Archivi del mese: febbraio 2010

Baciami ancora

xxxDopo la felice esperienza hollywoodiana, Gabriele Muccino ritorna in Italia, regista e sceneggiatore di Baciami ancora. E’ il sequel, dopo nove anni, del suo L’ultimo bacio, film simbolo sia di una generazione, quella dei trentenni in perenne sindrome da Peter Pan, sia di un nuovo modo di caratterizzare la classica commedia propria del nostro cinema, privilegiando sentimentalismi e toni emozionali da melodramma, uniti a cinismo e temi esistenziali.

La voce fuori campo di Carlo (Stefano Accorsi), narra la separazione dalla moglie Giulia (Vittoria Puccini, che sostituisce la Mezzogiorno), nonostante la nascita della bambina, e gli ultimi anni passati “vivendo senza sapere la mattina cosa avrei fatto la sera”, euforica farfalla che si posa di fiore in fiore, sino ad arrivare all’odierno, apparente, stato di quiete con una nuova compagna. In realtà è ancora innamorato di Giulia, mal sopportando la sua convivenza con uno scalcinato attore (Adriano Giannini).Il ritorno di Adriano (Giorgio Pasotti), dopo due anni di galera in Colombia per spaccio di droga, ricompatterà il gruppo di amici protagonisti del film precedente:Paolo (Claudio Santamaria), in bilico tra crisi depressive e momentanei attimi di felicità con Livia (Sabrina Impacciatore), ex di Adriano, dal quale ha avuto un figlio che non lo ha mai conosciuto, la coppia Marco e Veronica (Pierfrancesco Favino e Daniela Piazza), in crisi per la mancata nascita di un figlio, Alberto (Marco Cocci), ancora convinto che la fuga verso un paese lontano possa essere la vera soluzione dei problemi.

Sarà l’occasione per un pesante bilancio esistenziale, riflettendo su sogni mai concretizzati e su tanti problemi lasciati in sospeso, per arrivare, stancamente, dopo tradimenti, liti urlate al cielo, ipocondria ed isterismi da manuale, ad un finale tragico e lieto insieme: tutti uniti nelle loro disillusioni o nel loro perbenismo borghese, con pochi che riusciranno ad ammettere i loro errori (Adriano) o ad accettare nuove realtà (Marco), plasmandosi alla vita, nel consolatorio assunto che “non ci dà sempre le cose che vogliamo. Ma l’importante è che ce le dia”. Sospesa tra toni esagitati e melensaggini visive da spot pubblicitario, contornate da ruffiana musica d’antan ed un montaggio da cardiopalma, l’opera di Muccino trasporta di peso i trentenni di dieci anni fa nell’attuale realtà della “generazione 1000euro”, senza evidenziare alcun processo evolutivo a livello psicologico e nulla che ci spieghi perché l’ evoluzione non sia avvenuta.

A parte i dubbi su quanto questi 40enni in crisi siano “veri”, anche se, visto gli appartamenti in cui vivono quasi tutti e le lussuose auto scintillanti di concessionaria, siamo certo dentro la borghesia romana medio-alta, anche nei valori espressi, resta il fatto che non fanno altro che girare su se stessi, creando una serie di contorte spirali che avviluppano tutto e tutti, mettendo alla luce spunti interessanti che restano in superficie. Muccino è abile narratore, espone una storia che, nonostante gli eccessi melodrammatici (corse affannate, “ultimi baci” sotto la pioggia scrosciante, notti da tregenda a sottolineare gli eventi più tragici), coinvolge il pubblico e gli fa rivivere qualche esperienza di vita, felice o meno, con il merito di alcune buone prove recitative (Favino ed Impacciatore in particolare, capaci di certe sfumature).

Un buon prodotto, abilmente confezionato, anche se semplicemente illustrativo ed espositivo, senza il coraggio di una particolare introspezione, che nobilita in fondo il termine “commerciale”, elevandolo a nota di merito. Unico rischio, paventato da Muccino stesso e da un protagonista all’interno del film, è di una probabile serializzazione: arrivederci a 50 anni, allora…altro che “ultimo bacio”, arriveremo ai fatidici 24mila…

Vertigine (Laura, 1944)

asOtto Preminger (Vienna, 1906-New York,1986) è stato un regista dotato di una notevole capacità di teatralizzazione nella messa in scena, memore dei suoi trascorsi come attore teatrale in Austria, sotto la guida di Max Reinhardt, per poi passare alla regia. Emigrato in America nel ‘34, continuò l’attività teatrale a Broadway e alla scuola drammatica dell’ università di Yale, alternandola a quella cinematografica, avviata in Austria nel ’32, maturando uno stile crudo, essenziale, con punte visionarie, ritraendo con efficacia situazioni psicologiche complesse, caratterizzando con impronta personale i vari generi cinematografici, sempre in equilibrio tra versatilità e mestiere.

A parte i suoi primi film, trascurabili, il vero esordio hollywoodiano è Vertigine, Laura in originale, dall’omonimo romanzo di Vera Caspary, per la sceneggiatura di J.Dratler, S.Hoffenstein, B. Reinhardt. “Non dimenticherò mai il giorno in cui Laura morì, un sole d’argento bruciava in cielo come un’enorme lente d’ingrandimento…” la voce fuori campo del giornalista Waldo Lydeker (Clifton Webb), funzionale solo all’introduzione della vicenda, narra l’omicidio di Laura Hunt (Gene Tierney), disegnatrice pubblicitaria, sua amata e protetta, trovata morta nel suo appartamento con il volto sfigurato da una fucilata. L’ispettore Mark McPherson (Dana Andrews), avvia le indagini interrogando proprio Lydeker, facendo risaltare il suo snobismo dai toni saccenti e sarcastici. Ispeziona l’appartamento di Laura, restando affascinato dal suo ritratto, così come da tutto ciò che viene a sapere della defunta dalla zia Anne (Judith Anderson), da Shelby Carpenter (Vincent Price), mellifluo dandy promesso sposo di Laura, e ancora da Lydeker, che ne narra la carriera, tutta merito suo, la loro amicizia, di come mal sopportasse le sue frequentazioni, dapprima con un aitante pittore e poi con Shelby. Tutti ne parlano affascinati e lo stesso Mark ne è ormai morbosamente attratto:ancora una volta si reca nel suo appartamento, tormentato dall’incapacità di dare una svolta al caso, osserva ogni oggetto, per poi ubriacarsi ed addormentarsi su una poltrona, sotto il ritratto di Laura. All’improvviso la porta si apre, entra proprio lei, Laura: sogno o realtà? Se Laura è viva, chi era la donna uccisa? Sempre più coinvolto, Mark riuscirà a risolvere il caso, con amara sorpresa finale.

Si tratta di un noir, che, nel rispetto dei canoni propri del genere, se ne differenzia per uno stile particolarmente elegante, di stampo teatrale, girato soprattutto in lussuosi interni e non negli esterni cari alla tradizione del genere, a sottolineare tanto l’ossessione morbosa per la protagonista che le ambiguità di quest’ultima come dei vari personaggi, ognuno con una propria verità a portata di mano e contemporaneamente qualcosa da nascondere. Oltre alla valida prova degli interpreti, con una Tierney semplicemente stupenda, ed uno stile di regia sobrio ed essenziale, splendida risulta la fotografia (Oscar a J.LaShelle) che avvolge l’oscura vicenda in un’atmosfera particolarmente morbida, coinvolgente, tra tagli di luce ed ombre suggestive, sospesa tra il subliminale e l’ onirico.

Il sorpasso (1962)

142811Capolavoro assoluto di Dino Risi, Il sorpasso è un film dalla portata innovatrice e lungimirante, descrivendo, in odor di metafora, i mutamenti sociali e di costume dell’Italia in piena euforia da boom economico. Caratteristiche non sempre intuite dalla critica dell’epoca, mentre il pubblico ne decretava, grazie al passaparola, il successo.

Sceneggiato da Risi con Scola, Maccari e Sonego, più che una commedia, pur “all’italiana”, per l’amara morale di cui è soffuso si delinea come un tragico apologo. Per le strade di una Roma deserta nel giorno di Ferragosto, sfreccia una Lancia Aurelia Spider, guidata da Bruno (Vittorio Gassman), alla ricerca di un telefono. Fermatosi a bere ad una fontanella, nota alla finestra di un palazzo il giovane Roberto (Jean-Louis Trintignant) e gli chiede la cortesia di una telefonata. Per l’ introverso studente universitario inizia una lunga avventura, incapace di opporsi alla straripante personalità di Bruno, estroverso e fanfarone: un invito a pranzo si trasformerà in un viaggio verso mete sempre più occasionali, passando per la tenuta degli zii del giovane, con Bruno che ne smonterà ogni idilliaco ricordo dell’infanzia, arrivando a Castiglioncello, a casa dell’ex moglie di Bruno, con la figlia quindicenne (Catherine Spaak) futura sposa di un ricco industriale del Nord. Roberto, pur resosi conto dell’inaffidabilità di Bruno, ne è affascinato, contrapponendo il suo vivere alla giornata, il cogliere al volo ogni opportunità, alla propria rigida razionalità e al suo defilarsi di fronte agli eventi. Convince l’ amico ad accompagnarlo a Viareggio, dove è in vacanza una ragazza di cui è innamorato: si riparte, euforici entrambi, un sorpasso spericolato dietro l’altro, ma l’auto sbanda e precipita lungo una scarpata, con Roberto dentro, mentre Bruno riesce a saltare fuori.

Road movie attraverso le strade di un’ Italia in divenire, sulla scia di un benessere economico che comincia ad interessare anche le classi meno agiate, dallo stile registico rigoroso, attento sia a delimitare che ad esaltare la creatività degli attori, dei protagonisti in particolare, soffermandosi sulle loro caratteristiche psicologiche, lontano da vezzi caricaturali: se Gassman è il classico italiano del periodo, archetipo di tanti odierni cialtroni, smargiasso, esibizionista ed irresponsabile, Trintignant, insicuro ed impacciato, è perdente in partenza in una società che già punta sul’apparenza e guarda con diffidenza chi appare “diverso”, la sua vera visione della realtà è data dai suoi pensieri fuori campo, in contrasto col fare accomodante. Sempre in movimento sulla strada, qualche sosta, i due si fanno simbolo del veloce cambiamento in atto, dei diversi modi di affrontarlo, l’individualismo sfrenato del nuovo che avanza e il rimanere saldi alla propria educazione di base, a ben radicati principi, per quanto ammaliati dalle sirene del facile successo. Insieme sulla stessa strada, nella stessa auto, insieme a tentare un sorpasso se non impossibile certo rischioso, ma dalle tragiche, irreparabili conseguenze solo per uno dei due, mentre, per chi è sopravvissuto, rimane, forse, il peso di una fatale responsabilità.

Tra le nuvole

47606Il titolo originale del film Tra le nuvole, di Jason Reitman (Thank you for smoking, Juno) è Up in the air, da tradursi come “campato in aria” o “in sospeso”, termini che rendono molto bene la filosofia di vita del protagonista, Ryan Bingham (George Clooney), sempre in volo da una città all’altra degli Stati Uniti, con un bagaglio leggero che allestisce meticolosamente, 322 giorni l’anno, professione “tagliatore di teste”, come vengono chiamati in gergo quegli specialisti, estranei all’azienda, cui è affidato il delicato compito di provvedere a licenziarne i dipendenti: assolutamente convinto della bontà del suo metodo, basato su un’apparente comprensione, indora la pillola con una personale filosofia spicciola a suon di frasi fatte, da bravo imbonitore, che usa anche nei corsi motivazionali che presiede, senza palesare alcuna emozione di fronte allo sgomento di chi, tra mutui in scadenza, figli all’università, incombente carovita, si vede crollare, dopo tanti sacrifici, il mondo davanti.

Ryan è refrattario ad ogni legame, ha sporadici rapporti telefonici con le sue due sorelle, di cui una sta per sposarsi, la sua casa sono gli aeroporti, “non luoghi” uguali e asettici, come gli alberghi di lusso in cui brevemente soggiorna, dove non deve neanche fare la fila, grazie alle varie carte fedeltà di cui è in possesso. Unica ambizione, raggiungere un determinato numero di miglia aeree per divenire titolare di una speciale carta che gli permetterebbe di entrare a far parte di una sorta di club esclusivo. Ma il destino gli porrà innanzi due occasioni per tornare con i piedi per terra, l’incontro con l’affascinante Alex (Vera Farmiga), suo omologo femminile (“pensa a me come se fossi te con una vagina”), e la neolaureata Natalie (Anna Kendrick), portatrice di novità in azienda: niente più voli prestigiosi e privilegi, d’ora in poi si licenzierà in videoconferenza, al prezzo di un collegamento web; ambedue, per motivi diversi, porteranno Ryan a riflettere sulla propria vita, riscoprendo gli affetti e l’amore (“tutti abbiamo bisogno di un copilota”), un percorso di redenzione e ritorno alla vita reale senza premio finale: “molti torneranno a casa accolti dalle mogli e dai figli, da cani scodinzolanti, guardando magari le stelle in cielo, una di quelle sarà un’ala del mio aereo”, commenta laconica la sua voce fuori campo.

Reitman confeziona abilmente, sotto l’apparenza da commedia sofisticata anni ’30-’40, con tensioni erotiche preliminari aggiornate al nuovo millennio (splendida la scena del confronto delle carte di credito tra Ryan ed Alex), un’opera che travalica i generi, affrontando con humour cinico un tema serio ed attuale, quello dei licenziamenti per esubero, facendo interpretare i lavoratori che li subiscono a persone che realmente hanno vissuto quest’esperienza, con dialoghi serrati ed intelligenti, che hanno quella carica eversiva propria del cinema indipendente, merito di una sceneggiatura di ferro (Reitman e S.Turner, da un romanzo di W.Kim). Mischiando ironia e dramma, perfetta risulta l’interpretazione di Clooney, niente più pose da gigione, ma un’ eleganza, recitativa e di presenza scenica, sommessa, malinconica, autoironica, tra charme e malcelato pudore, che l’avvicina al miglior Cary Grant.

Non da meno poi le due interpreti femminili, donne in apparenza diverse, ma che in fondo dalla vita vogliono le stesse cose, essendo Alex la concretizzazione pratica delle aspirazioni di Natalie (il dialogo –confronto tra le due riecheggia certi film di G.Kukor). Reitman evita il sentimentalismo ed ogni carineria di sorta, né si lascia andare a prediche moraleggianti, ci sbatte in faccia la realtà cosi com’è, spiazzandoci più volte, tenendoci sulle nuvole sino alla fine, ma con lo sguardo rivolto a terra, amaro scambio tra sicurezza virtuale e necessità reale, a volte inconscia, di mettere radici e, possibilmente, di avere qualcuno accanto.

In nome della legge (1949)

germiNel parlare di Pietro Germi (Genova,1914-Roma, 1974), non si può non essere d’accordo con il critico Paolo Mereghetti: dell’eclettico e geniale regista se ne è sempre parlato con distacco, magari ritenendolo degno di rivalutazione, “ma sempre in attesa che la rivalutazione diventasse definitiva”; non gli sono stati d’aiuto il suo carattere chiuso, la sua schiettezza nel dichiararsi socialdemocratico, che lo ha reso inviso a certa critica di sinistra e la sua scelta di puntare sul “film di genere” distaccandosi dal neorealismo, spaziando dal melodramma alla commedia all’italiana, innovandola con un inedito senso del grottesco.

In nome della legge, tratto dal romanzo Piccola pretura di Giuseppe Guido Lo Schiavo, sceneggiato dallo stesso Germi, Monicelli, Fellini, Pinelli, Aldo Bizzarri e Giuseppe Mangione, narra le vicende del giovane magistrato Guido Schiavi (Massimo Girotti), inviato come pretore in un piccolo paese siciliano, dove i suoi buoni propositi di applicare fermamente la legge dovranno fare i conti con la diffidenza della popolazione locale, con le prepotenze del barone Lo Vasto (Camillo Mastrocinque), che ha chiuso la zolfara da lui amministrata, lasciando molta gente disoccupata e con il capomafia Passalacqua (Charles Vanel), che garantisce al barone “rispetto e protezione”; grazie alla collaborazione del maresciallo Grifò (Saro Urzì) e rincuorato dall’amicizia del giovane Paolino, il pretore cerca di districarsi tra gli omicidi che si susseguono e l’ottusità del capomafia, di cui rifiuta la protezione; fallito il tentativo di corromperlo, il barone assolda un sicario per ucciderlo, ma il pretore scampa all’attentato; il procuratore gli consiglia il trasferimento e Schiavi, ormai rassegnato, accetta; quando però apprende che Paolino è stato ucciso, corre in chiesa a suonare le campane a martello, convocando tutti gli abitanti sulla piazza, accusandoli dell’omicidio per la loro condotta omertosa; resterà al suo posto affinchè il rispetto per la legge trionfi, anche a costo della sua vita; il capomafia, colpito dalle sue parole, gli consegna il colpevole, rinunciando alla sua legge perchè venga applicata quella dello Stato; Schiavi procede all’arresto pronunciando la formula di rito, “in nome della legge”, gridandola poi in faccia a Passalacqua, per ribadire la supremazia della legalità.

Film d’azione spettacolare e coinvolgente, ottimamente diretto ed interpretato, che si avvale di un suggestivo sfruttamento del paesaggio naturale, con una Sicilia vista “verganiamente”nella sua vitalità e nel suo isolamento, legata ad un desueto codice d’onore, che, ambiguamente, ha forse a che fare con la giustizia tout court, ma non con quella legalità del cui valore il pretore si fa pugnace testimone, sotto la cui egida dovrebbero sentirsi uniti tutti gli uomini, senza sopraffazione dell’uno sull’altro:in ciò sta l’abilità di Germi, dare un senso morale al racconto, senza che questo predomini sulla sua struttura, ma divenendone parte integrante.

Io e Annie (Annie Hall, 1977)

xswWoody Allen (Allan Stewart Konigsberg, New York, ‘35), tra gli autori più moderni e completi del cinema statunitense (regista, sceneggiatore, attore, comico, autore teatrale, scrittore umoristico e clarinettista jazz), è riuscito a descrivere nelle sue opere con distaccata ironia, ed autoironia, gli ambienti intellettuali della propria città natale, in particolare della comunità ebraica, inserendo come tema costante la passione per la letteratura, la filosofia, il cinema europeo e la psicoanalisi. “Un regista metropolitano” (Fernaldo Di Giammatteo), dunque, i cui esordi risalgono agli anni ’50, come autore televisivo, mentre negli anni ’60 approda come comico nei night club di New York, costruendo, facendo leva sulle sue debolezze, la tipica figura di individuo sospeso tra nevrosi e timidezza, dalla comicità cerebrale.

Del ’65 è la sua prima sceneggiatura cinematografica (Ciao Pussycat di C.Donner), e del ’66 l’esordio nella regia con Che fai, rubi?, prima di una serie di farse spassose, esili e sgangherate, che risentono delle precedenti esperienze televisive e cabarettistiche, comicità slapstick e battute fulminanti, che continueranno sino al ’77, quando Annie Hall, punto di svolta della sua carriera, apre la strada a nuovi toni riflessivi ed autoriflessivi, misti ad autoindulgenza. Alvy Singer (Allen), comico televisivo di successo, si racconta davanti la macchina da presa:il lavoro, l’ amore per la città in cui vive, New York, i suoi problemi esistenziali, la sua concezione pessimistica dei rapporti umani, i problemi con le donne, soffermandosi anche su alcuni momenti della sua infanzia, illustrati in divertenti scenette; introduce poi la figura di Annie (Diane Keaton), con la quale si sono appena lasciati, raccontando, senza omogeneità temporale, i vari momenti della loro vita insieme, dalle loro recenti difficoltà nel rapporto, anche sessuali, nonostante le varie sedute dallo psichiatra, al loro primo incontro ad una partita di tennis. Annie ed Alvy sono profondamente diversi: lei cantante di night club senza una vera e propria cultura, libera ed estroversa, d’estrazione familiare wasp, lui ebreo, intellettuale e dalla personalità lacerata. Annie andrà in California, al seguito di un produttore discografico, Alvy, cercherà, inutilmente, di convincerla a tornare: scriverà una commedia sulla loro storia, ma con lieto fine ( “si tende alla perfezione almeno nell’arte, perché è tanto difficile nella vita”).

Si rivedranno, da buoni amici e nulla più. Quattro Oscar (miglior film, regia, sceneggiatura, Allen e M. Brickman, Keaton miglior attrice protagonista ), a prova della maturità raggiunta da Allen, dei suoi affinamenti volti a dare una storia più solida, con più centri di raccordo, conscio di una dimensione anche metaforica del cinema, con una finezza psicologica soffusa nel descrivere i vari ambienti, dal mondo dello spettacolo a quello della borghesia, con un’interiorizzazione che l’assimila a Bergman, ma rispetto al quale, con una certa armonia ed eleganza, smorzando i toni, riesce a mitigare la durezza del dramma, facendo sì che la storia si estenda sullo schermo con sciolta naturalezza e raro equilibrio.

La prima cosa bella

7383L’ultimo film di Paolo Virzì, La prima cosa bella, si inserisce, rinnovandola, nel solco della commedia all’italiana, offrendo al pubblico un’opera meno connotata politicamente rispetto alle precedenti realizzazioni del regista livornese, ma più accurata e completa, incentrata sui sentimenti, senza sconfinare nel sentimentalismo, grazie all’abile bilanciamento con l’ironia di cui è soffusamente intrisa.

Livorno, estate ’71: la bella Anna Nigiotti in Michelucci (Micaela Ramazzotti), misto di dolcezza ed ingenuo candore, è eletta “Miss Mamma Estate” ai Bagni Pancaldi, tra commenti maliziosi e lo sguardo geloso del marito Mario (Sergio Albelli), maresciallo dei Carabinieri, quello divertito della figlia Valeria e quello incupito del figlio Bruno.

Un salto temporale ai giorni nostri ed ecco Bruno (Valerio Mastandrea) ormai adulto, professore presso un Istituto Alberghiero a Milano, profondamente infelice, “consumatore occasionale” di droga, anaffettivo, incapace di vivere in pieno la relazione con la donna con cui convive (la definisce “coinquilina”). La visita della sorella (Claudia Pandolfi), che gli comunica come la madre (ora interpretata da Stefania Sandrelli)sia in fin di vita per un cancro, lo costringe a far ritorno in quella Livorno da cui era fuggito, facendo finalmente i conti con il passato e con gli affetti violentemente sopiti: in un simbiotico scambio tra passato e presente, dagli anni ’70 agli ’80, arrivando ad oggi, vedremo come la personalità di Anna, passionale, ingenuamente romantica, esuberante di voglia di vivere nonostante le varie avversità, a volte frivola sino all’imbarazzo, abbia influito sulla vita dei due fratelli, così come, soprattutto, la gretta piccineria e l’egoismo dell’ambiente di provincia, a partire dal marito che in una scenata di gelosia la scaccia di casa.

Con i figli dietro, tenta varie strade nel nome della libertà e dell’autonomia, facendo ingenuo affidamento su uomini che puntualmente l’illudono (un modesto giornalista che l’introduce nel “bel mondo”, un conte senza scrupoli che l’inserisce come figurante nel film La moglie del prete di Risi), a volte l’aiutano (il proprietario di un negozio, il vicino di casa, Nesi, uno straordinario Marco Messeri) o la usano, come l’Avvocato Cenerini (Dario Ballantini), e il gesto di generosità nei confronti suoi e della moglie sarà una delle sorprese nel finale del film.

Sospeso tra intimismo e sottile autobiografia, Virzì (sceneggiatore con F.Bruni e F.Piccolo), si dimostra regista tecnicamente maturo (molti i piani sequenza), sensibile ed innamorato dei suoi personaggi, a cominciare da Anna, che si erge di fronte alle vicissitudini con positività naif, simbolo di resistenza umana, così vicina e così lontana dall’Adriana di Io la conoscevo bene, ’65, di Antonio Pietrangeli, che reagiva ai calci in faccia della vita con un gesto estremo, personaggio centrale di un film corale, con ottime interpretazioni sia della Ramazzotti che della Sandrelli, coincidenti nella personalità: pur malata Anna non rinuncia alla gioia di vivere, fuggendo dalla struttura in cui è ricoverata, commuovendosi al cinema, concedendosi lo zucchero filato e un ballo con il figlio andato a riprenderla, un Mastandrea che offre molte sfumature al suo personaggio, memoria storica e percorso catartico di ritorno alla vita.

Molto efficace poi la Pandolfi nel tratteggiare una figura di donna sospesa tra affetti familiari e nuovi amori. La recitazione privilegia i mezzi toni, e la regia, senza retorica o melense nostalgie, riesce ad imbastire un grande afflato, mischiando abilmente il riso con il dolore e il pianto, riconciliandoci con il cinema, la vita, i sentimenti e rincuorandoci con sana emozione ad affrontare qualsiasi avversità: è un attimo e ci si ritrova tra le braccia della dolce Anna, confortati come i suoi figliuoli da un caldo abbraccio, cullati da una moderna ninna nanna (La prima cosa bella, canzone che dà il titolo al film).