Archivi del mese: novembre 2009

Nemico pubblico, torna il gangster movie

nemicopubblicoIl titolo originale del film, tradotto in italiano come Nemico pubblico, è Public Enemies, espresso al plurale, come se già da questo particolare il bravo regista Michael Mann volesse prendere le distanze dalla spesso mitizzata figura del gangster Dillinger (interpretato da Johnny Depp), annoverandolo nell’elenco degli altri suoi “colleghi”(Pretty Boy Floyd, Baby Face Nelson), dei quali vengono accennate le gesta durante la narrazione.

Ma “nemici pubblici” possono essere anche le banche, oggetto delle rapine di Dillinger e della sua banda, responsabili del crollo del ’29 con il seguente periodo della “Grande Depressione”, o ancora i poliziotti facenti parte del costituendo Bureau of Investigation, l’attuale FBI, che usa metodi repressivi non proprio ortodossi, con a capo Melvin Purvis (Christian Bale).“Quando la leggenda diventa realtà, stampa la leggenda”: Mann, coadiuvato dall’efficace sceneggiatura di Ronan Bennet, basata su un romanzo di Brian Burrough, capovolge l’assunto fordiano per basarsi su uno stile essenzialmente cronachistico, con un’attenzione maniacale per ogni piccolo particolare, ambientando la storia nei luoghi reali in cui i fatti si svolsero.Usa poi spesso la camera a mano, la muove a scatti, parte da un’inquadratura “larga” per poi restringerla ed insinuarsi sui volti dei personaggi, rendendo lo spettatore partecipe della vicenda, creando una particolare atmosfera grazie anche all’illuminazione naturale (lampioni e luci dell’epoca) e alla splendida fotografia di Dante Spinotti.

Complice un montaggio “nervoso” (P. Rubell e J.Ford), non sempre si riesce a tenere il filo della successione degli eventi, a partire dalla scena iniziale dell’evasione, passando per le varie rapine, arresti, fughe, sparatorie, con una straniante colonna sonora, che mescola blues e rock, a far da contrappunto alle raffiche dei mitra e ai colpi di pistola, ma si resta comunque affascinati, anche per l’interpretazione minimalista di Depp. Basta un gesto, un semplice sguardo, quando non il silenzio, a conferire profonda espressività al suo personaggio, visto non come un eroe, ma uomo ieraticamente conscio del proprio destino, fedele ai propri ideali, agli amici e alla sua donna, Billie (Marion Cotillard).

Mann infatti evita tanto l’enfasi retorica che qualsiasi coinvolgimento emotivo o meccanismi di introspezione psicologica e contrapposizioni manichee tra bene e male:sia i poliziotti che i delinquenti lottano senza regole, anzi, a volte sono proprio i primi ad usare i metodi più drastici e violenti (la scena dell’interrogatorio di Billie, o la costrizione alla delazione della donna che permetterà di scoprire Dillinger).Splendida la scena finale: Dillinger è al cinema, assiste all’ultimo film della sua vita (i federali gli spareranno alle spalle all’uscita), Manhattan Melodrama di Van Dyke, storia di due amici d’infanzia, C. Gable e W. Powell, che nella vita prenderanno due strade diverse, l’uno gangster e l’altro procuratore che lo condannerà alla sedia elettrica: come in un gioco di specchi Dillinger man mano che le immagini scorrono sullo schermo rivede la propria vita, uomo coerentemente e consapevolmente “contro il sistema”, che accetta la morte come unica, estrema, soluzione per continuare ad essere libero.

I quattrocento colpi (Les quatre-cents coups, 1959)

dddddddddddddddddddddddddTra la primavera del ’59 e l’autunno ’63 il cinema francese assume nuove caratteristiche, sparisce l’accademismo ereditato dagli anni 30 per nuovi modelli di riferimento, tra i quali Rossellini: la macchina da presa torna nelle strade, si riprende contatto con la realtà, abbandonando l’artificio degli studi cinematografici, cercando attori nuovi che potessero dare una patina di autenticità ai personaggi interpretati e affrancandosi dai vincoli della sceneggiatura. Si tende poi ad una fotografia più vicina al documentario e ad una illuminazione il più possibile simile alla luce naturale. Nasceva la Nouvelle vague e la “ politica degli autori”, i diritti dell’autore-regista, padrone del linguaggio cinematografico e quindi creatore del film.

Francois Truffaut (1932-1984), tra i grandi protagonisti di questa nuova corrente, se ne distacca per dare importanza ai sentimenti ed alla partecipazione emotiva dello spettatore; la sua opera d’esordio, Les quatre-cents coups (fare il diavolo a quattro, per traslato), insolita e di stile innovativo, vinse il Premio per la miglior regia al Festival di Cannes del ’59:Antoine Doinel (Jean-Pierre Léaud), un dodicenne introverso, vive a Parigi, in un piccolo appartamento, senza una stanza propria, e non ha un buon rapporto con i genitori, una madre assente e coinvolta in avventure extra coniugali ed un padre, acquisito, che pensa solo al lavoro e ai rally della domenica. Bigia spesso la scuola con un suo amico per andare al cinema o al luna-park, giustificando l’assenza con bugie assurde, scappa di casa due volte, commette un furto, ma al momento di restituire il maltolto che non è riuscito a rivendere, viene sorpreso: al commissariato il padre, che non vede l’ora di liberarsene, decide per l’invio in un centro correzionale, dal quale Antoine riuscirà a fuggire, in cerca di quel mare che non ha mai visto.

Truffaut, con sguardo complice e toni autobiografici (Antoine-Léaud è il suo alter-ego e lo sarà in altri film), con la macchina da presa che si fa agile e leggera, alterna piani ravvicinati e statici nelle riprese degli interni, a simboleggiare l’ostilità, la chiusura di certi ambienti nei confronti del protagonista, a campi lunghi e ampi movimenti della macchina da presa in quelle degli esterni.
Antoine lotta contro l’insensibilità e l’ostilità delle istituzioni, a partire dalla famiglia, passando per la scuola e finendo con l’ordine costituito e reprimente del carcere e del riformatorio, esprimendo il suo disagio con un comportamento in apparenza anaffettivo, sino alla lunga fuga finale verso il mare, simbolo di libertà e felicità e dinnanzi al quale si ferma sconcertato: il suo passo si fa incerto, si fa lambire i piedi dalla spuma, ma indietreggia, si volta verso la macchina da presa, che ne cristallizza in un fermo immagine il suo sguardo insieme accusatorio e cercante affetto, proprio di chi è entrato a far parte della vita senza aver vissuto in pieno, rivolto ad una società che l’ha costretto a rinnegare la sua adolescenza per divenire adulto troppo presto.

2001:odissea nello spazio (2001:a space odyssey,1969)

kkkkCapolavoro assoluto della storia del cinema, il film 2001:Odissea nello spazio del geniale regista Stanley Kubrick (1928-1999), rappresenta ancora oggi un’ esperienza visiva affascinante, un viaggio nello spazio che diviene viaggio interiore alla scoperta del conoscibile e del trascendente, un film di fantascienza che travalica il genere, mantenendone le caratteristiche essenziali, per affrontare temi complessi, catturando l’inconscio dello spettatore.
Sceneggiato da Kubrick insieme allo scrittore Arthur C. Clarke, ispirandosi al racconto di questi, La sentinella, il film vinse nel 1969 l’Oscar per gli effetti speciali visivi, tuttora stupefacenti, specie considerando la loro realizzazione in un periodo in cui la manipolazione delle immagini era ancora sperimentale.

L’alba dell’uomo:un gruppo di scimmie antropoidi è atterrita dall’apparizione di un monolito nero. Dopo un po’ avviene in loro un cambiamento, apprendendo come un semplice osso possa divenire tanto un utensile che un’arma. Un rapido salto temporale ci proietta nel futuro:su una base lunare è stato scoperto un monolito nero, di circa quattro milioni di anni, che genera un forte campo magnetico e invia segnali verso Giove. 18 mesi dopo:in missione verso Giove: un’ astronave è in viaggio verso Giove, con a bordo due uomini in attività e altri tre ibernati e, soprattutto, HAL 9000, calcolatore elettronico a prova di errore che sovrintende a tutte le funzioni del mezzo spaziale e che durante il viaggio segnalerà un ‘avaria che risulterà inesistente.

I due astronauti decidono di disattivare HAL, ma questi, capite le loro intenzioni, attua un ammutinamento, provocando la morte degli ibernati e di uno dei due, mentre l’altro riesce a disattivarlo e a proseguire la sua missione. Giove e oltre l’infinito: l’astronauta sopravvissuto, superato Giove, è in rotta verso lo spazio profondo, attraversa galassie e pianeti, in una sorta di trance psichedelica, per poi ritrovarsi in una stanza stile ‘700, dove riconoscerà sé stesso, invecchiato e poi a letto morente, indicare il monolito nero che gli sta davanti, attraversarlo e rinascere in forma di feto, proiettato nell’Universo, verso nuove scoperte e inedite speranze.

Grande prevalenza delle immagini sul dialogo, commentate da splendide musiche (Johann Strauss, Richard Strauss, György Ligeti, Aram Katchaturian), per una profonda allegoria dai toni filosofici e metafisici sull’evoluzione dell’uomo, le sue origini, le sue conquiste, la ricerca continua nel dare un significato alla propria esistenza, confidando in un’ Entità che lo sovrasta e lo ispira, ottenendo come unica risposta la necessità non spiegabile razionalmente di un eterno fluire, nell’universo e oltre l’infinito, dei cicli di nascita, morte e rinascita, per poi dover sempre fare i conti con se stesso e i propri limiti, pur con tutto lo scibile acquisito durante il cammino.

27° Torino Film Festival: vince La bocca del lupo

untitledSabato ventuno novembre 2009 si è concluso il 27° Torino Film Festival,che ha visto vincitore, per la prima volta in ventisette anni, un italiano, Pietro Marcello, trentenne di Caserta, e il suo La bocca del lupo, che si aggiudica inoltre il Fipresci dei critici.

Un film molto particolare a detta degli addetti ai lavori, che abbatte sia le barriere dei generi cinematografici, essendo un’ opera sospesa tra documentario, reportage, melodramma e spaccato sociale, sia quelle mentali, narrando la storia d’amore tra un ex carcerato ed un transessuale. Prodotto dai gesuiti della Fondazione San Marcellino, insieme alla Indigo di Francesca Cima e Nicola Giuliano e alla L’Avventurosa Film di Marcello e Dario Zonta, si delinea dunque come un film importante, al di là dei meriti artistici, proprio per l’idea che porta avanti: ciascuno, in base alle sue possibilità, ha il diritto di vivere nel miglior modo possibile, comprendendo in tale assunto anche la sessualità, che va comunque ad inserirsi in un discorso più generale, cioè amarsi e volersi bene anche in situazioni estreme, comportanti disagio e solitudine.

La giuria presediuta da Sandro Petraglia ha poi assegnato il proprio Premio speciale ex-aequo a Crackie di Sherry White e Guy and Madeline on a Park Bench di Damien Chazelle, mentre riguardo le interpretazioni, miglior attrice è risultata la cilena Catalina Saavedra(La nana, di Sebastian Silva) e miglior attori Robert Duvall e Bill Murray(Get low di Aaron Schneider).Per parlare dei premi principali: premio per il miglior documentario italiano a Valentina Postika in attesa di partire di Caterina Carone, quello per il miglior corto a Notturno stenopeico di Carlo Michele Schirinzi, mentre il premio del pubblico va al romeno Medalia de Onoare di Calin Netzer. Gianni Amelio, nuovo direttore in carica, ha di che essere contento: il Torino Film Festival ha finalmente confermato e valorizzato quella che, storicamente, è sempre stata la sua funzione essenziale, cioè dare risalto ad un cinema fuori dal coro, capace di guardare la realtà sperimentando contemporaneamente nuovi linguaggi.

Intervista a Gianvito Casadonte

Gianvito Casadonte

Gianvito Casadonte

Laureato in arti e scienze dello spettacolo alla Università La Sapienza di Roma, Gianvito Casadonte è direttore artistico della società di produzione Inspire Production, con sede a Montepaone (CZ), della quale è titolare insieme al fratello Alessandro; nel 2003 è in televisione con la trasmissione Mudù, prodotta sempre dalla Inspire, in onda sulla emittente privata Telespazio Calabria, l’anno seguente fonda e dirige il Magna Grecia Film Festival, vera e propria fucina di giovani talenti. Nel 2006 produce lo spettacolo teatrale Lisa, per la regia di Lorenzo Gioielli, che vede protagonista Alba Rohnwacher, attrice scoperta proprio dal vulcanico Casadonte e che da qui inizia la sua scalata al successo, nel 2008 il film 13 di Giuseppe Petitto e il documentario di Mario Monicelli Vicino il Colosseo c’è Monti, evento speciale alla Mostra del Cinema di Venezia dello stesso anno.

Lei è fondatore e direttore del Magna Grecia Film Festival, che dal 2004 si dedica totalmente alle opere prime, valorizzando così i giovani autori italiani; grazie alla collaborazione con Pierre Todeschini, direttore artistico del Festival di Annecy, viene garantito all’opera vincitrice l’accesso di diritto a tale festival. Varie personalità del nostro cinema si sono susseguite a far parte della giuria (Mario Monicelli, Ugo Gregoretti, Citto Maselli, Ettore Scola), o sono intervenute in qualità di ospiti, nella bella città di Soverato, nell’anfiteatro della villa comunale: cosa manca realmente a questa certamente riuscita manifestazione per entrare definitivamente nel novero delle grandi kermesse? Più che a Venezia, a volte forse troppo elitaria, o al Torino Film Festival, ancora in cerca di una propria identità, penso al Festival del Film di Roma, che nell’afflato con il pubblico, nel renderlo protagonista, sembra aver trovato la sua carta vincente.

“Il Magna Grecia Film Festival è stato coronato da un grande successo nazional-popolare, i grandi attori e registi del nostro cinema hanno partecipato e collaborato volentieri a questo importante progetto, ma soprattutto è stata la gente, il grande pubblico, a dare la marcia in più, si sono accalcati numerosi sia per vedere dal vivo i grandi nomi del cinema italiano, sia per assistere con interesse alle opere prime dei giovani autori, arrivando così a creare una certa alchimia.Con la determinazione che ci spinge sin dal 2004, riusciremo a far divenire il Festival una grande impresa culturale, che permetterà sia di dare lavoro a tanti disoccupati calabresi, che di far acquisire una coscienza cinematografica”.

La sua casa di produzione, Inspire Production, ha prodotto il documentario di Mario Monicelli Vicino al Colosseo c’è Monti, presentato a Venezia nel 2008. Avrà avuto certo modo di conoscere il grande regista, uno degli ultimi “colonnelli della commedia all’italiana”, cosa ci può raccontare di questa esperienza?

“Che dire se non che Mario Monicelli è il più grande regista italiano vivente, un mostro sacro del cinema? Aver prodotto una sua opera, presentandola alla Mostra del Cinema di Venezia del 2008, come evento speciale, cinquanta anni dopo I soliti ignoti, è stata certamente un’esperienza bellissima, con in più il grande successo riscontrato, sia a Venezia, sia un po’ in tutto il mondo, dalla Spagna all’Australia, che ha permesso alla Inspire production di entrare nel grande circuito dalla porta principale”.

Parliamo del nostro cinema: non le pare che, tranne qualche eccezione, si sia spesso incartato su sé stesso, rinchiuso a volte in un asfittico minimalismo? Sembra persa tanto la capacità di graffiare la realtà attuale, che quella di fare “film di genere”, che possano abbracciare i gusti di tutti, ma soprattutto la nostra produttività “industriale” di fare cinema (penso al periodo della “Hollywood sul Tevere”). Proprio oggi, in piena globalizzazione, quando tutti sembrano avere la possibilità di fare tutto, non mi pare ci siano molti giovani autori in giro, e se vi sono hanno difficoltà ad imporsi sul mercato.

“Il cinema italiano sta attraversando da qualche tempo a questa parte una fase di cambiamento, si è passati dall’autobiografia, dal voler raccontare solo sé stessi, o dalla “bella cartolina”, alla volontà di raccontare il paese( penso a Gomorra o a Il divo) , interessandosi alle sue varie problematiche.
Riguardo i “film di genere” credo che un aiuto al riguardo possa essere dato dalla televisione: questa in passato non ha aiutato il cinema, mentre ora, con produzioni importanti, sembra avviarsi una collaborazione tra le due realtà che potrà rivelarsi proficua.
Il Magna Grecia Film Festival sin dagli esordi ha fatto di tutto per valorizzare i nuovi talenti del cinema, da qui sono passati giovani registi come Antonio Bocola e Paolo Vari, Maria Antonia Avati, Francesco Amato o giovani attori ora famosi come Riccardo Scamarcio”.

Nel novembre 2008 è stato ospite ad Orsiglia, nell’ambito dell’incontro Premio Orsiglia-Arnoldo Mondadori. Un libro al cinema, dove ha presentato il già citato documentario di Monicelli. Il legame cinema -letteratura è sempre stato molto forte, creando mirabili coinvolgimenti: è ancora proponibile o rischia di banalizzarsi nella ormai abituale pletora delle fiction televisive, pur se a volte mosse da un certo intento divulgativo?

“Credo molto nel rapporto tra cinema e letteratura, che ha prodotto in passato, e continuerà a produrre in futuro, grandi frutti, quindi è un qualcosa di ancora attuale e certamente proponibile, anche nell’ambito delle fiction televisive: la programmazione televisiva ruota nell’arco temporale di ventiquattro ore, ci può stare di tutto, anche il banale, per andare incontro a quanti vogliono semplicemente divertirsi, ma accanto alla banalità vi deve essere lo spazio anche per qualcosa di più impegnativo, che possa far riflettere: l’importante è che siano presenti entrambi e che la banalità non finisca per prevalere”.  Antonio Falcone copyright

Julie & Julia

dddddSceneggiato e diretto da Nora Ephron, sulla base dell’ autobiografia di Julia Child My life in France e del romanzo di Julie Powell che dà il titolo al film, Julie & Julia si svolge su due piani paralleli, in un arco temporale differente, intrecciando i destini comuni di due donne diverse.

1949, Parigi: Julia Child ( Meryl Streep) è giunta in Francia dall’ America insieme al marito Paul ( Stanley Tucci), diplomatico, un uomo che la comprende ed asseconda ogni suo desiderio, spingendola, viste la sua voglia di dedicarsi a qualcosa che la possa realizzare e la sua passione per il cibo, ad iscriversi a una scuola di cucina. E così Julia frequenta un corso di Cordon Blue, diviene particolarmente brava, insegnante lei stessa insieme ad alcune amiche, arrivando a scrivere un libro di ricette francesi che viene pubblicato in America. Tornata in patria, approda in tv, divenendo sia con il libro che con il programma televisivo, l’icona di tutte quelle casalinghe (e casalinghi) che non si rassegnano agli autoctoni scempi culinari.

2002, Queens, New York : la giovane Julie Powell (Amy Adams), si è appena trasferita con il marito Eric (Chris Messina), in uno squallido appartamento sopra una pizzeria, lavora come telefonista in un call center, ma è insoddisfatta, sente che la sua vita, le sue aspirazioni (la mancata pubblicazione di un libro alle spalle) le stanno sfuggendo di mano, per cui, spinta dal marito, darà sfogo alla sua passione per la cucina, affrontando una sfida con sé stessa: entro il termine perentorio di un anno si cimenterà con le 254 ricette scritte da Julia Child nel suo famoso best-seller Mastering the art of French cooking, documentandone preparativi e risultati sul suo blog.Tra ansia ed incomprensioni di coppia, lotte con pentole e cibo in uno sgangherato cucinino, anche per Julie arriverà il momento del successo, con la pubblicazione di un libro.

Se la sceneggiatura e la regia sono prive di slanci particolari, straordinaria è la performance della Streep, tanto che più che ad un’ integrazione tra le due storie, sembra di assistere a due film differenti:l’attrice dà la giusta caratterizzazione al personaggio senza eccedere nella caricatura, lascia da parte il suo fascino per apparire goffa, over-size, con una pettinatura demodè, indossando ridicoli cappellini, con una voce chioccia e gridolini di giubilo nel complesso ben resi dal doppiaggio italiano.

Oltre le spontanee risate, riesce anche a rappresentare la rivoluzione attuata da Julia, trasformare la cucina, vista all’epoca come uno dei “doveri” della donna, in qualcosa di creativo ed edonistico, spensierato e liberatorio (splendida la sequenza dello show in tv in cui deve rivoltare il contenuto di una tortiera e questo casca giù: lo rimette dentro, sghignazzando: “tanto siamo sole in cucina, non ci vede nessuno”).Quando invece la vicenda si incentra sulle vicende di Julie-Amy Adams, il confronto appare impietoso, per quanto la sua recitazione sia sicuramente valida (con qualche eccesso di mossette ed occhioni sgranati), così come paragonare le due figure maschili, l’intenso Stanley Tucci e lo scialbo Chris Messina. In termini culinari, una commedia sufficientemente gustosa, con i giusti ingredienti, ben allestita e presentata, alla quale Meryl Streep riesce a dare la giusta consistenza e sapidità.

Il fantasma dell’ Opera (The Phantom of The Opéra, 1925)

erNei sotterranei dell’ Opéra di Parigi si aggira un uomo misterioso (Lon Chaney), avvolto in un mantello e con il volto coperto da una maschera: si dice che appaia e scompaia all’improvviso, meritandosi così l’appellativo di “Fantasma”.Lo vediamo dietro un muro comunicante con il camerino di Christine (Mary Philbin), sussurrarle il suo amore:lui l’ha istruita al canto ed ora vorrebbe farla divenire una grande cantante, sostituendo la primadonna Carlotta nel Faust che sta per essere rappresentato.

Invia una lettera di minaccia ai direttori per far sì che il suo volere si compia, e così avviene, per una sera, mentre alla seconda minaccia rifiutano di assecondarlo: il Fantasma fa precipitare il lampadario in platea e rapisce Christine, portandola, tra cunicoli segreti, nel suo appartamento, dove ancora una volta le dichiara il suo amore, suonando le musiche che ha composto per lei, rivelandole il suo nome, Erik. La donna, atterrita, non resiste alla tentazione di levargli la maschera e il volto di Erik appare nella sua deformità : pur sconvolto per la reazione di Christine, la lascia andare via, continuerà ad aiutarla nella sua carriera, purchè non riveli a nessuno quanto ha visto. Ma durante un ballo in maschera Christine si confida con l’amante Raoul (Norman Kerry), meditando di fuggire con lui: Erik sente tutto e la rapisce di nuovo. Dopo lunghi inseguimenti, omicidi, vani tentativi del “mostro” di convincere la donna ad amarlo, si giunge al tragico finale: Erik, costretto a risalire alla luce, sarà linciato dalla folla e gettato nella Senna.

Prima versione, la migliore e più fedele, del romanzo di Gaston Leroux (Le Fantome de l’Opéra, 1910), di cui gli sceneggiatori R.Schrock e E.J.Clawson seguono la trama, privilegiandone gli aspetti più terrificanti, dando maggior risalto ad un’atmosfera gotico-romantica, trasferendo ad Hollywood gli stilemi propri dell’espressionismo tedesco, tracciando le linee di base sulle quali si svilupperà l’horror degli anni 30. La regia di Rupert Julian, pur attenta a seguire tali modalità espressive, con qualche felice innovazione(la scena del ballo in maschera girata in bicromia), non conferirebbe fascino al film se non vi fosse la presenza di Lon Chaney, “l’uomo dai mille volti”, passato alla storia per le sue strabilianti capacità di trasformazione e la fascinazione espressiva data dalla sua mimica facciale capace di sottolineare i momenti più drammatici: fu il primo attore a valorizzare l’uso della “maschera”, da sempre elemento essenziale della rappresentazione scenica ed attoriale, qui adoperata sia per nascondere un volto sfigurato, sia come paravento per celare la follia propria di chi si è visto sbeffeggiare dal destino.

Vari sono stati i remake, ma solo Chaney è riuscito ad esprimere la tragica duplicità del personaggio, sospeso tra malvagità demoniaca, rabbia per un mondo che guarda solo alle apparenze, ed umanità esprimente un vibrante bisogno d’amore, tra illusorietà e triste consapevolezza: chi avrà il coraggio di guardare dietro la maschera, non sempre sarà capace di guardare oltre ciò che essa nasconde.