Intervista ad Antonio Tallura

fdsaHo avuto modo di intervistare Antonio Tallura (foto), noto attore teatrale, televisivo e cinematografico, nativo di Locri (RC), diplomatosi all’ Accademia d’Arte Drammatica Pietro Scharoff di Roma nell’81, in occasione della IV edizione dell’Epizephiry International Film Festival, del quale è responsabile della giuria tecnica, mentre la direzione artistica organizzativa è di Renato Mollica, suo ideatore. Abbiamo poi parlato delle sue esperienze nell’ambito del mondo dello spettacolo e come insegnante presso la Scuola di Cinema di Roma, concludendo con un accenno ai suoi prossimi impegni lavorativi. Chiedo venia ai lettori per la lunghezza del testo, ma quando mi trovo a parlare di cinema, del mondo dello spettacolo in genere, con una persona poi che di quel mondo fa parte, sguazzo come un maialino nella fanghiglia, o, se preferite un’immagine più poetica, come un paperotto nello stagno.

Parlaci della tua esperienza come responsabile della giuria tecnica dell’ Epizephiry International Film Festival: tra tutte le opere presentate, oltre quelle entrate in finale, quali sono le principali tendenze emerse?

“La principale tendenza di tutti i film è costituita essenzialmente dal flashback emotivo, sul ricordo dell’infanzia, avendo tutti a che fare con una scuola di pensiero che, a livello cinematografico, e limitatamente all’ Europa, si riallaccia alle opere di Wim Wenders, ma tra i 610 filmati che ci sono giunti, hanno convinto, nelle varie sezioni in cui è suddiviso il Festival, soprattutto quelli che vertevano su temi sociali attuali o sull’innovazione tecnologica: riguardo quest’ultimo aspetto, infatti, il premio per il miglior “corto” è stato assegnato a Home, di Francesco Filippi, girato con la webcam, lavorando sulla prima pagina di Windows e facendo interagire con quest’ultima una persona: più che una grande innovazione, un modo delicato di affrontare il tema della tecnologia, della realtà virtuale, attingendo allo spirito fantastico di Alice nel paese delle meraviglie, con il computer che funge da nuova porta di passaggio tra immaginario e reale.
Riguardo i temi sociali, da segnalare la menzione speciale come miglior soggetto a Generoso Est, di Marco Zangardi, che affronta il tema delle tante donne provenienti dall’ Est europeo e che in Italia si ritrovano a fare le badanti, tra pregiudizi e l’ipocrisia di molti che vogliono ignorare il problema.
Un film crudo, che ti sbatte in faccia la realtà, un po’come i nostri film neorealisti, ma senza la mediazione della poesia, che coinvolge lo spettatore nell’ ambiguità del rapporto badante/anziano, facendogli inizialmente credere quanto si aspetta, cioè che uno dei due approfitterà dell’altro.
Miglior mediometraggio è risultato La vita accanto di Giuseppe Pizzo, un poliziotto che ha collaborato con Garrone per il film Gomorra: affronta la realtà napoletana della delinquenza giovanile, tra ironia e crudeltà, sino al ravvedimento finale, con una partita a pallone a simboleggiare, più che il recupero della giovinezza, come certe fasi evolutive siano necessarie alla crescita. Vorrei anche ricordare il premio per il miglior documentario a Diario di un curato di montagna, di Stefano Saverioni, dove un prete della Lucania parla in prima persona dei problemi della Chiesa e che ha generato un tale dibattito da far creare due giurie apposite, coinvolgendo le scuole secondarie di Bova Marina e Gerace, perché si confrontassero su un tema tanto delicato e controverso. Da sottolineare che gran parte delle opere giunte da vari paesi europei godono del pieno appoggio tanto delle Istituzioni che di vari Enti, spesso con tanto di logo dell’Università, mentre qui in Italia, con poche eccezioni, tutto questo manca, e ciò è molto triste”.

Qual è, in sostanza, l’importanza di questo Festival, per la Calabria e la zona della Locride nello specifico?

“Essenzialmente è il concretizzarsi di un’idea, in un territorio dove di idee ve ne sono poche o, mi spiego meglio, ce ne sono, ma è totalmente assente l’ambizione delle persone di portarle avanti, credendoci fino in fondo, come ha fatto invece il suo ideatore, Renato Mollica, che ha creduto fortemente nel progetto di un qualcosa magari non rientrante tra le urgenze strettamente necessarie, che non porta soldi o servilismi vari, ma dà voce, in un piccolo paese della Locride, Marina di Sant’Ilario, dove non vi è un cinema o un teatro, a un forte messaggio, prettamente culturale, senza le solite pomposità o la pretesa di volere essere un prodotto di nicchia. Un evento certamente di rilievo, che può contare sul Patrocinio Istituzionale della Regione Calabria, dell’ Assessorato alle Politiche Sociali della Provincia di Reggio Calabria e del Comune di Sant’Ilario dello Jonio, e che vede importanti partner nella Scuola di Cinema di Roma, nell’ Università della Calabria, Corso di Laurea specialistica in Linguaggio dello Spettacolo, del Cinema e dei media; la stessa giuria tecnica, quest’anno si è riunita a Sant’Ilario e non a Roma, come negli anni passati”.

Insegni presso la Scuola di Cinema di Roma: al di là della pura tecnica, certo importante, quali sono i tuoi suggerimenti, anche alla luce dell’esperienza personale, rivolti a quanti decidono di entrare a far parte del mondo dello spettacolo in genere e del cinema in particolare?

“Certamente nell’ambito di tal tipo di insegnamento, rivolto a materie essenzialmente tecniche o che possono apparire come tali, qual è, ad esempio, la dizione, occorre necessariamente andare oltre, aggiungendovi, come dicevi, la propria esperienza lavorativa, coinvolgendo i ragazzi con la tua passionalità, fornendogli l’immagine di come approcciarsi ad un testo, dando la giusta rilevanza alla parola, facendo venir fuori così quell’estrema sensibilità che lo condurrà al mestiere dell’attore.
Occorre aprirsi, uscire fuori da quel guscio che ci siamo costruiti per proteggerci dalle avversità della vita, dalla sua durezza, ritenuto fonte di estrema sicurezza per affrontare qualsivoglia tipo di problema”.

Nel 1981 ti diplomi presso l’ Accademia d’Arte Drammatica Pietro Scharoff di Roma: si dice di solito che non si sceglie di fare l’attore, ma che si è spinti da una forte vocazione che ti porta a concentrarti in quell’unica direzione. E’ stato così anche per te? Quali le difficoltà, se vi sono state, che hai incontrato?

“Più che di vocazione preferirei parlare di un’esigenza…E le difficoltà sono state tante, esistenziali, economiche, nei rapporti con le persone, nel vivere in una città che non conoscevo, nato e cresciuto in una piccola realtà di provincia…Riallacciandomi alla precedente domanda, è ciò che racconto ai miei ragazzi della Scuola di Cinema, cercando di soffiare nella giusta maniera su quella piccola fiammella che arde loro dentro, perché vedi, su una fiamma si soffia o quanto basta per alimentarla o tanto forte da spegnerla: io dico loro di amarsi secondo la loro idea di vita, di coltivare i propri sogni con ambizione, che non è quella di apparire, ma quella di rispettare e portare avanti i propri desideri, di lottare per realizzarli. Qui da noi, non parlo solo della nostra regione, le difficoltà sembrano a volte maggiori, perché da un lato tutto sembra possibile, per tanti le distanze si sono ridotte, ma manca l’entroterra culturale che possa favorire l’approccio, “tutto alla portata di tutti” ma senza il necessario substrato. Scuola, Istituzioni, Associazioni giovanili hanno ormai rinunciato a portare avanti un sogno culturale, si vuole coltivare l’ignoranza, il pressapochismo professionale:mentre la mediocrità non viene giudicata, una persona veramente preparata, che ha studiato, d’esperienza, viene vista con fastidio, proprio perché mette a nudo i problemi della mediocrità”.

Si è dunque fatto realtà il concetto di “grande omologazione” espresso da Pasolini…

“Certamente, anzi è in pieno svolgimento”.

Sei partecipe in tutti i campi dello spettacolo, dalla televisione (Incantesimo, La squadra, Un posto al sole, Vivere, Cento Vetrine, il recente episodio Niente di personale della serie Crimini 2) alla radio (Rai Radio2:Titanic,J.F.Kennedy), passando per il cinema (Bonjour Michel, 5 rose per Jennifer,Quelli della speciale, Francesco da Paola) e senza dimenticare il teatro, dove sei stato diretto da grandi autori come Zeffirelli, Patroni Griffi o Lavia, e la tua attività di poeta (Naca mia).Ci sarà però un ambito nel quale ti senti più a tuo agio…

“Come attore di teatro senza dubbio, nasco come tale con l’Accademia, ho poi lavorato con i grandi registi da te citati, anche se grazie alla televisione o al cinema ho potuto contare su una maggiore popolarità e notorietà, pur mancando, ovviamente, quel contatto diretto con il pubblico che solo il teatro può offrire. Comunque ti confesso che sono arrivato ad un punto in cui posso tranquillamente dire che non noto più di tanto la differenza, nel senso che mi piacerebbe ugualmente fare tanto un grande e bello spettacolo in televisione, come al cinema o in teatro. Un cenno alla mia attività di scrittura: mi piace scrivere soprattutto utilizzando il nostro dialetto, credo abbia una certa musicalità, una forza notevole nei colori e nei suoni, che nell’ambito di un impatto recitativo “alto” non possono che acquistare una valenza ed un impatto estremamente coinvolgenti”.

I tuoi progetti nell’ immediato futuro?

Vorrei innanzitutto segnalare il grande successo dello spettacolo teatrale Crooner, dedicato alla figura di Nicola Arigliano; in autunno andrà in onda su Rai Uno una nuova serie de Il commissario Rex, della quale sarò protagonista in una puntata e, sempre sulla stessa rete, La ladra, di Francesco Vicario, con Veronica Pivetti: anche in tal caso prenderò parte ad una puntata.

Antonio Falcone Copyright

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