Archivi delle etichette: Vittorio Gassman

Mario Monicelli (1915-2010)

Mario Monicelli non c’è più. Si è suicidato lanciandosi dal quinto piano dell’ Ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato nel reparto di urologia. Soffriva infatti di un tumore alla prostata. Ho appreso la notizia con grande sconforto e sono tuttora sconvolto, non certo per la morte in sé o le circostanze e modalità tramite le quali si è verificata, in fondo coerenti con quella gagliarda strafottenza che gli era propria nella vita, pur connotata da una certa malinconia. Vi potrà sembrare strano, e così è anche per me, avendolo conosciuto solo attraverso le sue opere e le interviste rilasciate negli anni, ma è come se mi avesse lasciato un fraterno amico di vecchia data, capace di aiutarti a considerare la vita, ad osservare la realtà che ci circonda, con uno sguardo diverso, magari velato da un leggero, disincantato, cinismo, facendo sì che quella piega a mò di smorfia tra le labbra si trasformi in un sorriso, pur se appena accennato e dal retrogusto un po’ amaro.

Grazie a lui ho potuto capire che il principe della risata, l’immenso Totò, non era soltanto una marionetta dalla comicità stralunata e surreale, ma offriva la possibilità di delineare personaggi a tutto tondo (Guardie e ladri, ’51, coregia di Steno; Totò e Carolina,’55, prima firma autonoma), con una capacità espressiva più realistica e dai toni soffusamente chapliniani; ho poi ammirato la concreta capacità del nostro cinema di dar vita ad un grande affresco corale ed una fedele ricostruzione storica (La grande guerra, ’59, Leone d’oro a Venezia), facendoci vedere la guerra al di fuori di ogni retorica, dal punto di vista della trincea e di due eroi per caso (Gassman e Sordi), il cui sacrificio, come quello di tanti passerà inosservato; ho riso e continuerò a ridere sino alle lacrime nel vedere Monica Vitti interpretare La ragazza con la pistola, ’68, primo ruolo non drammatico dell’attrice e raffigurazione grottesca di una possibile emancipazione delle donne del Sud, così come nel sentire Gassman, nei panni inediti di Peppe “er pantera”, balbettare “è scc…sc…scientifico!” (I soliti ignoti, ’58) per commentare la bontà del colpo progettato ai danni del banco dei pegni, insieme alla scalcagnata banda di cui è a capo, simbolo di un’Italia ancora non in preda al boom economico, sospesa tra tradizione ed innovazione. O ancora sempre lo stesso Gassman cavaliere male in arnese (L’armata Brancaleone, ’66), sullo sfondo di un Medioevo demitizzato, lontano dalla scolastica iconografia oleografica e romantica.

Andando avanti negli anni, Monicelli riesce sempre a captare le mutazioni in atto negli italici costumi, dando vita a film come Amici miei,’75, da un’idea di Pietro Germi, mettendo in scena le disillusioni di chi non è riuscito a cambiare lo stato delle cose, e trova conforto in un gruppo affiatato di amici che elevano la goliardia a stile di vita, sospesi tra normalità borghese e voglia di metter tutto in burla, o l’estremo tentativo di evoluzione della nostra commedia (Un borghese piccolo piccolo, ’77), volta al tragico grazie, in tal caso, anche ad una magistrale interpretazione di Sordi. Tra gli anni ’80 e i ’90 non si possono dimenticare opere come Speriamo che sia femmina, ’86, estrema e sentita caratterizzazione della pavidità maschile contrapposta alla generosità femminile, sottolineata comunque con il noto stile graffiante, o Parenti serpenti, ’91, lucido, fosco, spietato e, al solito, lungimirante, ritratto della crudeltà insita nella tipica “buona famiglia”.

Nel 2006 gira Le rose nel deserto, che può considerarsi la summa delle tematiche sviluppate nel corso della sua carriera, mentre nel 2008 alla 65ma Mostra del Cinema di Venezia presenta fuori concorso il documentario Vicino al Colosseo c’è Monti, omaggio alla Roma di una volta e suo ultimo lavoro, prodotto dalla Inspire Production di Gianvito e Alessandro Casadonte, con sede a Montepaone (CZ). Mi sono volutamente soffermato sui titoli a mio parere più rappresentativi, tralasciando altri ugualmente meritevoli di ricordo, per non tediare con il solito “coccodrillo” di circostanza, perché ciò che mi preme sottolineare è come Monicelli, coadiuvato da grandi sceneggiatori ( tra gli altri, Sonego, Age e Scarpelli, Vincenzoni, Suso Cecchi d’Amico) e valorizzando i migliori attori del periodo, sia stato, a parer mio, colui che ha dato al circoscritto genere della “commedia all’italiana” la connotazione forse più autoriale, trasferendo sullo schermo la visualizzazione di un’ Italia che non gli piaceva, una estremizzazione dei suoi vizi mai compiaciuta o compiacente, dal retrogusto amaro, dai toni cinici e beffardi, un melange di farsa e burla dalle ascendenze letterarie.

La risata che scaturisce dalla visione dei suoi film non è sempre immediata, è qualcosa che va oltre la superficie e che si avvicina sempre più all’oggetto dello scherno, invece che prenderne le distanze, acquisendo in tal modo un’inedita connotazione drammatica che convergerà man mano in una spietata e lucida satira di costume, un discorso che si farà sempre più esplicito, riuscendo a coinvolgere gli spettatori, catalizzando attenzione e risate di pari passo.Difficile che un autore, un personaggio, di tal calibro possa considerarsi veramente scomparso… No, Monicelli non è morto, è semplicemente partito per un viaggio, alla ricerca di un posto dove poter osservare questo pazzo mondo alla luce di un inedito punto di vista.
Ciao Mario, e grazie.

Uno sguardo alla 67ma Mostra del Cinema di Venezia, tra nuovi orizzonti, controcampi e retrospettive


Al via da domani, mercoledì 1 settembre, la 67ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia, diretta da Marco Muller, che si concluderà sabato 11 con la consueta cerimonia di premiazione.La giuria, presieduta da Quentin Tarantino, si presenta piuttosto eterogenea, composta da personalità quali lo scrittore messicano Guillermo Arriaga, sceneggiatore dei film di Alejandro Gonzales Inarritu Amores Perros, 21 grammi e Babel, (vanta anche un debutto nella regia con The Burning Plain, in concorso a Venezia nel 2008); l’attrice lituana Ingeborga Dapkunaite, attiva a teatro e al cinema, spesso partecipe in alcuni film ad Hollywood ( Sette anni in Tibet); il regista e sceneggiatore francese Arnaud Desplechin, ritenuto fra i più promettenti eredi della Nouvelle Vague; il musicista e cantante statunitense Danny Elfman, che, dopo la fama ottenuta negli anni’70 con il gruppo musicale Mystic Knights of Oingo-Boingo, è divenuto dagli ’80 in poi uno dei più importanti compositori di colonne sonore (sue, in particolare, le musiche dei film di Tim Burton); il regista e sceneggiatore italiano Luca Guadagnino, (proprio a Venezia il suo esordio alla regia, The protagonists, ’99) ed infine Gabriele Salvatores, probabilmente il nostro regista, e sceneggiatore, dal respiro più internazionale.

Il Leone d’Oro alla Carriera sarà assegnato a John Woo, a testimonianza della forte presenza del cinema asiatico che da sempre caratterizza la Mostra, pur se quest’anno, per dichiarazione dello stesso Muller, in tale ambito si punterà più su autori commerciali, capaci comunque di estendere a livello internazionale, in un settore meno elitario, i loro dettami di stile, confermando così la generale linea programmatica volta all’attenta osservazione dei vari linguaggi della cultura cinematografica, anche a livello di sperimentazione. Previsti tre importanti omaggi: a dieci anni dalla scomparsa verrà ricordata la grande personalità di Vittorio Gassman, con la proiezione del film Vittorio racconta Gassman, una vita da mattatore, di Giancarlo Scarchilli, mentre nella ricorrenza del settantesimo compleanno di Bruce Lee vi sarà la proiezione, fuori concorso, del film di Andrew Law Legend of the First:The Return of Chen Zen, ideale prosecuzione della saga iniziata con Dalla Cina con furore. Sarà poi ricordato Dennis Hopper, l’attore americano simbolo del cinema indipendente, recentemente scomparso, con la proiezione di Fuga da Hollywood, ’71, film non molto noto, del quale fu regista ed interprete.Vista la vastità del programma, per consuete ragioni di brevità espositiva, mi limito a segnalare, nella sezione ufficiale, che sarà aperta da Black Swan di Darren Aronofsky, in primo luogo la, relativa, giovane età dei registi in gara (la media si aggira intorno ai 47 anni), che mettono in campo un’evidente volontà di prendersi i loro rischi, con il preciso obiettivo di impedire che le loro opere possano essere classificate in un genere ben preciso: questo lascia ben sperare per il futuro del cinema in generale, evidenziando ricambio e voglia di rinnovamento.

In secondo luogo la forte presenza di film italiani (più di 40, compresi medio e cortometraggi), probabile risposta, simbolica ma dalla forte valenza, alla crisi imperante e ai tagli al mondo della cultura in genere, di cui quattro in concorso: La passione, di Carlo Mazzacurati; La pecora nera di Ascanio Celestini, La solitudine dei numeri primi di Saverio Costanzo, tratto dal bestseller di Paolo Giordano, che ha collaborato alla scrittura del film e Noi credevamo di Mario Martone, anche questo tratto da un’opera letteraria, l’omonimo libro di Anna Banti.

Tra gli altri buoni segnali, che evidenziano attenzione e rispetto per le varie forme ed anime del cinema, il rinnovamento della sezione Orizzonti, la cui giuria è presieduta dall’artista e regista iraniana Shirin Neshat (Leone d’Argento miglior regia lo scorso anno, per Zanan bedoone mardan, Donne senza uomini), che abbandona la suddivisione tra corti, eventi speciali, rassegne, per accogliere opere di ogni genere e durata, divenendo in definitiva un vero e proprio laboratorio, oltre che un concentrato di varie esperienze; la sezione Controcampo italiano, (dalla passata edizione fa il punto sulle tendenze del nostro cinema), che vede come presidente dell’apposita giuria Valerio Mastrandrea, con l’apertura affidata a I baci mai dati, scritto e diretto da Roberta la Torre; infine,l’importante retrospettiva La situazione comica (1937-1988) dedicata al cinema comico italiano, definitivo, speriamo, sdoganamento e doverosa, anche se tardiva, rivalutazione di opere ed autori che, per quanto visti da molti critici sempre in una ottica di basso profilo o comunque limitativa, tanto hanno dato al nostro cinema, contribuendo ad attribuirgli la definizione di “popolare” nel senso più alto e nobile del termine.

L’armata Brancaleone (1966)

L’armata Brancaleone, di Mario Monicelli, anche sceneggiatore insieme ad Age & Scarpelli è un film genialmente prorompente nella sua forza diversiva dalla classica “commedia all’italiana”, tanto da divenire fenomeno di costume, visto che ancora oggi si parla di “armata Brancaleone” per indicare qualche sgangherata compagnia volta al compimento di imprese ben al di sopra delle proprie potenzialità.

Un cavaliere arriva in uno sperduto villaggio, appena assaltato dai briganti,e li mette in fuga, ma a sua volta viene assalito da dei ladruncoli che, dopo averlo sopraffatto, lo gettano in un fosso; tra quanto sottrattogli, il ricettatore Abacuc (Carlo Pisacane)trova una pergamena che attesta l’investitura del feudo di Aurocastro:occorre convincere qualcuno a sostituirsi al defunto ed unirsi a lui nel prendere possesso delle terre. Fa al caso tal Brancaleone da Norcia (Vittorio Gassman), cavaliere male in arnese, che si mette al comando della scalcinata compagnia: lungo il percorso incapperanno in varie avventure: l’incontro con il bizantino Teofilatto (Gian Maria Volontè) ed una compagnia di penitenti capeggiata dal frate Zenone (Enrico Maria Salerno), l’occupazione e la fuga da una città in preda alla peste, il salvataggio di una promessa sposa (Catherine Spaak)…

Pur con qualche slegamento che si delinea man mano nella narrazione, il film è mirabile in primo luogo per l’idioma adoperato dai personaggi, geniale miscuglio di vari dialetti italiani e latino maccheronico, gergo popolano e linguaggio altisonante dai risvolti a dir poco esilaranti, poi per demitizzare il Medioevo dei ricordi scolastici, allontanandosi da un’iconografia oleografica e romantica, offrendone una rilettura certo nuova ed originale, sfruttandone i luoghi comuni e deformandoli giocando sul filo dell’ironia e del grottesco per stemperare il tono estremamente realistico della narrazione, pur in un impatto visivo e scenografico quantomeno originale (vedi i costumi di Piero Gherardi).

Con qualche debito figurativo verso la filmografia giapponese ( La sfida del samurai, Kurosawa, ’61) e attingendo ad una ricca sorgente letteraria (dal Don Chisciotte di Cervantes al Cavaliere inesistente di Calvino, passando per Pulci), si delinea la poetica cara al regista: l’antieroismo, la presa in giro del genere avventuroso, piccoli uomini che divengono protagonisti della Storia, anche loro malgrado, tra cavalieri ben lontani dal mito, straccioni, appestati e morti di fame, protesi al Cielo come speranza ma saldamente attaccati alla terra nella lotta per sopravvivere; indimenticabile l’interpretazione dell’immenso Gassman, tra teatralità e fregolismo, smargiasso e sbruffone, un po’ ronin, il samurai senza padrone, anche nel look, e un po’ Don Chisciotte, fermo seguace di un codice cavalleresco in cui sembra credere solo lui, nonostante la vita gli offra, spesso ed inesorabilmente, il conto; ma tutti gli attori offrono gustose interpretazioni, come il decadente Teofilatto di Volontè e l’invasato frate di Salerno. Da ricordare le musiche di Rustichelli e il riuscito sequel Brancaleone alle crociate, ‘70.

Vittorio Gassman: la versatilità del genio

Il 29 giugno del 2000, dieci anni fa, moriva a Roma, per una crisi cardiaca, Vittorio Gassman, uno degli ultimi grandi attori italiani, capace di alternare con geniale ed estrema versatilità, ruoli intensamente drammatici, in particolare a teatro, ad altri, dalle tante, notevoli, sfaccettature, riduttivo definirli “comici”, che gli hanno permesso di entrare a far parte della schiera dei grandi della “commedia all’italiana”, insieme ad Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi.

Eppure tra le sue dichiarazioni rimaste famose vi è quella che recita: “Tra me e il cinema ci fu antipatia fin dal primo momento”, pur se il suo debutto al riguardo avvenne da protagonista (Preludio d’amore ,Giovanni Paolucci, 1946): forse voleva semplicemente rimarcare la sua già notevole e prestigiosa carriera di interprete teatrale, visto che aveva frequentato l’Accademia d’Arte Drammatica, esordendo poco più che ventenne, non ancora diplomato, in La nemica di Niccodemi, accanto ad Alda Borelli, imponendosi durante la guerra come tra le più grandi promesse del teatro italiano, mentre nel dopoguerra recitò al seguito delle più importanti compagnie teatrali, diretto da registi come Orazio Costa, Luigi Squarzina e Luchino Visconti.

D’altronde il cinema si accorse tardi di certa sua duttilità, soffermandosi sulle sue doti teatrali e trapiantando di peso sul grande schermo l’innato carisma, la notevole presenza scenica, dovuta alla corporatura atletica e alla voce autorevole, affidandogli ruoli di cattivo antagonista (il ghignante villain Walter in Riso amaro, ’49, Giuseppe de Santis), rendendolo spesso antipatico al grande pubblico e non riuscendo, pur con ormai trenta film girati, a trovargli una collocazione adeguata: la svolta avvenne nel ’58 con I soliti ignoti, quando il regista Mario Monicelli, certo memore della recente lavoro dell’attore in teatro ne I tromboni di Zardi, prova di un certo suo fregolismo, gli affida la parte del pugile fallito, e ladruncolo di mezza tacca, Peppe er Pantera, cambiandogli letteralmente i connotati (parrucca, fronte abbassata, naso finto, orecchie a sventola) e permettendogli di far sfoggio di una parlata “sporcata” da inflessioni romanesche ed afflitta a tratti dalla balbuzie (“è sc…scc…sscientifico!”, a spiegare la bontà di un piano criminale).

Contemporaneamente nasce in Italia di un nuovo tipo di commedia, dove la comicità non è più incentrata su gag, calcolati o improvvisati giochi di parole viranti al nonsense, ma su trovate umoristiche ben definite, che pur se volgenti nella macchietta, trovano sempre le basi su un solida sceneggiatura (Monicelli, D’Amico, Age &Scarpelli), e un “nuovo” Gassman, che solo un anno più tardi si trovò a duettare con Sordi ne La grande guerra, sempre di Monicelli, magnifico “duello” tra impostazione e spontaneità, ad essere protagonista assoluto ne Il mattatore di Dino Risi, che sfruttava il titolo di una trasmissione televisiva di quegli anni dove l’attore si metteva in gioco, con una certa autoironia, dando vita a tutto il suo repertorio, per arrivare al capolavoro dello stesso regista, Il sorpasso, ’62, dove nel ruolo di Bruno l’attore dà vita all’indimenticabile ritratto dell’italiano coinvolto nel boom economico, archetipo di tanti odierni cialtroni, smargiasso, esibizionista ed irresponsabile.

Sarebbero tanti in verità i titoli da citare ( sicuramente L’armata Brancaleone, ’66, ancora Monicelli, o C’eravamo tanto amati, ‘74 di Scola), soffermandosi anche sulla più recente attività teatrale, almeno sino ad inizio degli anni’90, ma mi sono volutamente, anche per non tediare, soffermato sulle tappe più importanti della carriera di un attore che a tutt’oggi non sembra avere eredi.
Il figlio Alessandro? Per quanto sicuramente bravo, credo su di lui pesi, più che l’ingombrante eredità, l’ombra lunga del ricordo.

Il sorpasso (1962)

Capolavoro assoluto di Dino Risi, Il sorpasso è un film dalla portata innovatrice e lungimirante, descrivendo, in odor di metafora, i mutamenti sociali e di costume dell’Italia in piena euforia da boom economico. Caratteristiche non sempre intuite dalla critica dell’epoca, mentre il pubblico ne decretava, grazie al passaparola, il successo.

Sceneggiato da Risi con Scola, Maccari e Sonego, più che una commedia, pur “all’italiana”, per l’amara morale di cui è soffuso si delinea come un tragico apologo. Per le strade di una Roma deserta nel giorno di Ferragosto, sfreccia una Lancia Aurelia Spider, guidata da Bruno (Vittorio Gassman), alla ricerca di un telefono. Fermatosi a bere ad una fontanella, nota alla finestra di un palazzo il giovane Roberto (Jean-Louis Trintignant) e gli chiede la cortesia di una telefonata. Per l’ introverso studente universitario inizia una lunga avventura, incapace di opporsi alla straripante personalità di Bruno, estroverso e fanfarone: un invito a pranzo si trasformerà in un viaggio verso mete sempre più occasionali, passando per la tenuta degli zii del giovane, con Bruno che ne smonterà ogni idilliaco ricordo dell’infanzia, arrivando a Castiglioncello, a casa dell’ex moglie di Bruno, con la figlia quindicenne (Catherine Spaak) futura sposa di un ricco industriale del Nord. Roberto, pur resosi conto dell’inaffidabilità di Bruno, ne è affascinato, contrapponendo il suo vivere alla giornata, il cogliere al volo ogni opportunità, alla propria rigida razionalità e al suo defilarsi di fronte agli eventi. Convince l’ amico ad accompagnarlo a Viareggio, dove è in vacanza una ragazza di cui è innamorato: si riparte, euforici entrambi, un sorpasso spericolato dietro l’altro, ma l’auto sbanda e precipita lungo una scarpata, con Roberto dentro, mentre Bruno riesce a saltare fuori.

Road movie attraverso le strade di un’ Italia in divenire, sulla scia di un benessere economico che comincia ad interessare anche le classi meno agiate, dallo stile registico rigoroso, attento sia a delimitare che ad esaltare la creatività degli attori, dei protagonisti in particolare, soffermandosi sulle loro caratteristiche psicologiche, lontano da vezzi caricaturali: se Gassman è il classico italiano del periodo, archetipo di tanti odierni cialtroni, smargiasso, esibizionista ed irresponsabile, Trintignant, insicuro ed impacciato, è perdente in partenza in una società che già punta sul’apparenza e guarda con diffidenza chi appare “diverso”, la sua vera visione della realtà è data dai suoi pensieri fuori campo, in contrasto col fare accomodante. Sempre in movimento sulla strada, qualche sosta, i due si fanno simbolo del veloce cambiamento in atto, dei diversi modi di affrontarlo, l’individualismo sfrenato del nuovo che avanza e il rimanere saldi alla propria educazione di base, a ben radicati principi, per quanto ammaliati dalle sirene del facile successo. Insieme sulla stessa strada, nella stessa auto, insieme a tentare un sorpasso se non impossibile certo rischioso, ma dalle tragiche, irreparabili conseguenze solo per uno dei due, mentre, per chi è sopravvissuto, rimane, forse, il peso di una fatale responsabilità.

I soliti ignoti (1958)

Periferia romana, notte: Cosimo (Memmo Carotenuto) e “Capannelle” (Carlo Pisacane) tentano il furto di un’auto, ma scatta l’antifurto, Cosimo viene arrestato, mentre l’altro, facente da palo, riesce a fuggire e a darsi da fare per trovare qualcuno, incensurato, che si addossi la responsabilità del tentato furto, in modo che Cosimo possa uscire di galera e mettere in pratica un piano per una rapina. Ecco sfilare una varia compagine di mariuoli: Mario (Renato Salvatori), ladro improvvisato e di buon cuore; “Ferribotte” (Tiberio Murgia), siciliano con sorella (Claudia Cardinale) a carico, reclusa in casa; Tiberio (Marcello Mastroianni), scalcinato fotografo con moglie in galera per traffico di sigarette e pupo cui badare; Peppe “er Pantera” (Vittorio Gassman), pugile di quart’ordine, il solo a rendersi disponibile. Ma il commissario non ci casca, Cosimo resta in galera e Peppe esce con la condizionale dopo avergli carpito il piano con l’inganno, una rapina al Banco dei Pegni, entrando da un appartamento contiguo, abbattendo la parete in comune.I cinque si danno subito da fare per organizzare il colpo con moderne modalità “scientifiche”, con il vecchio ladro Dante (Totò) a fare da consulente. Dopo vari contrattempi, riescono ad entrare nell’appartamento, ma bucano la parete sbagliata, non avendo considerato un cambio nella disposizione del mobilio, finendo in cucina a consolarsi con un piatto di pasta e ceci.

L’esemplare regia di Mario Monicelli, la sapida sceneggiatura (Monicelli, D’Amico, Age &Scarpelli), la bravura e la simpatia degli interpreti regalano un film perfetto, solo in apparenza una parodia del francese Du Rififi chez le hommes (J.Dassin,’55), rappresentante la nascita in Italia di un nuovo tipo di commedia, che abbandona il concetto di comico legato alla farsa, ai canoni dell’avanspettacolo, e gli conferisce valida consistenza cinematografica: la comicità non scaturisce dai lazzi di attori-marionette, non è più incentrata su gag, calcolati o improvvisati giochi di parole viranti al nonsense, ma su trovate umoristiche ben definite, che pur se volgenti nella macchietta, trovano sempre le basi su un solida sceneggiatura, rinnovando la tradizione delle maschere della Commedia dell’Arte, che prevede nel suo repertorio anche il senso del tragico.

La bravura di Monicelli sta nel dare spazio ad inedite (Pisacane e Murgia) e nuove caratterizzazioni di attori già noti, un misurato Totò, Mastroianni caratterista sornione e soprattutto Gassman, che passa da seri ruoli autorali o da ghignante villain a protagonista comico, grazie anche ad un sapiente trucco (fronte abbassata, naso finto, orecchie a sventola, inflessione romanesca con balbuzie). Da sfondo la Roma dei palazzoni popolari, del sottoproletariato urbano non ancora toccato dal boom economico, sospeso tra tradizione ed innovazione, che non riesce ad abbracciare sino in fondo quest’ultima, come testimonia il fallimento del colpo. Splendida la fotografia in bianco e nero (Di Venanzo) ed accattivante il commento musicale del jazzista Piero Umiliani. Due sequel: uno nel ’59 (Audace colpo dei soliti ignoti, N. Loy) e l’altro nell’ ’87 (I soliti ignoti vent’anni dopo , A. Todini).