Archivi del mese: marzo 2010

Roma città aperta (1945)

de2Considerato il film simbolo del neorealismo, Roma città aperta venne realizzato da Roberto Rossellini due mesi dopo la liberazione della capitale, in condizioni precarie, usando pellicola scaduta, girando per lo più in mezzo alla strada o in teatri di posa improvvisati, vista l’inagibilità di Cinecittà ; in origine doveva essere un semplice documentario su Giuseppe Morosini, un prete fucilato a Roma dai nazisti nel ’44, ma in seguito divenne, su soggetto di Amidei e Consiglio e sceneggiatura di Fellini, Amidei e Negarville, nonché dello stesso regista, una storia di più ampio respiro, nella quale convergono vari accadimenti intrecciati tra loro.

La vicenda si svolge a Roma durante il periodo dell’occupazione tedesca, in attesa dell’arrivo degli alleati: Manfredi(Marcello Pagliero),capo di un movimento della Resistenza, sfugge ad una retata nazista e si rifugia presso la casa di Francesco (Grandjacquet), tipografo antifascista, che sta per sposarsi con Pina( Anna Magnani), vedova e con un figlio; viene aiutato a mettersi in contatto con i partigiani da don Pietro ( Aldo Fabrizi ), che collabora con loro. Durante una perquisizione dello stabile, Francesco viene arrestato, suscitando la reazione di Pina, che senza alcuna pietà verrà falciata dai mitra dei nazisti sotto gli occhi del figlio. Francesco riesce a scappare e a rifugiarsi insieme a Manfredi a casa di Marina( Maria Michi).La donna, che aveva avuto in passato una relazione con Manfredi, lo denuncia alla Gestapo. Manfredi viene dunque arrestato insieme a don Pietro:il primo morirà dopo orribili torture e il secondo verrà fucilato.

Secondo la critica dell’epoca lo stile di Rossellini non appare ancora ben definito: essendo ancora vincolato ai tradizionali canoni della commedia e del melodramma vi sarebbe in lui più l’istinto che la coscienza della novità; dove però riesce a svincolarsi da tali sovrastrutture ecco imporsi, dopo anni di retorica ed ipocrisia fascista, la vitale irruenza di una visione della realtà non artefatta, spietatamente documentata nel suo stato attuale,che, senza filtri o artifici, riesce a raggiungere livelli di pathos altissimi ( la straziante uccisione di Pina; la commovente e composta esecuzione di don Pietro).

Il regista vuole rivolgersi all’umanità nel suo insieme, non gli preme rappresentare un conflitto tra etnie, bensì la lotta di singoli individui alle prese con la propria coscienza e la propria morale, perché, come dice don Pietro prima di essere fucilato, “Non è difficile morire bene, difficile è vivere bene.”; Grand Prix al Festival di Cannes del ’46 e nomination all’Oscar per la miglior sceneggiatura originale, è un film sempre coinvolgente e commovente, grazie anche alle straordinarie, intense, interpretazioni della Magnani e di Fabrizi, che aiuta a mantenere vivo il ricordo su un periodo storico del nostro paese, portando via le nebbie di facili revisionismi e calcolati oblii.

Annunci

Shutter Island

feStati Uniti, 1954. Gli agenti federali Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio) e Chuck Aule (Mark Ruffalo) sbarcano da un battello su un’ isola, che emerge sinistra dalle brume, sede dell’ospedale psichiatrico di Ashecliffe, un complesso di edifici, compreso un misterioso faro, dove sono detenuti pericolosi criminali psicopatici. Accolti con fredda cortesia dall’ambiguo direttore della struttura, il Dr. Cawley (Ben Kingsley) e dal suo inquietante assistente Dr. Naehring (Max Von Sydow), avviano le indagini sulla misteriosa scomparsa dell’infanticida Rachel Solando, tra varie discrepanze: com’è possibile che la donna sia fuggita da una camera priva di vie d’uscita oltre la porta, data l’estrema sorveglianza e senza scarpe? Cosa nasconde il biglietto trovato nell’alloggio, rilevante uno strano codice e un misterioso paziente in soprannumero? Un violento nubifragio si abbatte sull’isola, mentre la mente di Teddy oscilla pericolosamente, tra frequenti mal di testa, ricordi della II guerra mondiale, quando con il suo plotone entrò nel campo di concentramento di Dachau, troppo tardi per salvare tante vittime innocenti, abbattendosi con furia omicida sugli aguzzini, e della moglie morta in un incendio due anni prima.

Emergono più verità: Teddy è in realtà sull’isola perché teme che la commissione che indaga sulle attività antiamericane stia mettendo in atto nella struttura gli stessi esperimenti dei medici nazisti, lobotomizzare esseri umani, svuotandoli di ogni senso morale e pronti ad uccidere, o perché ha la certezza che tra i reclusi vi sia il folle piromane che ha appiccato l’incendio nello stabile dove è morta la moglie? Ciò che emergerà nel finale del film, sino all’ultimo istante, sarà estremamente spiazzante e sconvolgente, passibile di diverse interpretazioni.

Sceneggiato da L. Kaogridis, sulla base del romanzo di Dennis Lehane, diretto da Martin Scorsese, Shutter Island si presenta come una traduzione visiva, avvolgendoci in un’atmosfera cupamente gotica e claustrofobica, con più di un riferimento al cinema espressionista tedesco, tra vari simbolismi (l’isola sconvolta dalla tempesta, l’inconscio; il manicomio, il passato; il faro, l’elaborazione e quindi la verità) e ai noir americani degli anni ‘40-’50 di Tourner e Preminger , oltre che a Il corridoio della paura di Fuller. Scorsese più che citare, lavora sui codici del “genere” per dargli la propria impronta autoriale, in effetti presente, penso alle bellissime rappresentazioni dei vari ricordi che affollano la mente del protagonista, pur se in tono minore rispetto ad altre sue realizzazioni.

Splendide la fotografia (R.Richardson) e la scenografia di Ferzetti, con una colonna sonora a volte straniante ed un montaggio “nevrotico”, il film offre valide prove interpretative, DiCaprio in gran spolvero, tormentato in costante borderline, che ci accompagna in un viaggio attraverso il dolore di una follia collettiva che man mano diviene anche personale. Tra conflittuali emozioni, esplosioni di violenza verso se stessi più che verso gli altri, sensi di colpa, con tanto di redenzione salvifica, risalta un subliminale atto di accusa verso chi, individuo o società, guarda alla rimozione del ricordo o all’etereo distacco dalla realtà come possibile soluzione di tanti problemi, tralasciando le proprie responsabilità, come sintetizza la frase pronunciata da Teddy nel finale, che dà il senso a tutto il film: “E’ preferibile vivere da mostro o morire da persona per bene ?”.

Lo squalo (Jaws, 1975)

Steven Spielberg

Steven Spielberg

Steven Spielberg (Cincinnati, 1946), appartiene alla generazione dei Movie Brats, quei registi che all’inizio degli anni ’70 contribuirono alla nascita di quel movimento noto come New Hollywood, quali Lucas, Coppola, Scorsese o De Palma. Capace di passare con disinvoltura e coerenza autoriale da film di puro intrattenimento ad opere più complesse, cominciò a farsi notare dopo che un suo cortometraggio, Amblin, vince vari premi ai festival di Venice e di Atlanta.
La Universal gli offrì un contratto nella sezione televisiva, riscontrando particolare successo nel ‘71 con Duel, poi ampliato per le sale.
La storia di un automobilista braccato da un camion di cui non vediamo mai il guidatore, contiene già elementi propri della sua filmografia: senso dello spettacolo, capacità di tenere viva la tensione, il male che irrompe nella vita dell’uomo comune. Dopo Sugarland Express, ’74, è la volta de Lo squalo, grande successo planetario. Continua a leggere

Il Vangelo secondo Matteo (1964)

142746Dedicato “alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII”, Il Vangelo secondo Matteo, scritto e diretto Pier Paolo Pasolini, uno dei più lucidi ed illuminati intellettuali del Novecento, resta ancora oggi, a circa quarantacinque anni dalla sua presentazione alla 25ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (dove ottenne il Leone d’Argento e fu oggetto di critiche anche violente dopo la proiezione), uno dei pochi film ad autentica ispirazione religiosa; ateo e marxista, Pasolini si accosta al tema del sacro con distaccato rispetto, attuando un’innovativa visualizzazione del testo di Matteo, dove la spiritualità si interseca con la violenza e la “brutalità” del messaggio nuovo del Vangelo, che si staglia sullo schermo in tutta la sua purezza ed integrità, senza cedere alla spettacolarizzazione ed alla facile oleografia dogmatica.

Girato in gran parte nel Sud Italia, con location a Barile, Le Castella, Matera, Massafra, visto che, a detta del regista, la Palestina sembrava ormai aver perso la sua originaria primitività, con attori non professionisti e comparse scelte tra la popolazione locale, il film narra fedelmente la vita di Gesù (Enrique Irazoqui), dall’annuncio della nascita sino alla morte e resurrezione, mettendone in risalto tutta la sua umanità e contraddittorietà di uomo tra gli uomini, fiero e combattivo. La macchina da presa procede a sbalzi, ora seguendo a distanza i discorsi di Gesù, quasi una presa diretta in stile documentaristico, ora avvicinandosi a scrutare i volti della povera gente, i loro sguardi, a sottolineare tutta l’incredulità e la rassegnazione di chi vede nella speranza l’unica forma di lotta possibile. Si sofferma poi in primissimo piano sulla fissità ottusamente ieratica delle classi sacerdotali dominanti, restie a comprendere la novità del messaggio del sacro che scende sulla terra, idoneo a materializzarsi in una dimensione inedita, abbandonando le forme di mera e demistificata dottrina.
Infine portata a spalla segue, in stile cine veritè, i processi cui viene sottoposto Gesù.

Notevole è anche l’alternanza tra sequenze parlate e altre del tutto mute, contornate da silente estasi (il primo piano di Maria giovane, incinta) o sofferti turbamenti d’animo (la notte nel Getsemani, la morte di Giuda, il rinnegamento di Pietro) o di straziante dolore (la lenta salita al Calvario, con la disperazione di Maria, interpretata da Susanna Pasolini, madre del regista, alla vista del figlio inchiodato sul legno): il tutto sottolineato da un’incredibile, straniante, commento musicale (coordinato da Luis Enríquez Bacalov), che mescola Bach, Mozart, spirituals e blues afroamericani. Film dal grande fascino visivo, intriso di poesia e del gusto pittorico del regista, esaltato dalla fotografia in bianco e nero di Tonino Delli Colli e dai costumi di Danilo Donati, ispirati appunto alla pittura del Quattrocento (Piero della Francesca in particolare), ci offre l’immagine di un Gesù divinizzato ma non divino, come molti uomini conscio della necessità e dell’utopia del suo messaggio che anche in punto di morte, affidata l’anima a Dio fra gli spasimi e i tormenti, non può fare a meno di urlare il suo dolore ad un’umanità sempre più scettica e smarrita.

Genitori & figli:) agitare bene prima dell’uso

6446Dedicato alla memoria dei propri genitori, il nuovo film da regista di Giovanni Veronesi (anche sceneggiatore, insieme a Ugo Chiti ed Edoardo Agnello), rappresenta un tentativo, riuscito in parte, di uscire da schemi bozzettistici per affrontare temi intimistici e di più ampio respiro. Genitori & figli:)agitare bene prima dell’uso supera il classico schema degli episodi separati per la coralità e l’interazione tra le varie storie, con tanto di voce fuori campo a fare da filo conduttore, cercando di tratteggiare un ritratto degli adolescenti al di fuori del solito clichè buono per gli spot o i contenitori televisivi pomeridiani.

Il film presenta un discreto avvio, un serrato dialogo al telefono tra Rossana (Margherita Buy) e sua madre e subito dopo una furibonda lite tra il marito Alberto (Michele Placido) e il figlio Gigio (Andrea Fachinetti), brillante studente universitario in procinto di partecipare ad un provino per “Il grande fratello”. Alberto, professore in un liceo romano, forse per conoscere, se non comprendere, quanto gli sfugge del pensiero delle nuove generazioni, assegna un tema in classe dal titolo: “Genitori e figli: istruzioni per l’uso”. Veniamo così a conoscenza della quattordicenne Nina (Chiara Passarelli), che attraverso il suo componimento porta a galla la triste situazione familiare, i genitori (Luciana Littizzetto e Silvio Orlando) in via di separazione dopo continui litigi, e il fratellino che coltiva idee razziste sfocianti nell’odio. Nina è una ragazza timida e sensibile, capace di guardare con occhio critico sia il mondo degli adulti che quello dei suoi coetanei. Si confida con le amiche, ma ha l’intelligenza di non seguirle sino in fondo, come quando, facendole vivere la verginità come un peso, le consigliano di partecipare ad una sorta di programma di deflorazione in serie attuato da un loro compagno cinese (“è extracomunitario, vuole farsi apprezzare”). Sarà la nonna paterna (Piera Degli Esposti), apparsa all’improvviso e dal passato “maledetto”, a dargli la giusta indicazione al riguardo, e la cui morte vedrà riunita, pur se per un breve momento, la famiglia. I litigi infatti continueranno, tanto che il film si conclude con lo scontro tra Alberto e Gigio con cui era iniziato e la voce di Nina a commentare con disincanto che ad una certa età si può anche sbagliare da soli.

Sceneggiatura vivace, con ottimi spunti degni di maggiore attenzione (il bimbo razzista), qualche compiacimento un po’ volgare (il ragazzino cinese sverginatore) e scivoloni verso la fiction televisiva, attenta, come l’anodina regia, a non fuoriuscire dai canoni della commedia di facile presa, indecise entrambe se puntare su toni emozionali, analisi sociale, con tanti, forse troppi, temi attuali, o risate estemporanee, senza riuscire a creare un valido amalgama. Per gli stessi motivi gli ottimi interpreti (Buy, Placido e la Degli Esposti in particolare) pur abili ad evidenziare comportamenti e contraddizioni proprie del mondo degli adulti, non riescono a divenire veri personaggi. Peccato, perché l’idea di un viaggio di formazione all’interno di un atavico conflitto generazionale, con tema dominante l’incomprensione reciproca, e con un rapporto genitori-figli che non verrà mai a troncarsi del tutto, sorretto da una linea di sangue che ne garantirà sempre il riavvicinamento, qualsiasi cosa accada, era passibile di maggiore approfondimento. Provaci ancora, Veronesi.

Mediterraneo (1991)

ddGabriele Salvatores (Napoli, 30/07/1950) è l’esempio più maturo di quel nuovo cinema italiano che tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei 90 cerca di imporre un proprio stile ed un nuovo modo di esprimersi, attingendo dalla commedia all’italiana, smarcandosi dai suoi provincialismi.

Diplomatosi all’Accademia d’Arte drammatica del Piccolo Teatro di Milano, nel ’72 è tra i fondatori del Teatro dell’Elfo, dirigendo numerosi spettacoli, come Sogno di una notte d’estate, musical tratto da Shakespeare, che nell’ ’83 trasporrà in film, suo esordio cinematografico; dopo Kamikazen ultima notte a Milano, ’87, conosce il successo con Marrakech Express, ’89, primo film di una ideale trilogia, insieme a Turnè, ’90, e Mediterraneo, ’91, dedicata alla sua generazione, ormai consapevole che l’utopia di un mondo migliore dovrà scontrarsi con la realtà del terzo millennio.

Sceneggiato da Vincenzo Monteleone, premio Oscar come miglior film straniero, Mediterraneo narra le vicende di un drappello di militari italiani che nel ’41 sbarca su una piccola isola dell’Egeo per stabilirvi un presidio. A comando del tenente Montini (Claudio Bigagli), fra gli altri, il sergente Lorusso (Diego Abatantuono), l’attendente Farina (Giuseppe Cederna), i soldati Colasanti (Ugo Conti) e Noventa (Claudio Bisio), l’alpino Strazzabosco (Gigio Alberti); l’isola appare deserta, la radio va in avaria e la nave con la quale sono giunti viene distrutta. All’improvviso appaiono donne, vecchi e bambini: il Pope del villaggio spiega come dopo le deportazioni dei Tedeschi si fossero rifugiati per paura di una rappresaglia; accolti con gioia dalla comunità, con la quale si integrano perfettamente (“italiani, greci:una faccia, una razza”), inizia una nuova vita, c’è chi riscopre le proprie attitudini, chi conosce l’amore, chi dimentica le frenesie militari. Un giorno giunge sul’isola un aviatore italiano, sono trascorsi tre anni, vi è stato l’armistizio del ’43, ci sono nuove possibilità, è tempo di lasciare l’ Arcadia felice, di prendersi la responsabilità di cambiare tante cose, anche se c’è chi resterà e chi dopo anni vi farà ritorno, stanco e disilluso.

Puntando su ironia e nostalgia, con un cast affiatato, Salvatores fa propria la filosofia di H. Laborit (“In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare”) e dedica il film “a tutti quelli che stanno scappando”; con una certa scioltezza di ripresa, il contesto storico viene usato in chiave di metafora per affrontare i temi a lui cari del viaggio, inteso come viaggio interiore, alla scoperta dei propri limiti e delle proprie capacità, riscoprendo valori importanti come l’amicizia, e della fuga, non dall’impegno, bensì verso un nuovo mondo possibile, lontani da cinismo, opportunismo, volgarità.L’isola, luogo chiuso, comunità autosufficiente, rappresenta un momento di pausa, di riflessione, per decidere cambiamenti interiori, dare un nuovo senso alla propria vita, o di portata universale, darlo anche a quella degli altri, costretti spesso a scegliere tra compromesso o nostalgica rassegnazione.

Frankenstein Junior (Young Frankenstein, 1974)

142548Mel Brooks (Melvin Kaminsky, New York, 28/06/1926)inizia la sua carriera come cabarettista in locali notturni della sua città, negli anni sessanta lavora in tv come scrittore di testi e autore di commedie; esordisce al cinema nel 1968 con Per favore non toccate le vecchiette (The Producers), Oscar per la miglior sceneggiatura originale; nel 1974 con Mezzogiorno e mezzo di fuoco (Blazing Saddles)inizia una serie di parodie che, tra alti e bassi, gli danno fama e successo.

Frankenstein Junior, sceneggiato insieme a Gene Wilder, è una rivisitazione-omaggio in chiave comica del mito della “Creatura” nata dalla penna di Mary Shelley nel 1818 (Frankenstein ;or,The Modern Prometheus)e, grazie alla stupenda fotografia in bianco e nero ed ai caratteristici passaggi tra le varie scene, una nostalgica citazione del cinema degli anni venti e dei primi tre film dedicati al “mostro” (Frankenstein, ’31, The bride of Frankenstein, ’35, di J.Whale; Son of Frankenstein, ’39, di R.V. Lee), tanto che il laboratorio è lo stesso del film del 1931.

Frederick Frankenstein (Gene Wilder), medico e professore universitario, nipote del famoso dottore, rinnega la sua parentela e le teorie del nonno sulla rianimazione dei cadaveri; l’apertura del testamento del bisnonno gli impone di partire per la Transilvania. All’arrivo viene accolto dal gobbo Igor (Marty Feldman)e dall’assistente Inga (Teri Garr); giunto al castello conosce Frau Blucher (Cloris Leachman), grazie alla quale scopre il laboratorio e il diario segreto del nonno. In preda all’entusiasmo, pensa di dare vita ad una sua creatura:procuratosi il corpo, per una distrazione di Igor gli impianta il cervello di un anormale, per cui il “mostro”(Peter Boyle)è incontrollabile,deve essere rinchiuso; liberato dalla Blucher, vaga senza meta, conoscendo una bambina ed un vecchio cieco(Gene Hackman).Attirato al castello dalla musica, cui è molto sensibile, insieme al dottore è protagonista di uno show allestito da questi per dimostrare le potenzialità della scienza, ma lo scoppio di una lampadina lo irrita, per cui viene nuovamente rinchiuso, riuscendo però a fuggire e a rapire Elizabeth (M.Kahn), la fidanzata del dottore giunta nel frattempo, che avrà modo di conoscere le sue capacità amatorie; richiamato ancora con la musica, è sottoposto ad un esperimento grazie al quale riceve parte del cervello del suo creatore. Ormai “normale”,si sposa con Elizabeth e Frederick con Inga, la quale capirà a breve cosa abbia ricevuto il dottore dalla creatura in cambio di parte del suo cervello.

Scatenata commedia, con un’ abile regia che asseconda le interpretazioni dei protagonisti dando risalto alle varie trovate comiche e ai dialoghi brillanti; straordinario Feldman,con la sua gobba mutevole e gli occhi sgranati a sottolineare ogni gag; tra le risate, vi è comunque spazio per una riflessione sui limiti della scienza e sulla facile assonanza diversità-mostruosità.