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C’era una volta Sergio Leone: “La trilogia del dollaro”

Il seguente articolo, già pubblicato su  Storia dei film, rappresenta un approfondimento di quanto da me scritto negli anni scorsi riguardo le singole pellicole rientranti nell’ideale Trilogia del dollaro: considerando l’attuale proposizione su Rete 4 di un ciclo dedicato a Sergio Leone e la presentazione al Festival di Cannes, che si sta svolgendo in questi giorni, della versione restaurata del suo capolavoro C’era una volta in America, ho pensato potesse fare piacere ai tanti estimatori del grande regista, come lo scrivente, ripercorrere insieme le iniziali tappe della sua filmografia.
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Sergio Leone

Nell’ormai lontano 1989, a soli 60 anni, ci lasciava uno dei più grandi autori del cinema italiano, Sergio Leone, il cui nome inizia a risuonare, forte e secco come lo sparo di una Colt, nel 1964, anno d’apparizione del suo primo film western, Per un pugno di dollari, girato con lo pseudonimo di Bob Robertson, letteralmente “Roberto figlio di Roberti”, omaggio al padre Vincenzo Leone, regista ai tempi del muto, noto come Roberto Roberti; non si era certo di fronte ad un esordiente, visto la lunga e sofferta carriera come aiuto regista, assistente alla regia (Quo vadis, ’51, Melvin le Roy) e autore di soggetti (Nel segno di Roma, ’58, Guido Brignone), riuscendo solo nel 1960 a dirigere Il colosso di Rodi, rutilante peplum che si differenziava da similari produzioni dell’epoca per mettere in campo una già notevole padronanza tecnica, insieme a quell’innato gusto per lo spettacolo che saranno connotazioni costanti della sua produzione, sino all’ultima realizzazione e capolavoro assoluto, C’era una volta in America, ‘84.

Folgorato dalla visione di Yojimbo,’61, di Akira Kurosawa, con altri sceneggiatori (tra i quali Duccio Tessari, Fernando Di Leo e Tonino Valeri) ne trasse ispirazione (noncurante dei problemi legali relativi ai diritti d’ autore) per una storia alquanto semplice: un pistolero taciturno e solitario (tale Clint Eastwood, 34enne attore per lo più televisivo, al suo esordio come protagonista assoluto), praticamente senza nome, anche se il becchino lo chiamerà Joe, giunge a San Miguel, paese al confine tra Messico e USA, dove due famiglie, i Rojo e i Baxter lottano per il controllo sul contrabbando di alcool e armi; qui darà vita a un doppio gioco al fine di mettere i clan l’uno contro l’altro, in modo che si eliminino a vicenda, ma uno dei Rojo scoprirà il piano e il nostro verrà catturato e torturato; riuscito a fuggire, attenderà che i Rojo uccidano i Baxter e gli altri componenti della banda, per poter attuare la sua vendetta, in un mitico duello finale dove riuscirà a farli fuori tutti, compreso il brutale Ramon (uno straordinario Gian Maria Volontè, “John Wells” sui manifesti dell’epoca, nell’insolito ruolo di vilain).

“Le cose viste dall’alto fanno sempre meno impressione”

Pur non essendo propriamente il primo western girato in Europa, considerando le precedenti produzioni ad opera di Spagna e Germania, è però da considerare che solo Leone riuscì a mettere in pratica il non facile intento di ricreare un genere e dargli nuova linfa vitale, tanto che il termine ormai consueto, spaghetti western, mediato sui grandi giornali da alcuni critici americani, acquisterà man mano una diversa rilevanza, non certo dispregiativa, finendo con l’identificare anche produzioni made in Usa che, successive a questo film, si ispireranno al suo stile violento ed eccessivo, lontano da sentimentalismi o retoriche celebrazioni sul mito della frontiera e la sua epopea.

Marianne Koch e Clint Eastwood

Niente, infatti, fanciulle estatiche o romantici tramonti, ma predominanza di una violenza parossistica, tra sadiche torture, brutali sparatorie, singolari ed affascinanti inquadrature con primi piani stretti sugli occhi, sui volti segnati dal sole, “alla ricerca del volto dell’uomo” cui si stavano accingendo altri registi, certo con altri intenti; la costruzione complessiva appare ancora oggi notevole, tutta giocata più sul togliere che sull’aggiungere, tanto che i momenti drammatici o senza parole vengono sottolineati dalla colonna sonora, opera di Ennio Morricone (sotto lo pseudonimo di Dan Savio), innovativa per un western, raffinato amalgama di suoni e rumori, volta, in particolare, a mettere in atto una sorta di rincorsa tra immagine e suono, spesso funzionale alla dilatazione temporale cara al regista.

C’è già tutto il Leone che verrà, con la sua visione pessimistica e disillusa della vita, la sua cinica e macabra ironia, ma pochi all’epoca, seppero comprendere la forza “eversiva” di uno stile che troverà conferma nel successivo Per qualche dollaro in più, ’65, sceneggiato da Leone e Luciano Vincenzoni, con una esposizione narrativa ancora più asciutta, lineare e tesa, oltre che particolarmente attenta all’approfondimento psicologico dei tre personaggi principali; dopo i pirotecnici titoli di testa, divelti da invisibili colpi d’arma da fuoco, una didascalia ci introduce nel west più selvaggio e violento “dove la vita non aveva valore, ma la morte qualche volta aveva il suo prezzo”: questo è il motivo per cui apparvero i bounty-killers, i cacciatori di taglie come il giovane detto Il Monco(Eastwood), che fa tutto con la sinistra, tranne sparare (usa la destra, protetta da uno strano tutore di cuoio), laconico e sornione, e il più anziano colonnello Mortimer (Lee Van Cleef), freddo e spietato.

Gian Maria Volontè

Assistiamo in parallelo alle loro gesta, la cattura di vari ricercati, sino ad un incontro-scontro per un comune obiettivo, un bandito schizofrenico e drogato, El Indio (Volontè) insieme alla sua banda, così da mettere le mani sull’ ingente taglia; attuano un piano: il giovane agisce da infiltrato, dall’interno, il vecchio dall’esterno, ma dopo una rapina alla banca di El Paso, vengono smascherati. Inevitabile l’ecatombe finale, con la sorpresa di un duello tra Mortimer e l’Indio, scandito dal suono di un carillon (Quando la musica finisce cerca di sparare…Cerca…), simbolo di un comune, tragico, destino che li accomuna, e il cui ricordo, vere e proprie proiezioni subliminali, turba la mente del fuorilegge; il colonnello rinuncia alla taglia, voleva solo vendicare la morte di un familiare.

“Beh, c’è aria di famiglia in quella foto…”

Fedele al concetto della realtà dell’ingenuità, già presente, in abbozzo, nel lavoro precedente, rivolgendosi non tanto all’adulto tornato bambino, ma a quel fanciullo che siamo stati e che vorremmo ancora essere, lo stile di Leone appare orientato ad un ben definito manierismo, con una violenza tanto realistica ed esagerata da divenire gioco surreale; unendo all’atmosfera da west di frontiera la ricerca formale di certo cinema giapponese (ancora Kurosawa) e i toni da commedia di quello italiano, il regista passa bruscamente da campi lunghi a primi piani frontali, così come appaiono bruschi, e stilisticamente irrisolti, per quanto affascinanti, i flashback sui ricordi dell’ Indio, risolutivi comunque nel dare un tono da tragedia; sempre notevole la colonna sonora di Morricone, qui ulteriormente caratterizzata e non più debitrice di altre composizioni, pur se in forma di omaggio (il Deguello di Per un pugno di dollari).

Il terzo e conclusivo capitolo dell’ideale “trilogia del dollaro”, anche detta “dell’uomo senza nome”, Il buono, il brutto, il cattivo, ‘66, rappresenta la consacrazione definitiva, un raffinato compendio di ricerca formale, dagli ormai tipici manierismi e virtuosismi, anche se in tal caso l’esagitato ricorso alla violenza, pur presente, ha un tono meno parossistico e surreale, complice la precisa ed accurata ricostruzione storica, in un’estrema commistione di toni epici, commedia e riflessione, con espliciti richiami ai conflitti mondiali, mettendone in risalto i lati più grotteschi, tragici ed assurdi, puntando sui toni della farsa e della beffa, con il tentativo dichiarato di rifare La grande guerra di Mario Monicelli in chiave western. D’altronde gli sceneggiatori sono gli stessi: Age & Scarpelli, Vincenzoni, Sergio Donati.

Eli Wallach

In un’America sconvolta e devastata dalla Guerra di Secessione, si incrociano le vite di tre individui: Tuco Ramirez (Il brutto, Eli Wallach), furfante di mezza tacca, il Biondo (Il buono, Eastwood), cacciatore di taglie, e Sentenza (Il cattivo, Van Cleef), killer spietato alla ricerca di un cospicuo quantitativo d’oro sottratto ai confederati; ognuno di loro viene a sapere un ben preciso particolare riguardo il luogo in cui tale “tesoro” è stato nascosto, per cui, tra alleanze e doppi giochi vari, cambi di casacca e gesta eroiche di calcolata opportunità, si ritroveranno in un cimitero a “guadagnarsi” il bottino sfidandosi in un singolare duello.

Aldo Giuffrè

In una cornice estremamente realista, nonostante il film, come molti altri spaghetti western sia stato girato in Spagna, esaltata dalla fotografia di Tonino Delli Colli che riesce a mitigare i colori naturalmente accessi del paesaggio giocando sui toni del marrone e del bianco sporco, risalta l’estremo individualismo e la picaresca anarchia di tre “facce di cuoio”, lungi dal prendere una qualsiasi posizione che non sia quella di salvare la pelle e il proprio tornaconto, servendosi al riguardo della guerra in atto. Tra spettacolari riprese di battaglia (Mai vista tanta gente morire così male) e ampie panoramiche sui campi di prigionia, che tanto richiamano i lager tedeschi, è messo ben in evidenza il pensiero del regista, scevro da retorica, sulla barbarie messa in atto da ogni conflitto; Eastwood conferma, evolvendolo ulteriormente, il suo personaggio dai gesti lenti e dal fare ieratico, con frasi secche espresse a mezza bocca, spesso risuonanti come lapidarie sentenze, Van Cleef ribalta il ruolo “romantico” del precedente Per qualche dollaro in più, mentre la vera sorpresa è Wallach, l’unico ad avere non solo un nome, ma anche dei trascorsi ed una psicologia ben definiti, non priva quest’ultima di una certa complessità; da ricordare la bella interpretazione, dolente ed efficace, di Aldo Giuffrè.

Le successive realizzazioni western, C’era una volta il West, ’68, e Giù la testa, ‘71, per quanto sempre estremamente affascinanti nella loro visualizzazione e caratterizzazione di tematiche e personaggi, vuoi per una certa lentezza insistita nel primo, vuoi per certe verbosità di fondo presenti nel secondo, non avranno presso il pubblico lo stesso forte impatto del trittico sopra descritto, non aggiungendo ma neanche togliendo nulla alla ormai consolidata fama del “padre del western all’italiana”, anche se a chi gli faceva spesso notare tale appellativo, il Maestro, al solito spietatamente sardonico, rispondeva: “Lei lo sa quanti figli di puttana ci sono in giro?”.

Un ricordo di Andrea Crisanti

Lunedì 7 maggio ci ha lasciati lo scenografo e costumista Andrea Crisanti (foto), che ha collaborato nel corso della sua carriera con i più grandi registi italiani, vincendo due David di Donatello, nel ’94 per Una pura formalità , Giuseppe Tornatore, e nel 2005 per Cuore sacro, Ferzan Özpetek, senza dimenticare i suoi lavori in ambito internazionale, come Nostalghia, ’83, Andrej Tarkovskij, o le coproduzioni I vestiti nuovi dell’imperatore, 2001, Alan Taylor, e Il consiglio d’Egitto, 2002, Emidio Greco, con il quale ottenne il Nastro d’Argento.

Nato a Roma nel 1936, dopo gli iniziali studi classici Crisanti si orientò verso quelli artistici, assecondando il grande talento per il disegno e la pittura, che lo condurranno alla specializzazione in scenografia presso l’Accademia di Belle Arti della Capitale; agli inizi degli anni ’50 iniziò a frequentare gli studi di Guido La Regina e Giovanni Consolazione, esponendo le sue opere pittoriche in via Margutta e in diverse mostre collettive, anche se la sua passione per il teatro e il cinema lo porterà a lavorare nello stesso periodo come secondo assistente di Mario Garbuglia, per il film La grande guerra ’59, Mario Monicelli: prenderà così avvio la sua attività cinematografica, con varie collaborazioni (Mario Chiari ed Enzo Del Prato, assistente ed art director dello scenografo Gianni Polidori).

Sarà però il 1969 l’anno di svolta della sua carriera, quando Francesco Rosi (foto), che alla 69ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia (29 agosto-8 settembre) riceverà il Leone d’ Oro alla Carriera, lo chiamerà a lavorare per Uomini contro, dando vita ad un sodalizio artistico ultraventennale, sino a La tregua (’97): Crisanti contribuirà a conferire alle pellicole del regista e sceneggiatore una connotazione estremamente realista, nel riuscire a coniugare documentazione e stile, senso dell’azione ed impegno civile, come ne Il caso Mattei ,’72 (Palma d’Oro a Cannes), che verrà proiettato nella città lagunare il prossimo 31 agosto, giorno in cui Rosi riceverà il suddetto riconoscimento, nella versione restaurata, opera della Film Foundation di Martin Scorsese, con il sostegno di Gucci.

Crisanti lavorò anche con Sergio Leone per Giù la testa,’71, proseguendo la sua attività per tutti gli anni ‘80 (opere, tra le altre, come Salto nel vuoto, ’80 e Diavolo in corpo, ’86, Marco Bellocchio; L’avvertimento,’80, Damiano Damiani; Identificazione di una donna,’82, Michelangelo Antonioni, Nuovo Cinema Paradiso, ’88, Giuseppe Tornatore) e ’90 ( ancora Tornatore, Stanno tutti bene, ’90, e il già citato Una pura formalità; Il ladro di bambini, ’92, Gianni Amelio) sino ai tempi recenti (Ferzan Özpetek, La finestra di fronte, 2003, Cuore Sacro, 2005, Mine Vaganti, 2010, il recente Magnifica presenza; Michele Soavi, Arrivederci amore, ciao!, 2005, e Il sangue dei vinti ; Paolo e Vittorio Taviani, La masseria delle allodole, 2006; Theo Anghelopulos, La Polvere del Tempo, 2011).

Membro dell’EFA (European Film Academy), dal 2010 Crisanti è stato preside della Scuola Nazionale di Cinema e tra i soci fondatori dell’Associazione ASC (Associazione Italiana Scenografi Costumisti Arredatori), mantenendo la carica di Presidente dal 1995 fino al 2005.

Una pistola per Ringo (1965)

Duccio (Amedeo) Tessari (Genova, 1926-Roma, 1994) è stato tra i protagonisti del cinema italiano di genere, spaziando tra peplum, spaghetti western, poliziesco e guerra, connotando ogni pellicola di una particolare ironia, giocosa e scanzonata, spesso in forte contrasto con i toni drammatici o violenti.
Trasferitosi a Roma negli anni ’50, dopo le esperienze nella città natale in qualità di produttore, operatore e regista di documentari, inizia a lavorare, come assistente, al fianco di Carmine Gallone e Vittorio Cottafavi, divenendo tra i più validi sceneggiatori del filone storico-mitologico, cui è legato il suo esordio registico nel ’61, Arrivano i Titani, mentre nel ’65, dopo aver collaborato, tra l’altro, alla scrittura di Per un pugno di dollari, ’64, Sergio Leone, dirige il suo primo western, Una pistola per Ringo.

In un paese al confine tra Stati Uniti e Messico, qualche giorno prima di Natale, lo sceriffo Dan (George Martin) apprende che Ringo “faccia d’angelo” (Giuliano Gemma / Montgomery Wood) è stato scagionato da un’accusa d’omicidio, per legittima difesa: temendo la vendetta dei fratelli della vittima, cerca di rintracciarlo, ma lo trova quando li ha già fatti fuori e lo conduce in cella, in attesa del processo. Intanto, il bandito messicano Sancho (Fernando Sancho) rapina la banca con la sua banda, di cui fa parte anche la bella Dolores (Nieves Navarro), intenta a distrarre lo sceriffo, il quale comunque riesce a ferire Sancho, che trova rifugio con i suoi nella tenuta del maggiore Brown (Antonio Casas), vedovo con una figlia, Ruby (Lorella De Luca / Hally Hammon), fidanzata di Dan; Ringo sembra essere l’elemento adatto ad agire come infiltrato, in cambio di una percentuale sulla somma rubata…

Rielaborazione di Ore disperate, William Wyler, ’55, per ammissione stessa di Tessari, anche autore del plot (insieme, non accreditati, a Fernando Di Leo, Alfonso Balcazar, Enzo Dell’Aquila), il film racchiude in sé un po’ tutti gli elementi classici del western, la normalità di una tranquilla cittadina sconvolta da un tragico evento, lo sceriffo integerrimo ma duttile, l’individualista eroe suo malgrado, non dimenticando il vecchietto brontolone e il cattivo da manuale, rivisitati con un tono da commedia, come si evince dai dialoghi abbastanza brillanti. Un certo equilibrio viene mantenuto grazie all’efficace regia, tanto nelle scene d’ interni che in quelle d’azione, per quanto lontana dalla ricerca formale e dal manierismo di Leone, e alle valide prove attoriali, almeno nel senso della corrispondenza con il personaggio interpretato, visto che il taglio un po’ bonario alla fine finisce per prevalere, in particolare nel vilain Sancho.

Gemma-Ringo è una figura interessante nelle sue molteplici contraddizioni, parente alla lontana dell’ Eastwood / “Straniero senza nome”: scarsa inclinazione alle regole, se non quelle forgiate sulla base di un personale tornaconto, quindi tendenzialmente anarchico, ma capace di gesti nobili, affronta la vita sempre con il sorriso sulle labbra e la mano a sfiorare l’impugnatura della Colt, fedele allo spirito proprio di Tessari, superare il senso del tragico sfruttando la spensieratezza del riso. Ecco quindi, a inizio film, Ringo che gioca con dei bambini prima di sparare, o l’incredibile duello finale, quando il nostro usa una vecchia pistola a guisa di stecca da biliardo, giocando di sponda con una campanella, e il proiettile di rimbalzo colpisce a morte Sancho, nascosto dietro un muro…

Bella la colonna sonora di Ennio Morricone, con Angel Face cantata da Maurizio Graf (testo di Gino Paoli) sui titoli di testa e di coda; il grande successo di pubblico spinse l’uscita, appena un anno dopo, de Il ritorno di Ringo, il quale però, nonostante il titolo, l’impiego più o meno dello stesso cast e dello stesso set, non è un sequel, bensì una storia autonoma, basata sull’Odissea, coerentemente con il disincantato assunto programmatico del regista: “Nessuno di noi inventa niente, hanno inventato tutto Omero e Tolstoj…”

L’uccello dalle piume di cristallo (1970)

Esordio nella regia di Dario Argento (Roma, 1940), dopo i trascorsi di critico cinematografico e sceneggiatore (Metti una sera a cena, ’69, Giuseppe Patroni Griffi; C’era una volta il West, ’68, di Sergio Leone, scritto insieme a Bernardo Bertolucci), L’uccello dalle piume di cristallo irrompe con tutta la forza propria di un’opera innovativa nel nostro panorama cinematografico “di genere”, nello specifico l’horror-thriller, pur debitrice al riguardo, almeno per qualche elemento di base, nei confronti dei predecessori Riccardo Freda e, soprattutto, Mario Bava, per quanto estremamente connotata dalla personale visione del regista.

Sam Dalmas (Tony Musante), scrittore americano in trasferta a Roma insieme alla sua compagna Giulia (Suzy Kendall), una sera assiste casualmente da una vetrata di una galleria d’arte ad una colluttazione all’interno, tra una donna ed un non ben identificabile individuo, vestito di nero, che, feritola con un coltello, fugge via; la potenziale vittima è Monica Ranieri (Eva Renzi), il cui marito (Umberto Raho) è titolare della suddetta galleria. Il commissario Morosini (Enrico Mario Salerno) nell’interrogare Sam lo informa che l’autore potrebbe essere colui che ha già ucciso tre ragazze, per cui l’uomo, dapprima costretto, causa sequestro del passaporto, poi incuriosito, sicuro di aver notato un particolare decisivo pur non ricordando quale, inizia ad interessarsi al caso, indagando personalmente, rischiando di essere tra le vittime, intanto arrivate a cinque…

Autore dello script, oltre che produttore (fonda appositamente con il padre Salvatore la Seda Spettacoli, così da essere libero da vincoli e restrizioni), sulla base del romanzo La statua che urla di Fredric Brown, Argento imbastisce una storia che mescola, con una certa disinvoltura e padronanza tecnica, noir, giallo, thriller ed horror, riuscendo a far percepire, nell’ambito di un contesto realistico, con gli interpreti che sembrano sospesi in un mondo a parte, l’incombente e percepibile presenza della morte, creando un’atmosfera insieme incerta ed inquietante, puntando soprattutto su un forte impatto visivo, con una grande attenzione per la fotografia (Vittorio Storaro), avvalendosi in primo luogo di modalità di ripresa particolari e suggestive e di un uso particolare del montaggio alternato, che anticipa nella sequenza di chiusura quanto vedremo nella successiva, arrivando, in un crescendo di suspense quasi insostenibile, ad un doppio finale, prima della scoperta della verità.

Ecco quindi la soggettiva dell’assassino, la sua preparazione meticolosa prima degli omicidi, i bruschi passaggi da campi lunghi a primissimi piani che si restringono sugli occhi degli attori come sugli oggetti (in particolare i coltelli, l’arma bianca acquista qui un fascino particolarmente sinistro), un po’ Leone e un po’ Nouvelle Vague, che assumono, così come le location “frammentate” e la colonna sonora straniante (la cantilena infantile che accompagna l’entrata in scena dell’ “uomo nero”), opera di Ennio Morricone, il ruolo di coprotagonisti; l’ impianto narrativo appare in secondo piano, per quanto caratterizzato da annotazioni psicologiche e temi onirici, in parte di ascendenza hitchcockiana, vedi l’insospettabilità del colpevole, motivato nelle sue azioni da un trauma subito in giovane età, o gli scarni dialoghi, spesso improbabili e a volte caratterizzati da un umorismo particolare, dalla insolita dissolvenza che anticipa quella delle immagini.

Sono tutte peculiarità che, ulteriormente perfezionate, caratterizzeranno le successive realizzazioni del regista, contribuendo a far sì che, specie fuori patria, si parlasse definitivamente e senza intenti spregiativi di “giallo all’italiana”, arrivando alla perfezione con Profondo rosso, ’75, classico spartiacque prima della virata verso l’horror puro, tornando in questi ultimi anni agli spunti iniziali, con risultati, purtroppo, non altrettanto felici.

Rango

Sbalzato dal suo terrario nel bel mezzo del deserto del Mojave, California, causa una brusca frenata dell’auto dei suoi proprietari, un camaleonte istrionico con frequenti crisi d’identità giunge, dopo l’incontro con un armadillo “vecchio saggio” e un avventuroso peregrinare, con l’aiuto della lucertola Borlotta, in una cittadina del West, Dirt, dalla popolazione alquanto variegata, composta da rettili, anfibi, roditori e pennuti.Il suo innato senso attoriale rende il luogo lo scenario ideale per calarsi in un nuovo ruolo, il temibile pistolero Rango, millantando incredibili avventure; nominato sceriffo dal sindaco della città, una vecchia testuggine, per meriti sul campo (l’uccisione di un falco, in realtà fortuita), il nostro improvvisato eroe avrà il suo bel da fare, in primo luogo risolvere il problema principale della prolungata carenza idrica e, una volta venutone a capo, affrontare il terribile killer Jake Sonagli…

Esordio nel settore dell’animazione sia per il regista Gore Verbinski (la trilogia de I pirati dei Caraibi) che per l’Industrial Light & Magic, volta sinora alla realizzazione di effetti speciali, Rango è in primo luogo una curata e scatenata visualizzazione di un’estrema libertà espressiva, dove l’eccentricità delle mirabilie visive, mai fine a sé stessa, si ammanta di toni surreali e poetici, oltre che ironici (le stupende civette un po’ mariachi un po’ coro greco, che introducono o sottolineano vari passaggi della storia, per esempio), e di meditazioni esistenziali sulla presa di coscienza di un’identità, sino a rendersi protagonisti più che della Storia, della propria storia, intesa come cammino di crescita e di realizzazione.

Da un punto di vista formale siamo di fronte ad un vero e proprio western, estremamente curato nella fotografia, nella scenografia e nella caratterizzazione di ogni personaggio, grazie ad una valida sceneggiatura (John Logan), capace di omaggiare tanto il mito della frontiera che cantarne la sua progressiva decadenza, citando Ford, Hawks, Peckinpah e i nostri “spaghetti”, ad iniziare dalla colonna sonora, passando per Leone (i primi piani frontali, certe inquadrature) e arrivando al Django di Corbucci (Dirt ricorda non poco il fangoso paese fantasma del film) o al Ringo di Tessari: non a caso “Rango”, oltre che una derivazione dalla città di Durango, può risultare come una curiosa fusione dei nomi dei due gringos; tra continui rimandi cinefili (oltre quanto già scritto, Chinatown di Polanski, Apocalypse Now di Coppola, Paura e delirio a Las Vegas, ma il gioco potrebbe continuare) non manca poi l’apparizione dello “Spirito del West”, nelle fattezze di Clint Eastwood, che si muove su di una caddie car, a bordo della quale luccicano le statuette degli Oscar.

Realizzato con la tecnica definita da Verbinski emotion capture, contrapposta alla consueta motion capture, facendo dapprima recitare gli attori “reali” e poi ricalcandovi sopra i vari personaggi, con una procedura di doppiaggio che ha previsto la presenza di tutti i protagonisti sul set contemporaneamente (la voce del camaleonte in originale è di Johnny Deep), Rango pecca di qualche lungaggine di troppo verso il finale, che sembra momentaneamente spegnere i fuochi d’artificio iniziali e i vari colpi di scena che si sono susseguiti spettacolarmente sino almeno a metà pellicola. Resta però l’indubbio merito, tra un colpo al cerchio (la pregevolezza visiva) ed uno alla botte (le citate meditazioni esistenziali, i rimandi filmici), sfruttando abilmente le due dimensioni “classiche” dell’emozione e dell’empatia, di affascinare i più piccini come di coinvolgere in pieno il pubblico più adulto, rendendo forse superflua, nell’ambito del cinema d’animazione, la necessità di uno spartiacque tra i due mondi.

Il buono, il brutto, il cattivo (1966)

Terzo e conclusivo capitolo dell’ideale “trilogia del dollaro”, Il buono, il brutto, il cattivo rappresenta la consacrazione definitiva dello stile di Sergio Leone, dopo la felice intuizione di Per un pugno di dollari (‘64) e la conferma di Per qualche dollaro in più (‘65). Immergendo nell’atmosfera western la ricerca formale di certo cinema giapponese, Kurosawa nello specifico, si delineano infatti tanto un tipico manierismo che un ricercato virtuosismo, con una alternanza di campi lunghi e riprese frontali, dai passaggi a volte un po’ bruschi, cui si aggiunge un altrettanto ed innovativo rincorrersi tra immagine e musica (Ennio Morricone), volta alla estrema funzionalità della dilatazione temporale cara al regista.

Nell’opera in esame però la violenza, sempre presente, ha un tono meno parossistico e surreale, complice la precisa ed accurata ricostruzione storica, in un’estrema commistione di toni epici, commedia e riflessione, con espliciti richiami ai conflitti mondiali, mettendone in risalto i lati più grotteschi, tragici ed assurdi, puntando sui toni della farsa e della beffa, con il tentativo dichiarato di rifare La grande guerra di Mario Monicelli in chiave western. D’altronde gli sceneggiatori sono gli stessi: Age & Scarpelli, Luciano Vincenzoni, Sergio Donati.

In un’America sconvolta e devastata dalla Guerra di Secessione, si incrociano le vite di tre individui: Tuco Ramirez ( “il brutto”, Eli Wallach), furfante di mezza tacca, il Biondo (“il buono”, Clint Eastwood), cacciatore di taglie, e Sentenza (“il cattivo”, Lee Van Cleef), killer spietato alla ricerca di un cospicuo quantitativo d’oro sottratto ai confederati. Ognuno di loro viene a sapere un ben preciso particolare riguardo il luogo in cui tale “tesoro” è stato nascosto, per cui, tra alleanze e doppi giochi vari, cambi di casacca e gesta eroiche di calcolata opportunità, si ritroveranno in un cimitero a “guadagnarsi” il bottino sfidandosi in un singolare duello.

In una cornice estremamente realista, nonostante il film, come molti spaghetti western sia stato girato in Spagna, esaltata dalla fotografia di Delli Colli che riesce a mitigare i colori naturalmente accessi del paesaggio giocando sui toni del marrone e del bianco sporco, risalta l’estremo individualismo e la picaresca anarchia di tre “facce di cuoio”, lungi dal prendere una qualsiasi posizione che non sia quella di salvare la pelle e il proprio tornaconto, servendosi al riguardo della guerra in atto.

Tra spettacolari riprese di battaglia (“mai vista tanta gente morire così male”) e ampie panoramiche sui campi di prigionia, che tanto richiamano i lager tedeschi, è messo ben in evidenza il pensiero del regista, scevro da retorica, sulla barbarie messa in atto da ogni conflitto; Eastwood conferma il suo personaggio dai gesti lenti e dal fare ieratico, con frasi a mezza bocca, Van Cleef ribalta il ruolo “romantico” del precedente Per qualche dollaro in più, mentre la vera sorpresa è Wallach, l’unico ad aver non solo un nome, ma anche dei trascorsi ed una psicologia ben definiti. Da ricordare la bella interpretazione, dolente ed efficace, di Aldo Giuffrè .