visto che ancora oggi si parla di “armata Brancaleone” per indicare qualche sgangherata compagnia volta al compimento di imprese ben al di sopra delle proprie potenzialità.

Un cavaliere arriva in uno sperduto villaggio, appena assaltato dai briganti,e li mette in fuga, ma a sua volta viene assalito da dei ladruncoli che, dopo averlo sopraffatto, lo gettano in un fosso; tra quanto sottrattogli, il ricettatore Abacuc (Carlo Pisacane)trova una pergamena che attesta l’investitura del feudo di Aurocastro:occorre convincere qualcuno a sostituirsi al defunto ed unirsi a lui nel prendere possesso delle terre. Fa al caso tal Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman), cavaliere male in arnese, che si mette al comando della scalcinata compagnia: lungo il percorso incapperanno in varie avventure: l’incontro con il bizantino Teofilatto (Gian Maria Volontè) ed una compagnia di penitenti capeggiata dal frate Zenone (Enrico Maria Salerno), l’occupazione e la fuga da una città in preda alla peste, il salvataggio di una promessa sposa (Catherine Spaak)…

Pur con qualche slegamento che si delinea man mano nella narrazione, il film è mirabile in primo luogo per l’idioma adoperato dai personaggi, geniale miscuglio di vari dialetti italiani e latino maccheronico, gergo popolano e linguaggio altisonante dai risvolti a dir poco esilaranti, poi per demitizzare il Medioevo dei ricordi scolastici, allontanandosi da un’iconografia oleografica e romantica, offrendone una rilettura certo nuova ed originale, sfruttandone i luoghi comuni e deformandoli giocando sul filo dell’ironia e del grottesco per stemperare il tono estremamente realistico della narrazione, pur in un impatto visivo e scenografico quantomeno originale (vedi i costumi di Piero Gherardi).

Con qualche debito figurativo verso la filmografia giapponese ( La sfida del samurai, Kurosawa, ’61) e attingendo ad una ricca sorgente letteraria (dal Don Chisciotte di Cervantes al Cavaliere inesistente di Calvino, passando per Pulci), si delinea la poetica cara al regista: l’antieroismo, la presa in giro del genere avventuroso, piccoli uomini che divengono protagonisti della Storia, anche loro malgrado, tra cavalieri ben lontani dal mito, straccioni, appestati e morti di fame, protesi al Cielo come speranza ma saldamente attaccati alla terra nella lotta per sopravvivere; indimenticabile l’interpretazione dell’immenso Gassman, tra teatralità e fregolismo, smargiasso e sbruffone, un po’ ronin, il samurai senza padrone, anche nel look, e un po’ Don Chisciotte, fermo seguace di un codice cavalleresco in cui sembra credere solo lui, nonostante la vita gli offra, spesso ed inesorabilmente, il conto; ma tutti gli attori offrono gustose interpretazioni, come il decadente Teofilatto di Volontè e l’invasato frate di Salerno. Da ricordare le musiche di Rustichelli e il riuscito sequel Brancaleone alle crociate, ‘70.

Mino Damato, sensibilità e professionalità

Mino Damato

Mino Damato

Se ne è avuta notizia solo ieri, domenica 18 luglio: Mino Damato è morto venerdì pomeriggio, all’età di 72 anni. Uomo serio, schivo, estremamente sensibile, ottimo giornalista e conduttore televisivo innovativo, tra i primi, se non il primo, a credere in quella che oggi viene definita infotainment, “l’informazione come intrattenimento”: da ricordare al riguardo, nel 1983 Italia sera, con al fianco Enrica Bonaccorti e soprattutto l’edizione 1985-86 di Domenica in, che Damato ha condotto con Elisabetta Gardini, Gina Lollobrigida e il Trio Lopez-Marchesini-Solenghi, riuscendo ad inserire nel classico contenitore festivo di Raiuno un po’ di tutto, alla stregua di un rotocalco settimanale, dall’informazione giornalistica al varietà, passando per il mondo dello spettacolo, sempre con quel tocco di sensibilità e sincera umanità che contraddistingueva la sua figura.

Erasmo “Mino” Damato era nato a Napoli, il 1° dicembre 1937 ed aveva intrapreso la professione di giornalista nel 1965, lavorando da subito con le grandi testate ed entrando in Rai come inviato speciale tre anni più tardi, proseguendo quest’attività sino al 1987 (corrispondente di guerra dal Bangladesh, Vietnam, Irlanda del Nord, Istraele, Cambogia, Afghanistan), alternandola con la conduzione di vari programmi (oltre a quelli citati ad inizio articolo, occorre segnalare Avventura, Tam tam, Esplorando, Alla ricerca dell’arca). Ultimamente, ormai lontano dalla tv, si era dedicato con impegno costante al mondo del volontariato, fondando nel 1995 l’associazione Bambini in emergenza di cui era presidente e direttore operativo, trasformandola due anni dopo in Fondazione, una Onlus ancora oggi attiva, in particolare in Romania, nell’aiutare bimbi abbandonati e colpiti dall’Hiv, come lo era la piccola Andreea , adottata dal giornalista nell’87 e morta nel ’96.“Sono sempre rimasto colpito dai bambini, sono i primi a pagare il prezzo più alto delle società in difficoltà” : in questa frase c’è tutto Mino Damato, non credo occorra aggiungere altro per ricordare un grande uomo e un abile professionista.

“Il dono” di Claudio Sottocornola: riscopriamo la progettualità della vita

feqwHo conosciuto Claudio Sottocornola, ordinario di Filosofia e Storia a Bergamo, nell’estate del 2009, in occasione della presentazione presso la Bibliomediateca Comunale “Armando la Torre” di Siderno del suo bel libro di poesie Giovinezza addio (1974-1994-Diario di fine ‘900 in versi).

Ebbi anche modo di intervistarlo e scoprire così una personalità a dir poco unica, un moderno filosofo che fa della filosofia il punto centrale del suo personale discorso intellettuale, avvalendosi di un affascinante percorso interdisciplinare che lo porta ad affrontare varie tematiche con originalità e sempre con coerenza e lucidità di pensiero, a partire da quel pop, diminutivo di popular come ha sempre tenuto a precisare, da vedersi come un termine non a valenza riduttiva bensì estensiva, il cui linguaggio ha studiato e criticato con particolare riferimento alla musica “leggera”.Da ricordare al riguardo le sue “lezioni-concerto” e la trilogia musicale L’appuntamento in cd e dvd, dove si mette in gioco come interprete di note canzoni, italiane e straniere, con una certa efficacia.

Lunedì scorso, grazie al fattivo impegno della citata Bibliomediateca Comunale, che si esprime nel valente operato delle collaboratrici operanti nella struttura, Gisella Costa e Francesca Iacopetta, preparate, gentili e sensibili, che hanno al loro attivo interessanti e riusciti progetti di collaborazione con le scuole del comprensorio, è stato possibile seguire Sottocornola nella presentazione di un particolare percorso tra immagini, poesie e pensieri Il giardino di mia madre ed altri luoghi, con The gift-Il dono, prezioso saggio esplicativo del suddetto percorso, nonché dono, appunto, di un professore ai suoi allievi maturandi al termine dell’anno scolastico, un invito a divenire parte attiva in quel complesso progetto che è la vita. Illustrata anche la sua nuova raccolta di poesie Nugae, nugellae, lampi, che si ricollega alla precedente Giovinezza addio, con un nostalgico ritorno indietro nel tempo.

Relatrici la giornalista Maria Teresa D’Agostino e la giornalista e scrittrice Lidia Zitara, abili nell’introdurne la figura, la prima sottolineandone l’anticonvenzionalità nell’approccio ai temi della poesia e della filosofia, la seconda soffermandosi sull’idea del giardino come luogo, deposito di ricordi individuali e collettivi, abbandonando il burocratico termine “area verde” da intendersi come estensione superficiale ed area circoscritta. Il professore ha inizialmente spiegato la ragione che lo ha spinto ad affrontare la tematica del giardino, elevandola a metafora di vita: la morte improvvisa della madre nel 2003, anche in seguito ad errori ed omissioni umane, che gli ha fatto subito risaltare il contrasto tra il suo modo di essere, altruista e generoso, attiva in varie attività di volontariato, e quel cinico disinteresse verso la vita umana, come ogni altra forma di vita, che sembra ormai essersi impossessato di una parte della nostra società.

Il giardino è luogo di cura, di ricerca della bellezza, del’armonia, come anche di responsabilità e di lavoro per far risaltare tutto ciò, quindi metafora di un vivere civile, improntato tanto all’affermazione di sé che al rispetto verso il prossimo: ecco quindi farsi avanti il concetto a lui caro dello stretto legame tra cultura e vita, che deve essere tanto forte da permettere il superamento dell’ormai dominante “pensiero debole”, che, come sagacemente illustra nel libro, può essere tanto “una forte luce per cui tutte le cose brillano allo stesso modo o una notte indistinta con pochi lampi”, per cui riplasma il nostro paesaggio culturale offrendoci da un lato la possibilità di mettere in discussione tutti quei contenuti o quelle gerarchie di valori a lungo dati per certi, ma dall’altro ci allontana da ogni priorità, direzione, speranza o metodologia di vita.

Occorre tornare ad una progettualità della vita, capire che ciascuno di noi riguardo a valori come la bellezza, la democrazia, la giustizia, ha un mythos fondativo diverso, fatto di volti, esperienza, familiarità, abitudini che assurgono ad una profondità e ad una attrazione che va ben al di là di ogni concezione astratta e che solo accettando tale diversità si può comprendere o comunque carpire la prospettiva da cui ha origine, empatizzando con la sua interpretazione, sino ad arrivare all’evangelico “amare il prossimo come sé stessi”: si delinea allora un ritorno alla vita sociale, ad una vita di relazione e comunione, senza che la nostra identità possa essere determinata da ciò, perché la realtà è ben più grande di noi, ci travalica e ci precede, con l’amore e la sua logica a trionfare.

Quest’ ultima è “estetica, manifestativa, artistica, gratuita e varia…libera e geniale perché in grado di suscitare sempre nuovi linguaggi ed esperienze…il suo movimento è incessante, la creatività che l’attraversa coinvolge non solo gli uomini, ma l’ultimo granello di polvere e Dio stesso”. Un percorso originale, diretto pur tra metafore e simbolismi, quello delineato da Sottocornola, che ci porta ad apprezzare quel dono che ci è stato fatto, la vita, il talento donatoci che non abbiamo saputo far fruttare, persi tra egoismi ed ipocrisie: “Voi udrete, ma non comprenderete, guarderete ma non vedrete. Perchè il cuore di questo popolo si è indurito, son diventati duri di orecchi e han chiuso gli occhi, per non vedere con gli occhi, per non sentire con gli orecchi”(Mt. 13, 10-17, che riprende Isaia 6, 9-11).

A-Team

9777Probabilmente per una sorta di rivalsa maturata nel tempo o semplicemente perché prima o poi certe prese di posizioni sono destinate ad essere ribaltate, se è vero che la televisione ha dato parecchi calci negli stinchi al cinema, lo è altrettanto che quest’ultimo, rappresentato da sceneggiatori al minimo storico d’originalità creativa, abbia preso letteralmente d’assalto quanto elaborato dalla prima nell’ambito dei vari serial, in particolare di quelli più famosi (da Charlie’s Angels a Starsky & Hutch, senza dimenticare Vita da strega, Hazzard o Sex and the City).

I risultati hanno spesso dimostrato una certa vacuità dell’operazione nel suo complesso, valida solo come anabolica dimostrazione di forza e capacità di strizzare l’occhio alle nuove generazioni: è quanto accade in quest’ultima trasposizione dal piccolo al grande schermo di un telefilm cult degli anni ’80, quell’A-Team creato da Stephen J. Cannell e Frank Lupo, a suo modo simbolo di una nuova modalità di realizzazione della televisione americana del periodo, budget risicati, molte idee, sceneggiature sempliciotte ma dai dialoghi efficaci, validi interpreti e soprattutto la voglia di non prendersi troppo sul serio, tutto il contrario di quanto fa il pur bravo Joe Carnahan, regista e sceneggiatore (insieme a Brian Bloom e Skip Woods).

Venendo, brevemente, al plot narrativo, troviamo l’ A-Team, un commando composto dal colonnello John “Hannibal” Smith (Liam Neeson, nell’originale era George Peppard), Templeton “Sberla” Peck (Bradley Cooper), H.M. Murdock (Sharito Copley) e Bosco “P.E.” Baracus (Quinton “Rampage” Jackson) dapprima in Messico e poi a fianco dell’esercito americano in Iraq (che sostituisce il Vietnam originario): accusati, ingiustamente, di un crimine che non hanno commesso: vengono degradati e condannati a dieci anni di carcere militare, ma Hannibal , che ama “i piani ben riusciti”, non è tipo da arrendersi, non solo vi è in gioco il proprio nome e quello della sua squadra, ma non dimentica la missione che gli era stata originariamente affidata, scovare e mandare all’aria un traffico con il Medio Oriente di matrici atte a falsificare i dollari americani…

Puntando sulla solita iperbole propria di produzioni simili, il film stordisce ma non convince, facendo dimenticare al più presto nel fracasso generale qualche battuta e situazione divertente, e non riuscendo mai ad approfondire quello che poteva essere il tema portante del film, e che poi era proprio del telefilm, una certa anarchia di fondo che si fa beffe, tra situazioni bislacche e paradossali, di un militarismo spesso becero e idiota. Dovendo, giocoforza, visti gli anni passati dal “papà” televisivo, evitare tante ingenuità di fondo come la quasi assenza di morti nonostante inseguimenti e sparatorie varie, puntando su una rutilante messinscena con dovizia di effetti speciali e approfondendo comunque le psicologie dei quattro protagonisti, dai semplici abbozzi che erano nel serial, il regista non va oltre un vacuo divertimento, la solita “baracconata” spettacolare, volta a far risaltare il nulla, deludendo tanto vecchi che, eventuali, nuovi fan.