Archivi delle etichette: Totò

Totò e Carolina (1955)

Totò e Carolina, probabilmente tra i titoli meno noti della vasta filmografia di Totò, viene spesso ricordato soltanto come uno dei casi più eclatanti di censura cinematografica del nostro paese, avendo subito tanti di quei tagli e “aggiustamenti” da uscire nelle sale un anno dopo la prevista distribuzione e ridimensionato nella durata complessiva: la versione “integrale” attualmente disponibile in dvd è frutto di una paziente opera filologica di recupero, ad opera del critico Tatti Sanguineti in collaborazione con la Cineteca di Bologna, rispettosa del montaggio originale, come voluto da Mario Monicelli, qui alla sua prima regia autonoma dopo i trascorsi con Steno.

In realtà, i motivi per apprezzare l’opera sono ben altri: in primo luogo Monicelli, autore anche della sceneggiatura insieme a Rodolfo Sonego, Age e Scarpelli, su soggetto di Ennio Flaiano, inizia con mano sapientemente ferma a spargere i semi di quei succosi frutti che nasceranno in seguito, cerca di staccarsi tanto dal Neorealismo che dalla comicità propria dell’avanspettacolo e vira, con punte drammatiche, verso la sapida satira di costume, pur se al riguardo l’opera si ferma allo stadio di valido tentativo, causa una certa indecisione tra i vari stilemi che la privano di una connotazione chiaramente definita.

In secondo luogo è l’occasione per gustare ogni sfumatura della poliedricità propria del Principe della risata, qui, come già in Guardie e ladri,’51, attore a tutto tondo, capace con pochi gesti e sguardi di passare dal comico al tragico, conferendo toni estremamente realistici e pregni di profonda umanità all’interpretazione dell’agente di P.S. Antonio Caccavallo, vedovo con un figlio e l’anziano padre a far da “donna di casa”, il quale durante una retata a Villa Borghese esce dai ranghi d’autista, desideroso com’è di una promozione ( 9.000 £ in più di stipendio), ed inserisce nel gruppo delle lucciole una ragazza dall’aria assente, identificata in questura come Carolina De Vico (Anna Maria Ferrero), domestica.
Il commissario (Arnoldo Foà), appurato che Carolina ha tentato il suicidio, per paura di uno scandalo intima a Caccavallo di riportarla al suo paese, alla ricerca di parenti o di “un povero fesso” che la prenda con sé, ma lungo il tragitto da Roma a Montefalcone, imprevisti e sorprese non mancheranno…

Le sequenze a suo tempo eliminate ed ora visibili, insieme ad alcuni dialoghi riportati all’originalità, dal “scusate eccellenza” rivolto da un agente a qualche altolocato aprendo la portiera di un’auto durante la suddetta retata, a Bandiera Rossa intonata da un gruppo di comunisti a bordo di un camion (con Totò che durante un sorpasso urla “buttatevi a destra”…), rendono la pellicola più compiuta e caratterizzata, confermando l’estrema validità del suo assunto di base, un impietoso ritratto dell’ Italia del dopoguerra, chiaramente fastidioso per i politici dell’epoca, specie se a farsene rappresentante era un attore fortemente popolare come Totò.

E’ lui infatti, affiancato dalla brava Ferrero, l’attonito testimone dei cambiamenti in atto in un paese in bilico tra tradizione e modernità, che appare incerto su come conciliare le diverse istanze scaturenti da entrambe e su quale direzione prendere definitivamente, dove un certo bigottismo insieme alla rigidità propria dell’ordine costituito divengono parametri di riferimento: ma se la carità cristiana dei vari pretonzoli (il curato del paese) si espleta solo all’interno di un confessionale e quella dei buoni borghesi (i prozii di Carolina) nel tenere un rosario tra le mani, e se le regole codificate si esauriscono in una pedissequa applicazione, allora a prevalere saranno le leggi scritte nel cuore degli uomini, quelle della bontà d’animo e della solidarietà, le uniche che possono dare ai “poveri fessi” come Caccavallo e alle donne illuse dalla vita come Carolina una vera e profonda ragione d’esistere, all’insegna del rispetto della dignità umana e della comprensione reciproca.

La banda degli onesti (1956)

Antonio Bonocore (Totò), portiere presso uno stabile romano, conduce un’esistenza non certo agiata ma onesta, infatti rifiuta di prender parte ad un illecito relativo all’acquisto di una partita di carbone necessaria per la caldaia, prospettatogli dal nuovo amministratore, il ragioniere Casoria (Luigi Pavese), il quale lo minaccia di fargli perdere l’impiego, comportante l’abbandono dell’appartamento dove vive con l’anziana madre, la moglie e due bambini; quando però un ex incisore dell’Istituto Poligrafico in punto di morte gli confida di essersi appropriato di un cliché e della carta filigranata per la stampa dei biglietti da diecimila lire, non avendo mai avuto il coraggio di farne uso, pregandolo di disfarsene, Bonocore, tra dubbi ed esami di coscienza, decide la “diserzione dall’onestà”, coinvolgendo nell’impresa il tipografo Lo Turco (Peppino De Filippo), oberato dalle cambiali, e il pittore Cardoni (Giacomo Furia), prossimo ad essere sfrattato; dopotutto, il loro sarebbe “un lavoro proprio di una succursale della Zecca”, “un reato a responsabilità limitata”; il sopraggiungere del figlio più grande di Bonocore, guardia tributaria, capovolgerà non poco gli eventi…

Tra le pellicole meno celebrate del “principe della risata”, La banda degli onesti merita invece di essere inserito tra i titoli più riusciti della sua filmografia, con una prova attoriale sobria, misurata, capace di suscitare il riso come la riflessione, con sfumature d’amarezza: Totò, riesce a mediare, sulla falsariga di quanto già fatto, egregiamente, in Guardie e ladri, ’51, Steno e Monicelli, tra comicità surreale, cui concede qualche controllato lazzo, al pari delle intemperanze verbali, tra i consueti nonsense linguistici e storpiature grammaticali, e quella d’impronta più realistica, tenendo la scena praticamente da protagonista assoluto per i primi 25 minuti, regalandoci, con valente uso della mimica, gag silenti impagabili (il volto contrito dal dolore sulla porta del palazzo, alla morte del suddetto funzionario, o il tentativo di stampare la banconota inumidendo il cliché come fosse un francobollo); man mano che poi entrano in scena Furia, uno dei nostri più grandi caratteristi, e De Filippo, riesce ad integrarsi al meglio con i due, dando vita a dei siparietti esilaranti (Peppino vittima sacrificale, la cupidigia e la bramosia di potere spiegati da Bonocore a Lo Turco al bar, usando zucchero e una tazza di caffè, il tira e molla nel dare vita al piano, la stampa delle banconote “in accelerazione”, come nelle vecchie comiche) sfruttando, assecondato, la bonomia del primo e la capacità del secondo di sapersi rendere ora funzionale ora complementare ai fini della risata.

Per quanto però il tutto poggi su una scrittura molto valida (Age & Scarpelli), nella quale è possibile riscontrare un anticipo, in abbozzo, di certe tematiche che saranno proprie de I soliti ignoti, ’58, (d’altronde gli sceneggiatori sono gli stessi, cui andranno ad aggiungersi Monicelli, regista del film, e Suso Cecchi D’amico), differentemente da quest’ultimo, complice la regia incolore, quando non latitante, di Camillo Mastrocinque, La banda degli onesti appare spesso in bilico tra i toni della farsa, sfruttando ancora una comicità tipica dell’avanspettacolo, e quelli di un umorismo meglio definito, comprensivo di risvolti dolenti, proprio delle maschere della Commedia dell’Arte, venendosi a creare un certo squilibrio complessivo nella resa definitiva dell’opera, che vanta anche un validissimo contrappunto musicale (Alessandro Cicognini); sempre efficace, solo apparentemente sullo sfondo, l’assunto di base, la visualizzazione della tentazione di “passare dall’altra parte”, a fianco dei tanti “ragionieri Casoria”, operazione apparentemente facile, se non vi fosse la probità a farsi forza predominante e costante di vita, rendendoti alla fine pago di quel poco che hai, nella piena consapevolezza che è tuo, cosciente della liceità e della fatica nell’essertelo guadagnato, nel rispetto di sé e degli altri.

Dorian Gray, “la malafemmina”

Maria Luisa Mangini, attrice di rivista e cinematografica meglio nota con il nome d’arte di Dorian Gray, è morta suicida a Torcegno, in Trentino, dove si era ritirata a metà degli anni sessanta, abbandonando definitivamente le scene.

Nata a Bolzano nel 1936, debutta a soli 14 anni nella rivista Votate per Venere (‘50) con Erminio Macario e Gino Bramieri, proseguendo la carriera nel teatro di rivista al fianco di Wanda Osiris (Gran baldoria, di Garinei e Giovannini), Alberto Sordi, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello ed in seguito al cinema, prendendo parte a numerosi film degli anni ‘50, soprattutto commedie.

Infatti, tra i suoi ruoli più importanti va senz’altro ricordato quello dell’attrice di teatro Marisa in Totò, Peppino e… la malafemmina (’56), la “donna di malaffare” del titolo che si innamora di Gianni-Teddy Reno, lo studente nipote dei fratelli Caponi, Totò e Peppino De Filippo; Federico Fellini la volle ne Le notti di Cabiria, affidandole il ruolo di Jessy, l’amante di Amedeo Nazzari.Prese anche parte anche a Il grido di Michelangelo Antonioni nei panni della benzinaia Virginia. Ricevette un Nastro d’Argento per il film Mogli pericolose, ’58, di Luigi Comencini, come migliore attrice non protagonista.

Altri film di un certo spessore cui ha preso parte Il mattatore, ’60 di Dino Risi, Crimen, Mario Camerini e l’ultima sua apparizione sul grande schermo, Fango sulla metropoli, ‘65. Poi, a soli 30 anni, rimasta incinta, il suddetto ritiro dalle scene, sino al tragico odierno ritorno, riportandoci bruscamente il ricordo di una donna sinuosamente affascinante, dotata di un certa ironia ed autoironia, dote quest’ultima a volte piuttosto rara nel mondo dello spettacolo, capace con classe ed intelligenza di saper andare, brillantemente, ben oltre il solito ruolo di “bellona di turno”.

Mario Monicelli (1915-2010)

Mario Monicelli non c’è più. Si è suicidato lanciandosi dal quinto piano dell’ Ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato nel reparto di urologia. Soffriva infatti di un tumore alla prostata. Ho appreso la notizia con grande sconforto e sono tuttora sconvolto, non certo per la morte in sé o le circostanze e modalità tramite le quali si è verificata, in fondo coerenti con quella gagliarda strafottenza che gli era propria nella vita, pur connotata da una certa malinconia. Vi potrà sembrare strano, e così è anche per me, avendolo conosciuto solo attraverso le sue opere e le interviste rilasciate negli anni, ma è come se mi avesse lasciato un fraterno amico di vecchia data, capace di aiutarti a considerare la vita, ad osservare la realtà che ci circonda, con uno sguardo diverso, magari velato da un leggero, disincantato, cinismo, facendo sì che quella piega a mò di smorfia tra le labbra si trasformi in un sorriso, pur se appena accennato e dal retrogusto un po’ amaro.

Grazie a lui ho potuto capire che il principe della risata, l’immenso Totò, non era soltanto una marionetta dalla comicità stralunata e surreale, ma offriva la possibilità di delineare personaggi a tutto tondo (Guardie e ladri, ’51, coregia di Steno; Totò e Carolina,’55, prima firma autonoma), con una capacità espressiva più realistica e dai toni soffusamente chapliniani; ho poi ammirato la concreta capacità del nostro cinema di dar vita ad un grande affresco corale ed una fedele ricostruzione storica (La grande guerra, ’59, Leone d’oro a Venezia), facendoci vedere la guerra al di fuori di ogni retorica, dal punto di vista della trincea e di due eroi per caso (Gassman e Sordi), il cui sacrificio, come quello di tanti passerà inosservato; ho riso e continuerò a ridere sino alle lacrime nel vedere Monica Vitti interpretare La ragazza con la pistola, ’68, primo ruolo non drammatico dell’attrice e raffigurazione grottesca di una possibile emancipazione delle donne del Sud, così come nel sentire Gassman, nei panni inediti di Peppe “er pantera”, balbettare “è scc…sc…scientifico!” (I soliti ignoti, ’58) per commentare la bontà del colpo progettato ai danni del banco dei pegni, insieme alla scalcagnata banda di cui è a capo, simbolo di un’Italia ancora non in preda al boom economico, sospesa tra tradizione ed innovazione. O ancora sempre lo stesso Gassman cavaliere male in arnese (L’armata Brancaleone, ’66), sullo sfondo di un Medioevo demitizzato, lontano dalla scolastica iconografia oleografica e romantica.

Andando avanti negli anni, Monicelli riesce sempre a captare le mutazioni in atto negli italici costumi, dando vita a film come Amici miei,’75, da un’idea di Pietro Germi, mettendo in scena le disillusioni di chi non è riuscito a cambiare lo stato delle cose, e trova conforto in un gruppo affiatato di amici che elevano la goliardia a stile di vita, sospesi tra normalità borghese e voglia di metter tutto in burla, o l’estremo tentativo di evoluzione della nostra commedia (Un borghese piccolo piccolo, ’77), volta al tragico grazie, in tal caso, anche ad una magistrale interpretazione di Sordi. Tra gli anni ’80 e i ’90 non si possono dimenticare opere come Speriamo che sia femmina, ’86, estrema e sentita caratterizzazione della pavidità maschile contrapposta alla generosità femminile, sottolineata comunque con il noto stile graffiante, o Parenti serpenti, ’91, lucido, fosco, spietato e, al solito, lungimirante, ritratto della crudeltà insita nella tipica “buona famiglia”.

Nel 2006 gira Le rose nel deserto, che può considerarsi la summa delle tematiche sviluppate nel corso della sua carriera, mentre nel 2008 alla 65ma Mostra del Cinema di Venezia presenta fuori concorso il documentario Vicino al Colosseo c’è Monti, omaggio alla Roma di una volta e suo ultimo lavoro, prodotto dalla Inspire Production di Gianvito e Alessandro Casadonte, con sede a Montepaone (CZ). Mi sono volutamente soffermato sui titoli a mio parere più rappresentativi, tralasciando altri ugualmente meritevoli di ricordo, per non tediare con il solito “coccodrillo” di circostanza, perché ciò che mi preme sottolineare è come Monicelli, coadiuvato da grandi sceneggiatori ( tra gli altri, Sonego, Age e Scarpelli, Vincenzoni, Suso Cecchi d’Amico) e valorizzando i migliori attori del periodo, sia stato, a parer mio, colui che ha dato al circoscritto genere della “commedia all’italiana” la connotazione forse più autoriale, trasferendo sullo schermo la visualizzazione di un’ Italia che non gli piaceva, una estremizzazione dei suoi vizi mai compiaciuta o compiacente, dal retrogusto amaro, dai toni cinici e beffardi, un melange di farsa e burla dalle ascendenze letterarie.

La risata che scaturisce dalla visione dei suoi film non è sempre immediata, è qualcosa che va oltre la superficie e che si avvicina sempre più all’oggetto dello scherno, invece che prenderne le distanze, acquisendo in tal modo un’inedita connotazione drammatica che convergerà man mano in una spietata e lucida satira di costume, un discorso che si farà sempre più esplicito, riuscendo a coinvolgere gli spettatori, catalizzando attenzione e risate di pari passo.Difficile che un autore, un personaggio, di tal calibro possa considerarsi veramente scomparso… No, Monicelli non è morto, è semplicemente partito per un viaggio, alla ricerca di un posto dove poter osservare questo pazzo mondo alla luce di un inedito punto di vista.
Ciao Mario, e grazie.

Django (1966)

Sergio Corbucci (1926-1990), recentemente omaggiato alla 67ma Mostra del Cinema di Venezia, in occasione del ventennale della sua scomparsa, è stato tra i grandi protagonisti della produzione cinematografica italiana “di serie B”, un approccio al cinema meno autoriale, tra inventiva e “sana”artigianalità, spinte spesso dalla penuria di mezzi, capacità di intrattenere il grande pubblico ed una certa abilità tecnica nel gestire la macchina da presa.

Attivo dagli anni ’50, dopo una breve parentesi come giornalista ed un periodo di apprendistato come assistente di Giulio Vergano (Salvate mia figlia, ’51, la prima regia), sino alla fine degli ‘80, Corbucci ha affrontato con sfrontata disinvoltura tutti i generi cinematografici, dalla commedia (molti i titoli con Totò: da ricordare I due marescialli, ’61, con De Sica, e Gli onorevoli, ’63), passando per il peplum (Il figlio di Spartacus, ’62) e l’horror (Danza macabra, ’64), al western, sfruttando al riguardo la strada aperta da Sergio Leone ma con toni ancora più violenti, fissando standard visuali all’epoca inediti e sorprendenti, ripresi in seguito da molti autori, anche stranieri, divenendo uno dei maestri del genere.

Django rientra tra i suoi risultati più felici, insieme a Il grande silenzio, ’67. Django (Franco Nero), reduce della guerra civile, arriva, a piedi, trascinando una bara, in un imprecisato paese al confine tra Messico e Stati Uniti, tiranneggiato da due bande rivali, i rivoluzionari messicani di Hugo (Josè Bodalo) e gli yankees del maggiore Jackson (Eduardo Fajardo), setta razzista stile Ku Klux Klan. Dopo aver fatto fuori gran parte degli uomini del maggiore a colpi di mitragliatore, Django si allea con Hugo per rubare un cospicuo quantitativo d’oro che potrebbe servire alla causa, pretendendone la metà; suo scopo essenziale è quello di vendicare la moglie, uccisa da Jackson;vedendosi rifiutata la sua parte, fugge con l’oro, ma, raggiunto da Hugo, viene torturato dai suoi uomini, che gli spezzano le mani con il calcio dei fucili e passandovi sopra con gli zoccoli dei cavalli. Mentre Jackson organizza un’imboscata contro i messicani, Django l’attende al cimitero di Tombstone, dietro la tomba della moglie, con la croce a fargli da cavalletto per la pistola…

Sceneggiato a più mani (Corbucci stesso, il fratello Bruno, F. Rossetti, J.G. Maesso, F. De Leo e P.Vivarelli, da poco scomparso, che diede il titolo al film ispirandosi al cantante jazz Django Reinhard), con una trama che richiama in parte Per un pugno di dollari di Leone, il film affascina soprattutto visivamente, grazie alla bella fotografia di Enzo Barboni, già sin dall’inizio, con l’entrata in scena di Nero, mentre scorrono i titoli di testa (rosso sangue, molto pop) sulle note di Django (Migliacci, Bacalov, autore della colonna sonora) cantata da Rocky Roberts. L’ambientazione è sporca, disadorna, essenziale, in un’atmosfera plumbea volta a dare una caratterizzazione gotica, innovativa per il genere, che si allontana dalla linea polverosa ma solare di Leone, rispetto al quale si diversifica per l’assenza di carrellate lente a dare atmosfera, prediligendo un’estrema alternanza tra lentezza e velocità, con suggestive inquadrature (come quella finale, con la pistola appesa alla croce), toni grotteschi e scene cruente (il taglio di un orecchio, ripresa da Tarantino ne Le iene).

A dominare il cast l’esordiente Franco Nero, l’uomo che, in un clima da occhio per occhio, portandosi dietro il ricordo di un oscuro e triste passato (simboleggiato dalla bara che trascina; a chi gli chiede cosa c’è dentro risponde: “un uomo chiamato Django”) riesce a riacquistare la propria individualità ed il senso della propria esistenza, al di fuori di ogni ideologia, puntualmente sconfitta. Vari sequel apocrifi, uno ufficiale (Django 2, ’87 di N. Rossati, con Nero protagonista), inutile, ed un omaggio giapponese, Sukiyaki Western Django, 2007, Takashi Mike, con la partecipazione di Tarantino.

E’ morto Aldo Giuffrè

E’ morto questa notte, 27 giugno, all’Ospedale San Filippo Neri di Roma, l’attore Aldo Giuffrè, dopo un’operazione di peritonite.
A darne la notizia il fratello Carlo, con il quale in passato aveva avuto qualche litigio, poi rientrato. Aveva 86 anni.

“Nasce” in teatro affrontando una lunga gavetta, debuttando nel 1942 con la compagnia di Eduardo de Filippo: il lungo iter prima del vero debutto gli diede comunque la possibilità di cimentarsi in tanti ruoli, sperimentando così vari stili espressivi, dando vita ad una notevole versatilità, essendo capace di passare con una certa disinvoltura da caratterizzazioni comiche a quelli più intense e drammatiche, come testimoniano anche la grande attività da caratterista nel nostro cinema, dove esordisce nel 1947 (Assunta Spina, di Mario Mattoli), per una carriera che lo porta a girare il suo ultimo film nel 2001 (La repubblica di San Gennaro, di Massimo Costa), passando per le commedie sexy degli anni settanta.

Personalmente lo ricordo con commozione a fianco dell’ immenso Totò in molti film con protagonista il principe della risata, in particolare nel ruolo di Amilcare in Guardie e ladri,’51, di Steno e Monicelli, anche se l’interpretazione che più mi è rimasta nel cuore è quella del capitano nordista Clinton (foto) ne Il buono, il brutto, il cattivo, ’66, di Sergio Leone,dove, doppiato da Pino Locchi, dà vita all’indimenticabile interpretazione di un militare alcolizzato e disilluso,una dolente, efficace ed estremamente realistica visualizzazione dell’inutilità di qualsivoglia conflitto; da ricordare anche l’attività televisiva, segno della sua poliedricità, a partire dal 1960, quando prende parte a numerose commedie e spettacoli di prosa, recitando in vari sceneggiati.

Scompare dunque un grande attore di teatro, erede della migliore tradizione partenopea,che sapeva esprimersi con intensità e padronanza scenica anche al di fuori di essa, ed un abile caratterista al cinema, capace di affrontare con scioltezza e bravura anche le prove del piccolo schermo, un artista nel senso più vero e pregnante del termine, figura di cui se ne sente sin troppo spesso la mancanza.