Archivi del mese: settembre 2009

Baarìa

jjDopo la proiezione alla 66ma Mostra del cinema di Venezia il film Baarìa( la porta del vento, nome fenicio di Bagheria, cittadina in provincia di Palermo) di Giuseppe Tornatore affronta ora il grande pubblico nelle sale cinematografiche. L’ambiziosa intenzione di Tornatore consiste nel cercare un equilibrio tra le vicende private dei protagonisti e la grandiosa ricostruzione storica che abbraccia circa settanta anni di storia, locale, nazionale,ma anche personale del regista, a partire dal ventennio fascista sino ai giorni nostri, narrando le vicende di tre generazioni della famiglia bagherese dei Torrenuova.

Durante il ventennio protagonista è il pecoraio Cicco (Alfio Sorbello da giovane e Gaetano Aronica da adulto), che cerca di affrancarsi da una vita che non si lesina di riservargli miseria materiale e spirituale, frequentando il cinematografo e dedicandosi alla lettura; nell’altrettanto difficile periodo del dopoguerra il figlio Peppino(Francesco Scianna) cercherà di mutare lo stato delle cose, ribellandosi sin da bambino ai soprusi dei possidenti locali, facendo poi confluire la sua rabbia nell’impegno politico, iscrivendosi al Partito Comunista e rendendosi protagonista di importanti avvenimenti, come l’assegnazione della terra ai contadini in seguito alla riforma agraria, scontrandosi con la mafia locale; Peppino sposerà la bella Mannina(Margareth Madè), che gli sarà sempre accanto, pur non condividendo del tutto il suo idealismo a volte utopico.Il vero punto di svolta sarà rappresentato da uno dei loro figli, Pietro(Gaetano Sciortino), che, compreso come le illusioni paterne, espressione delle illusioni del partito, non portino da nessuna parte, lascerà la Sicilia, per tentare la carriera di fotografo.

Il film conferma Tornatore grande affabulatore di immagini, con una regia che punta essenzialmente sul visivo, enfatizzando, coadiuvato anche dalla musica di Morricone, la splendida scenografia (Maurizio Sabbatini) e la ricostruzione storica messa in atto; suo grande merito è di puntare sulla potenzialità del cinema come espressione poetica e come forza ammaliatrice, conferendo epicità alla storia senza cadere nel retorico, soprattutto perchè ( e qui entra in gioco Tornatore sceneggiatore) riesce a dare il giusto risalto anche ad altri personaggi oltre che ai protagonisti, alle loro storie, ai loro drammi, con volti noti(Lina Sastri, Angela Molina, Valentino Picone, Salvo Ficarra, Michele Placido, Giorgio Faletti, Aldo Baglio, Leo Gullotta, Raoul Bova, Nino Frassica, tanto per citarne alcuni) a cui sono affidati ora brevi ruoli di contorno, ora parti più impegnative.

Si potrà forse obiettare su qualche facile simbolismo, su alcuni avvenimenti storici appena accennati, circostanza comunque comprensibile quando si vuole comprimere un arco temporale tanto ampio in due ore e trenta, o sul fatto che la mafia e le sue violenze restino un po’ in superficie, per la felice scelta di voler privilegiare toni favolistici ed onirici, come si nota nel particolare finale: collegandosi alla simbolica scena iniziale, il regista sembra voler riunire su un piano metafisico le tre generazioni, metaforizzando più che il rimpianto per una giovinezza che non c’è più, la speranza che l’innocenza da questa espressa rimanga viva nonostante l’inesorabile fluire del tempo e l’importanza della memoria storica come valore fondante.

Cessarè (2008)

gggCessarè è un film -documentario della regista calabrese Rina Amato, che ripercorre importanti avvenimenti della Locride degli anni settanta, con particolare riferimento al paese di Gioiosa, dove quest’estate è stato proiettato in anteprima nazionale, molto importante come memoria storica, uno sprone per noi calabresi ad uscire da un immobilismo impastato di rassegnazione ed accettazione di volontà calate dall’alto.

Dalla visione del film si evince come la povertà dei mezzi tecnici a disposizione non toglie nulla alla validità di un’opera, se alla base vi stanno forti motivazioni : la piccola troupe composta dalla regista e da giovani operatori calabresi(Selene Toscano, Francesco Didona, Alessio Principato)osserva partecipe i luoghi con efficaci inquadrature, come la zona che dà il titolo al film, scelta dalle cosche dell’epoca come una sorta di feudo locale, raccogliendo le testimonianze dirette e sostenendole avvalendosi di una ricca documentazione che va dal semplice documento cartaceo a quello audiovisivo o fotografico; molto bello il montaggio di Maria Valerio.

Nei titoli di testa Cessarè per un attimo perde l’accento e diviene cessare: la regista sottolinea come il suo lavoro possa essere utile per porre termine a facili rimozioni, senza ricorrere a retoriche celebrazioni, ma lasciando fluire liberamente i ricordi e traendo da questi la spinta necessaria a non rassegnarsi; vengono narrate le prime manifestazioni studentesche di protesta contro la mafia e la nascita dei primi collettivi ; tra le tante testimonianze presenti nel film particolarmente toccanti quelle di Natale Bianchi, ex prete sospeso a divinis, che giunto dal Nord a Gioiosa nei primi anni settanta si scontra con una religiosità locale che sconfina con la superstizione e , vangelo alla mano, riesce a scuotere le coscienze, organizza una comunità di base, si batte per moralizzare la chiesa, emancipare la donna, contrastare la ‘ndrangheta; del sindaco del tempo, Francesco Modafferi, che ricorda come Gioiosa fu il primo paese in Italia ad organizzare uno sciopero contro la mafia, nel 1975, e il suo comune il primo a costituirsi parte civile in un processo contro le cosche; vengono ricordati tragici eventi, come il blocco del mercato settimanale organizzato dai clan locali, che in seguito all’uccisione di un loro componente volevano indire una sorta di lutto cittadino e l’intervento dello stesso sindaco e del capitano dei carabinieri Gennaro Niglio a riportare l’ordine; infine parla Ciccio Gatto, il fratello di Rocco, che ne ricorda l’uccisione avvenuta il 12 marzo ’77 , dopo la denuncia di quanti avevano organizzato il citato blocco.

Molto bella la scelta della regista di inquadrare una serie di orologi, passione di Rocco, fermi alle sei e trenta, l’ora dell’omicidio, simboleggiando un blocco temporale da quel tragico evento, come se, pur con la gente a manifestare in piazza, da allora in poi ci si fosse rassegnati ad un tragico fatalismo, con la ‘ndrangheta che cominciava la sua “evoluzione”, abbandonando la rurale origine ed insinuandosi come un cancro nelle istituzioni. Ma il tempo non può fermarsi, bisogna andare avanti ed ecco che Gatto, su invito della regista, mostra come il suo orologio segni l’ora esatta, con le parole de Il mondo di Jimmy Fontana, qui cantata dai Quartaumentata, a concludere il film: “il mondo, non si è fermato mai un momento, la notte insegue sempre il giorno e il giorno verrà…”

Quarto potere (Citizen Kane),1941

yyyNo trespassing (vietato l’ingresso) recita una targa sul cancello di un’enorme villa; la cinepresa ci guida da una finestra verso l’interno:un uomo disteso sul letto ha in mano una palla di vetro, dentro la quale è riprodotta una casa immersa nella neve, un primissimo piano ne inquadra la bocca mentre pronuncia la parola Rosebud; subito dopo l’uomo muore, un’ infermiera entra a ricomporre il corpo, la cinepresa si allontana e tra i titoli di testa appare il nome del regista, Orson Welles.

Così inizia un film affascinante e controverso, innovativo nella tecnica di realizzazione (uso della profondità di campo, del piano sequenza, del grandangolo per allargare l’immagine tanto in orizzontale che in verticale) come nell’esposizione narrativa, con una frammentazione temporale non fine a sé stessa, ma volta a dare una visione soggettiva della vicenda, riproponendo a volte lo stesso episodio, raccontato con nuovi particolari dai protagonisti; la cinepresa è l’occhio del regista, sottolinea ogni particolare, rendendo lo spettatore unico depositario del significato di Rosebud.

Da un cinegiornale apprendiamo che l’uomo morto è Charles Foster Kane (Orson Welles), magnate dell’editoria, proprietario di stazioni radio, di varie industrie ed altre attività; ne viene descritta sommariamente la vita pubblica e privata e alcuni giornalisti nel visionare il filmato ritengono che le ultime parole di Kane in punto di morte possano far capire meglio la sua figura:uno di loro intervista le persone a lui più vicine, ottenendo solo diverse versioni di fatti che già conosceva, da bambino Kane è affidato ad un tutore, in modo che da adulto possa gestire un’eredità materna; a venticinque anni salva dal fallimento un giornale facente parte del suo impero, dirigendolo in modo spregiudicato, imbonendo le masse, arrivando a possedere trentasette testate; concorre alla carica di governatore, è dato per vincente, ma il suo avversario politico rivela alla stampa la relazione con Susan (Dorothy Comingore), aspirante cantante lirica, che diverrà la sua seconda moglie e che cercherà di avviare al successo, ma i soldi nulla potranno contro la mancanza di talento; lasciato da Susan, resterà solo sino alla fine dei suoi giorni nella immensa residenza Xanadu.

Premio Oscar 1942 per la miglior sceneggiatura originale (Welles e H.J.Mankiewicz), il film critica un capitalismo non basato su tradizioni familiari, ma sulla gestione di una fortuna, che usa la democrazia e tutto ciò che questa offre (ad iniziare dalla libertà di stampa) come foglia di fico della brama di potere: Kane manipola le masse a suo piacimento, facendo credere di offrire quanto desiderano, usa le sue ricchezze solo per accumularne altre, illudendosi di poter comprare anche l’affetto delle persone, soddisfacendo il narcisistico bisogno di essere amato non riuscendo ad amare, rimpiangendo la giovanile spensieratezza e la perduta innocenza.

Addio a Luciano Emmer, cantore della semplicità

Luciano Emmer

Luciano Emmer

Il regista e sceneggiatore Luciano Emmer è morto ieri a Roma, dopo un incidente stradale avvenuto quest’estate e dal quale non si era più ripreso. Aveva 91 anni ed è stato il regista che, forse meglio di molti suoi colleghi, con i suoi film aveva saputo esplorare ogni piega del quotidiano, raccontando le genuine emozioni di gente semplice, esplorando quel settore che va dal proletariato urbano alla piccola borghesia, le cui vicende spesso si intrecciano, condividendo attese, bisogni, sentimenti, il guardare con sospetto alle novità della società postbellica, con un’evidente antinomia tra un passato che non c’è più e il nuovo che si fa avanti.

Nasceva con Emmer un nuovo genere filmico, all’epoca dileggiato con lo sbrigativo termine di neorealismo rosa, in realtà prodromo della commedia all’italiana propriamente detta, con il quale, senza trascurare il sociale, lo si poneva però come sfondo ai problemi sentimentali delle persone, che restavano dominanti, trattando in sostanza in chiave “leggera” un problema che poteva essere trattato anche e comunque in modo “serio”, magari volgendo al drammatico.

La sua formazione, nel corso degli anni quaranta, fu data da documentari d’arte, in collaborazione con Enrico Gras, con il quale aveva fondato una piccola casa di produzione, per poi esordire con Domenica d’agosto nel ‘ 50, soggetto di Sergio Amidei, anche sceneggiatore insieme allo stesso Emmer, Brusati e Zavattini:cronaca di una giornata al mare di una composita umanità, che il regista si limita semplicemente ad osservare, con una quasi inavvertibile presenza della macchina da presa, dando così risalto alle tante situazioni scaturenti dalla sceneggiatura e ai dialoghi, lasciando che l’intreccio tra le varie storie si dipani naturalmente da sè, rendendo lo spettatore partecipe complice.

Nel ’51 è la volta di Parigi è sempre Parigi,film di lancio per Lucia Bosè, racconto di una gita di persone di modesta estrazione sociale alla scoperta di tutti i luoghi comuni sulla “città del peccato” , come veniva vista allora; nel ’54 gira Terza liceo, garbata commedia sull’ultimo anno scolastico di un liceo classico romano, esplorazione degli amori di giovani borghesi e, soprattutto, Le ragazze di Piazza di Spagna, probabilmente la più alta espressione della sua poetica, della sua ironia un po’ indulgente, della sua visualizzazione della “banalità del quotidiano”, oltre che attenta , minuta, osservazione di un mondo femminile che sta cambiando.

Ho voluto ricordare i suoi titoli più rappresentativi, per non dilungarmi troppo(da ricordare lo splendido Camilla , la scalata sociale di una famiglia vista con gli occhi semplici e il cuore puro di una domestica o il controverso La ragazza in vetrina, ’61, storia di un minatore italiano che ad Amsterdam si innamora di una prostituta, le cui noie con la censura lo portarono ad abbandonare momentaneamente il cinema), tralasciando volutamente le sue ultime realizzazioni(Basta , ci faccio un film! o L’acqua…il fuoco), certo testimonianze del suo stile ma ormai lontane dai problemi di un’ Italia profondamente cambiata da un punto di vista antropologico; non mi sono poi soffermato sul suo ruolo di creatore della sigla del primo Carosello o dei circa 1500 sketch con i quali allora si reclamizzavano i prodotti, con protagonisti attori come Totò o Panelli, non per snobismo culturale ma semplicemente per evidenziare il ruolo innovatore di Emmer nel cinema italiano, cantore di una semplicità capace di mettere a nudo la complessità della vita e le sue ambiguità, sottolineando con humour garbato e sottile l’eroismo della gente comune, che quotidianamente lotta per dare un senso alla propria esistenza.

Morto Patrick Swayze

Patrick Swayze

Patrick Swayze

Da tempo sofferente per un cancro al pancreas è morto a Los Angeles Patrick Swayze. Era nato ad Houston, nel Texas, il 18 Agosto 1952, sua madre era coreografa e proprietaria di una scuola di ballo ; proprio in virtù di questo, dimostrandosi sin da piccolo propenso alle attività artistiche, iniziò a prendere lezioni di danza classica.L’ attività di ballerino sembrava promettere bene, tanto che Swayze nel 1972 si trasferì a New York per completare la sua formazione presso le scuole di balletto Joffrey Ballett e Harkness Ballett ; nel 1973 esordì nel corpo di ballo per Disney on parade, interpretando il Principe Azzurro di Biancaneve; cominciò poi a lavorare a Broadway, ottenendo il ruolo di Danny Zuko in Grease.

Purtroppo cominciarono a farsi sentire le conseguenze di una infortunio avvenuto durante una partita di football negli anni del liceo, con conseguente lesione del ginocchio;dopo una serie di operazioni andate a buon fine, decide allora di intraprendere la carriera d’attore e nel 1979 si trasferisce a Los Angeles:vari lavori saltuari per mantenersi, qualche spot pubblicitario ed infine il debutto cinematografico con Skatetown, U.S.A., di W.A.Levey , un’ apparizione in un episodio della serie televisiva M*A*S*H e il grande salto con I ragazzi della 56a strada di Francis Ford Coppola, 1983, vera e propria fucina di giovani attori che da lì a poco avrebbero sfondato, come Matt Dillon o Rob Lowe.

Nello stesso anno recita con Gene Hackman in Fratelli nella notte, di Ted Kotcheff e in quello seguente in Alba rossa di John Milius, ma sarà la parte di Orry Main nella serie televisiva North and South del 1985, ambientata durante la Guerra di Secessione, a conferirgli popolarità presso il grande pubblico, in attesa della vera e propria consacrazione che avverrà nel 1987 con Dirty Dancing di Emile Ardolino, nel ruolo a lui certo congeniale di un istruttore di ballo, ottenendo una candidatura al Golden Globe .

Dopo ruoli da “duro” in film come Alba d’acciaio, 1987, di Lance Hool o Vendetta trasversale, 1989, di John Irvin, arriva l’indimenticabile ruolo di Sam in Ghost, 1990, di Jerry Zucker, che anche ormai fantasma cerca di aiutare la sua compagna Molly( Demi Moore); nel 1991 un altro ruolo di successo con Point break , di Kathryn Bigelow, per poi prendere nuove strade interpretative che lo porteranno a recitare in ruoli per lui davvero insoliti, forse desideroso di voler dimostrare sfumature recitative al di fuori dei soliti clichè, da La città della gioia, 1992, di Roland Joffè, a A Wong Foo, grazie di tutto!Julie Newmar, 1995, di Beeban Kidron, dove è la drag queen Vida Boheme.

Altri ruoli significativi nella sua carriera non vi saranno: appare nel cult Donnie Darko, 2001, di Richard Kelly e in Dirty Dancing 2, 2004, di Guy Ferland, sorta di seguito del celebre originale; il suo ultimo film è Powder Blue, di Timothy Linh Bui, dove recita accanto al fratello Don. Per tutti sarà sempre l’istruttore di ballo Johnny che danza soavemente e sensualmente con Jennifer Grey e il Sam di Ghost che alla dichiarazione d’amore di Molly risponde semplicemente “idem”, eroe romantico di poche parole, moderna incarnazione del classico “duro dal cuore tenero” di hollywoodiana memoria.

Venezia 66: Leone d’oro a Lebanon

Samuel Maoz

Samuel Maoz

La giuria ha deciso: Leone d’oro a Lebanon del regista israeliano Samuel Maoz, film incentrato sulla guerra del Libano del 1982, “claustrofibico e scioccante” secondo molti critici, girato all’interno di un carro armato il cui mirino appare come l’unico contatto con la realtà esterna, fatta di orrore e morte; Leone d’argento alla regista Shirin Neshat per Women without men, che illustra la condizione femminile nell’Iran degli anni ’50, in seguito al colpo di stato che portò al regime dittatoriale dello Scià;tratto dal libro di Shahrnush Parsipur, parla del passato come metafora delle sofferenze che ancora attualmente l’Iran subisce per il mancato rispetto dei diritti umani.

Scelte particolari dunque, dovute anche all’eterogeneità della giuria, come evidenziavo nel mio precedente articolo sull’apertura della Mostra, che sembrano dettate più dall’emozionalità del narrato che da scelte squisitamente cinematografiche tout court e ciò verrebbe confermato anche dal Premio Speciale della Giuria attribuito a Soul kitchen di Faith Akin, a detta di molti dovuto più alla simpatia suscitata dalla pellicola che a reali meriti.Comunque,le mie sono impressioni a caldo, di chi ha seguito l’evento tramite televisioni e giornali, vedendo i film in questione al cinema magari ne trarrò diverse impressioni.

A uscirne veramente sconfitto è il cinema italiano, o meglio il suo tentativo di uscire dal solito schema “due camere e cucina” provando ad ampliare i suoi orizzonti, affrontando storie di ampio respiro o tematiche sociali obiettivamente interessanti:è il caso di Baaria di Tornatore o del discusso Il grande sogno di Placido, del cui cast è stata premiata(Premio Mastroianni) Jasmine Trinca “come miglior attrice emergente”, un premio che risulta più una sorta di “contentino”, visto che l’attrice ha dato già valide prove in passato della sua recitazione; come non notare poi l’esclusione de Lo spazio bianco di Francesca Comencini,dove la recitazione intensa di Margherita Buy aveva convinto più di un critico ed emozionato il pubblico in sala?

Credo che abbiano nuociuto, in particolare ai film di Tornatore e Placido, tutte le incombenti polemiche politiche, nella specie riguardo la casa produttrice, concentrati come siamo nelle solite beghe da allegre comari sul tema “di chi finanzia che cosa”(Paolo Mereghetti), che con il cinema e quanto riesce a trasmetterci, nel bene e nel male, hanno ben poco a che a fare. Consoliamoci con la Coppa Volpi femminile (quella maschile è andata a Colin Firth, interprete di A single man, di Tom Ford) all’attrice russa Ksenia Rappoport, interprete de La doppia ora , opera prima di Giuseppe Capotondi e per il premio Controcampo italiano a Cosmonauta di Susanna Nicchiarelli: a mio avviso sarà la vera sorpresa del botteghino nei prossimi mesi.

Ciao Mike

rrrrCiao Mike, scusa il ritardo con cui ti scrivo, ma ho preferito attendere che il grande circo mediatico levasse le tende, che tutti i “coccodrilli” di circostanza, le solite frasi fatte, i vari blob televisivi con i quali la tua lunga carriera è stata masticata e digerita in pochi minuti, tornassero nel nulla dal quale sono venuti fuori.

Ciliegina sulla torta, i funerali di Stato, grande lavacro di coscienza collettivo, probabilmente con la spinta di Sua Emittenza (genuflessione), visto che negli ultimi tempi le sue tv, alla cui nascita e consolidamento avevi pur contribuito, ti avevano dato il benservito senza tanti complimenti, magari pronti ad utilizzarti in qualche televendita di materassi o pentole…Ma tu, pur con tanto rammarico, hai saputo venirne fuori a testa alta ed eri pronto a lanciarti nella nuova avventura del satellitare con il tuo solito entusiasmo da bimbo innocente alla scoperta del mondo.

E che dire poi di “Mamma Rai”? Anche lei pronta agli osanna e alle giaculatorie cantinelanti, ricordando doverosamente come tu fossi tra i suoi “padri fondatori”, di come con te la televisione si accingesse a divenire “la televisione”, mi si perdoni il gioco di parole, ma dov’era quando proponesti un programma sui suoi cinquant’anni?

No, non ci sto ad unirmi a questo coro di prefiche prezzolate, la tua professionalità, il tuo essere “bravo presentatore”, i tuoi quiz doviziosamente curati, luccicanti di metodica, costante, pignoleria e attenzione ai dettagli tra tanta odierna sciatteria, non si discutono e non è il caso di insistervi più di tanto, perchè non si aggiungerebbe nulla di nuovo; lo stesso vale per le tue famose gaffes, ancora a blaterare se fossero volontarie o meno…Ma chi se ne frega… Ci hanno divertito, erano spettacolo nello spettacolo, basta e avanza.

Il ricordo più bello in questi giorni lo ha espresso Fiorello, con il quale hai girato alcuni divertenti spot, dicendo: “Ho perso il mio miglior compagno di giochi”; di questo ben pochi hanno parlato, della tua capacità di divertirti ancora prima di divertire, del tuo candore, della tua ironia ed auto-ironia, dote rara nel mondo dello spettacolo: prima degli spot in questione, è stato il cinema a testimoniarlo, con film in cui reciti come te stesso( Totò, lascia o raddoppia? ,1956, di Camillo Mastrocinque, dove duetti con disinvoltura con il grande Totò, Motivo in Maschera, 1955, di Stefano Canzio, del quale sei anche tra gli autori del soggetto, Il giudizio universale, 1961, di Vittorio De Sica, C’eravamo tanto amati, 1974, di Ettore Scola, dove insceni una memorabile discussione con Stefano Satta Flores, Sogni mostruosamente proibiti, 1982, di Neri Parenti, con Paolo Villaggio) e altri in cui sei “attore vero”, pur se in piccole parti( Ragazze d’oggi, 1956, Luigi Zampa, Il prezzo della gloria, 1955, Antonio Musu) e al riguardo mi piace ricordare lo spaghetti western del 1972 La vita, a volte, è molto dura, vero Provvidenza?, di Giulio Petroni, con Tomas Milian protagonista, dove interpreti un colonnello nordista, Mike Goodmorning (sic), esperto criminologo, che inscena un quiz in galera per stabilire quale fra due prigionieri sia il vero Provvidenza.

Ciao Mike, scusami se ti ho scritto con la confidenza di un vecchio amico, ma credo che in questi giorni dall’alto di qualche nuvoletta avrai riso dei tanti toni reverenziali nei tuoi confronti e forse apprezzerai questo mio tono sincero…Chissà, magari starai già organizzando un Lascia o raddoppia? lassù, nei “verdi pascoli”… Ti immagino al cospetto del Grande Vecchio con la barba bianca( immagine iconografica, lo ammetto) borbottare : “Eh, eh, non ci siamo mica, lei ha sbagliato risposta, no, non replichi…Ma chi si crede di essere, Dio forse? Eh, eh…”