Archivi del mese: aprile 2010

Furio Scarpelli, breve ricordo di un grande sceneggiatore

Furio Scarpelli

Furio Scarpelli

Con grande tristezza ho appreso la morte di Furio Scarpelli, vignettista e scrittore, uno dei più grandi sceneggiatori della commedia all’italiana. Aveva 90 anni. Romano, figlio del fondatore di un giornale umoristico, nel 1952 dà avvio con Age (Agenore Incrocci),ad un vero e proprio sodalizio che li vede protagonisti della grande stagione della commedia all’italiana dagli anni 50 in poi.

Chi mi segue su questo blog sa bene quanta e quale sia la mia passione per un certo cinema, italiano in particolare, capace di un lavoro di scrittura notevole ancor prima che di regia e le sceneggiature “Age&Scarpelli” hanno visualizzato un gran numero di personaggi, non più semplici macchiette, tutti idonei a rappresentare vizi (tanti) e virtù (poche) di un’Italia che abbandonava l’Arcadia contadina per proiettarsi nel periodo del “boom” economico. Dalle prime sceneggiature per l’immenso Totò si passa man mano a titoli di capolavori come I soliti ignoti (1958) di Mario Monicelli,e soprattutto La grande guerra (1959), ancora insuperato nelle modalità narrative, nel raccontare l’inutilità di una guerra che diviene simbolo di tanti inutili conflitti, dove a pagare è soprattutto la povera gente mandata al macello, gli “eroi per caso”.

Da notare che lo stesso plot, con ovvie differenze, è alla base del capitolo conclusivo della nota “trilogia del dollaro” di Leone, Il buono, il brutto, il cattivo, avendo collaborato alla sceneggiatura. Ricordo poi , tra i tanti, Sedotta e abbandonata(1964) e Signore & signori (1965), entrambi di Pietro Germi. Ancora per Monicelli sceneggiano I compagni (1963), L’armata Brancaleone (1966), ma numerose sono state le collaborazioni, con registi del calibro di Luigi Comencini, Ettore Scola, Dino Risi, Alessandro Blasetti e Nino Manfredi. Il magnifico duo ha ricevuto tre Nastri d’argento e un Davide di Donatello nel 1975 per Romanzo popolare di Monicelli. Nel 1985 i due si separano: Scarpelli riceve altri due David, nel 1987 per La famiglia di Scola e nel 1996 per Celluloide di Lizzani. Il figlio Giacomo ha seguito le sue orme:il suo ultimo lavoro, come supervisore della sceneggiatura, è per l’esordio alla regia di Stefania Sandrelli, Christine Cristina, nelle sale dal 7 maggio.

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I vitelloni (1953)

csSeconda regia di Federico Fellini, terza considerando Luci del varietà, ’51, codiretto con Lattuada, dopo l’esordio con Lo sceicco bianco, I vitelloni è il suo film più nitido dal punto di vista stilistico, dove il tema onirico appare più vagheggiato che effettivamente visualizzato.

Sceneggiato da Fellini insieme a Pinelli e Flaiano, il film, vincitore tra l’altro del Leone d’argento a Venezia, ruota intorno alle vicende di cinque trentenni che si lasciano vivere in una città di provincia (forse la Rimini del regista), comoda placenta dove coltivare le illusioni di una vita diversa, senza mai impegnarsi in alcun lavoro, tra noia ed ignavia, seduti ai tavolini di un bar o chini sul biliardo, con qualche breve attimo di maturità imposto per lo più dall’esterno.

Ce li presenta la voce narrante: Alberto (Sordi), cocco di mamma ciarliero burlone, che scansa le responsabilità, e si fa mantenere dalla sorella, che se ne andrà di casa con un uomo sposato; Leopoldo (L. Trieste), aspirante commediografo, sogna grandi glorie, ma avrà una delusione da un capocomico di passaggio in città con la sua compagnia, il quale tenterà un ambiguo approccio; Riccardo (R. Fellini), può contare su una gran bella voce impostata, ma non la sfrutta per pigrizia, e Fausto (Franco Fabrizi), seduttore di provincia “bamboccione”, mai pago di squallide avventure neanche una volta sposatosi, dopo averla messa incinta, con Sandra (Leonora Ruffo), sorella di Moraldo (Franco Interlenghi), il più giovane ed introverso del gruppo, che passa le notti ad ascoltare il fischio del treno, sino a quando una mattina vi salirà su, senza dire niente a nessuno, abbandonando lo stato di eterna adolescenza.

Fellini descrive con rapide pennellate un vero e proprio mondo a parte, dando vita ad un’inedita forma di racconto, articolato in determinati capitoli principali, nel quale si inseriscono varie situazioni secondarie, che troveranno poi la loro unione nella partenza di Moraldo, alter ego del regista, anche se ognuno dei personaggi ne presenta alcune note autobiografiche. Nel sentore di un’Italia postbellica che vuole cambiare, uscire dai suoi provincialismi per proiettarsi verso nuovi confini, il neorealismo appare prevaricato da toni esistenzialisti (il mare d’inverno) e grotteschi misti a malinconia (il ballo di carnevale, con Sordi “lucido ubriaco”), con punte di sarcasmo, pur bonario e sornione (il famoso “gesto dell’ombrello” rivolto da Sordi ai lavoratori, con tanto di pernacchia, dall’ auto che poi finirà per fermarsi).Da qui inizia il cammino sia per il grande Maestro, che con La strada darà vita ad un inedito e più compiuto percorso filmico, che per Sordi, il cui nome i distributori non vollero inserire nel cartellone del film, d’ora in poi beniamino del grande pubblico.

Happy Family

Layout 1Tutto può dirsi di Gabriele Salvatores ma non che manchi di coraggio: sin dagli esordi, infatti, pur attingendovi, ha contributo ad abbattere il muro della commedia all’italiana ormai ferma ad uno stantio provincialismo, mai sopendosi sugli allori, dopo l’inaspettato Oscar di Mediterraneo, sperimentando ed innovando (Nirvana).

Con Happy Family torna alle origini, un’opera che, pur nelle sue imperfezioni, risulta affascinante e pregna di temi a lui cari ed ormai assunti a caratteristiche autoriali: personaggi indecisi tra diversi percorsi di vita, visualizzazione di quanto riportato su uno scritto, uno stile dichiaratamente antirealistico, con gran risalto della messa in scena. Tratto dall’omonima piece teatrale di Alessandro Genovesi, sceneggiatore insieme allo stesso Salvatores, il film presenta una trama aperta ad ogni interruzione, visto l’interagire dei vari personaggi con il pubblico: Ezio (Fabio De Luigi, finalmente valorizzato come merita), è un autore alla ricerca di un’ispirazione, volendo realizzare “un film d’autore che incassi molto” e così incentra il racconto su due famiglie milanesi, una elitaria (Fabrizio Bentivoglio, Margherita Buy, l’anziana madre di lui), l’altra più “normale” (Carla Signoris e D. Abatantuono), legate dalla circostanza che i loro due figli più piccoli, pur 16enni, intendono sposarsi. Ma lo stesso Ezio finirà per conoscere le due famiglie, causa un banale incidente, trovando la donna ideale in Caterina (Valeria Bilello), la figlia più grande della prima coppia, sino a quando…

Nel prologo iniziale, in odor di Allen, Ezio, alter ego del regista, dedica il film a quanti hanno paura, intesa in senso generale, di tutto e di tutti, collegamento ai personaggi in fuga dell’ ideale trilogia degli esordi (Marrakesh Express, Turnè, Mediterraneo), che ora sembrano essersi fermati, in attesa che qualcuno gli dia il ciak per riprendere la loro recita nella vita, privi di punti di riferimento che non siano ideali senza più alcun riscontro nella realtà (Bentivoglio) o retaggi di un passato idealizzato (Abatantuono) ed incapaci o timorosi di amare o comunque di esternare i loro sentimenti e di rapportarsi con il prossimo.

Lasciando da parte l’ovvio riferimento a Pirandello e i vari rimandi cinefili, ciò che conta è il tono soave, leggero, sottolineato dalle musiche di Simon e Garfunkel, vagamente surreale, oltre che originale, con cui Salvatores affronta il tema dell’intreccio tra finzione e realtà, a partire dall’ apertura e chiusura del sipario ad inizio e fine film, passando per i tre “quadri” in cui è diviso (Protagonisti, Confidenze, The family), sino ad un finto finale con i protagonisti che ne reclamano uno diverso. Tra le due sembra essere la finzione a prevalere, dato che non vi è elemento di fotografia o scenografia che non appaia tanto stilizzato da apparire innaturale, con una girandola cromatica volta ad esaltare i colori primari, riprese dal basso verso l’alto che offrono una visione idilliaca della città di Milano, come la sua ripresa notturna in bicromia sulle note di Chopin. Sembrerebbe un esercizio stilistico fine a se stesso, grandi prove recitative a parte, ma una frase di Groucho Marx, “Preferisco leggere o vedere un film piuttosto che vivere, nella vita non c’è una trama !”, ci conduce ad un finale dove la fantasia diviene realtà, la paura di vivere (forse) scompare, come se ci fosse stato bisogno dell’elaborazione fantastica di una sorta di copione ideale, “perché la vita non ha regia”.

La fiamma del peccato (Double Indemnity, 1944)

wqwLos Angeles, notte. Un’ auto procede a forte velocità, sbandando pericolosamente, per finire la sua corsa presso l’entrata della sede di una compagnia assicuratrice; alla guida l’agente assicurativo Walter Neff (Fred MacMurray), che scende barcollando dalla vettura e si reca presso il suo ufficio. Sedutosi alla scrivania, accende il dittafono ed inizia a narrare, rivolgendosi al suo collega Barton Keyes (Edward G.Robinson), la fosca storia in cui è rimasto coinvolto, con tanto di omicidio, trovando come unica motivazione “l’ho fatto per denaro e per una donna. E non ho avuto il denaro e non ho avuto la donna”. Recatosi a casa Dietrichson per il rinnovo di una polizza auto conobbe infatti l’affascinante moglie del suo cliente, Phyllis (Barbara Stanwych), e l’ attrazione reciproca si venne a creare sin dai primi sguardi. La donna gli parla del marito, ricco, più anziano di lei, avaro, scontroso e manesco se in preda ai fumi dell’alcool, rivelandogli l’intenzione di convincerlo a stipulare una polizza sulla vita. Neff, intuita la volontà di Phyllis di far fuori l’uomo, sembra ribellarsi all’idea, ma, soggiogato dal suo fascino, architetta lui stesso il piano, fargli firmare la polizza con l’inganno, ucciderlo, e simulare un incidente durante un viaggio in treno, così da avere la “doppia indennità” prevista dal premio assicurativo. La complessa macchinazione prende forma, tutto va secondo le previsioni, ma Neff dovrà fare i conti con il collega Keyes, con la doppiezza di Phyllis, che nasconde un segreto, e con il suo tormento interiore, una volta intuita la verità, sino alla tragica resa dei conti, con la sconfitta di complice ed amante.

Terza regia di Billy Wilder, qui anche sceneggiatore insieme a Raymond Chandler, su soggetto di un romanzo di James Cain (La morte paga doppio), il film si presenta come un noir, ma con alcune particolarità, tra le quali una buona dose di caustico umorismo proprio del regista: sappiamo già chi è l’assassino sin dall’inizio, per cui tutto il racconto che si stende sullo schermo in chiave di flashback è incentrato sulla psicologia dei protagonisti, sul loro destino e sull’attesa della loro punizione; la dark lady in odor di bovarismo (una splendida Stanwych), l’agente assicurativo che smarrisce la propria identità e si avvia verso l’autodistruzione, il suo unico amico e collega coscienza e figura paterna insieme, danno vita ad un circoscritto girone infernale dal quale è impossibile evadere, se non per tornare al punto di partenza. La fotografia espressionista (J.F.Seitz) punta sul contrasto tra la poca luce e l’oscurità quasi sempre presente, dal forte simbolismo. Oltre che una visione premonitrice di quel che diverrà la società americana negli anni successivi, una amara e pessimistica riflessione sull’orrore insito nella natura umana, sulla sua ambiguità e sul fatale abbraccio tra sesso e morte.

Invictus

ss“Non importa quanto sia stretta la porta, quanto piena di castighi la vita. Io sono padrone del mio destino: io sono il capitano dell’ anima mia”. Sono gli ultimi versi della poesia Invictus del poeta inglese W. E. Henley, che durante gli anni della prigionia diede a Nelson Mandela la forza di non arrendersi e continuare a sperare. Invictus è anche il titolo dell’ultimo film da regista di Clint Eastwood, incentrato sulla carismatica figura del presidente del Sudafrica, seguendo una parte del suo difficile percorso di pacificazione tra Afrikaners e popolazione di colore.

Basandosi sul libro Ama il tuo nemico di John Carlin, lo sceneggiatore Anthony Peckham prende le mosse dalla scarcerazione di Mandela (Morgan Freeman), l’11 febbraio 1990, dopo 27 anni di prigionia: lo vediamo percorrere in auto la strada che porta a Città del Capo, tra la gioia dei sudafricani di colore e i commenti sarcastici dei bianchi che seguono l’evento in tv; un breve accenno alle libere elezioni, siamo all’11 maggio 1994, l’apartheid è stato abolito, Mandela eletto presidente. Conscio del forte desiderio di vendetta dopo anni di oppressione, con il rischio di una guerra civile, tra lucidità e forte senso pratico, ed una buona dose di coraggio, porta avanti la forza del perdono come unica arma, perché “libera l’anima e cancella la paura”; nello staff delle guardie del corpo, di colore, inserisce gli agenti che si occupavano della tutela del suo predecessore, poi, comprendendo l’importanza dello sport nazionale, il rugby, coltiva l’idea di capovolgerne gli assunti, non più retaggio simbolico dell’apartheid, con la squadra locale dei Springboks amata soprattutto dagli Afrikaners e con i neri relegati in un angusto settore dello stadio, a tifare per la squadra avversaria, ma bandiera di un rinnovato orgoglio nazionale e di un ritrovato spirito unitario, “one team, one country”. In vista della Coppa del Mondo del ’95, ospitata proprio dal Sudafrica, Mandela chiama il capitano della squadra, Francois Pienaar (Matt Damon) per dar vita insieme, tra diffidenze iniziali, a una strategia di riconciliazione che porterà bianchi e neri ad esultare insieme per la vittoria in finale: la neonata “Rainbow Nation” è diventata adulta.

Tra biografia, impegno civile e il tema dello sport come parabola di vita, un film esemplare, una lezione di storia e di grande cinema: lo stile è rigoroso, essenziale, la regia quasi invisibile, dando risalto all’analisi psicologica dei protagonisti, Freeman, che fa di Mandela un uomo comune, mai domo, capace di grandi cambiamenti per far sì che anche gli altri cambino, e Damon, vero motore della storia, che si fa carico di ogni innovazione apportata. Senza dimenticare la spettacolarità, vedi le inquadrature e le felici scelte di montaggio nelle riprese delle partite in campo, notevole è la fluidità del racconto, con momenti di toccante poesia, l’arrivo dei giocatori tra le misere baracche, con gli sguardi tra bianchi e neri che finalmente si incrociano, o di forte emozione, come la visita della squadra alla cella di Mandela. Bellissima la sequenza finale, incentrata più che sulla coppa alzata al cielo dai giocatori, sulla scena in parallelo dei poliziotti bianchi che fuori dallo stadio fanno amicizia con un povero bimbo di colore, sino ad abbracciarlo e portarlo in spalla a fine partita. Sarà anche “cinema di una volta”, ma ben vengano gli effetti speciali delle sane emozioni e della sincera retorica.
Grazie, buon vecchio Clint.

Ciao Raimondo

Raimondo Vianello

Raimondo Vianello

E così ci hai lasciati anche tu…No, non mi va di scrivere il solito articolo, ricordando la tua vita, la tua carriera, i tuoi esordi prima teatrali e cinematografici ed infine televisivi, lascio volentieri ad altri tale “incombenza”: per me e per tante persone che possono vantare una “memoria in bianco e nero” vale semplicemente il ricordo dei tuoi duetti con Tognazzi, passati tante volte in tv, innovativi ed esilaranti ancora oggi, e soprattutto per chi, come me, era un bimbo negli anni settanta gli spettacoli musicali del sabato sera su Rai Uno con la tua adorata Sandrina, le “scene da un matrimonio” con quei battibecchi sapientemente costruiti, il tuo humour sottile, squisitamente di stampo anglosassone, da vero signore dello spettacolo, del quale conoscevi ogni piccolo segreto, ogni recondito meccanismo.

E come dimenticare le splendide sigle finali, con le varie parodie da Tarzan a Zorro…Ti ho seguito con affetto anche quando traslocasti a Mediaset, ammirando sempre il tuo modo di far ridere, la tua eleganza, la tua presenza scenica sempre composta ed elegante anche nell’esprimere (garbati) doppi sensi. Inutile dire che con te scompare, credo ormai definitivamente, un certo modo e stile di fare televisione,con “autori” ormai arresi a plasmare al nostro uso e consumo beceri format spesso di importazione e non più capaci di fini lavori di scrittura, prima ancora che di valide messe in scena.

Ciao Raimondo, ti saluto con l’affetto di un vecchio amico, con le lacrime agli occhi…grazie di ogni lieta risata o ventata di sano buonumore che ci hai donato.

Signore & signori (1966)

nnDopo i pamphlets ambientati in Sicilia, Divorzio all’italiana (’62) e Sedotta e abbandonata (’64), apologhi morali viranti al grottesco volti a scardinare retrograde mentalità e antichi retaggi, Pietro Germi affronta con Signore & signori il mondo della provincia del Nord-Est italico, sempre con toni da moralista che non concede sconti a nessuno, per una acre farsa che è tra le sue opere più complesse e complete.

Forte di una sceneggiatura di cui è autore, insieme ad Age e Scarpelli e Luciano Vincenzoni, Germi trasforma il film ad episodi in un racconto corale, dove i protagonisti diventano tali solo quando le esigenze del plot narrativo lo richiedono, per poi ritornare a far parte della “coreografia” della cittadina (pur mai nominata, Treviso è facilmente riconoscibile) dove vivono, tra pettegolezzi e sguaiati commenti seduti al bar della piazza principale.

Tre le storie che andranno ad intrecciarsi tra loro: nella prima l’astuto dongiovanni Toni (Alberto Lionello) confida disperato la sua impotenza all’amico medico Giacinto (Gigi Ballista), che si diverte a canzonarlo e a spettegolare della situazione con gli amici: in realtà Toni ha ideato tutto per fargli abbassare la guardia nei confronti della giovane moglie e conquistarne le grazie; nella seconda un modesto cassiere del Banco Cattolico (Gastone Moschin), oppresso ed umiliato da una moglie petulante ed ossessiva, abbandona la famiglia per la bella Milena (Virna Lisi), cassiera in un bar. Ma sul loro sincero amore avrà la meglio la forte legge dell’ipocrisia borghese, e la loro scarsa forza nell’opporvisi, volta ad evitare “scandali”, visto che la moglie è pronta al processo per adulterio, assistita e confortata da un monsignore; nell’ultimo episodio vediamo i vari “signori” del luogo concedersi a turno le floride virtù di una ragazzotta di campagna, venuta in città per far compere, ma la figliola ha meno di 16 anni e il padre li denuncia per corruzione di minorenne. L’offerta di 5 milioni perché ritratti e il “sacrificio” in natura di una delle mogli dei colpevoli, in riparo dell’onore violato, eviterà il processo e le sue conseguenze.

Palma d’oro al Festival di Cannes ’66 (ex aequo con Un uomo, una donna di Lelouch), il film, ben diretto ed interpretato (Moschin su tutti), parla della provincia veneta per parlare dell’ Italia tutta, senza distinzione di classe o toni indulgenti da autoassoluzione, con temi sempre attuali quali l’ipocrisia espressa nell’andare contro la morale comune senza però la volontà di liberarsi dal suo giogo o il solido muro di apparente perbenismo costruito mattone su mattone dal potere borghese-cattolico: l’aspro stile di Germi, graffiante e beffardo, non concede alla risata forza liberatoria, ma la valenza di un sonoro sberleffo dalla forza incontenibile, valido a travalicare epoche e convenzioni, simbolo di una intelligenza e valenza registica ancora in attesa di migliore considerazione.