Archivi del mese: ottobre 2009

Accattone (1961)

e2Nella notte tra l’1 e il 2 novembre ’75 veniva ucciso ad Ostia Pier Paolo Pasolini, intellettuale la cui lucidità ed indipendenza di pensiero, la continua ricerca di una personale Verità e l’uso di ogni forma di espressione per poterla individuare, lo rendono una personalità unica nel panorama culturale del ‘900 italiano.
Dopo i trascorsi come sceneggiatore, esordisce nella regia nel ’61 con Accattone, accostandosi alla macchina da presa non da “specialista”, ma con una verginità che dà al film la forza espressiva propria del cinema degli albori, rimediando alle ovvie carenze con l’ afflato poetico e l’innato gusto pittorico: è il tipico manierismo pasoliniano, un susseguirsi scomposto, visivamente affascinante, di primissimi piani, minimi movimenti della macchina da presa, alcuni campi lunghi e controcampi panoramici e un uso straniante della musica, classica nella fattispecie (La passione secondo Matteo di J.S.Bach), che accompagna i titoli di testa e sottolinea le scene di violenza, voluto e ricercato contrasto tra ciò che è “alto”, colto, e la bassezza della ferinità umana.

Un indolente proletario romano (Franco Citti), detto Accattone, vive in una squallida borgata ai margini della città, passando le giornate bighellonando con gli amici, guadagnandosi da vivere sfruttando una prostituta, Maddalena ( Silvana Corsini). Quando questa viene arrestata, rimasto senza soldi, Accattone ritorna dalla moglie, ma il padre e il fratello di lei lo mandano via; incontra Stella (Franca Pasut), ragazza ingenua, ne resta colpito, ma poi la manda a battere; quando la donna opporrà un rifiuto al primo cliente, Accattone trova lavoro, ma il primo giorno è già sfinito. Di notte sogna il suo funerale e al mattino cerca gli amici per andare a rubare: la polizia, dietro denuncia di Maddalena, li pedina e li sorprende poco dopo un furto; Accattone riesce a fuggire con una moto, pochi metri, sbanda e muore, mormorando: “Ah, mò sì che sto bene”, mentre un suo complice, ammanettato, si fa uno scomposto segno di croce.

Film coraggioso ed innovativo, rompe con la tradizione neorealista: non vi è la semplice visione di una realtà disagiata, ma una partecipazione diretta, dando voce, con attori non professionisti presi dagli stessi luoghi nei quali il film si svolge, a quel sottoproletariato urbano costituente un mondo a parte, visto nella sua purezza ancora incontaminata, che sopravvive grazie ad una primitiva ingenuità; sin dai titoli di testa, con la citata musica sacra ed una didascalia sul Canto V del Purgatorio (l’incontro tra Dante e Buonconte di Montefeltro, che salva l’anima in punto di morte invocando la Madonna, con conseguente disputa tra l’angelo del bene e quello del male) il film assume le fattezze di un dramma epico-religioso, con il protagonista, figura Christi, immerso in un percorso spirituale di vittima predestinata, che cerca di opporsi ad un tragico destino grazie all’ incontro con Stella, simbolo della Purezza e della Grazia, ma con l’ostacolo dello squallore di una vita che può portare solo alla morte come speranza di salvezza, rito di passaggio per una rinascita, unica possibilità concessa agli “ultimi” di unirsi agli altri uomini.

Il grande sogno: Michele Placido e l’utopia del ’68

e4Reduce dalla 66ma Mostra del Cinema di Venezia,dove è stato oggetto di critiche non sempre benevole e a volte anche pretestuose, Il grande sogno di Michele Placido si offre ora al grande pubblico, che finora sembra avergli riservato un certo interesse.Al Placido regista si può rimproverare di non aver seguito una linea univoca nelle sue realizzazioni, ma non certo la sua buona fede o bontà di intenti, come si può notare in questo suo ultimo lavoro: coadiuvato nella sceneggiatura da Doriana Leondeff e Angelo Pasquini, racconta, con toni autobiografici e in uno stile da romanzo di formazione, il ’68 visto con gli occhi di un giovane meridionale, Nicola (Riccardo Scamarcio, intenso e ben calato nel personaggio), poliziotto a Roma con il sogno di fare l’attore, inserito come infiltrato al’interno del movimento studentesco, che ha ormai messo in atto la propria protesta, individuale, nei confronti delle proprie famiglie, e collettiva, riguardo le tante storture presenti nel mondo, dalla guerra in Vietnam, allo sfruttamento in Italia dei lavoratori nelle fabbriche al Nord o dei braccianti al Sud. In questo suo percorso di vita farà la conoscenza di Laura (Jasmine Trinca, gradevole conferma), borghese di famiglia cattolica, e di Libero (Luca Argentero, attore in ascesa), proletario marxista; per motivi diversi ambedue gli uomini si riveleranno affascinanti agli occhi di Laura, che, pur combattuta, sarà comunque costretta a fare una scelta, così come anche Nicola, che, nauseato dagli interventi repressivi della Polizia nei confronti dei contadini di Avola, lascerà la divisa per iniziare la dura gavetta d’ attore.

In fondo, sarà lui alla fine a realizzare il “grande sogno”, per quanto personale, frequentando l’ Accademia d’arte drammatica, con i “rivoluzionari” che ritorneranno, e si realizzeranno, nella loro esistenza borghese o imboccheranno la strada del terrorismo, mentre mali ed ingiustizie saranno sempre presenti. Nella parte in cui descrive l’itinerario formativo di Nicola, gli scontri con i suoi superiori, l’incontro con i giovani del movimento, la conoscenza delle loro idee, dalle quali, per quanto spesso confuse e mai unitarie, rimane coinvolto, Placido si dimostra abile nel tratteggiare finemente le psicologie dei protagonisti, così come nel descrivere certe angosce proprie degli ambienti borghesi.

Nel ricostruire gli eventi propri di quegli anni, ai quali si intrecciano le vicende personali dei personaggi, punta invece ad uno stile codificato, senza particolari sfumature ed emozioni, se non quelle suscitate da un rapido montaggio, dalle splendide musiche (Nicola Piovani) e da una fotografia “sporca”(Arnaldo Catinari), che vira al bianco e nero nell’accostamento tra scene del film e documentari d’epoca.
Probabilmente, ciò che interessa al regista è, essenzialmente, visualizzare l’idealizzazione giovanile di quel movimento spontaneo, insofferente a regole e convenzioni sociali, non sottolineando più di tanto la sua carica eversiva, le varie fratture che si generarono al suo interno, con le estremizzazioni terroristiche come risposta all’impossibilità di cambiare realmente il mondo, senza comprendere la tragica evidenza che più che essere noi a cambiare il mondo è, spesso, il mondo a cambiare noi, come si fa sarcasticamente sottintendere nel finale.

Festival del Film di Roma:vince Broderskab

rrr4Il 23/10/2009, con l’assegnazione del Marc’Aurelio alla carriera a Meryl Streep, si è conclusa la quarta edizione del Festival del Film di Roma, ormai conquistatosi una propria identità, distaccandosi dalla di poco precedente Mostra del Cinema di Venezia, rispetto alla quale rinuncia forse a certe ricercatezze di fondo per favorire una maggiore sintonia tanto con il mercato che con il pubblico: in effetti il coinvolgimento di quest’ultimo ha dello straordinario, come risulta dalle parole della direttrice Piera Detassis: “Siamo fuori dagli schemi di un festival tradizionale, mi piacerebbe chiamarlo Festival-Festa…”.

Come darle torto? Il red carpet aperto a tutti, i divi presenti pronti a concedere autografi, stringere mani, dialogare con il pubblico nel corso degli incontri-dibattito, hanno riportato in auge il concetto di cinema come divertimento popolare, un ruolo spesso avuto in un passato neanche tanto lontano, di una certa importanza anche per lo sviluppo culturale del paese; “tutto il cinema per tutti” è stato lo slogan coniato per l’occasione dal presidente Gian Luigi Rondi, sintetizzando così l’essenza stessa di questo Festival, creare un incontro tra cinema spettacolare e d’autore, senza dimenticare produzioni “minori” o sperimentali.

Ed ora veniamo ai premi principali: la giuria, preseduta da Milos Forman, ha assegnato il Marc’Aurelio d’oro, come miglior film, a Broderskab dell’italo-danese Nicolo Donato, film molto duro, aggressivo, che prende posizione su due temi entrambi quanto mai attuali, il diffondersi crescente del neonazismo in Europa, alla pari con il continuo scandalizzarsi per l’amore omosessuale e la conseguente sua non accettazione; Marc’Aurelio d’argento per la miglior attrice a Helen Mirren( The last station, di Michael Hoffman), mentre quello per il miglior attore è stato conferito a Sergio Castellitto (Alza la testa di Alessandro Angelini).

Di particolare rilevanza infine, ottimo segnale per il nostro cinema, il Gran Premio della Giuria-Marc’Aurelio d’argento attribuito a L’uomo che verrà di Giorgio Diritti, che ha ricostruito con uno sguardo personale, pur attenendosi con specifico rigore ai fatti, la strage di Marzabotto del ’44: in questo caso il riconoscimento della giuria coincide con quello del pubblico, che ha attribuito al film il Marc’Aurelio d’oro, a testimonianza del riuscito accordo venutosi a creare con questo Festival tra quanti lo organizzano, film proposti e spettatori, chiave di volta sperata e raggiunta per conferirgli una precisa connotazione e dare luce al percorso da seguire.

Addio a Rosanna Schiaffino, diva dimenticata

Rosanna Schiaffino

Rosanna Schiaffino

Sabato 17 ottobre 2009 è morta a Milano l’attrice Rosanna Schiaffino, dopo aver lottato per circa vent’anni contro un tumore al seno.
Tipica bellezza mediterranea, corpo sensuale e sguardo ammaliante, la Schiaffino, nata a Genova il 25 Novembre 1938, dopo essersi fatta notare in molti concorsi di bellezza inizia a lavorare come fotomodella, per poi esordire sul grande schermo nel ’56 in Totò, lascia o raddoppia? di Camillo Mastrocinque ed arrivare così ad interpretare il ruolo di una infelice promessa sposa ne La sfida, (Francesco Rosi, ’58), film molto bello e coraggioso sulla camorra, che descrive una Campania sino ad allora inedita, vincitore del Leone d’argento-Gran Premio della Giuria a Venezia.

Questo ruolo, come quello di Rossana ne La notte brava, ’69, di Mauro Bolognini, altro film innovatore ed audace per i tempi, scritto da Pier Paolo Pasolini nel tipico linguaggio dei “ragazzi di vita” del sottoproletariato delle borgate romane, mettono chiaramente in evidenza come la sua indiscutibile bellezza poteva essere tranquillamente messa al servizio di storie drammatiche, o usata in funzione narrativa, qualità di cui il nostro cinema non si rese conto.

Lo stesso Alfredo Bini, produttore che sapeva vedere lontano, suo primo marito, non seppe sempre sfruttare queste sue doti, tanto che la sua carriera è un alternarsi tra produzioni minori, tipo il genere peplum o commedie farsesche, e titoli di qualità, come l’episodio Illibatezza, diretto da Roberto Rossellini, del film Ro.Go.Pag (’63), massacrato dalla censura del tempo, o La corruzione, ’63, riduzione da parte di Bolognini di un romanzo di Alberto Moravia, per arrivare al suo ruolo probabilmente più famoso, nel ’65, dove si evidenziano le sue doti interpretative capaci di notevoli sfumature, quello di Madonna Lucrezia nella riduzione, ad opera di Alberto Lattuada, della commedia di Machiavelli La mandragola, dove recita a fianco di Totò, che interpreta Frate Timoteo. Per questa interpretazione ricevette una Targa D’Oro ai David di Donatello.

Testimoniano poi la sua duttilità, i ruoli in coproduzioni internazionali ( era il periodo della “Hollywood sul Tevere”), quali Due settimane in un’altra città (Vincente Minnelli, ’62), con Kirk Douglas o L’avventuriero ( Terence Young, ’67), mentre alla fine degli anni sessanta accompagna, purtroppo, un cinema italiano che sfrutta all’inverosimile i vari generi, trasferendosi anche in Spagna, sempre coinvolta in produzioni minori, per poi dare l’addio alle scene nel ’77, pur rientrandovi con la tv nello stesso anno, grazie allo sceneggiato Don Giovanni in Sicilia, diretto da Guglielmo Morandi e tratto dal romanzo di Vitaliano Brancati.

Il resto della sua vita è dominata da tanta, troppa, cronaca rosa ( il matrimonio con l’imprenditore Giorgio Falck, il divorzio da questi), e dall’ insorgere della malattia, vissuta con dignitoso riserbo, che ci ha portato via una delle nostre ultime dive, dimenticata anzitempo, con il rimpianto di non averne saputo sfruttare tutte quelle sue potenzialità che andavano ben oltre l’innegabile fascino.

L’uomo del gas, tra thriller e dramma la tragica realtà del quotidiano

uomo_gasGiovedì 15 ottobre è stato proiettato al Cinema Vittoria di Locri (RC), in anteprima assoluta, il film L’uomo del gas, sceneggiato e diretto dai fratelli Bernardo, al suo secondo lungometraggio dopo Malanova, storia d’amore e di magia, e Nazareno Migliaccio Spina, al suo esordio dietro la macchina da presa. Prima di entrare nel merito del film, un plauso a tutti gli attori, oltre ai protagonisti, bravi nelle loro interpretazioni ed abili nell’assecondare le inclinazioni dei registi (Martino Stalteri, Daniela D’Agostino, Paola Procopio, Nino Tarzia, Cosimo De Leo, Brigida Giannotta, Filippo Racco, Gessica Ferreri) e alle musiche di Adriano Modica, puntuali nel sottolineare ogni scena del film.

La storia si snoda attraverso la visualizzazione di tre realtà diverse, tramite un agile montaggio parallelo: quella dell’anziano Aldo (Pino Gambardelli), uomo solo la cui vita è scandita da metodici rituali quotidiani, quella della coppia Antonio (Riccardo Fazzolari) e Irene (Manuela Cricelli), che vivono un rapporto già stanco, tra silenzi ed incomprensioni, alla ricerca di un lavoro che non c’è mai, tra bollette da pagare, pochi soldi, appena sufficienti per mangiare, una vagheggiata gita a Gallipoli, ed infine la finzione fattasi realtà espressa da un reality trasmesso dalla televisione (Incontrarsi, riferimento al noto Uomini e donne, che costituisce un “film nel film”, virando sul grottesco), in cui Irene trova un rifugio sicuro, obnubilandosi dalle tristi problematiche quotidiane, fuggendo da una vita che sembra offrirle solo un senso di amara incertezza.

Un’astrazione dal reale che è comunque propria anche di Antonio, che cerca risposte al suo malessere nella frequentazione degli amici, di Aldo, con la sua passione per il ballo latino-americano ed infine degli stessi protagonisti del reality, che in virtù del mezzo televisivo possono vivere in una sorta di mondo a parte, lontano da problemi che non siano quelli legati alle regole dello spettacolo di cui fanno parte. In questo squallido “deserto delle anime”, l’incontro tra Antonio e Aldo, dall’inaspettato risvolto tragico che condurrà ad uno sconcertante finale, dal sapore metaforico, mentre Irene sublimerà oniricamente il suo anelito di una vita diversa, con realtà e finzione che si mescolano tra di loro, unendosi in un illusorio abbraccio.

Pur risultando alla fine come un forte apologo morale, il film non fornisce risposte, né pretende di dare certezze assolute, ma piuttosto stimola lo spettatore a porsi delle domande su una società ormai allo sbando, priva di valori di riferimento, morali e culturali, di cui neanche le vecchie generazioni riescono più a farsi promotrici. E’ una rappresentazione della realtà senza sconto alcuno quella espressa dai fratelli Migliaccio Spina, con la macchina da presa che indaga in primissimo piano sui volti delle persone, scrutandone gli sguardi ed ogni minima espressione, memori della poetica della ricerca del volto dell’uomo tanto cara al Pier Paolo Pasolini regista, del quale non a caso udiamo riecheggiare ad inizio film la sua lucida profezia sul rischio di “una grande omologazione” a cui avrebbe potuto portare la televisione con la sua massificazione della cultura.
Ma il fittizio mondo dei reality televisivi rappresenta, a mio avviso, più che il simbolo, il sintomo dei malesseri di una società che ha rincorso un progresso prettamente materiale, perdendo di vista la propria identità storica e culturale.

La fine è il mio inizio, dal libro al film per ricordare Tiziano Terzani

Tiziano Terzani

Tiziano Terzani

Da qualche settimana sono iniziate in Toscana le riprese de La fine è il mio inizio, film tratto dall’ omonimo libro in cui il giornalista e scrittore Tiziano Terzani(1938-2004), ormai in procinto di morire per un cancro all’intestino, racconta al figlio Folco la sua vita, trascorsa a viaggiare per il mondo, inviato di vari giornali, spettatore e protagonista di drammatici avvenimenti, alla ricerca di verità e spiritualità, cercando di dare un senso alle cose ben sapendo di non potendo dare altra risposta se non quella che non vi sono al riguardo risposte da dare.

Prodotto dalla tedesca Collina Film, in collaborazione con Beta Film, il film ha il suo set all’Orsigna, sull’ Appenino tra Toscana ed Emilia, nei luoghi dove Terzani trascorse gli ultimi giorni di vita: Bruno Ganz interpreterà Tiziano, Elio Germano il figlio Folco, l’attrice austriaca Erika Pluhar la moglie Angela e Andrea Osvart la figlia Saskia. Regista del film il tedesco Jo Baier, mentre la sceneggiatura è di Ulrich Limmer e Folco Terzani.

Non è semplice riassumere la vita di un uomo come Terzani, un vero e proprio personaggio, mente lucida e illuminata, che è riuscito a vivere lontano da compromessi ,condizionamenti o imposizioni. Basta riportare questa sua frase: “la mia vita è stata un giro di giostra, sono stato incredibilmente fortunato e sono cambiato tantissimo”. Dopo la laurea in Giurisprudenza nel 1961 e il matrimonio nello stesso anno con Angela Staude, nel 1962 inizia a lavorare per l’Olivetti, prima come venditore e poi come inviato dell’ azienda per dei corsi di formazione in varie parti del mondo:prende così coscienza di varie problematiche, quali l’apartheid e lo sfruttamento sociale nel Sud Africa, che gli offrono spunto per i suoi primi scritti giornalistici, pubblicati in Italia dalla rivista Astrolabio, diretta da Ferruccio Parri.

Da qui l’ idea di cambiare vita e di esplorare il mondo per poterne scriverne; una borsa di studio offertagli dalla Columbia University di New York, per studiare la lingua e la cultura cinese, incrementa le sue motivazioni, per cui nel ’69 si licenzia dalla Olivetti, concentrando la sua attività nel giornalismo: ansioso di partire per l’ Asia accetta un contratto con il settimanale tedesco Der Spiegel, che lo manda a Singapore come corrispondente. In seguito collabora con il Corriere della Sera e La Repubblica, divenendo uno dei più importanti giornalisti italiani a livello internazionale, seguendo da vicino le fasi decisive della Guerra del Vietnam, vivendo in Asia con la sua famiglia per circa trent’anni, spostandosi tra Pechino( da dove viene espulso nell’ ’84 per “attività controrivoluzionarie”), Tokyo, Hong Kong, Bangkok e Nuova Dehli, arricchendo le sue conoscenze non solo dal punto di vista storico e politico, ma anche filosofico e culturale.

Un’attività di giornalista e scrittore certamente atipica, che, se tecnicamente va fatta rientrare nell’ambito della periegesi( filone storiografico che intorno ad un itinerario geografico, raccoglie notizie storiche su popoli, persone, luoghi, verificati in esperienza diretta), in realtà è mossa dalla passione, dall’entusiasmo nel ricercare la verità sugli avvenimenti, di scandagliare quanto possibile nell’animo dei protagonisti della Storia, spesso suoi compagni di viaggio: un percorso anche spirituale, che gli aveva permesso di superare serenamente l’ultimo tratto di strada: “Avevo preso la malattia come un altro viaggio:un viaggio involontario, non previsto, per il quale non avevo carte geografiche, per il quale non mi ero in alcun modo preparato, ma che di tutti i viaggi era il più impegnativo, il più intenso”(Un altro giro di giostra, Longanesi, 2004).

Il vigile (1960)

bgLuigi Zampa (1905-1991) non è stato mai incluso tra i grandi registi del neorealismo o della commedia all’italiana, forse per il suo discontinuo alternarsi tra opere connotate da un forte impegno politico e morale(come Processo alla città,’52) ed altre inclini ad una certa superficialità, puntando a volte su un bozzettismo di facile presa.
Probabilmente il ruolo che più gli si addice è quello di moralista satirico, abile nel prendere spunto da storie vere per mettere in atto commedie di costume, specchio di tutti gli opportunismi, le prepotenze, gli inganni propri di un certo malcostume nazionale, con un umorismo pungente dai toni acri.

Il vigile, uno dei suoi film più noti, parte da un fatto di cronaca del tempo, il vigile Melone che multò il questore Marzano per un sorpasso e poi venne processato, per imbastire una storia in apparenza circoscritta nell’ambito di una piccola realtà di paese ma che diviene metaforicamente eletta a simbolo di inveterati vizi quali la classica raccomandazione o l’arroganza del potere, espressa sia da chi indossa una divisa, sia da chi occupa cariche politiche, gestendo intrallazzi e speculazioni varie.

Otello Celletti (Alberto Sordi), disoccupato, vive con la moglie Amalia (Marisa Merlini), il figlio Remo (Franco Di Trocchio) e il padre (Carlo Pisacane), in casa del cognato; il suo sogno è quello di diventare vigile motociclista e per questo rifiuta il lavoro da facchino, facendosi raccomandare al Sindaco (Vittorio De Sica) dal prete del paese: fiero nella sua divisa, ansioso di rivalsa nei confronti di quanti lo deridevano, comincia a combinare una serie di guai, sino a chiudere un occhio per l’attrice Sylva Koscina, alla guida senza patente, bollo e libretto di circolazione, che lo ringrazia pubblicamente in tv. Richiamato dal sindaco, il nostro apprende tanto bene la lezione da fermare proprio questi per eccesso di velocità, inseguendolo sino a casa dell’amante, visto il suo rifiuto di fornire i documenti, e denunciando la contravvenzione:viene sospeso dall’incarico ed assunto ad eroe dal Partito Monarchico, che lo candida come sindaco alle ormai prossime elezioni.

In attesa del procedimento, vengono fuori retroscena imbarazzanti sia per l’amministrazione comunale (tangenti, speculazioni edilizie, festini erotici) che per Otello (concubinaggio, una sorella a Milano che “fa massaggi”, il cognato macellaio clandestino), costretto a ritrattare a processo in corso. Reintegrato in servizio, troverà il modo di vendicarsi: “Andate piano, il fondo è sdrucciolevole, c’è la curva della morte, stop! Bloccarsi tutti, lasciate passare la veloce macchina del signor sindaco…”

Sceneggiato dallo stesso Zampa, da Rodolfo Sonego ed Ugo Guerra, interpretato con bravura da Sordi nel sottolineare ambiguità e debolezze del personaggio, a cui tengono testa un De Sica perfetto nell’esprimere una tronfia pomposità politica ed una Merlini abile caratterista, il film, oltre che documento d’epoca dal valore anche didattico, appare ancora oggi come una sorta di favola ammonitrice, quanto mai lungimirante e profetica.