Ricomincio da tre (1981)

56346“Con lui ho capito la bellezza di Napoli, la gente, il suo destino e non mi ha mai parlato della pizza e non mi ha mai suonato il mandolino”: questa affermazione di Roberto Benigni sul suo amico Massimo Troisi ci aiuta a capire quanto sia stato importante per il cinema italiano il grande artista partenopeo, scomparso prematuramente nel 1994. Dopo i trionfi con il trio La Smorfia (insieme a lui Lello Arena ed Enzo Decaro), dapprima teatrali e poi radiofonici e televisivi, nel 1981 Troisi esordisce sul grande schermo con Ricomincio da tre, film di cui è regista, sceneggiatore ed attore protagonista; con fine umorismo ed una certa eleganza di stile, diede una scossa al cinema italiano dell’epoca, dominato, con poche eccezioni, da commediole volgari o da bislacchi filmetti con i “divi di moda” del momento, innovando inoltre l’idea stessa di napoletanità, liberandola da preconcetti e sovrastrutture retoriche.

Gaetano (Troisi), timido giovane napoletano, non sopporta più l’ambiente in cui vive con la propria famiglia, dove regna un pesante fatalismo (il padre, privo di una mano, si raccomanda alla Madonna convinto che gliela farà ricrescere…) e decide di andare a trovare i suoi zii a Firenze: “ricomincerà da tre”, perchè, a suo dire, tre cose buone nella vita gli sono riuscite; nel fare l’autostop riceve un passaggio da un aspirante suicida (Michele Mirabella) e lo accompagna in un centro d’igiene mentale, dove incontra Marta (Fiorenza Marchegiani) che qui lavora; giunto a Firenze, scoperta la relazione della zia con un professore, chiede ospitalità a Frankie (Vincent Gentile), un protestante “missionario della parola” che cerca inutilmente di coinvolgerlo nella sua predicazione; rincontrata Marta, inizia una relazione con lei, o, meglio, è la donna a prendere l’iniziativa, mettendolo di fronte alle sue insicurezze; quando Marta gli confida di essere stata con un altro uomo, Gaetano a stento trattiene la gelosia e con la scusa delle nozze della sorella ritorna a Napoli; constatata l’immutabilità della situazione, trova il coraggio per tornare da Marta ed anche per accettare il figlio, forse non suo, che questa aspetta.

Comprensibilmente incerto nella regia, Troisi si conferma attore straordinario, vero erede di Eduardo De Filippo, ancor prima che di Totò, come si può notare dai suoi monologhi sapientemente diluiti, con accorte pause e caratteristici borbottii, accompagnati da una notevole mimica facciale e gestuale; la sua amara ironia cela tutte le contraddizioni di un uomo del Sud che vorrebbe superare l’atavica rassegnazione e i luoghi comuni che gli pesano sul capo, ma fa fatica ad accettare il nuovo che si fa avanti (rappresentato dallo splendido personaggio di Marta). Abbandonando il facile folklore, Troisi affronta una raffinata introspezione dell’animo umano e dei suoi sentimenti, rendendo il film un prezioso gioiello di spontanea comicità e forte umanità, allora come adesso.

Ci manchi Massimo

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