Archivi del mese: agosto 2009

Un biglietto in due ( Planes, trains and automobiles) 1987

t34Giovedì 6 Agosto 2009 è morto colpito da un infarto lo sceneggiatore e regista John Hughes , uno degli emblemi della commedia americana degli anni ottanta. Non è stato un “autore” nel senso proprio del termine, ma ha comunque lasciato un segno nella cinematografia statunitense grazie ad un felice mix di ironia e sensibilità, a volte anche con un tocco sofisticato, riuscendo così a descrivere piccoli spaccati di vita insinuandosi nella normalità del quotidiano di un’ America che dopo il carrierismo rampante cominciava ad interrogarsi sulla perdita degli antichi valori e sull’ importanza dei sentimenti.Esordisce come sceneggiatore nel 1982 con Riunione di classe e come regista due anni più tardi con Sixteen candles-Un compleanno da ricordare, a cui seguiranno, nel 1985, The Breakfast Club e La donna esplosiva.

Il suo film più riuscito ed amato dal pubblico è certamente Un biglietto in due, da lui scritto e diretto, una commedia in cui irresistibili trovate comiche e spesso paradossali ben si amalgamano con toni amari e malinconici. Il pubblicitario Neal Page( Steve Martin), a New York per lavoro, ha in programma di rientrare a Chicago per riunirsi alla sua famiglia nel “Giorno del Ringraziamento”, ma una violenta nevicata blocca l’aeroporto di Chicago e l’aereo si ferma a Wichita: insieme al non desiderato compagno di viaggio Del Griffith (John Candy), rappresentante di anelli per doccia, petulante ed invadente, affronterà una vera e propria odissea tra notti in squallidi motel, treni che si guastano, viaggi in autobus o con un’ auto a noleggio che andrà a fuoco, furto di denaro…Giungeranno a destinazione in tempo per la cena del giorno di festa e Neal, constatata la bonarietà di Del , nonostante le varie peripezie e gli aspri scontri fisici e verbali, lo inviterà a casa sua.

L’ abilità di Hughes è evidente: script ed attori si valorizzano a vicenda, senza facili volgarità o cadute di gusto, integrando due diversi tipi di comicità, quella più elegante, misurata, mimica di Steve Martin, giocata sul contrasto tra quanto gli accade intorno e le sue reazioni ed espressioni facciali, e quella di Candy più “corporale” e spontanea, che accompagna gli eventi più che subirli; particolarmente riuscito il loro sguardo complice e attonito verso la telecamera dopo aver subito uno tra i tanti incidenti di percorso, un richiamo alle comiche di Stanlio e Ollio. Notevole poi la cura nel tratteggio della psicologia dei due protagonisti, Neal un po’ chiuso, a volte cinico e intollerante; Del quanto mai aperto, allegro e solare, nonostante si porti dietro il ricordo della moglie prematuramente scomparsa: ambedue individueranno i loro limiti, sia nei confronti di se stessi che del prossimo, superando l’angoscia di vivere con il calore dell’amicizia.
Un piccolo grande film, che si (ri)vede sempre con piacere, autentico cult senza tempo.

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I Pomeriggi del Festival Jazz di Roccella Jonica

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Il Roccella Jazz Festival-Rumori Mediterranei edizione 2009 ha avuto come titolo Basta con i capolavori e si è avvalso anche quest’anno della direzione artistica di Paolo Damiani.

In qualità di semplice appassionato e non di vero e proprio cultore del jazz, personalmente ho sempre apprezzato più gli spettacoli pomeridiani che le grandi serate, forse perchè affascinato dalla spesso riuscita e mirabile confluenza di tale caratterizzazione musicale nelle arti figurative quali teatro e cinema, che la rendono accessibile anche ad un pubblico di “non addetti ai lavori”, mettendo in atto una trascinante fascinazione.

Il 19 agosto è toccato ad Elio delle Storie tese dare il via a tali interessanti sessioni: sulla base di testi originali composti da Elio e Piero Bodrato, con la musica di Nicola Capogrande, si è dato vita ad uno spettacolo dal tono surreale ed intelligentemente esilarante, la cui genialità è apparsa incentrata nel voler rendere un omaggio al Movimento Futurista di Filippo Tommaso Marinetti, nel centenario della sua fondazione, irridendolo al tempo stesso: dieci canzoni per narrare la spedizione fu…turista da Milano a Marechiare “per uccidere il chiaro di luna”, dall’esito fallimentare visto che Marinetti ha sbagliato il calcolo delle fasi lunari, per cui dopo aver attraversato l’Italia, con tappe in città simbolo quali Firenze e Roma, il tutto terminerà dinanzi ad un piatto di pasta, nella migliore delle italiche tradizioni…

Marinetti comunque guiderà quanti se lo possono permettere in una nuova missione: raggiungere in motoscafo Ischia per una settimana alle terme…fu…turismo, ecco…Ad accompagnare Elio, Giampaolo Bandini alla chitarra, Enrico Fagone al contrabbasso, Corrado Giuffredi al clarinetto, Cesare Chiacchiaretta al bandoneon e Danilo Grassi, percussioni, una band quanto mai abile, la cui bravura è emersa in tutta evidenza ed originalità compositiva nell’antologia di canzoni futuriste composte da Rodolfo De Angelis e arrangiate da Alessandro Nidi (Ma cos’è questa crisi?, 1933, tra tutte, tragicamente attuale).

Secondo appuntamento con Sardinia Jazz, Lella Costa voce recitante e Paolo Damiani al contrabbasso: la bravissima attrice ha letto alcuni racconti tratti da L’amore a Londra e in altri luoghi dello scrittore sardo Flavio Soriga, sottolineando con estrema intensità e commossa partecipazione i passi più salienti, dove risulta evidente quel forte contrasto tra i ricordi di un passato forse più felice e spensierato e l’attualità di un presente meno spontaneo, per certi versi più problematico ed alienante, con la combattuta voglia di restare nei propri luoghi d’origine e di andare via, consci di poter realizzare qualcosa di nuovo, ma anche di perdere l’essenza di sè. Felice e molto attenta a non prevalicare, la sottolineatura musicale di Damiani, coerentemente intensa ed emozionante, che ha dato ancora più enfasi alle già vibranti sensazioni scaturite dalla lettura composta e partecipe di Lella Costa.

Intermezzo settimanale d’eccezione: Franca Valeri, voce recitante e Rita Marcotulli pianoforte. Descrivere l’emozione che ho provato nel vedere recitare dal vivo, con un piglio da “splendida novantenne” (“…Eh che modi, sbandierare così l’età di una signora…Cafone!”, commenterebbe di certo), sconfiggendo i tremori della malattia, una delle mie attrici preferite non è facile.
Posso soltanto dire che la sua sapida arguzia, le sue sottolineature ironiche di un certo tipo di borghesia milanese tutta snob e birignao o del cattivo gusto un po’ cafonesco di certa Roma, risultano quanto mai attuali e dimostrano la preveggenza, il saper guardare lontano di un’attrice che il nostro cinema non ha saputo valorizzare al meglio, autrice di testi teatrali ironici ed intelligenti, portatrice di una signorilità e di un portamento recitativo esemplari. Rita Marcotulli, sempre brava, non ha potuto fare altro che arrendersi di fronte alla travolgente, trascinante attrice, assecondando e commentando le varie scene con valida professionalità.

Finale col botto, come si suol dire: Cinema Songs-Canzoni nel cinema, una magica escursione nell’altrettanto magico mondo del cinema, per riscoprire e ascoltare alla luce di nuove interpretazioni, in stile jazz ovviamente, le grandi canzoni del cinema del passato e di quello presente. Sullo schermo scorrono immagini, sapientemente montate, di classici come L’amore è una cosa meravigliosa, Come eravamo, Colazione da Tiffany, The Mission, tanto per citarne alcuni, e il pianista Danilo Rea, la splendida voce di Diana Torto, la tromba di Marco Tamburini, il violino di Marcello Sirignano, il contrabbasso di Franco Testa e la batteria di Ellade Bandini, si uniscono ad esse in un morbido, affascinante, abbraccio, che coinvolge e riscalda gli animi del pubblico, trascinandolo in un vortice di ricordi ed emozioni che ha dello strabiliante. Anche quest’anno il Festival Jazz di Roccella Jonica, almeno relativamente agli spettacoli pomeridiani, ha saputo stupire ed ammaliare, attendiamoci qualcosa di ancora più eclatante per la prossima edizione, quella del trentennale.

Alan Smithee, il suo nome è nessuno (ma di nessuno ve ne sono tanti e fra i tanti vi è qualcuno)

untitledAlan Smithee (o Allen Smithee, Alan Smythee, Adam Smithee) è uno pseudonimo utilizzato in quel di Hollywood, sia da registi che da sceneggiatori, per disconoscere la paternità di una propria opera o di un proprio soggetto, vuoi per le pressanti intromissioni delle varie majors, che impongono tagli o rimaneggiamenti vari, vuoi perchè quella che sulla carta era una buona idea all’atto pratico si è poi trasformata in un qualcosa la cui unica fonte ispiratrice sembra essere la mediocrità: in tal modo ci si protegge sotto l’egida dell’anonimato, denunciando, in ultima analisi, gli abusi dei “mercanti del tempio”.

bbbIl debutto di cotanto nome avviene nel 1969, durante la lavorazione del western Death of a Gunfighter (Ultima notte a Cottonwood), quando il protagonista Richard Widmark, non essendo in buoni rapporti con il regista Robert Totten, ne ottiene la sostituzione con Don Siegel:questi, terminate le riprese, rifiuta però l’accredito, sostenendo che, dopotutto, gran parte del film era stato girato da Totten. Widmark ancora una volta oppone i suoi capricci da star e rifiuta una tale ipotesi.
Ma siamo ad Hollywood, dove tutto ciò che si crea lo si distrugge e lo si trasforma:ecco giungere in soccorso Al Smith come pseudonimo di comodo, solo che vi è già un regista con tale nome… Nessun problema, dal magico cilindro spunta il nome di Smithee, la doppia “e” finale, rara avis, dà sicurezza ed esoticità.

Una volta avuto il suggello della Director’s Guild of America, il sindacato rappresentativo dei registi cinematografici e televisivi americani, il nome del valente cineasta comincia a diffondersi, tanto da comparire in circa trenta film, soprattutto televisivi, di fantascienza ed horror (uno per tutti: The birds II Land’s End,’94, sorta di seguito di The Birds di Hitchcock), con qualche “eccezione d’autore” (Ore contate, Backtrack, in seguito Catchfire, Dennis Hopper,’89; l’edizione tv di Dune, David Lynch), ma anche telefilm o videoclip musicali.

hollywoodbruciaNel ’97 Arthur Hiller dirige Hollywood brucia(Burn Hollywood burn), dove il protagonista è proprio un regista che di nome fa Alan Smithee, alle prese con un importante film che vede tra i suoi protagonisti Sylvester Stallone e Whoopy Goldberg: visti i pesanti interventi della produzione sulla sua opera, non potendo celarsi dietro lo pseudonimo, non potrà far altro che rubare il negativo per poterlo bruciare.

In questo affabulante gioco di realtà che supera la finzione e viceversa, Hiller quando notò che la casa di produzione preferiva al suo montaggio quello dello sceneggiatore, per protesta decise di accreditare il film a…Indovinate un po’… Dopo questo film la Director’s Guild stralciò la convenzione, non ritenendola più valida, ma ciò non vuol dire che il buon vecchio Smithee sia scomparso del tutto, film degni di tale “marchio dell’infamia” ne circolano tanti, compaia o meno il suo nome nei titoli di testa…
Acta est fabula, ovvero, parafrasando (Ed Hutcheson-Humphrey Bogart, Deadline/L’ultima minaccia, 52, Richard Brooks), questa è Hollywood bellezza, e tu non puoi farci niente.

Accadde una notte (It Happened One Night), 1934

accadde una notte
“Una storia semplice per gente semplice”: fu questo imperativo a guidare il regista Frank Capra e lo sceneggiatore Robert Riskin nell’adattare per il grande schermo il racconto “Night Bus” di Samuel Hopkins Adams, dando così vita, tra varie difficoltà produttive e l’ostilità dichiarata dei due protagonisti, al film “Accadde una notte”. Ellie Andrews (Claudette Colbert), giovane miliardaria, è decisa a sposare l’aviatore King Westley ( Jameson Thomas ), nonostante la disapprovazione del padre ( Walter Connoly ), che lo ritiene un vanesio arrampicatore sociale; fugge quindi di casa per poter raggiungere l’amato a New York, adattandosi a viaggiare in autobus, sul quale incontra il giornalista Peter Warne (Clark Gable ), che, riconosciutala, si offre di assisterla in cambio di uno scoop esclusivo. I due saranno costretti a condividere varie esperienze e momenti di intimità, come dormire nella stessa stanza di un motel, pur se con una coperta ( “le mura di Gerico” ) tesa tra le pareti atta a dividerli; dopo varie peripezie ed equivoci, Ellie, sostenuta dal padre, abbandonerà sull’altare King per sposare Peter; nel finale, dalla stanza di un albergo il suono di una trombetta annuncia la caduta delle “mura di Gerico”, ormai pericolanti…

Il film, anticipatore tra l’altro dei “road movie”, vide la critica americana indecisa se classificarlo come una “screw comedy” (commedia bizzarra) o una “sophisticated comedy” ma in realtà più che l’appartenenza ad un genere a risaltare è l’abilità di Capra nel confezionare una commedia deliziosamente romantica e poetica, che non deborda mai nel facile sentimentalismo, costellata di situazioni ardite (almeno per l’epoca ) e allusioni sessuali, con gag memorabili (come la scena dell’autostop, dove le belle gambe della Colbert si rivelano più efficaci del pollice di Gable); particolarmente attenta appare l’introspezione psicologica dei personaggi: per l’affascinante e viziata ereditiera si tratta di un vero e proprio viaggio di formazione, costretta com’è ad uscire dal suo agiato mondo di bambagia e a confrontarsi con la triste realtà di un America in preda alla Grande Depressione; anche il personaggio di Peter ha una sua evoluzione, pian piano da tanti particolari e da vari gesti si scoprirà che sotto la ruvida scorza di uomo burbero e rudemente gentile si cela una grande irreprensibilità morale.

Fu il primo film a vincere i cinque Oscar “fondamentali” (miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior attrice protagonista e miglior sceneggiatura non originale), ebbe un grande successo di pubblico e divenne un vero e proprio modello per molti altri film, americani e non, trionfo di un’ideologia che oggi potrà apparire ingenua, ma a suo modo ancora efficace, secondo la quale gli uomini onesti e di buona volontà, anche nei momenti più bui, possono perseguire il loro diritto alla conquista della felicità.

Mamma mia che impressione (1951)

qwr2rNel 1950 Alberto Sordi non era ancora un attore affermato nel cinema italiano, in particolare erano ancora lontani i ruoli che lo avrebbero reso famoso; la sua acuta e spietata osservazione dei tipi umani e delle loro quotidiane miserie ebbe inizio alla radio, dove nel 1948 era divenuto titolare ed autore della trasmissione “Vi parla Alberto Sordi”, vincendo la “Maschera d’argento” come miglior attore radiofonico nel ’49 e nel ’50. Fece esordire, fra gli altri, un personaggio a lui congeniale, avendo frequentato da giovane gli ambienti dell’ Azione Cattolica: “il compagnuccio della parrocchietta”, dal caratteristico tono petulante e perbenista; Vittorio De Sica si entusiasmò nell’ascoltarlo e propose a Sordi di produrre insieme un film che lo vedesse come protagonista.

Nasce così, nel 1951, “Mamma mia, che impressione”, soggetto dello stesso Sordi, anche sceneggiatore con De Sica e Zavattini, regia di Roberto Savarese:Alberto (Sordi ) giovane scout della parrocchia di Don Isidoro (Frank Colson ),ama Margherita (Giovanna Pala), ma con la sua dabbenaggine e la sua timidezza riesce solo a combinare guai e a cacciarsi in situazioni assurde; per avere la somma necessaria a comprare un presepe per la parrocchia, ma soprattutto per mettersi in luce dinanzi all’amata, contesa dallo sportivo Arturo ( Carlo Giustini), parteciperà ad una gara podistica, riuscendo a vincerla, provocando però tanti di quei disastri da far sì che la gara venga annullata.

Film anche oggi molto divertente, risulta ancora legato al mondo radiofonico, troppo dialogato, con la logorrea del protagonista a farla da padrone, inoltre la ripetitività ossessiva di molte situazioni non giova alla compiutezza stilistica del film; le novità presenti fanno però passare questi difetti in secondo piano:vi è da parte di Sordi una forte carica di caustica crudeltà, anche nei confronti del suo stesso personaggio, visto che riesce a suscitare il riso nonostante la sua meschinità, costringendoci a solidarizzare con lui e a disprezzarlo nello stesso tempo; diabolicamente perfido poi, il capovolgimento dei ruoli, perché il rompiscatole si rivolge alle persone con modi gentili, arrivando a sfinirle e portandole ad aggredirlo pur di levarselo di torno; di rilievo, infine, che in epoca democristiana si riesca a prendere in giro il mondo delle piccole sacrestie e delle associazioni cattoliche, dove il sacro è ridotto a quotidiana ritualità.

Una comicità in anticipo sui tempi dunque, che non giovò certo agli incassi, tanto da fa ritenere ai produttori che Sordi fosse troppo sgradevole per poter essere accettato dal pubblico: occorrerà attendere nel ’53“I vitelloni” di Fellini (ma il nome di Sordi non comparve sui manifesti, dopo il flop de “Lo sceicco bianco”) perché Albertone, con il famoso gesto rivolto agli operai in una scena del film (“Lavoratori…”), potesse conquistare definitivamente gli spettatori, consegnando alla storia del cinema l’impietoso ritratto dell’italiano medio, con tutti i suoi difetti, senza sconto alcuno.

Franco Battiato a Roccella: sogno di una notte di mezza estate

Franco Battiato

Franco Battiato

Nella suggestiva cornice dell’Anfiteatro al Castello di Roccella Jonica (RC), il 16 luglio si è svolto l’unico concerto previsto in Calabria per il Summer Live di Franco Battiato, che segue una stagione invernale di successo in molti teatri italiani. Ad accompagnare l’artista un cast di tutto rispetto: Carlo Guaitoci al pianoforte, Angelo Privitera alle tastiere, Davide Ferrario chitarra e voce, Manlio Sgalambro, voce e il Nuovo Quartetto Italiano, formato da Alessandro Simoncini (primo violino), Luigi Mazza (secondo violino), Demetrio Cornuzzi (viola)e Luca Simoncini(violoncello).

La scenografia appare improntata all’essenzialità, con al centro una sorta di panca coperta da un tappeto orientale, sulla quale Battiato prenderà posto per buona parte del concerto, facendo presagire una serata basata soprattutto sull’ammaliamento musicale e sul fascino vocale, senza effetti speciali particolari se non quelli di una qualità esecutiva praticamente perfetta.
Una volta salito sul palco, Battiato si dimostra da subito comunicativo e spontaneo con il numeroso pubblico, riuscendo a interagire con esso grazie ad un humour garbato e spontaneo ed appare incredibile come la sua pacata, elegante, compostezza riesca ad essere coinvolgente e trascinante; la scaletta prevede delle variazioni rispetto al tour invernale ed abbraccia un po’ tutta la sua vasta produzione, sino a Fleurs2, chiusura della trilogia iniziata nel 1999, particolarmente innovativa nel suo sfuggire alla banalizzazione propria delle cover, offrendo una vera rilettura di brani del passato scelti con gusto ed oculatezza.

Inizia con Haiku che suscita un po’ di stupore, prosegue con No time, no space, coinvolgendo definitivamente con Un’altra vita e la struggente e un po’ caustica Era d’estate di Sergio Endrigo, arrivando al 1965 con E più ti amo, successo di Alan Barriere, il cui testo è stato tradotto da Gino Paoli; ottiene applausi ad ogni verso della sempre attualissima Povera patria, con quella felice alternanza ritmata “Non cambierà,forse cambierà…sì che cambierà…” e il finale utopico e rassegnato insieme: “La primavera intanto tarda ad arrivare…”. Pindarici voli alternano canzoni più complesse come Lode all’inviolato ad altre di più facile presa come La stagione dell’amore, con un nuovo arrangiamento che le dona velocità e ritmo, sino ad arrivare ad un esecuzione da brivido de La cura, dove l’emozione già suscitata dalla sua poetica semplicità espositiva viene accresciuta ed enfatizzata dalla musica del quartetto d’archi.

Canzoni come Stranizza d’amuri o It’s five o clock (omaggio al cantante greco Demis Roussos) evidenziano un notevole eclettismo, che gli permette di cantare con la stessa disinvoltura il dialetto siculo o la lingua inglese, senza compiacimenti di sorta se non la voglia di sperimentare coinvolgendo il pubblico; dopo Tutto l’universo ubbidisce all’amore, l’unico inedito di Fleurs2, e Summer on a solitary beach, il concerto sembrerebbe volgere al termine, ma il pubblico a gran voce richiama Battiato sul palco, per cui eccolo ritornare, ora un po’ più sciolto, concedendosi anche qualche danza estemporanea, intonando evergreen come L’animale, L’era del cinghiale bianco, Voglio vederti danzare, lasciandosi andare, pur se con la consueta professionalità, al divertissement puro e semplice; richiamato ancora per due volte sul palco eccolo sempre gentile cantare le splendide Prospettiva Nievski e Magic shop, l’intensa Gli uccelli, l’allegra Cuccurucucu, che dopo due ore di grande musica conclude il magico afflato che si è venuto a creare.

Battiato si conferma, se mai ce ne fosse bisogno, artista quanto mai poliedrico e geniale, forse l’unico in Italia che sia riuscito a mettere d’accordo critica e pubblico, rappresentando un efficace trait d’union tra la musica d’autore e la musica pop, senza alcuna prevaricazione dell’una sull’altra.

Due soldi di speranza (1951)

DuesoldidisperanzaAl Festival di Cannes del 1952 vinse il Gran premio della giuria, ex aequo con Otello di Orson Welles, Due soldi di speranza di Renato Castellani, un film che rappresenta una tappa importante per il cinema italiano, dando origine ad una nuova corrente che all’epoca, con intenti dispregiativi, venne definita “neorealismo rosa”. Si rimproverava, infatti, agli autori di far leva più sul privato delle persone che sul sociale, affrancandosi dall’impegno civile e politico del neorealismo propriamente detto, pur se veniva mantenuto uno stile documentaristico, affidandosi sempre a volti presi dalla vita e non ad attori professionisti.

Castellani, con Sotto il sole di Roma (1948 ) e con E’ primavera (1952 ), aveva tentato di dar vita ad una commedia neorealista, ma soltanto con Due soldi di speranza riuscì a darvi concreta realizzazione. Su soggetto suo e di E.M. Margadonna, avvalendosi di Titina De Filippo alla sceneggiatura e per la revisione dei dialoghi, ambientò in un piccolo paese campano la storia del contrastato amore tra Antonio Catalano ( Vincenzo Musolino ), unico sostegno di una numerosa famiglia cui cerca di provvedere con ogni tipo di lavoro, e Carmela Artù ( Maria Fiore), figlia del pirotecnico del paese, contrario alla loro unione. Dopo alterne e movimentate vicende e vani tentativi di convincere il padre, compresa la classica fuga dal paese, Antonio, con un moto di orgoglio prenderà con sé Carmela per recarsi in chiesa e sposarla, tra la gioia di tutti i compaesani.

Sullo sfondo di quello che a prima vista potrebbe sembrare niente altro che un ameno e folcloristico bozzetto, risaltano prepotentemente le innovative ed illuminanti figure dei due protagonisti: Carmela è l’emblema e il prototipo cinematografico di un nuovo tipo di donna, dalle molteplici sfumature, fiera nella sua bellezza e nel suo aggressivo anticonformismo, ma sempre fondamentalmente onesta, che verrà ripreso e sviluppato negli anni seguenti (come “La Bersagliera” interpretata da G. Lollobrigida in Pane, amore e fantasia); Antonio è ben lontano dalla solita figura del meridionale rassegnato al suo triste destino, arrabattandosi in tanti mestieri, non scoraggiandosi mai, invocando solo in ultima analisi l’intervento salvifico della divina Provvidenza (“Se Dio vuole che continuiamo a vivere, dovrà pur darci da mangiare, se no che ci ha messo a fare al mondo?”, grida nella scena finale), simboleggiando, in definitiva, un Sud che dovrebbe darsi da fare per abbandonare il suo tragico fatalismo. Dietro la bucolica, arcadica facciata che rende il film genuino e godibile con la sua spontanea allegria, vi è sempre e comunque rappresentato, con abile tratteggio, un meridione cui sono estranei politica e lotta di classe, pronto veramente a lottare soltanto per risolvere le più elementari questioni quotidiane.