Archivi del mese: maggio 2010

Dennis Hopper vola nel vento

Dennis Hopper

Dennis Hopper

Dennis Hopper si è spento ieri, 29 maggio, nella sua casa di Venice, in California: soffriva di un cancro alla prostata.
Tra le ultime apparizioni, nella fase terminale della malattia, la cerimonia per la consegna della stella, lo scorso marzo, con il suo nome sulla Hollywood Walk of fame a Los Angeles, accompagnato dal suo grande amico Jack Nicholson.

Nato a Dodge City, Kansas, il 17/05/’36, Hopper è stato tra le personalità più anticonformiste di Hollywood, attore e regista, nonché pittore e fotografo non professionista, capace di vivere in pieno, compreso l’uso eccessivo di droghe, la sua epoca e di coglierne in pieno ogni sfumatura dei cambiamenti in atto, costituendo ciò tanto il suo pregio, una naturalezza recitativa e registica esemplari, quanto il suo limite, finendo spesso nel cristallizzarsi in uno stereotipo da lui stesso creato, quasi avesse voluto bloccare il tempo in quella ribellione al sistema espressa magnificamente in Easy Rider;tra i suoi primi ruoli al cinema si ricordano quelli in Gioventù bruciata, con James Dean, Il gigante e Johnny Guitar, ma è stato appunto Easy Rider, ’69, a dargli la notorietà a livello mondiale, del quale è stato regista, soggettista ed interprete, insieme a Peter Fonda, film manifesto degli anni Sessanta, la storia, abbastanza semplice e lineare, di due amici motociclisti che attraversano l’America in sella ai loro choppers, testimoni e portatori della controcultura dell’epoca, road movie dove il tema del viaggio si accompagna alla voglia di libertà e al conflitto giovani-adulti, tra droga e musica, protesta e pacifismo, mandando in frantumi il classico sogno americano; indimenticabile poi la colonna sonora: Bob Dylan, Mike Blommfield, Jimi Hendrix…

Ma non è stato solo questo il suo film da regista, occorre ricordare, tra quanti diretti, Out of the Blue (1981), Colors (1987) e The Hot Spot (1990), mentre come attore, particolarmente rilevanti sono state le sue interpretazioni ne L’amico americano (1977) di Wim Wenders, che lo ha diretto nel 2008 in Palermo Shooting, Apocalypse Now (1979) di Francis Ford Coppola, Velluto blu (1986) di David Lynch, Basquiat (1996) di Julian Schnabel, Space Truckers (1996) di Stuart Gordon, Blackout (1997) di Abel Ferrara, La terra dei morti viventi (2005) di George A. Romero .

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Cosa voglio di più

vcMilano, giorni nostri: Anna (Alba Rohrwacher), impiegata in una società di assicurazioni, e Domenico (Pierfrancesco Favino), tuttofare in una impresa di catering, un incontro casuale, qualche sorriso, i gesti goffi dovuti all’imbarazzo, nascondono il classico coup de foudre, l’improvvisa attrazione reciproca senza un vero e proprio perché.

I numeri di telefono, gli sms di lei, il primo appuntamento, la passione che si fa avanti prepotente e, man mano che le frequentazioni aumentano, le tenerezze, le prime confidenze: una storia d’amore come tante, se non fosse che Domenico ed Anna hanno già i loro compagni di vita: lui è sposato con Miriam (Teresa Saponangelo), donna un po’ frustrata che si arrangia lavorando come estetista, due bambini, la famiglia di lei alle spalle che li aiuta a superare i momenti di difficoltà; lei convive con Alessio (Giuseppe Battiston), commesso in una valigeria, appassionato di bricolage ed elettronica, sin troppo pacioccone ma affettuoso e comprensivo, oltre che pronto ad avere un bambino, ed anche qui alle spalle una famiglia, quella di Anna, titolare di una tintoria, che aiuta a sbarcare il lunario. Tra incontri clandestini in motel ad ore, sotterfugi e bugie, è inevitabile che i due vengano scoperti e pur concedendosi, nonostante tutto, un breve attimo di felicità, il tempo di un weekend in Egitto, i dubbi su un avvenire incerto, dove anche una relazione extraconiugale può divenire un “lusso” che non ci si può permettere, avranno la meglio sulla realizzazione dei loro desideri.

Sullo sfondo di una Milano non certo “da bere”, l’hinterland metropolitano tutto casermoni e gru che si stagliano nel cielo, Silvio Soldini, regista e sceneggiatore (insieme a Doriana Leondeff e Angelo Carbone) di Cosa voglio di più, tratta il tema classico del tradimento e dell’ amour fou con piglio inedito rispetto al solito tono da commedia o melodramma. Il suo stile appare asciutto, essenziale, algido e descrittivo, anche negli ansimanti amplessi, più che partecipativo delle varie vicende dei protagonisti, cronachistico e documentaristico, con l’uso della camera a mano che si appropria dei corpi e dei volti, memore anche dei trascorsi neorealisti nella tecnica del pedinamento, seguire gli attori in ogni ambito del quotidiano, catturandone ogni gesto, anche il più banale.

Con una regia efficacemente volta al minimalismo, grande importanza assumono gli interpreti, ognuno ben calato nella sua caratterizzazione, con ovvio risalto alla Rohrwacher e a Favino, decisamente ed estremamente intensi e naturali; in sostanza il film appare sospeso tra due ambiti, quello citato, realista e cronachistico, e quello tutto interiore, trattenuto, dello strazio sentimentale di Anna e Domenico: più che un limite ciò rappresenta in un certo qual senso il suo punto di forza, ben rappresentando, in definitiva, l’odierna precarietà non solo lavorativa, ma anche sentimentale, dove i problemi del quotidiano vengono affrontati con illusorie certezze (una famiglia, la casa), che man mano crollano come castelli di carta, mancando la possibilità e forse anche il coraggio di una qualsivoglia visione di un futuro più nitido, per cui, tra insoddisfazione e infelicità, non resterà nient’ altro che un consolatorio “cosa voglio di più”.

Caro diario (1993)

dsqePiù che per i toni autobiografici, sempre presenti nelle sue opere, Caro diario rappresenta un punto di svolta nella carriera di Nanni Moretti per il suo porsi al pubblico in prima persona, senza l’alter ego Michele Apicella. Sceneggiatore, regista ed interprete, Nanni divide il film in tre distinti episodi:In vespa affida alle pagine del suo diario la confidenza di “una cosa che gli piace fare più di tutte”, girare per le strade di Roma in scooter, specie ad agosto, poco traffico e possibilità di osservare i particolari dei vari quartieri, il mutare dell’edilizia con il passare degli anni, immaginare chi vi abita, esternare i propri pensieri alle poche persone che vi sono in giro, il desiderio di “ballare e non veder ballare”. Va al cinema, e non gli vanno giù certi film italiani “generazionali”, con i protagonisti, ex sessantottini, che si piangono addosso, e gli horror-splatter americani osannati da certa critica. L’episodio si conclude ad Ostia: un lungo e silente piano sequenza, con la sola musica di fondo, ci conduce al luogo dove fu ucciso Pasolini, un prato incolto e un brutto monumento a ricordare uno dei più lucidi e liberi intellettuali italiani.

Isole: la necessità di concentrarsi porta Nanni a Lipari, dove abita l’amico Gerardo (Renato Carpentieri), che da 11 anni non guarda la tv e studia l’Ulisse di Joyce. Ma l’isola è rumorosa e i due vanno a Salina, dominata dai figli unici, i cui genitori seguono come un’ ideologia i loro capricci.
La ricerca di tranquillità li porta ad Alicudi, ma Gerardo ha intanto riscoperto la tv, che qui non c’è, per cui fugge via, rinnegando a voce alta tutto ciò in cui credeva di credere.

Medici, il più diretto dei tre episodi, parte con il vero filmato di una seduta di chemioterapia cui Nanni si sottopone, per raccontarci, lucida anamnesi, il suo peregrinare dal “principe dei dermatologi” alla medicina cinese, iniziato con un prurito notturno e terminato con un tumore benigno al sistema linfatico, scoperto causalmente, dopo tante prescrizioni di medicine inutili ed esami stressanti.

Più che egocentrismo, il parlare di sè di Nanni è qui un continuo mettere in discussione i suoi vezzi e le sue idiosincrasie: restando ferme le caratteristiche di “diversità” ed “autarchia” nella personale visione del mondo, e lo sguardo critico e sardonico, il furore iconoclasta si fa meno accentuato.
In un mondo dominato dal caos dei valori, dove le armi dell’ideologia, pur elevate a livello fideistico, non bastano più per poter vivere decentemente, l’importante è essere se stessi, consci della propria diversità e di dove questa ti può portare, alla solitudine o ad essere parte consapevole di una minoranza di persone. Semplice come bere un bicchiere d’acqua, che Nanni, sguardo volto alla macchina da presa, manda giù a fine film: “non si sa perchè ma al mattino, a digiuno, fa comunque bene”.

Agora

agoraAgora del regista Alejandro Amenabar, sceneggiatore insieme a Mateo Gil, va oltre il film biografico, incentrato in tal caso sulla figura della filosofa ed astronoma Ipazia (Rachel Weisz, molto brava), che nell’ Alessandria d’Egitto del IV secolo d.c., centro di scienza e cultura, insegna ad un gruppo di allievi di diversa estrazione, sia sociale che religiosa: nella città convivono pagani, ebrei e cristiani, anche se il numero di questi sta aumentando grazie alla setta dei Parabolani, che attrae soprattutto gente umile, come Davo (Max Minghella), schiavo di Ipazia e di lei innamorato, che vi vede l’occasione per riavere la libertà, o agiata ed opportunista, come Oreste (Oscar Isaac), futuro prefetto, anche lui innamorato, dichiarato, della donna; quando i cristiani prendono possesso di zone a loro vietate, dall’Agora alla Biblioteca, che distruggeranno, gli eventi avranno un tragico epilogo.

Imitando, a livello di spettacolarizzazione, i vecchi kolossal hollywoodiani, con una rigorosa ricostruzione al digitale della città d’Alessandria, il regista se ne distacca per i contenuti, idealizzando ed attualizzando lo scontro tra religioni basato sul fanatismo e sul fondamentalismo, sino all’odio razziale, la lotta per il potere temporale e per avere il consenso delle masse e dei potenti e la contrapposizione religione-progresso; Ipazia rappresenta la coerenza e l’integrità della cultura nel libero pensiero, sino alla fine. Suggestive le carrellate che dalla Terra ci conducono con stacchi decisi verso il cosmo infinito, sino a farla apparire un punto nell’universo: nella calma siderale, forse qualche Entità osserva, senza intervenire, come l’uomo sottometta se stesso, trascurando il semplice assunto che “vi sono più cose ad unirci che a dividerci”.

Basilicata Coast to Coast

zaEsordio alla regia per l’attore lucano Rocco Papaleo, Basilicata Coast to Coast è un’opera fresca, genuina e spontanea, road movie in costante happening che riesce ad incrociare, con amabile leggerezza, cinema, teatro e canzone: nel corso della narrazione si inseriscono dei numeri musicali ben concepiti e soffusi di poesia, ironia e toni surreali, rendendo evidente la presenza nella sceneggiatura di Valter Lupo, che cura i numeri di Papaleo sul palcoscenico.

La trama verte sul picaresco viaggio a piedi, con tanto di carretto e cavallo, di un variopinto ed eterogeneo gruppo musicale, composto dal professore Nicola (Papaleo), dal guitto di provincia Rocco (Alessandro Gassman), dal timido Salvatore (Paolo Briguglia) e dal “muto per scelta” Franco (Max Gazzè), da Maratea a Scanzano Jonico per partecipare ad un festival jazz.
Ad accompagnarli, filmandone le gesta, la giornalista “sfigata” Tropea (Giovanna Mezzogiorno), in conflitto con il padre onorevole. Molti gli incontri e gli imprevisti lungo il cammino…

Si perdonano volentieri a Papaleo ingenuità e cadute di ritmo in virtù di uno spirito “anarchico”, lontano da ideologie e pregiudizi, e del suo valorizzare l’idea del viaggio come scoperta di perduti ideali e valori oltre che come scoperta di sé, del capire almeno quello che si vorrebbe non essere se non quel che si è, dandovi più importanza come esperienza di vita che raggiungimento o meno della meta prefissata.

Grande spazio agli attori, Gazzè, tenero e poetico, lo sbruffone Gassman, Briguglia e la sua vita in sospeso, una Mezzogiorno meno impostata, sciolta e “canterina” e la breve ma significativamente trasgressiva apparizione di Claudia Potenza. Coprotagonisti gli splendidi paesaggi lucani, non manca, infine, un omaggio a Levi e a Volontè.

Agente 007, licenza di uccidere (Dr. No, 1962)

saJames Bond, agente segreto inglese, sigla identificativa 007 (il doppio zero indica la “licenza di uccidere”), nasce dalla penna di Ian Lancaster Fleming (Londra, 1908-Canterbury, 1964) nel ‘52, anno di pubblicazione del suo primo romanzo, Casino Royale, che non riscosse un particolare successo di critica e pubblico. A partire dal ‘62 , anno di uscita nelle sale del primo film ufficiale tratto da un suo libro, il sesto della serie, Dr.No, grazie ai due produttori Harry Saltzman e Albert R.Broccoli, l’autore venne rivalutato, tanto da essere considerato uno dei più significativi scrittori inglesi del ‘900.

Con la regia di Terence Young, una sceneggiatura a più mani (J.Harwood, R.Maibaum, B.Wather) che attinge, modificandolo, dal soggetto originale, un certo Sean Connery protagonista, si delineano tutte le caratteristiche distintive di una saga che arriverà sino ad oggi: l’ormai celebre James Bond Theme , il tema musicale di Monty Norman, l’ambientazione “esotica”, il cattivo pazzoide di turno al soldo della Spectre, misteriosa organizzazione terroristica, gli amici come l’agente della CIA Leiter, i gusti particolari di Bond per lo champagne ed il Vodka Martini “agitato, non mescolato” e le varie conquiste femminili.

Il film ha inizio in Giamaica, dove un agente inglese e la sua segretaria vengono uccisi: scompare il collegamento con la base dei servizi segreti a Londra, che controllavano l’isola di Crab Crey, collaborando con gli americani, per la provenienza di strane interferenze nei loro lanci da Cape Canaveral. Ad indagare viene inviato l’agente James Bond, che tra intrighi e colpi di scena, scoprirà, grazie anche all’occasionale collaborazione di una bella fanciulla, Honey (Ursula Andress), la base del Dr. No, scienziato folle che mira a dominare il mondo con un diabolico piano; tutto sembra volgere contro il nostro eroe e la sua bella ma…

Su un impianto narrativo ingenuo e dalle varie discordanze, arricchito da sequenze d’azione e da una certa suspence, il film, senza essere un capolavoro, si presenta come un’abile e riuscita miscellanea di vari elementi, ben confezionata, volta a catalizzare l’attenzione del grande pubblico con una buona dose di fantasia e gusto inventivo.

L’unico vero, inimitabile, Bond resta Connery, con la sua eleganza sorniona, il fair play tutto inglese anche nell’eliminare i nemici, al pari dello humour, tra il sardonico ed il cinico, con cui si immerge in quel clima da guerra fredda dal quale comunque proviene, con tocchi di autoironia nelle sue imprese “guerriere” e amorose; indimenticabile Ursula Andress che fuoriesce dall’oceano in bikini bianco, prima “Bond girl” cinematografica. Puro intrattenimento e divertimento, ma di classe: il cinema è anche questo.

Michelangelo Frammartino e l’incanto perduto

Michelangelo Frammartino

Michelangelo Frammartino

Cerco di stare fuori dalla solita retorica del calabrese che fa fortuna fuori regione, in cui spesso sono anch’io incappato: il regista Michelangelo Frammartino (foto), in questi giorni alla ribalta delle cronache cinematografiche con la sua ultima realizzazione, Le quattro volte, selezionato tra i film italiani in concorso nella sezione Quinzaine des realisateurs, ha origini calabresi, ma è nato a Milano 42 anni fa e in questo ambiente è cresciuto e si è formato culturalmente.

Opera seconda dopo Il dono, anche questo ambientato in Calabria, il film ha giustamente destato ammirazione tra la critica, nazionale ed internazionale, soprattutto per la sua originalità formale, libera da mode e condizionamenti, che può essere oggetto di varie letture interpretative, dal semplice documentario volto alla ricerca di una spontanea ruralità perduta o un racconto meditativo e filosofico su come questa sia ancora vitale ed esprima e dia valore a credenze animistiche che una sempre più veloce modernizzazione non è riuscita a cancellare.

Le quattro volte del titolo richiamano una frase attribuita a Pitagora: “In noi ci sono quattro vite successive, incastrate l’una dentro l’altra”, per cui. l’uomo sarebbe allo stesso tempo un minerale, un vegetale, un animale e anche un essere dotato di razionalità. Girato fra Caulonia, il Pollino e il Vibonese, il film ruota intorno a quattro protagonisti: il pastore, le capre, l’albero, il carbone; il primo muore proprio il giorno in cui non beve la polvere raccolta in chiesa, dal ritenuto potere taumaturgico, mentre la sua capra partorisce dando alla luce un capretto che si perde durante la sua prima uscita al seguito del gregge, rifugiandosi sotto un abete bianco.

Quest’ultimo verrà abbattuto, reso protagonista di un rito pagano ed infine trasformato in carbone, in base ad un procedimento molto antico. Tra rarefatti silenzi e contemplazione, l’opera di Frammartino ha il suo punto di forza nella semplicità espositiva, che sa farsi misteriosa e appassionante, almeno a quanto ho potuto apprendere dai commenti sulla stampa o sul web e come ho potuto notare da qualche breve trailer, in attesa di poter visionare il film, in distribuzione dal 28 maggio.

Tra i lustrini di Cannes, i vari divi, le solite polemiche e competizioni, Le quattro volte è certo una riflessione estremamente intensa, un’affascinante e audace poesia visiva con il grande merito di narrare della Calabria più ancestrale, che diviene simbolo di una memoria primordiale, volta a ricordarci tanto una perduta identità che il nostro fragile equilibrio, esprimendo l’urgenza e il bisogno di ricongiungerci a quel ciclo eterno che ci unisce ad ogni essere vivente e del quale abbiamo sin troppo presto dimenticato l’incanto.