Archivi del mese: giugno 2010

E’ morto Pietro Taricone:ciao guerriero

Pietro Taricone

Pietro Taricone

‘O guerriero non ce l’ha fatta: Pietro Taricone, 35 anni, è morto nella notte nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Terni.
Troppe le complicazioni che hanno fatto sì che non potesse vincere quest’ultima battaglia, lui così forte e determinato nella vita, che caparbiamente aveva inseguito e realizzato il sogno di divenire attore, credendoci seriamente sino a realizzarlo, anche con una certa efficacia, portando in fondo sullo schermo sé stesso, la sua simpatia e la sua spavalda spontaneità, non senza una certa autoironia; nel primo pomeriggio di ieri Taricone era rimasto gravemente ferito in seguito a un lancio con il paracadute presso l’avio superficie di Terni: rianimato sul posto da personale del 118 dopo avere subito un arresto cardio-circolatorio, veniva subito trasferito in ospedale dove gli venivano riscontrate diverse fratture, particolarmente gravi, alle gambe e al bacino, oltre che vari traumi alla testa e all’addome, con varie emorragie, tanto che l’intervento si è protratto per oltre nove ore.

Ma Pietro non ha mai ripreso conoscenza;vicino all’attore è sempre rimasta la sua compagna Kasia Smutniak, da cui ha avuto una figlia, Sophie, nel 2004, e che si era lanciata poco dopo di lui con il paracadute, dallo stesso aereo . Divenuto noto nel 2000 grazie alla sua partecipazione alla prima edizione del reality show Grande Fratello, nel quale si è classificato terzo, l’inquilino più popolare dell’edizione grazie anche alla sua love story con la concorrente vincitrice del reality, Cristina Plevani, Taricone è riuscito ad evitare la sovraesposizione delle sua immagine, non facendosi irretire dal facile successo e dalle numerose offerte di lavoro nel campo dello spettacolo; quasi naturale, o meglio ovvio, che la prima apparizione successiva al Grande Fratello sia stata al Maurizio Costanzo Show, nell’ambito della rubrica Uno contro tutti, in prima serata il 10 gennaio 2001, poi la partecipazione come ospite d’onore al Galà della pubblicità e al videoclip di Syria Se tu non sei con me (2002), dove appariva nei panni di Superman;nello stesso anno è stato testimonial della campagna abbonamenti della pay tv Stream per cui ha condotto il quiz L’intruso; ma, come detto ad inizio articolo, il suo grande sogno era la recitazione, eccolo quindi firmare un contratto di esclusiva della durata di due anni con la casa di produzione Titanus per interpretare alcune fiction televisive: suoi primi lavori come attore sono stati la fiction Distretto di Polizia 3 (2002) e i film Ricordati di me, diretto da Gabriele Muccino, e Radio West, per la regia di Alessandro Valori, entrambi del 2003; nel 2006 è stato tra i protagonisti della serie TV di Canale 5, ambientata nel mondo dei Vigili del Fuoco, Codice rosso, accanto ad Alessandro Gassman ed Ilaria Spada, mentre sul grande schermo ha interpretato il ruolo del pusher di Diego Armando Maradona nel film di Marco Risi, Maradona, La mano de Dios (2007).

Nella stagione 2006 2007 è stato nel reality condotto da Alba Parietti, Wild West e, in veste di giurato, nel reality Uno due tre stalla di Barbara d’Urso, mentre nel 2008 è tornato sul piccolo schermo con la serie TV di Rai Tre La nuova squadra. Nello stesso anno è entrato a far parte nel cast della serie TV Tutti pazzi per amore, in onda su Rai 1, nel ruolo di Ermanno Russo, che ha ripetuto con successo nella seconda serie, mentre l’anno successivo è apparso sul grande schermo con Feisbum! Il film, pellicola in otto episodi ispirata al social network Facebook. Tra le ultime apparizioni, nel settembre 2009 la partecipazione come opinionista, con una rubrica intitolata Pietro la notizia, nel programma Niente di personale, su La7.

I vincitori della IV edizione dell’Epizephiry International Film Festival

Sabato 26 giugno a Marina di Sant’Ilario dello Jonio (RC), presso il Lido Pentagono, sul Lungomare della cittadina,si è conclusa, con la cerimonia di premiazione,la IV edizione dell’ Epizephiry International Film Festival, importante manifestazione cinematografica sempre in costante evoluzione, grazie alla direzione artistica organizzativa di Renato Mollica, ideatore del Festival, alla competenza dell’ attore locrese Antonio Tallura, interprete di rilievo tanto sul piccolo e grande schermo, nonché a teatro, responsabile della Giuria tecnica, senza dimenticare i preziosi apporti di Valentina Corfido, Consulente cinematografica e addetta alle sezioni internazionali e di Massimo Cusato, Responsabile della Sezione Videoclip musicali.

Un evento certamente di rilievo, che può contare sul Patrocinio Istituzionale della Regione Calabria, dell’ Assessorato alle Politiche Sociali della Provincia di Reggio Calabria e del Comune di Sant’Ilario dello Jonio, dove la manifestazione ha luogo, e che vede importanti partner nella Scuola di Cinema di Roma, nell’ Università della Calabria (Corso di Laurea specialistica in Linguaggio dello Spettacolo, del Cinema e dei media) e nel GAL Locride (Gruppo di Azione Locale, Sede di Gerace). Dopo una selezione durissima, vista l’alta qualità dei film pervenuti in concorso, sono stati dapprima ufficializzati tutti i vincitori delle 5 sezioni e assegnate le menzioni speciali, e poi consegnati i premi nella suddetta serata finale.

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO
HOME di Francesco Filippi

MIGLIOR MEDIOMETRAGGIO
LA VITA ACCANTO di Giuseppe Pizzo

MIGLIOR DOCUMENTARIO
DIARIO DI UN CURATO DI MONTAGNA di Stefano Saverioni

MIGLIOR FILM D’ANIMAZIONE
EL MISTERIO DEL PEZ, di Giovanni Maccelli

MIGLIOR VIDEOCLIP MUSICALE
ROTTEN FLOWERS di Virgilio Villoresi e Luca Barutta
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– – – – – MENZIONI SPECIALI – – – – – –

Menzione speciale miglior fotografia
SOMBRAS EN NEL VIENTO di Julia Guillen

Menzione speciale per il miglior soggetto
GENEROSO EST di Marco Zangardi

Menzione speciale miglior sceneggiatura
IL MIO ULTIMO GIORNO DI GUERRA di Matteo Tondini

Menzione speciale miglior montaggio
LA CONQUISTA DELL’AMERICA di Mattia Petullà

Intervista ad Antonio Tallura

fdsaHo avuto modo di intervistare Antonio Tallura (foto), noto attore teatrale, televisivo e cinematografico, nativo di Locri (RC), diplomatosi all’ Accademia d’Arte Drammatica Pietro Scharoff di Roma nell’81, in occasione della IV edizione dell’Epizephiry International Film Festival, del quale è responsabile della giuria tecnica, mentre la direzione artistica organizzativa è di Renato Mollica, suo ideatore. Abbiamo poi parlato delle sue esperienze nell’ambito del mondo dello spettacolo e come insegnante presso la Scuola di Cinema di Roma, concludendo con un accenno ai suoi prossimi impegni lavorativi. Chiedo venia ai lettori per la lunghezza del testo, ma quando mi trovo a parlare di cinema, del mondo dello spettacolo in genere, con una persona poi che di quel mondo fa parte, sguazzo come un maialino nella fanghiglia, o, se preferite un’immagine più poetica, come un paperotto nello stagno.

Parlaci della tua esperienza come responsabile della giuria tecnica dell’ Epizephiry International Film Festival: tra tutte le opere presentate, oltre quelle entrate in finale, quali sono le principali tendenze emerse?

“La principale tendenza di tutti i film è costituita essenzialmente dal flashback emotivo, sul ricordo dell’infanzia, avendo tutti a che fare con una scuola di pensiero che, a livello cinematografico, e limitatamente all’ Europa, si riallaccia alle opere di Wim Wenders, ma tra i 610 filmati che ci sono giunti, hanno convinto, nelle varie sezioni in cui è suddiviso il Festival, soprattutto quelli che vertevano su temi sociali attuali o sull’innovazione tecnologica: riguardo quest’ultimo aspetto, infatti, il premio per il miglior “corto” è stato assegnato a Home, di Francesco Filippi, girato con la webcam, lavorando sulla prima pagina di Windows e facendo interagire con quest’ultima una persona: più che una grande innovazione, un modo delicato di affrontare il tema della tecnologia, della realtà virtuale, attingendo allo spirito fantastico di Alice nel paese delle meraviglie, con il computer che funge da nuova porta di passaggio tra immaginario e reale.
Riguardo i temi sociali, da segnalare la menzione speciale come miglior soggetto a Generoso Est, di Marco Zangardi, che affronta il tema delle tante donne provenienti dall’ Est europeo e che in Italia si ritrovano a fare le badanti, tra pregiudizi e l’ipocrisia di molti che vogliono ignorare il problema.
Un film crudo, che ti sbatte in faccia la realtà, un po’come i nostri film neorealisti, ma senza la mediazione della poesia, che coinvolge lo spettatore nell’ ambiguità del rapporto badante/anziano, facendogli inizialmente credere quanto si aspetta, cioè che uno dei due approfitterà dell’altro.
Miglior mediometraggio è risultato La vita accanto di Giuseppe Pizzo, un poliziotto che ha collaborato con Garrone per il film Gomorra: affronta la realtà napoletana della delinquenza giovanile, tra ironia e crudeltà, sino al ravvedimento finale, con una partita a pallone a simboleggiare, più che il recupero della giovinezza, come certe fasi evolutive siano necessarie alla crescita. Vorrei anche ricordare il premio per il miglior documentario a Diario di un curato di montagna, di Stefano Saverioni, dove un prete della Lucania parla in prima persona dei problemi della Chiesa e che ha generato un tale dibattito da far creare due giurie apposite, coinvolgendo le scuole secondarie di Bova Marina e Gerace, perché si confrontassero su un tema tanto delicato e controverso. Da sottolineare che gran parte delle opere giunte da vari paesi europei godono del pieno appoggio tanto delle Istituzioni che di vari Enti, spesso con tanto di logo dell’Università, mentre qui in Italia, con poche eccezioni, tutto questo manca, e ciò è molto triste”.

Qual è, in sostanza, l’importanza di questo Festival, per la Calabria e la zona della Locride nello specifico?

“Essenzialmente è il concretizzarsi di un’idea, in un territorio dove di idee ve ne sono poche o, mi spiego meglio, ce ne sono, ma è totalmente assente l’ambizione delle persone di portarle avanti, credendoci fino in fondo, come ha fatto invece il suo ideatore, Renato Mollica, che ha creduto fortemente nel progetto di un qualcosa magari non rientrante tra le urgenze strettamente necessarie, che non porta soldi o servilismi vari, ma dà voce, in un piccolo paese della Locride, Marina di Sant’Ilario, dove non vi è un cinema o un teatro, a un forte messaggio, prettamente culturale, senza le solite pomposità o la pretesa di volere essere un prodotto di nicchia. Un evento certamente di rilievo, che può contare sul Patrocinio Istituzionale della Regione Calabria, dell’ Assessorato alle Politiche Sociali della Provincia di Reggio Calabria e del Comune di Sant’Ilario dello Jonio, e che vede importanti partner nella Scuola di Cinema di Roma, nell’ Università della Calabria, Corso di Laurea specialistica in Linguaggio dello Spettacolo, del Cinema e dei media; la stessa giuria tecnica, quest’anno si è riunita a Sant’Ilario e non a Roma, come negli anni passati”.

Insegni presso la Scuola di Cinema di Roma: al di là della pura tecnica, certo importante, quali sono i tuoi suggerimenti, anche alla luce dell’esperienza personale, rivolti a quanti decidono di entrare a far parte del mondo dello spettacolo in genere e del cinema in particolare?

“Certamente nell’ambito di tal tipo di insegnamento, rivolto a materie essenzialmente tecniche o che possono apparire come tali, qual è, ad esempio, la dizione, occorre necessariamente andare oltre, aggiungendovi, come dicevi, la propria esperienza lavorativa, coinvolgendo i ragazzi con la tua passionalità, fornendogli l’immagine di come approcciarsi ad un testo, dando la giusta rilevanza alla parola, facendo venir fuori così quell’estrema sensibilità che lo condurrà al mestiere dell’attore.
Occorre aprirsi, uscire fuori da quel guscio che ci siamo costruiti per proteggerci dalle avversità della vita, dalla sua durezza, ritenuto fonte di estrema sicurezza per affrontare qualsivoglia tipo di problema”.

Nel 1981 ti diplomi presso l’ Accademia d’Arte Drammatica Pietro Scharoff di Roma: si dice di solito che non si sceglie di fare l’attore, ma che si è spinti da una forte vocazione che ti porta a concentrarti in quell’unica direzione. E’ stato così anche per te? Quali le difficoltà, se vi sono state, che hai incontrato?

“Più che di vocazione preferirei parlare di un’esigenza…E le difficoltà sono state tante, esistenziali, economiche, nei rapporti con le persone, nel vivere in una città che non conoscevo, nato e cresciuto in una piccola realtà di provincia…Riallacciandomi alla precedente domanda, è ciò che racconto ai miei ragazzi della Scuola di Cinema, cercando di soffiare nella giusta maniera su quella piccola fiammella che arde loro dentro, perché vedi, su una fiamma si soffia o quanto basta per alimentarla o tanto forte da spegnerla: io dico loro di amarsi secondo la loro idea di vita, di coltivare i propri sogni con ambizione, che non è quella di apparire, ma quella di rispettare e portare avanti i propri desideri, di lottare per realizzarli. Qui da noi, non parlo solo della nostra regione, le difficoltà sembrano a volte maggiori, perché da un lato tutto sembra possibile, per tanti le distanze si sono ridotte, ma manca l’entroterra culturale che possa favorire l’approccio, “tutto alla portata di tutti” ma senza il necessario substrato. Scuola, Istituzioni, Associazioni giovanili hanno ormai rinunciato a portare avanti un sogno culturale, si vuole coltivare l’ignoranza, il pressapochismo professionale:mentre la mediocrità non viene giudicata, una persona veramente preparata, che ha studiato, d’esperienza, viene vista con fastidio, proprio perché mette a nudo i problemi della mediocrità”.

Si è dunque fatto realtà il concetto di “grande omologazione” espresso da Pasolini…

“Certamente, anzi è in pieno svolgimento”.

Sei partecipe in tutti i campi dello spettacolo, dalla televisione (Incantesimo, La squadra, Un posto al sole, Vivere, Cento Vetrine, il recente episodio Niente di personale della serie Crimini 2) alla radio (Rai Radio2:Titanic,J.F.Kennedy), passando per il cinema (Bonjour Michel, 5 rose per Jennifer,Quelli della speciale, Francesco da Paola) e senza dimenticare il teatro, dove sei stato diretto da grandi autori come Zeffirelli, Patroni Griffi o Lavia, e la tua attività di poeta (Naca mia).Ci sarà però un ambito nel quale ti senti più a tuo agio…

“Come attore di teatro senza dubbio, nasco come tale con l’Accademia, ho poi lavorato con i grandi registi da te citati, anche se grazie alla televisione o al cinema ho potuto contare su una maggiore popolarità e notorietà, pur mancando, ovviamente, quel contatto diretto con il pubblico che solo il teatro può offrire. Comunque ti confesso che sono arrivato ad un punto in cui posso tranquillamente dire che non noto più di tanto la differenza, nel senso che mi piacerebbe ugualmente fare tanto un grande e bello spettacolo in televisione, come al cinema o in teatro. Un cenno alla mia attività di scrittura: mi piace scrivere soprattutto utilizzando il nostro dialetto, credo abbia una certa musicalità, una forza notevole nei colori e nei suoni, che nell’ambito di un impatto recitativo “alto” non possono che acquistare una valenza ed un impatto estremamente coinvolgenti”.

I tuoi progetti nell’ immediato futuro?

Vorrei innanzitutto segnalare il grande successo dello spettacolo teatrale Crooner, dedicato alla figura di Nicola Arigliano; in autunno andrà in onda su Rai Uno una nuova serie de Il commissario Rex, della quale sarò protagonista in una puntata e, sempre sulla stessa rete, La ladra, di Francesco Vicario, con Veronica Pivetti: anche in tal caso prenderò parte ad una puntata.

Addio ad Aldo Giuffrè

Aldo Giuffrè

Aldo Giuffrè

E’ morto questa notte, 27 giugno, all’Ospedale San Filippo Neri di Roma, l’attore Aldo Giuffrè, dopo un’operazione di peritonite.
A darne la notizia il fratello Carlo, con il quale in passato aveva avuto qualche litigio, poi rientrato. Aveva 86 anni.

“Nasce” in teatro affrontando una lunga gavetta, debuttando nel 1942 con la compagnia di Eduardo de Filippo: il lungo iter prima del vero debutto gli diede comunque la possibilità di cimentarsi in tanti ruoli, sperimentando così vari stili espressivi, dando vita ad una notevole versatilità, essendo capace di passare con una certa disinvoltura da caratterizzazioni comiche a quelli più intense e drammatiche, come testimoniano anche la grande attività da caratterista nel nostro cinema, dove esordisce nel 1947 (Assunta Spina, di Mario Mattoli), per una carriera che lo porta a girare il suo ultimo film nel 2001 (La repubblica di San Gennaro, di Massimo Costa), passando per le commedie sexy degli anni settanta.

Personalmente lo ricordo con commozione a fianco dell’immenso Totò in molti film con protagonista il principe della risata, in particolare nel ruolo di Amilcare in Guardie e ladri,’51, di Steno e Monicelli, anche se l’interpretazione che più mi è rimasta nel cuore è quella del capitano nordista Clinton (foto) ne Il buono, il brutto, il cattivo, ’66, di Sergio Leone,dove, doppiato da Pino Locchi, dà vita all’indimenticabile interpretazione di un militare alcolizzato e disilluso, una dolente, efficace ed estremamente realistica visualizzazione dell’inutilità di qualsivoglia conflitto; da ricordare anche l’attività televisiva, segno della sua poliedricità, a partire dal 1960, quando prende parte a numerose commedie e spettacoli di prosa, recitando in vari sceneggiati.

Scompare dunque un grande attore di teatro, erede della migliore tradizione partenopea, che sapeva esprimersi con intensità e padronanza scenica anche al di fuori di essa, ed un abile caratterista cinematografico, capace di affrontare con scioltezza e bravura anche le prove del piccolo schermo, un artista nel senso più vero e pregnante del termine, figura di cui se ne sente fin troppo spesso la mancanza.

Sex and the City 2

erqwLa serie tv Sex and the City, non mi ha mai veramente entusiasmato: ne apprezzavo la valida sceneggiatura, tra scene godibili e battute brillanti, e soprattutto l’iniziale tentativo di dar voce e sostanza ad una nuova identità femminile, che, alle soglie del nuovo millennio, faceva tesoro delle giuste istanze e rivendicazioni del movimento femminista degli anni’70, allontanandosi però dai consueti stereotipi, rivalutando la propria libertà, in particolare a livello sessuale, elevando la condizione di single a legittima scelta di vita.

Nei momenti vuoti si può sempre fare affidamento sull’’amicizia, la complicità tra donne, vista con il giusto tocco d’ironia, così come la compensazione dello shopping compulsivo: peccato che tutti questi elementi nel corso della serie abbiano finito per cristallizzarsi in una trita esposizione di luoghi comuni e in un egocentrismo a volte patetico e superficiale, con un’ ostentazione del glamour metropolitano, caratteristiche salienti della prima trasposizione cinematografica, ampliate, purtroppo, in questo inutile, eccessivo, anche nella durata (146 minuti, francamente troppi), Sex and the City 2.

Sempre sceneggiato e diretto da Michael Patrick King, il film parte dalla monotona routine da donna sposata di Carrie (Sarah Jessica Parker), alle prese con la pigrizia di Big (Chris Noth), tutto divano e tv a schermo piatto, mentre Miranda (Cynthia Nixon) è concentrata sul lavoro, preoccupata dalla predominanza dei maschi nello studio legale, trascurando la famiglia; Charlotte (Kristin Davis) è alle prese con le sue bambine, quella più piccola sempre frignante, mentre Samantha ( Kim Cattrall), l’unica single, è totalmente dedita ad un programma a base di creme ed ormoni che possano rallentare l’imminente menopausa. Grazie a lei, invitata da uno sceicco in Medio Oriente, le quattro “ragazze”volano insieme ad Abu Dhabi, una vacanza che le aiuterà a ritrovare loro stesse.

Megaproduzione infarcita di ovvietà e trivialità spesso gratuite, che pretende addirittura di trattare il tema dell’emancipazione della donna islamica, con trovate di dubbio gusto che attingono a vacui clichè con razzismo e pregiudizio che vanno a braccetto, il film rischia di far sembrare i nostrani Vacanze a… film d’essai per cultori della settima arte, con un regista, di certo più avvezzo al piccolo schermo, che riesce a dar vita solo a pompose riprese, sin troppo ambiziose, o ad insistiti primi piani, forse per ricordarci che gli attori sono lì e comunque fanno la loro parte, visto che di approfondimenti psicologici dei personaggi, a meno di non far passare per tali banalizzazioni da salotto televisivo, non vi è traccia, come di battute veramente divertenti, se non qualcuna sparsa qua e là, e dal livello imbarazzante.

In una Abu Dhabi ricostruita in Marocco dal tocco esotico-kitsch stile Las Vegas, dopo inutili comparsate di lusso(Miley Cirus, Liza Minnelli, Penelope Cruz), ciò che resta è un arido deserto, vacuamente scintillante, alla vana ricerca di un’oasi dove ci si possa riparare da tanto scempio ed abbeverarsi alla fonte della vera eleganza e della fine ironia: quella spropositatamente citata (Accadde una notte) delle vecchie ma fascinose commedie in bianco e nero della “Hollywood che fu”, dove “la guerra dei sessi” e l’unica, “piccola”, differenza tra uomini e donne venivano abilmente, in egual misura, satireggiate ed esaltate.

Borotalco (1982)

vcdClassico giro di boa nella carriera di Carlo Verdone, Borotalco, sua terza regia, rappresenta il distacco dal fregoliano macchiettismo degli esordi (Un sacco bello; Bianco, rosso e Verdone), per dar vita, cosceneggiatore con Enrico Oldoini, al suo primo film “completo”.

Mettendosi un po’ da parte come attore, emergono ora le sue indubbie doti registiche, dando anche il giusto rilievo, oltre alla coprotagonista Eleonora Giorgi, finalmente attrice, a quelli che in apparenza sono dei personaggi minori ma che nella loro complessità assumono rilevanza nella storia a tal punto da divenire parte dell’immaginario collettivo: dall’aspirante ballerino Christian De Sica, a Roberta Manfredi ritratto delle più elementari aspirazioni borghesi, passando per il truce padre di lei, lo straordinario Mario Brega e finendo con Angelo Infanti, “uomo di mondo” dalla vita omerica, almeno a parole (“un bel giorno mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana…”).

Sergio (Verdone), ragazzo romano timido ed imbranato, divide una stanza in un convitto con l’amico Marcello (De Sica), in attesa di sposarsi con la fidanzata Rossella (Manfredi), che lo stressa per il lavoro che si è scelto, venditore porta a porta di enciclopedie musicali, quando il padre di lei (Brega) lo vorrebbe impiegato nel suo negozio di alimentari appena rimesso a nuovo; per la stessa ditta lavora Nadia (Giorgi), fan sfegatata di Lucio Dalla ( non lo vediamo mai, ma è comunque un protagonista del film, tra canzoni e presenza “virtuale”), una ragazza sognatrice, ma con i piedi ben saldi per terra, ai primi posti nelle vendite, grazie alla sua intraprendenza. I due si incontreranno causa un comune appuntamento presso tale Manuel Fantoni (Infanti), dal quale Sergio resterà tanto affascinato da prenderne le sembianze di fronte a Nadia, una volta che il sedicente viveur viene prelevato dai Carabinieri, dando vita ad una serie di equivoci tragicomici, sino ad un sorprendente finale.

Importazione nella Roma anni ’80 della classica screwball di scuola americana, con richiami anche a certe commedie di Mario Camerini, il film, pur con qualche intoppo qua e là, si presenta sciolto, compatto, ben realizzato, tutto giocato sull’iniziale contrapposizione tra i due protagonisti che diviene man mano esaustiva complicità nell’escogitare ogni tipo di espediente per poter continuare a sognare e fuggire così, grazie alla vivida forza dell’immaginazione, da quella ordinarietà borghese elevata a stile e modello di vita.

Pur sdoppiandosi in Fantoni, Verdone evita virtuosismi e narcisismi, dando vita ad un personaggio a tutto tondo, “prototipo dell’homus verdonianus” (Antonio D’Olivo), simpatico, dolcemente timido, Candido moderno che affronta il mondo e le varie vicissitudini della vita con sguardo sognante, tra nevrosi e disincanto, trovando il suo contraltare nella lunaticità ed inafferrabilità dell’universo femminile:un soffio di borotalco sui disagi esistenziali, simbolo di quel minimo di teatralità che la vita spesso richiede per affrontare il quotidiano e poter andare avanti, senza superare il labile limite tra sogno e realtà, ma lambendo le sponde di entrambi.

La nostra vita

locandinaPorta di Nona, periferia romana. In un cantiere edile lavora il trentenne Claudio (Elio Germano), operaio scrupoloso nell’esecuzione dei lavori e nel rispettare le più elementari norme di sicurezza, pur tacendo su un caso di “morte bianca” avvenuto all’interno del costruendo palazzo, un guardiano di origine rumena, precipitato nella tromba dell’ascensore e lì “seppellito”. Si confida con la moglie Elena (Isabella Ragonese), incinta, ma decide che il cantiere non può chiudere, tante famiglie si ritroverebbero senza soldi da un momento all’altro, compresa la sua, con due figli piccoli da crescere, i mobili da comprare, la previsione di una vacanza last minute:la vita va avanti, tra le difficoltà, Claudio può contare su un rapporto fatto di gioiosa complicità e sensualità, e l’aiuto dei parenti, come il fratello Piero (Raoul Bova), vigile urbano timido e in difficoltà nei rapporti con le donne, la sorella Liliana (Stefania Montorsi), cassaintegrata, l’amico pusher Ari (Luca Zingaretti), paraplegico e convivente con una donna di colore e il suo bambino.

Ma per lui è in arrivo la tragedia, improvvisa, devastante: Elena muore per complicazioni sorte durante il parto, e così si ritrova solo, con i suoi figli e il neonato da accudire, un grande dolore cui reagisce violentemente, pensando di colmare il vuoto venutosi a creare con il facile guadagno, dando alla sua famiglia ciò che non ha mai avuto, ricattando il proprio capo per un subappalto e mettendosi in proprio, sfruttando una squadra di extracomunitari, trovandosi coinvolto in situazioni drammatiche dalle quali verrà fuori solo grazie all’aiuto dei suoi familiari, affrontando finalmente la propria coscienza, e, forse, ritornando su i suoi passi, aggrappandosi disperatamente ai suoi figli come nuova speranza.

La sceneggiatura di Sandro Petraglia e Stefano Rulli, cui ha contribuito lo stesso regista Daniele Luchetti, fa de La nostra vita un film spietatamente duro, crudo nella sua semplicità e purezza espositiva, con la macchina a mano quasi sempre presente ad altezza d’uomo ad indagare il microcosmo del nuovo proletariato urbano, ignorato dallo Stato come dai tg, lavoro precario e in nero, che trova nei centri commerciali la parvenza illusoria di una falsa aggregazione e di una falsa eguaglianza, con il denaro a fare da compensatore e livellatore sociale; partendo da una tragedia privata e dal tentativo di superarla inseguendo quei falsi valori ormai regola imperante di vita, si arriva ad una visualizzazione estrema di cosa sia diventato il nostro paese negli ultimi anni, tutto teso ad inseguire un benessere etereo, basato sui soldi facili e su quanto questi possano comprare, infischiandosene di leggi o regole di vita pur di apparire, di sembrare quel che non si è.

Il pregio essenziale di Luchetti nell’inseguire un estremo realismo è di non usare mai toni compiaciuti o paternalistici, evitando retorica e stereotipi, sfiorando a volte un facile moralismo, appena temperato da una certa dose di cinico umorismo, che riesce a mantenere il film in un delicato equilibrio, sino ad un finale in apparenza consolatorio ma in realtà semplicemente e sinceramente teso verso una sempre possibile redenzione. Straordinaria infine l’interpretazione di Germano (Palma d’oro a Cannes), che evita il “sopra le righe”, grazie all’ottimo bilanciamento con gli altri attori, perfettamente in parte e psicologicamente ben delineati.